• La storia di Han Van Meegeren e dei falsi Vermeer (quarta e ultima parte)

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    Il piacere di dipingere

     

    A cinquantadue anni, Van Meegeren possedeva un grosso capitale. Doveva tutto ai suoi falsi e se a ogni nuovo tentativo rischiava sempre di più di essere smascherato, non gli importava molto. Era la passione a spingerlo, a guidare la sua mano, irresistibilmente. Riguardo ai suoi ultimi quadri, avrebbe dichiarato: «Avevo avuto tanta voglia di dipingerli. Ormai ero al punto di non sapermidominare. Non avevo più volontà né energia. Ero costretto a continuare».

    … E in effetti continuò: ecco Isacco benedice Giacobbe (cm 125x 115).

    Questo sesto falso trovò un acquirente nell’aprile 1942. La trafila era sempre la stessa: Strijbis-Hoogendijk e l’acquirente Van der Worm, già proprietario dell’Interno con giocatori di carte, che accettò di pagare per questa nuova apparizione di Vermeer ben 1270 000 fiorini.

     

    La struttura meno complessa, rispetto ai falsi precedenti quest’ultimo dipinto, denuncia una certa precipitazione in Van Meegeren. Il falsario sentiva il bisogno di fare in fretta. Così, cominciò a curare meno le fasi intermedie del suo lavoro per accedere prima al risultato finale: un capolavoro

    supplementare. Il falsario era ormai un succube che ignora se stesso. Nel suo intimo erano completamente spariti i maestri che lui continuava a rivelare al mondo. Questo spiega come il susseguirsi di tutti quei Vermeer a soggetto religioso poteva avere forza di prova:

     

    «Gli ultimi falsi non li ho concepiti né eseguiti con la stessa cura. (A che scopo, poi? Si vendevano tutti così bene!) E poi, dopo aver convenuto che la storia riguardo all’Emmaus era vera, ero certoche entro poco tempo tutti gli altri quadri,di cui tra parentesi non sono così fiero, sarebbero stati attribuiti a me».

     

    Questa dichiarazione di Van Meegeren rivela perfettamente come lui avesse coscienza del fenomeno, ormai incontrollabile, che lo aveva fatto agire in quel modo dopo I’Emmaus. Un affare di Stato, del resto, era ancora più incontrollabile in tempo di guerra: perché sarebbe divenuto certamente un affare di Stato.

     

    Goering

     

    Goering, Cristo e l’adultera

     

     

    Nello stesso periodo in cui realizzava Isacco e Giacobbe, Vanl Meegeren lavorava a un altro Vermeer, di dimensioni più ridotte (cm 97 x 84); operava su una vecchia tela del XVII secolo che, in origine, rappresentava una scena di battaglia con cavalieri e soldati. La raschiatura della tela era stata molto imperfetta, e oltre a questo il falsario corse un rischio, oseremmo dire tracotante: utilizzò del blu di cobalto al posto del lapislazzuli (il blu di cobalto non esisteva all’epoca di Vermeer: per ottenere il blu, veniva usato il lapislazzuli). I1 suo modello centrale ricordava

    sempre il mendicante di Roquebrune; il personaggio femminile si ispirava direttamente alla Donna in blu che legge una lettera del Rijksmuseum. Vermeer, per dipingere questa tela, aveva fatto posare la moglie; ma il Maestro di Delft non aveva esitato, d’altro canto, a dare gli stessi lineamenti alla prostituta della Mezzana.

    La scelta di quel volto da parte di Van Meegeren denotò un’astuzia assai notevole: non c’era da stupirsi se la donna adultera rappresentata nel quadro fosse di estrazione vermeeriana. Il titolo del quadro era: Cristo e l’adultera.

     

    Per lo smercio degli ultimi quattro falsi Van Meegeren si era servito sempre degli stessi intermediari: l’agente immobiliare Strijbis, e il mercante di quadri Hoogendijk.

    Ricorrere ancora una volta a loro era forse pericoloso, ma trovare un altro canale, nel 1942, non era impresa facile.

    La vendita dei quadri d’autore avveniva in un ambiente sempre piir ristretto, e il falsario dovette ricorrere a una persona che non conosceva tanto bene. Il nuovo intermediario era Rienstra Van Strijvesande.

    Dopo avergli affidato il Cristo e l’adultera, Van Meegeren venne casualmente a sapere che il suo mediatore era molto legato all’ambiente degli occupanti nazisti.

