• Enciclopedia del crimine – La storia di Han Van Meegeren e dei falsi Vermeer

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    Questa è la storia di Han Van Meegeren,

    un pittore incompreso che divenne un falsario geniale

    ed in seguito, quasi, un eroe nazionale.

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    Henricius Van Meegeren, autore di numerosi testi scolastici, insegnava storia e letteratura inglese alla Scuola Normale per Istitutori di Deventer. Fautore di una disciplina severa, non tollerava, né a casa né a scuola nessuna deviazione comportamentale. La sua pedanteria lo aveva spinto a ignorare ed a respingere tutto ciò che anche da lontano potesse sapere di “arte”.

    Persino Terbooch, illustre pittore di Deventer, che in quella città era addirittura venerato, non rientrava nella sfera delle sue simpatie. Perciò, per quello spirito saturo del senso dell’ordine, era inconcepibile che uno dei suoi figli potesse mai permettersi una qualsiasi originalità creativa. Non senza vergogna almeno.

     

    I re e i leoni

     

    Han Van Meegeren era figlio di quel maestro. Nato il 3 maggio 1889, era il terzogenito della famiglia, che in tutto contava cinque figli. La madre, Augusta, dopo il matrimonio aveva dovuto rinunciare alle sue promettenti inclinazioni per la musica e la pittura. Questa sensibilità repressa affiorerà solo nel giovane Han, il più delicato e fragile dei suoi figli; Il disegno, presto, compenserà il suo complesso di inferiorità fisica, come dichiarerà lui stesso più tardi «Avevo inventato un mondo in cui io ero il re e i miei sudditi i leoni»

    Il padre, sospettoso per principio, era costernato per le esercitazioni del ragazzo. Strappava tutti i disegni del figlio e proibiva alla moglie ogni forma di approvazione per quella mania creatrice. In realtà, questi divieti insistenti davano ad Han un gran desiderio di ribellione.

     

    I colori

     

    Nel periodo delle scuole medie superiori, Han Van Meegeren fece un incontro decisivo. Bartus Korteling, il suo professore di disegno, era un pittore di gran talento. Van Meegeren diventò presto il suo migliore allievo e il professore gli accordò tutta la sua stima.

    A dispetto della dichiarata ostilità paterna, Van Meegeren trascorreva ormai tutto il tempo libero nello studio di Korteling. Questi lo avvicinava al gusto e alla maestria delle vecchie tecniche. Per Korteling, e presto anche per il suo allievo, la vera pittura si fermava al XVII secolo. I maestri, cui si ispirarono, erano Terbooch, Franz Hals, De Hooch, Vermeer.

    Van Meegeren, sotto la guida di Korteling, trovò la sua strada, ma anche i suoi limiti. Influenzato da un uomo che “non aveva tempo da perdere con i moderni”, l’apprendista pittore rifiutò le tecniche contemporanee, che giudicava facili e mediocri dal punto di vista tecnico, e s’impose l’obbligo di fabbricare personalmente i colori. Korteling lo iniziò con scrupolo a questa alchimia, che si rivelerà particolarmente efficace in una fase successiva della sua carriera.

     

    Il cinabro, minerale che contiene mercurio, gli dava ii vermiglione; la terra di Siena bruciata (un composto di argilla bruciata, ossido di ferro idrato e biossido di manganese) gli dava il rosso vivo; il giallo l’otteneva macinando l’ocra allo stato naturale e passandola poi al setaccio; per bianco usava la comune biacca; il nero era nero di carbone eccetera. Naturalmente, a quell’epoca c’erano già i colori sintetici, da altri largamente usati, e l’attitudine di Van Meegeren, sulla scia del suo maestro, è sintomatica della natura della sua scelta: piuttosto che pittored’avanguardia, sarà un artista della “tradizione”.

    Per un certo periodo, il conflitto che l’oppose per sempre al padre trovò una soluzione temporanea. Un compromesso accettato da entrambi. L’insegnante dovette ammettere che Han, di cui non apprezzava il talento, era però l’unico figlio che aveva frequentato gli studi superiori.

    A diciotto anni, Han Van Meegeren s’iscrisse all’Istituto di Tecnologia di Delft, per seguirvi, senza troppo entusiasmo, i corsi di architettura. Il padre tollerò quella decisione, che trovava appena compatibile con i suoi principi.

