• Violenza sessuale e cattolicesimo: la cultura dello stupro

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    di Jeanne Pucelli

     

    Oggi si face book impazza il caso di Sergio Librizzi, il prete direttore della Caritas trapanese arrestato perché avrebbe chiesto prestazioni sessuali a migranti maschi che chiedevano lo status di rifugiati politici.

    Sulla pagina elettronica le foto del prete erano coronate da epiteti tipo: maiale, schifoso, porco, pervertito. Molti commenti facevano riferimento  al fatto che il delitto è particolarmente infamante perché il Librizzi portava l’abito talare e quindi … e un pensiero mi ha percorso il cervello. Mi sono chiesta: ma perché ‘sta gente inveisce in modo così cruento contro il presunto violentatore in tonaca? È maggiormente colpevole perché, secondo la nostra cultura,  il suo abito gli dovrebbe impedire un atto di sopraffazione nei confronti di un individuo debole e indifeso e invece …?

    Mi sono anche chiesta il motivo per cui la gente non si indigna mai se un conoscente paga una ragazza per “fare sesso”. Sempre uno scambio è … tra chi  chi usa il corpo di un’altra persona e … non fraintendetemi però …

     

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    Mi rendo conto che sto affrontando, con un taglio pericoloso, un tema accidentato per investigare su quel tipo di violenza sulla persona che utilizza come arma i genitali e come bersaglio il corpo dell’altro da sé. Vado avanti lo stesso perché mi sento di rischiare. Non voglio certo banalizzare la violenza di queste persone che usano la tunica per nascondere meglio la loro violenza, facendo di ogni erba un fascio, o dire “lo fanno tutti e quindi” per mitigare il crimine verso l’umanità di questi psicotici brutti.

     

    Banalizzo ancora di più per farmi capire meglio: non è l’abito che fa il monaco. Cioè don Caio e il vescovo Sempronio non sono più colpevoli del signor Tizio quando commettono un crimine odioso come quello dello stupro. L’aura di sacralità che ammanta coloro che indossano un saio o una tonaca è creata da chi, da sempre immerso nella cultura del nostro disgraziato paese dove il pensiero cattolico continua a deviare il corso naturale del pensiero umano, percepisce preti, vescovi, cardinali e papi in modo “delirante”. Parlo di quella dinamica psichica che deforma il senso di ciò che vediamo sovrapponendo alla percezione una credenza. Mi chiedo allora: Se Don Caio o il Vescovo  Sempronio commettono un crimine infame avvalendosi del ruolo che ricoprono, sono più colpevoli del maresciallo dell’Arma Tizio che ha compiuto esattamente gli stessi atti con la stessa intenzionalità? Io dico di no!

     

    La stessa cosa vale per gli intellettuali sacri. Come scrisse qualche anno fa G.C. Zanon nel suo articolo Pedofilia: M – Il Mostro è nascosto nella cultura, nella nostra società, farcita di falsi miti e lussureggianti leggende metropolitane, esiste «Una pericolosa deriva culturale, che va dalle velate e “veniali” affermazioni di un filosofo tanto acclamato come Umberto Galimberti che svogliatamente chiama la perversione che devasta i minori “attrazione erotica verso i bambini”, svuotando, in questo modo, di senso la tragedia della pedofilia, alle reiterate affermazioni di Michel Foucault, il ”grande filosofo” francese, il quale sosteneva che il bambino, è un seduttore che cerca il rapporto sessuale con l’adulto e che quindi ha tutto il diritto di fare l’amore con gli adulti.»

     

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    Parlo di pedofilia a ragion veduta perché, come nel caso di Trapani in cui un prete è accusato di aver chiesto “prestazioni sessuali” a delle persone socialmente deboli in cambio di documenti, la vittima dei “crimini sessuali” è sempre in una posizione di subalternità nei confronti dell’aggressore. Subalternità dovuta a una differenza di forza di vario genere: fisica, psicologica, economica, sociale, ecc..

    Il “buon padre di famiglia” – tipo il marito di una famosa donna politica con un cognome fatale –  che stupra, con l’alibi del pagamento, una giovane prostituta ucraina, è meno colpevole di un prete che,  utilizzando la sua posizione di dominio, violenta un ragazzo somalo in cambio  di un documento che gli permetterà di non subire il rimpatrio forzato … causato da una legge infame?

     

    Don Alberto Barin, cappellano del carcere milanese di San Vittore, arrestato con l’accusa di violenza sessuale su sei detenuti, P.P. Pasolini che sfruttava sessualmente i ragazzi di vita spesso minorenni, il ministro della cultura Frederic Mitterrand che nel suo libro autobiografico La Mauvaise Vie, narrava le sue violenze sui minori, facendo un’apologia del turismo sessuale e affermando che forse «sono relazioni sbagliate ma non crimini.» sono tanto diversi del direttore di una fabbrica che abusa in vario modo sistematicamente tutte le sue sottoposte che non si possono permettere di perdere il posto di lavoro, o del poliziotto che chiede una prestazione particolare alla giovane che vende se stessa sulla strada per lasciarla “lavorare in pace”?

     

    Tutte queste persone, a vario livello, sono dei violenti psicotici con la patente di congruità sociale donata loro dalla nostra cultura patriarcale, ovvero cattolica  e razionale. Una cultura benedetta dalla Chiesa cattolica che, nascondendosi dietro i suoi cani di dio di nuova generazione, come Don Tarcisio Vicari, il quale ha affermato che è meglio uccidere che vivere insieme senza essere sposati con il vincolo sacro del matrimonio cattolico;  oppure, come ha affermato quel malato di mente del arcivescovo di Granada, “se una donna abortisce i maschi hanno tutto il diritto di violentarla”.

     

    È questa la cultura contro cui ci si deve battere rifiutando in primo luogo quel lessico violento che alimenta la cultura dello stupro confondendo il pensiero verbale.

    26 giugno 2014

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