    Presentì immediatamente il pericolo: non ci teneva a compromettersi con gli invasori, permettendo che uno dei suoi falsi Vermeer partisse per la Germania del Terzo Reich. Prese immediatamente contatti con Van Strijvesande e gli impose di trovare un acquirente olandese.

     

    Ammiratori davanti al “Cristo e l’adultera” di Van Meegeren

     

     

    Ma era troppo tardi. Un banchiere bavarese, Aloys Miedl, aveva già sentito parlare della scoperta di un nuovo Vermeer.

    E aveva subito informato il dottor Walter Hofer, incaricato dal regime hitleriano di incettare tesori artistici nei paesi occupati. Van Meegeren non poteva più intervenire.

    La transazione manipolata da Van Strijvesande avrebbe interessato anche lo Stato olandese.

     

    Il prezzo richiesto per il quadro era di 1 650 000 fiorini. I tedeschi volevano a ogni costo acquistare quel capolavoro del patrimonio nazionale olandese. La vendita assunse i toni di un affare di Stato. Dopo strane e discrete trattative, la transazione si operò nella maniera seguente: il Terzo Reich pagò ‘in natura’ l’acquisto del Vermeer. All’Olanda, cioè, furono restituite duecento tele autentiche, tele che erano state rubate dai nazisti durante l’invasione e il cui valore globale superava sensibilmente il prezzo richiesto. Lo Stato olandese, dopo aver recuperato le duecento

    tele d’autore, pagò in moneta corrente Miedl e Van Strijvesande, e quest’ultimo versò a Van Meegeren più della metà del ricavato.

     

    L’affare era andato in porto, ma questa soluzione non entusiasmò Van Meegeren, in quanto sapeva che Miedl e Walter Hofer lavoravano per Hermann Goering, maresciallo del Terzo Reich e grancollezionista di opere d’arte. In quell’occasione Goering realizzò un’operazione come uomo di Stato ‘l’acquisto’ e una distrazione di beni demaniali: destinò, infatti, il Cristo e l’adultera alla sua collezione personale…

     

    “La lattaia” di Vermeer

     

     

    La lavanda dei piedi: un affare di Stato

     

    Dall’adultera alla prostituta in penitenza: Yan Meegeren proseguiva la sua esplorazione vermeeriana. L’inevitabile orcio di vino vermeeriano apparve al centro di un nuovo quadro (cm 115×95) in cui si poteva vedere un Cristo dal volto stanco rifiutare con un gesto della mano il pasto freddo che una serva gli offriva. Ma la mano che allontanava il piatto sembrava concludere il suo movimento in direzione della testa della prostituta. Questa, inginocchiata, lavava il piede destro di Gesù, con un’espressione di estasi. I due farisei in secondo piano erano ispirati a personaggi della Cena. L’evidente monotonia, la mancanza di entusiasmo e l’ispirazione piuttosto forzata di questa Lavanda dei piedi, testimoniavano della sempre crescente frettolosità del pittore.

     

    La tela venne messa in cantiere alla fine del 1942, mentre le trattative relative alla vendita del Cristo e l’adultera stavano per concludersi. La Lavanda dei piedi lasciava a desiderare dal punto di vista della realizzazione tecnica. Il quadro da cui era stata ricavata la tela, di uno sconosciuto

    del XVII secolo, intitolato Cavalli e cavalieri, era stato leggermente raschiato. Inoltre, l’ultimo passaggio al forno non aveva dato risultati apprezzabili: per una cattiva regolazione dell’apparato, la pittura era seccata troppo rapidamente ed erano apparse parecchie bolle d’aria che avevano distrutto parzialmente la rete di screpolature. Van Meegeren si limitò ad apportare un grossolano restauro e, ancora una volta, nessuno avrebbe capito l’imbroglio.

     

    E non ci avrebbero capito niente neanche gli esperti di Stato.

     

    Van Meegeren, desiderando evitare che questo nuovo ‘capolavoro’ prendesse la strada per la Germania, scelse un nuovo intermediario nella persona di un suo vecchio compagno di scuola, Jan Kok, di Deventer. Neanche lui apparteneva agli ambienti artistici, non aveva mai sentito parlare di Vermeer … Era un ex funzionario del governo per le Indie orientali olandesi.