    Ma Van Meegeren dedicò più attenzione al corso di Belle Arti, che frequentava nello stesso periodo. La pittura lo appassionava più dell’architettura e lo impegnava moltissimo:. il Ragazzo trascorreva ormai le vacanze nello studio di Bartus Korteling, completando la sua formazioneartistica. Questo non gli impediva, ogni anno, di superare regolarmente gli esami.

     

    Al termine del quarto anno di studi, nell’estate del 1911, incontrò Anna de Voogt, eurasiatica, che viveva lontana dai suoi genitori. Il matrimonio ebbe luogo la primavera seguente, malgrado l’ostilità del padre: la ragazza era incinta. La coppia andò a vivere in casa della nonna di Anna, a Rijsmijk, in quanto non aveva i mezzi materiali per vivere.

    Erano queste le condizioni economiche di Van Meegeren, a 23 anni, quando cominciò a vendere le prime tele. Riuscì a piazzarne una mezza dozzina per delle cifre insignificanti. Incoraggiato dalla moglie, pensava sempre di più a diventare pittore professionista. Fu costretto quindi a dedicarsi a tutta una serie di attività che poté esercitare solo a discapito dei suoi studi d’architettura.

     

     Deventer

     

    La medaglia

     

    A Delft, ogni cinque anni, gli studenti organizzavano un concorso di pittura. La migliore opera presente era premiata con una medaglia d’oro, che conferiva al vincitore del concorso un certo prestigio e una notorietà interessanti, oltre a non disprezzabili introiti finanziari.

    Van Meegeren decise di tentare la sorte. Cominciò un acquarello, dopo avere scelto con astuzia il soggetto: l’interno della chiesa di Saint Laurent a Rotterdam. La complessità della struttura interna della chiesa gli diede l’occasione di sfruttare le sue conoscenze architettoniche e di dar prova della sua perizia di pittore alla vecchia maniera. L’esecuzione dell’opera monopolizzò tutto il suo tempo. Non superò un esame. Il padre gli accordò un prestito, pretendendo gli interessi, per poter ripetere l’anno scolastico.

    Finalmente ultimò il suo Interno di Saint Laurenr. La giuria del concorso, sensibile allo stile olandese tradizionale e al virtuosismo della tecnica di Van Meegeren, gli assegnò il primo premio all’unanimità.

    Divenne un artista noto, nella zona, e il suo acquarello fu venduto per una cifra considerevole (circa 10.000 euro di oggi N.d.R.).

    Eccolo ormai in condizione di poter richiedere, per le sue opere, compensi più elevati. Decise allora di sospendere i suoi studi d’architettura. Ora era un pittore.

    Però ci teneva a conquistare una elevata posizione sociale, e si presentò all’Accademia delle Belle Arti dell’Aia. Ottenne il titolo di “maestro d’arte”, il 4 agosto 1914. Van Meegeren aveva 25 anni. Scoppiò la prima guerra mondiale.

     

     

     

    Lo stesso interno

     

    Più tardi venne offerta a Van Meegeren una cattedra all’Accademia. La rifiutò per potersi dedicare con maggiore impegno alle sue opere. Tuttavia accettò, temporaneamente, l’incarico di assistente  del professor Gips, decano dei professoridi Delft, in quanto questo lavoro gli lasciava molto tempo libero. Ma il trattamento economico era alquanto insufficiente, tanto più che lui si era stabilito a Delft, e sua moglie aspettava un secondo figlio.

    La vendita delle sue tele, inoltre, non bastava a risolvere le sue preoccupazioni economiche. A questo punto, ebbe una trovata ricca di significato: Van Meegeren cominciò a dipingere un falso … Van Meegeren.

    L’Interno di Saint Laurent, l’acquarello che gli aveva valso la medaglia d’oro, era sempre lasua opera più nota. In segreto, ne fece una copia da vendere a un ricco collezionista. Contattò un compratore straniero che doveva quanto prima lasciare Delft. Bisognava convincerlo che si trattava dell’originale, mentre l’opera prima era una copia. La messinscena fallì, in quanto la moglie lo scongiurò di non tentare una manovra simile. La copia fu poi venduta per quello che era, e fu pagata cento franchi, cioè venticinque volte meno dell’acquarello originale.

     

    Van Meegeren cominciò a covare un certo risentimento contro il sistema commerciale che regnava nel mondo della pittura.