    Il falsario, come suo costume, convinse la sua nuova vittima a entrare in scena. Kok andò a trovare De Boer – il mercante di Amsterdam che nel 1939 si era occupato del primo de Hooch di Van

    Meegeren – e questi ritenne immediatamente necessario proporre la Lavanda dei piedi allo Stato olandese, in quanto era il solo mezzo per impedire ai nazisti di venire a conoscenza della nuova scoperta. De Boer avviò delle trattative con il Rijksmuseum.

     

    Dopo una serie di contatti segreti tra il mercante e diversi esperti dei musei nazionali, il governo olandese decise di affidarsi al giudizio di una commissione di specialisti. Era la prima volta, dopo il Cristo a Emmaus, che si ordinava una perizia per accertare l’autenticità di un quadro. E purtroppo si trattava di esaminare il falso tecnicamente meno riuscito di Han Van Meegeren.

     

    Il dottor A.M. de Wild, chimico; Luitwieler, restauratore di quadri; il dotto Hannema, direttore del museo Boymansil dottor C.D. Roell, direttore general del Rijksmuseum; il dottor J.Q. Van Regteren-Althena, docente di storia dell’ar te all’Università di Amsterdam; il dotto Van Schendel, conservatore del Rijksmuseum; il dottor J.G. Van Gelder, professore a Utrecht e direttore del museo di quella città, composero il simposio più infallibile che potesse riunirsi in Olanda ne 1943. Quelle personalità esaminarono attentamente la Lavanda dei piedi. Tutti insieme non rivelarono eccessivo entusiasmo per la qualità del quadro. Solo Althenr però sostenne che era un falso. Il resto della commissione era convinto che si trattasse di un Vermeer, anche se un po’ deludente dal punto di vista estetico, e di conseguenza tutti, meno uno, decisero di fare acquistare il quadro allo Stato. E questo malgrado la strana richiesta del mercante De Boer di far sottoporre la tela a radiografia! Lo Stato pagò i 300.000 fiorini. La psicosi della tutela del patrimonio artistico nazionale spiegava in parte quella decisione discretamente aberrante.

    E infatti Hannema avrebbe più tardi dichiarato: «Quel quadro non piaceva a nessuno di noi, ma non volevamo che partisse per la Germania».

    La cifra ricavata venne così ripartita: 65.000 fiorini a De Boer, 80.000 fiorini a Kok, 1.155.000 a Van Meegeren.

    Con il suo falso meno attendibile il pittore realizzò la sua più incredibile mistificazione.

     

     “La ragazza col bicchiere” di Vermeer

     

     

    Lo spettro delle illusioni

     

    Tra il 1935 e il 1943 Van Meegeren aveva realizzato 13 falsi. Cinque non sarebbero mai stati messi in vendita. Per gli altri otto fu realizzato un incasso di 7.254.O0O fiorini, di cui poco meno di 5 andarono a finire nelle tasche di Van Meegeren.

    Il denaro ricavato dalla vendita dei quadri venne investito in alberghi e immobili, oltre che in opere d’arte autentiche: nel 1943 la collezione Van Meegeren era una ‘vera’  collezione. In quel periodo il pittore lasciò la sua tenuta di Laren per sistemarsi ad Amsterdam, in una sontuosa dimora della Keizergracht. Qui non aprì un nuovo studio e smise di dipingere.

     

    Gli ‘inconvenienti’ della Liberazione

     

    La miniera di sale di Alt Aussee, in Austria, nel 1945, la collezione personale di Goering, la commissione artistica degli alleati, furono gli elementi di uno strano epilogo.

    Quando venne scoperto il Cristo e l’adultera, nascosto da Goering ad Alt Aussee, in un primo momento tutti gioirono per il ritrovamento di un capolavoro di Vermeer. Gli inquirenti si posero una sola domanda: chi aveva favorito l’esodo di quel quadro verso la Germania nazista? In altri termini, quali cittadini olandesi erano coinvolti nel traffico di opere d’arte, azione paragonabile a una collaborazione col nemico?

     

     

     

    In realtà il problema non verteva sull’autenticità della tela. Nessuno pensava o sospettava lontanamente che quel quadro potesse essere un falso Vermeer, e il carattere dell’inchiesta fu più politico che artistico. Premesso ciò, è interessante notare che per la prima volta vennero intraprese ricerche sulla provenienza di quei Vermeer recentemente venuti alla luce. Fino a quel momento i diversi esperti, mercanti e compratori, si erano accontentati delle spiegazioni – coerenti, sebbene non prive di un certo mistero – degli intermediari del falsario.

    Negli archivi nazisti si rintracciò la trafila che da Hofer a Van Strijvesande, passando per Miedl (latitante) conduceva a un certo Van Meegeren, indicato come l’ultimo anello di una catena di persone che si erano occupate della vendita del quadro. Gli inquirenti, alla fine di maggio 1945, si presentarono in casa di Van Meegeren.

    I due ufficiali in uniforme non avevano niente da rimproverare a quell’artista, noto fino allora solo per la sua prodigalità: da lui volevano ottenere qualche informazione confidenziale che permettesse loro di risalire alla provenienza reale del Cristo e l’adultera, tenuto conto dell’importanza sia dell’opera, sia della transazione. Van Meegeren non sembrava loro sospetto di attività illecite. Lui aveva semplicemente affidato il quadro a un mercante olandese che si era preso la briga di passarlo ai nazisti.

     

    Ma Van Meegeren non volle né poteva – naturalmente – fornire la minimainformazione sulla vecchia famiglia italiana che gli aveva ceduto i Vermeer. E come se non bastasse, montò su tutte le furie e congedò bruscamente i due ufficiali. Divenne subito sospetto e la pretesa provenienza italiana dei capolavori, come stavano le cose, era tale da destare sospetti maggiori: Van Meegeren era stato un “agente di collegamento artistico” tra l’Italia fascista e la Germania nazista, passando per l’Olanda occupata? Oppure, si rifiutava di fornire spiegazioni perché lui stesso aveva direttamente partecipato al furto del capolavoro di Vermeer?

    L’invenzione di un fantomatico venditore, che teneva all’anonimati per motivi di carattere familiare, non era più sufficiente: un collaboratore nazista non poteva nascondersi dietro una simile favola.

    Improvvisamente Van Meegeren si rese conto che la solidità dei suoi argomenti, valida nell’ambiente dei mercanti di quadri, era assolutamente inconsistente di fronte a dei funzionari che cercavano soltanto prove tangibili per un’inchiesta di carattere politico.

     

    Alla domanda più diretta se aveva o no collaborato con i nazisti, Van Meegeren rispose con un silenzio arrogante. Per gli inquirenti tale atteggiamento non era tollerabile e, quanto meno, dava adito a gravi sospetti. ll 29 maggio 1945 Van Meegeren veniva arrestato sotto l’imputazione di intelligenza con il nemico: la ruota della fortuna aveva fatto un altro giro; il falsario non aveva più via di scampo.

     

    Come si può notare, il caso sfiorava l’assurdo. Veniva accusato di collaborazionismo per aver contribuito a dilapidare il patrimonio artistico nazionale un uomo che in realtà aveva permesso il ritorno in Olanda di 200 tele d’autore autentiche… (In tal modo infatti Goering aveva pagato, ricordiamo, il Cristo e l’adultera.) Ma fino a quando quel quadro fosse rimasto un ‘vero Vermeer’, Van Meegeren sarebbe rimasto un collaborazionista. L’affare non poteva essere chiarito in quanto solo il falsario conosceva la verità.

     

    Per il momento Van Meegeren tacque. Si chiuse nel silenzio della sua cella. Si rifiutava di parlare con tutti quelli che lo interrogavano e si irrigidiva in uno sprezzante ebetismo: la mancanza di droga (specialmente morfina) non gli consentiva come di prendere una decisione.

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    «Siete un branco di imbecilli»

     

    Il 12 luglio il falsario ruppe i suoi freni interiori e scoppiò improvvisamente in un diluvio di parole e invettive inattese: «Imbecilli! Siete un branco di imbecilli, voi come gli altri! Io non ho mai venduto nessun grande tesoro nazionale! L’ho dipinto io stesso»!

    E continuò con altre rivelazioni tanto sorprendenti che gli inquirenti persero improvvisamente il senso dell’orientamento.

    Avevano sospettato un agente nazista e si trovavano di fronte a un falsario che si auto-accusava. Il problema ora era di ‘autenticare’ il falsario e, per risolvere il lato politico della faccenda, si doveva investigare in direzione dell’arte.

    Inoltre, l’enormità delle arroganti asserzioni di Van Meegeren sollevava seri dubbi sulla sua salute mentale.

    Collaborazionista?

    Falsario?

    Mitomane?

    O tutti e tre i casi riuniti in una sola domanda: “chi” è veramente Han Van Meegeren?

     

     

    Sono una bugia che dice la verità

     

    Si cominciò col verificare le ammissioni del falsario. Una radiografia del Cristo e l’adultera consentì di constatare che il soggetto religioso era stato dipinto su una tela che raffigurava all’origine una scena di caccia, come Van Meegeren aveva dichiarato.