    Per lui, le due opere, assolutamente identiche I’una all’altra, ambedue di sua mano, avevano lo stesso valore.

     

    Han Van Meegeren

     

    Il mondo, il daino, l’alta società

     

    A parte questo incidente, il pittore continuò ad affermarsi. La sua bravura progrediva sempre di più e sebbene dipingesse nello stile tradizionale, si attirò la fiducia di un certo numero di amatori, che vedevano in lui “un artista da seguire”. Un mercante d’arte, Van der Wilk,gli fece presto un contratto, e nel 1916 organizzò la sua prima mostra. Bisogna dire che i suoi virtuosismi tecnici mascheravano la mancanza di unità delle sue opere.

    Le tele di questa prima mostra portavano indifferentemente lo spettatore dagli interni di chiese ai ritratti dei figlio addormentato” ai bagnanti sulla spiaggia, ai paesaggi agresti. Si trattava di disegni a matita, a penna, carboncini, acquarelli, oli su tela.

    Ma la critica sembrò non notare la diversità dell’insieme, e la mostra ebbe un successo clamoroso. Tutti i quadri furono venduti, e Van Meegeren si accaparrò la stima dell’alta società locale, che cominciò a ordinargli ritratti e a chiedergli prestazioni come insegnante privato di disegno.

     

    Intraprese anche lavori di carattere commerciale (manifesti, cartoline d’auguri), e l’episodio del daino è sintomatico di questa sua nuova attività. Van Meegeren, che aveva ottenuto il permesso di condurre nel suo studio il daino dell’allora principessa Giuliana, lo ritrasse in varie posizioni.

     

    Poi offrì i suoi lavori a un editore di calendari. Questi, che in un primo momento era tentennante, si convinse che l’opera era valida solo quando seppe che il daino era nientemeno che reale. Il quadro prescelto era destinato a un successo favoloso, in quanto fu poi riprodotto in migliaia di esemplari che invasero tutta l’Olanda.

    Van Meegeren intuì che il successo può avere anche basi equivoche e risibili, ma continuò a dipingere. Ma, proprio per questa attività, il giudizio della critica nei suoi confronti era ormai intaccato.

     

     

     

     

     

     

    Commercio, ordinazioni critiche

     

    … E il commercio continuò. Ora Van Meegeren guadagna parecchio con quei lavori dichiaratamente commerciali, che vanno a discapito della sua reputazione artistica ma che gli rendono fior di quattrini.

    La critica cominciava ormai a mettere in dubbio l’autenticità e la validità del suo talento e in giro cominciavano a mormorare che Van Meegeren era un “pittore finito”, che l’unica prospettiva che gli restava era quella di ritrattista dell’alta società. E non avevano tutti i torti.

    Van Meegeren infatti dipingeva alla maniera di Rembrandt e di Hals; i suoi quadri, tecnicamente perfetti, si potevano inserire soltanto in un arredamento costoso e lussuoso, quale potevano permettersi i grandi industriali o gli alti funzionari dello stato. I suoi prezzi, poi, erano in diretta proporzione con la pretenziosità delle opere.

    Dagli Stati Uniti gli venne offerto un contratto vantaggioso, ma Van Meegeren lo rifiutò: aveva sempre un’alta stima di sé ed era certo che un giorno o l’altro tutti avrebbero dovuto riconoscere il suo genio, malgrado la crescente indifferenza della critica nei suoi confronti. Ma queste erano, per il momento, solo fantasie che lo ossessionavano.

     

    Decise perciò di passare al contrattacco. Per fronteggiare una critica che lo ignorava, decise con i suoi due migliori amici, il pittore Theo Van Wijngaarden e il giornalista Jan Ubink, di creare una rivista, De Kemphaan (Il combattente), destinata a fare a pezzi la vanità e le pretese dei suoi giudici. Questo foglio cominciò infatti a sparare a zero sui valori artistici contemporanei e a esaltare fanaticamente e reazionariamente la Tradizione (con la t maiuscola) della Grande Pittura. Ma nel 1926, dopo una decina di numeri, De Kemphaan cessò le pubblicazioni.

     

    Svendita, errore, disprezzo

     

    Van Meegeren, impressionato dalle qualità di rivenditore del suo amico Van Wijngaarden, cominciò a restaurare quadri poco noti del XVII e del XVIII secolo, acquistati a basso prezzo dai rigattieri. Una tecnica perfezionata gli consentì di elevare quegli avanzi di magazzino alla dignità

    di opere d’arte. Attività anche questa molto redditizia, nei limiti permessi da un commercio onesto.