    Ma questo non costituiva una prova irrefutabile: anche Van Meegeren avrebbe potuto sottoporre la tela a radiografia e appurare cosa raffigurava lo strato di fondo. Restava il fatto che Vermeer non avrebbe mai dipinto un soggetto religioso su una scena di caccia; e, soprattutto, restava il fatto che quella tela era chiaramente della stessa mano dei Vermeer rivendicati da Van Meegeren; restava infine che ora la provenienza di tutti quei quadri appariva sospetta.

    Malgrado tutte le precisazioni del pittore, la polizia e i servizi di sicurezza chiesero delle prove supplementari. Volevano essere certi che Van Meegeren fosse capacedi imitare un maestro del XVII secolo.

    Gli suggerirono di fare una copia del Cristo a Emmaus. Quella era evidentemente la misura della loro ingenuità in materia artistica : qualsiasi pittore professionista era in grado di fare la copia di un quadro. Van Meegeren fece loro notare sdegnosamente l’inutilità di quella prova e fece una controproposta. A patto di poter lavorare nel suo studio, e a patto che la polizia gli fornisse il materiale necessario (morfina compresa), lui era in grado di creare un nuovo Vermeer nello stile che si era imposto.

    Alla fine di luglio, nella sua grande casa della Keizergracht, sotto la sorveglianza permanente degli agenti dei servizi di sicurezza, Van Meegeren cominciò il suo ultimo Veermer, il decimo. Sarebbe stato un Cristo tra i dottori, un’opera di cm 149 x 192, non meno vermeeriana delle altre. Ma i due mesi che occorsero per la realizzazione dell’opera trascorsero sotto auspici quanto meno sfavorevoli. Nello studio regnavano il sospetto, l’incomprensione volgare dei poliziotti; e nonostante tutto, in quel clima pesante f ispirazione paranoica di Van Meegeren seppe trovare la sua vena migliore: il falsario poté dimostrare a tutti il suo genio.

     

     

    In quel periodo l’Olanda era in subbuglio. Alla fine di luglio la stampa cominciò a fare un baccano indiavolato. Ora si parlava dell’affare Van Meegeren, un affare sensazionale che scatenava le più accese polemiche. Van Meegeren era complice di Goering? No, era un genio. Era I’autore dell’Emmeus e degli altri Vermeer?

    Sì, ma era un creatore? Era un falsario, un truffatore? E se era riuscito a truffare Goering, avrebbe saputo convincere anche i servizi di sicurezza?

     

    Il suspense non mancava di originalità: un nuovo Vermeer era in fase di fabbricazione; il falsario era a viso scoperto. Un giornale apparve con il titolo: «Dipinge per la sua vita ».

     

     

    Van Meegeren fornisce tutte le prove

     

    Le preoccupazioni delle autorità consistevano nel fatto che Van Meegeren non era un collaborazionista, di grande o piccola importanza, ma un falsario di primo piano. Gli interessi che entravano in gioco non erano più controllabili. Per via giudiziale era difficile provare la sua colpevolezza, nella misura in cui Van Meegeren si autoaccusava e per il fatto che i compratori dei falsi non erano i primi venuti.

    E fra questi lo Stato: i contribuenti avrebbero saputo che, in tempo di guerra, avevano finanziato l’acquisto alquanto dispendioso di un falso. Questo implicava la condotta inspiegabile di un certo numero di personalità… Funzionari ministeriali, esperti e luminari in materia artistica, mercanti più o meno onesti, tutta gente che veniva a trovarsi in difficoltà. I governi non amano gli scandali che li additano al disprezzo pubblico. Si trattava di guadagnar tempo. Alla fine di settembre 1945 il Cristo tra i dottori era terminato. Ma per amor del vero, occorreva produrre altre precisazioni, altri particolari, altre prove… Non si aveva fretta ad affrontare il processo Van Meegeren.

     

    L’11 giugno 1946 venne nominata una commissione d’inchiesta (formata da esperti, da storici d’arte, da chimici) per ordine del ministero della Giustizia. Dalla realizzazione dell’ultimo Vermeer erano trascorsi nove mesi. L’interesse pubblico non si era stancato, malgrado la coltre di nebbia stesa dai critici durante tutto questo tempo; con tutte le loro discussioni bizantine e contraddittorie, essi cercavano di far dimenticare il ridicolo buttato loro addosso. Decoen sosteneva che l’Emmaus e la Cena erano realmente di Vermeer (e lo avrebbe sempre sostenuto); altri sostenevano tesi differenti, ma Van Meegeren non voleva che le sue confessioni venissero tacciate di falso, e spinse la commissione Coremans (dal nome del presidente) a operare nel giusto senso.

     

    Van Meegeren si rivelò allora per quello che realmente era: un paradosso. Il falsario dimostrò di essere falsario, apportando come prova tutta la grandezza del suo genio. Con la massima compiacenza si mise a disposizione della commissione Coremans. Fornendo tutti i particolari della sua tecnica, aiutò i chimici a scoprire le sostanze che aveva usato e che mai nessuno avrebbe pensato di cercare.

    Guidò i radiologi, descrivendo minuziosamente il soggetto delle tele originali su cui aveva dipinto, -anticipando quello che sarebbe apparso sotto i raggi X. Fece uno schizzo esatto di cosa sarebbe apparso sotto l’Emmaus, i resti cioè della Resurrezione di Lazzaro. I radiologi confermarono la veridicità delle sue asserzioni. Convinse gli esperti della commissione, in particolare Coremans, che aveva preso la faccenda molto a cuore e che si apprestava a redigere un dossier molto consistente. Orientò anche le ricerche della polizia, che a Nizza, nella sua tenuta, l’Estate, scoprì altre prove determinanti.

    Le prove erano ormai evidenti. Non si poteva più aggiornare indefinitamente il processo.

     

    L’apoteosi

     

    All’alba del 29 ottobre 1947, la folla sostava già alle porte della quarta camera della Corte d’Assise del distretto di Amsterdam. I giornalisti erano accorsi dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Italia, dagli Stati Uniti, dal mondo intero. La gloria di Van Meegeren veniva offerta alla curiosità di tutto il mondo.

    Processo unico nel suo genere: l’imputato, testimoniando con intransigenza, mise in difficoltà ogni possibilità di giudizio.

    Chi era incriminato? Un falsario, o tutto il mondo della cultura e della critica d’arte?

    Non si era potuto evitare, sebbene fosse stato auspicato da tanti ambienti, di convocare gli esperti infallibili, che avevano sbagliato; i mercanti onesti, ma compromessi; gli intermediari efficaci, ma esitanti; i grandi funzionari dello Stato, irreprensibili ma spendaccioni, e si sarebbe tentato di salvare loro la faccia con sistemi legali, ma avventati. Vennero interrogati, ma non su fatti essenziali. Loro risposero, ma evitando il nocciolo della faccenda.

    Erano in diciassette, e in tutto parlarono per due ore; una media di sette minuti a testa fu loro sufficiente per aggirare ostacoli e argomenti che avrebbero implicato più ampie discussioni. Il processo si concluse in una sola udienza della durata di cinque ore e mezzo esatte.

     

    Quella mattina Van Meegeren soffriva meno dell’ordinario e, malgrado la sua salute ultimamente si fosse molto deteriorata, aveva l’aspetto di un cinquantottenne in possesso delle proprie forze. Tempie brizzolate, volto sprezzatte, un’aria di sicurezza di sé e di distacco, il falsario, elegantemente vestito, si presentò al palazzo di giustizia. Partì da casa sua, a piedi, scortato da una folla di giornalisti, fotografi e curiosi che spumeggiavano di simpatia.

    La quarta camera della Corte di Assise era un museo Van Meegeren. Il presidente del tribunale, Boll, troneggiava in mezzo a tutti i falsi commercializzali dal pittore, che tappezzavano le pareti dell’aula, coprendo perfino il ritratto della regina.

    Nell’aula era stato preparato anche uno schermo cinematografico per la proiezione delle diapositive riguardanti le perizie radiografiche.

    Van Meegeren girava la testa con precauzione, si sedeva, si alzava, si metteva e toglieva gli occhiali, faceva dei segnali di saluto con gesti studiati: in lui brillava l’attore. Contemplò con una certa soddisfazione il complesso delle sue opere.

    Quando, alle dieci precise, si sedette sul banco degli imputati, aveva suscitato l’impressione voluta.

     

     

     

    330 minuti di grande arte

     

    Siete Henricus Antonius Van Meegeren?

    Van Meegeren lo ammise volentieri. Dopo di che il procuratore, H. A. Wasselbergh, lesse I’atto d’accusa. I principali capi erano: guadagni fraudolenti, false firme  “su certi quadri”, “con f intenzione di farli passare per opere di altre persone”.

    Imputato, riconoscete i fatti?

    – Li riconosco.

    – Allora sentiamo le testimonianze degli esperti – annunciò il giudice.

     

    La commissione Coremans al completo prestò giuramento. Domande: tutti i quadri in causa erano di concezione recente?

    Se sì, l’autore era Van Meegeren? I sette esperti lo affermarono. Il dottor Coremans, dopo la proiezione delle radiografie dei quadri, fece un’esposizione della durata di mezz’ora. Dimostrò che le affermazioni del falsario erano… rigorosamente esatte.

    Venne esposto con chiarezza e in modo ultra-rapido tutto quanto riguardava le screpolature, la polvere d’inchiostro di china, gli strati di pittura, la presenza di fenolo-formaldeide, il telaio accorciato dell’Emmaus (di cui la polizia, a Nizza, aveva trovato frammenti del telaio originale). Il processo non doveva protrarsi a lungo e, guarda caso, Coremans doveva prendere un aereo. Alle undici lasciò l’aula del tribunale, diretto a New York.

     

    Giudizio di Van Meegeren su quella dimostrazione che lo confermava falsario:

     

    Il lavoro mi sembrava eccellente. E anche prodigioso. Non si potranno più compiere dei falsi come una volta. A mio giudizio, un lavoro del genere è molto più difficile, diciamo, dell’esecuzione stessa dell’Emmaus.

     

    Fu chiamato a deporre il teste de Wild, esperto che aveva consigliato l’acquisto della Lavanda dei piedìi allo Stato olandese – esperto pure della commissione Coremans, incaricata di trovare le prove della mistificazione. Quest’uomo, indispensabile in ogni caso, poiché aveva autenticato un falso di cui ora avrebbe dovuto autenticare la falsità, dichiarò:

    -Più tardi ho potuto eseguire una radiografia della Lavanda dei piedi, e l’esito mi ha indotto a cambiare parere.

    Bisogna notare che quel “più tardi” era dei più sibillini: le radiografie furono effettuate solo dietro richiesta di Van Meegeren.

    De Wild, affrontando impavidamente il ridicolo, continuò con un elogio delle sue opere:

    -Per me quegli esami furono più facili. Ebbi subito la convinzione che l’imputato aveva ricavato la formula della composizione di quasi tutti i suoi colori, preparati alla maniera antica, da un mio trattato sui metodi di Vermeer e de Hooch. Anche certe impurità, che io ho segnalato nella pittura di Vermeer, si ritrovano in quella di Van Meegeren. (Risate in aula davanti allo sfoggio di questo autocompiacimento quanto meno malaccorto.)

     

    Sfilarono poi gli altri membri della commissione.

    Dopo Strijbis, che assicurò di essere stato un intermediario efficiente quanto ignorante in materia e che “non ricordava l’ammontare delle transazioni perché non aveva conservato i documenti relativi”, venne alla sbarra il più grande mercante di quadri d’Olanda: Hoogendijk. Il giudice, in segno di deferenza, lasciò il testimone libero di esporre le sue dichiarazioni, senza porgli domande troppo imbarazzanti.

    -Sono caduto nella trappola. Quando ho visto il Busto del Redentore, ho subito pensato all’Emmaus. Gli studiosi di Vermeer avevano affermato che I’Emmaus non poteva essere unico nel suo genere. Ho venduto il Busto a Van Beuningen. Eravamo nel 1941, a Rotterdam. La mia prima impressione fu che si trattasse di un quadro straordinario. E spesso la mia prima impressione è quella che conta, ma ancora una volta mi sono lasciato suggestionare dall’Emmaus. Ora tutto questo può sembrare incomprensibile ma, come sapete, in quel periodo si faceva tutto nel massimo segreto. Dopo la Cena, ne ho venduti ancora due, uno dei quali tanto strano, l’Isacco benedice Giacobbe.

     

    -Come spiegate il fatto che avete potuto accettare quest’ultimo quadro?

     

    -È difficile da spiegare. Non arrivo a capire come mi sia potuto ingannare a tal punto. Ma tutti noi abbiamo seguito lo stesso canale: dall’Emmaus alla Cena, dalla Cena a Isacco benedice Giacobbe. Quando oggi guardo i quadri, non riesco a capire come sia potuto accadere tutto ciò … Forse uno psicologo potrebbe spiegarlo meglio di me. Ma l’atmosfera di quel periodo di guerra giocò un ruolo. importante nella nostra cecità. Non bisogna dimenticare che I’Emmaus fu autenticato da esperti di fama mondiale. I falsi seguenti furono come gli anelli di una stessa catena. C’era anche l’ansia e il desiderio di tenere i quadri in Olanda.

     

    Dopo la deposizione di Hoogendijk, la testimonianza dello psicologo Van der Horst concluse la mattinata:

     

    -Il carattere dell’accusato lo rende molto sensibile alla critica, e questa suscettibilità, esacerbata dal complesso della vendetta, spiega il suo atteggiamento antisociale.

    Direi che l’imputato è squilibrato, ma pienamente responsabile delle sue azioni. Per una natura del genere, l’isolamento potrebbe essere molto nocivo. Non consiglierei pertanto la prigione.

     

    Nel pomeriggio, in meno di un’ora, sfilarono sette testimoni, che protestarono tutti la loro buona fede di vittime. Il dibattimento si arricchì di un piccolo incidente.

    Il dottor Van Gelder, che era stato uno degli artefici dell’acquisto della Lavanda dei piedi da parte dello Stato, si glorificò di una strana prescienza:

    -Non so perché disse ma ebbi il presentimento che quei quadri fossero opera dell’imputato…

     

    Dal banco degli imputati Van Meegeren lo squadrò con disprezzo: Così voi, avevate quell’impressione?

     

    -Sì rispose Van Gelder e il tempo mi-ha dato largamente ragione.

     

    -E quando avete cominciato ad avere questa impressione?

     

    -insisté il pittore.

     

    -Nel 1942. –

     

     

    -A questo punto richiamo l’attenzione del tribunale sul fatto che a quell’epoca la Lavanda dei piedi non era stata ancora posta in vendita. Anzi, non era ancora stata dipinta.

     

    Il presidente Boll si rivolse all’imputato:

    -Riconoscete sempre di aver dipinto questi falsi?

    -Sì.

    -Perché avete continuato, dopo l’Emmaus?

    -Ho deciso di continuare per trarre maggior profitto dalla tecnica che avevo messo a punto. Volevo continuare a servirmi di questa tecnica, che ritengo eccellente.

     

     

    Una immagine del processo lampo celebrato ad Amsterdam nel 1947

    contro Van Meegeren,reo orgogliosamente confesso.

     

    Requisitoria e conclusione del procuratore: il magistrato non poteva non tener conto di una certa indulgenza per un imputato che beneficiava della simpatia generale.

    Le frasi più dure pronunciate contro Han Van Meegeren si rivolsero a suo vantaggio, riconoscendo la grandezza della sua impresa:

    -Tutto il mondo dell’arte viene sconvolto e si comincia a dubitare anche del valore dei giudizi estetici. La sanzione più grave prevista dal codice penale è di quattro anni di reclusione. In considerazione dello stato di salute e della sensibilità dell’imputato, del rapporto psichiatrico e di altre circostanze attenuanti, chiedo al tribunale che la pena prevista sia ridotta della metà.

     

    Dopo una requisitoria tanto comprensiva, l’arringa dell’avvocato Heldring, della difesa, diveniva praticamente inutile: la difesa chiese «tutta l’indulgenza possibile »

    Il presidente domandò all’imputato se aveva qualcosa da aggiungere. Van Meegeren, con la massima calma, rispose negativamente. La corte si ritirava in camera di consiglio. La seduta era sciolta.

     

    Il 12 novembre 1947, Han Van Meegeren veniva condannato alla pena minima di un anno di reclusione.

     

    Il 26 novembre 1947 Han Van Meegeren entrò nella clinica Valerium. In precedenza aveva firmato una domanda di grazia rivolta alla regina. Il procuratore fece sapere in via ufficiosa all’avvocato del pittore che la grazia sarebbe stata accordata.

    Il 30 dicembrc 1947 Han Van Veegeren morì di crisi cardiaca. Un sondaggio d’opinione lo qualificava come l’uomo più popolare del Paese.

     

    F i n e

     

    Tratto da Enciclopedia del crimine

     

    ©Fratelli Fabbri Editori, 1974

     

    La storia di Han Van Meegeren e dei falsi Vermeer – prima parte

    La storia di Han Van Meegeren e dei falsi Vermeer – seconda parte

    La storia di Han Van Meegeren e dei falsi Vermeer – terza parte

    Leggi qui tutta la storia del caso dei falsi Vermeer

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