     

    Pian piano l’entità dei restauri aumentò sino a sfiorare la contraffazione: i limiti non vennero superati, ma il fatto fece dubitare i due uomini della virtù dell’onestà.

     

    Nel 1928 Van Wijngaarden e Van Meegeren scoprirono una tela che riconobbero subito come opera di Franz Hals. Si trattava del ritratto di un cavaliere, che, autenticato, sarebbe valso una fortuna. Operarono il restauro con certosina pazienza e presentarono l’opera al dottor Hofstede de Groot, un noto critico e studioso d’arte.

    Questi, senza esitare, riconobbe il quadro come opera del maestro e si offrì di trovare un compratore.

    Perfezionata la vendita, il critico d’arte Bredius, la cui incontestata notorietà aveva vigore di legge, dichiarò che si trattava di un falso. E la sua parola primeggiò su tutte le altre. Van Wijngaardendovette rimborsare l’acquirente. Van Meegeren, dal canto suo, attaccò aspramente l’infallibilità di Bredius. E da quel momento Van Wijngaarden decise di provare l’incompetenza assoluta degli esperti.

     

    Decise di trarre in inganno Bredius. Gli presentò un Rembrandt che lui stesso aveva dipinto in epoca recente. E l’arca di scienza, a prima occhiata, autenticò l’opera: era un vero Rembrandt, la cui vendita avrebbe fruttato un capitale. Bredius fece notare a Wijngaarden che il suo certificato di autenticità costituiva in un certo qual modo un risarcimento per il Franz Hals non venduto.

     

    Rembrandt: lezione di anatomia

     

    Van Wijngaarden, intransigente, preferì la vendetta al notevole guadagno. Con un gesto teatrale, sotto lo sguardo terrificato di Bredius, estrasse di tasca una spatola e si mise con calma atagliuzzare il “suo” Rembrandt. Anche se messo in ridicolo, Bredius non vedrà sminuire la sua autorità in materia: il commercio di quadri era più potente di una mistificazione, anche se brillantemente riuscita.

     

    Per Van Wijngaarden e Van Meegeren,l’incapacità della critica era più che mai confermata e gli ambienti artistici sempre più sottomessi alle convenzioni. Ma l’episodio del Rembrandt assunse valore di prova agli occhi di Van Meegeren: e un’incitazione a perfezionare il suo stile.

     

     

     

    L’emarginazione

     

    A quarant’anni Van Meegeren conduceva un’esistenza agiata. Da sei anni aveva divorziato da Anna de Voogt. La donna che ora frequentava più spesso, Jo de Boer, era la moglie di uno dei rari critici che gli erano favorevoli. Si sposarono nel 1929, ma il matrimonio non pose fine alle fughe sentimentali che il pittore di tanto in tanto si concedeva con le sue modelle.

    La rottura con il padre divenne definitiva: l’austero genitore lo rinnegò. E Van Meegeren ebbe un’ulteriore conferma del suo destino: la emarginazione totale.

    Le sue rare opere creative, impregnate di una torbida mollezza,, testimoniavano l’incertezza dell’ispirazione. Non riflettevano l’equivalente del suo furore, delle invettive e del disprezzo contro i suoi giudici.

     

     

    La forza che lo pervadeva era una volontà di potenza che non trovava riscontro nella realtà, che non riusciva a esternare tramite la pittura. Solo la sua donna, Jo, e uno sparuto gruppo d’amici, confortavano la sua convinzione di essere un genio censurato.

    Tutta la critica ormai disprezzava ironicamente lo stile desueto dei suoi “quadri popolati da leziosi caprioli che annusavano mandorli in fiore, o pianisti tipo Paderewski, ispirati dal fantasma del grande Liszt”.

     

    Nel 1932, per sottrarsi a quella che considerava una congiura generale contro di lui, Van Meegeren lasciò l’Olanda in compagnia della moglie. Dopo un soggiorno in Italia, la coppia si stabilì a Roquebrune, in Provenza, dove per caso scoprì una villa da affittare “La Primavera”, situata sul pendio di una montagna. Vi restarono sei anni.

     

     La messa in moto

     

    Considerata la situazione oggettiva e le sue aspirazioni, Van Meegeren prese una decisione: realizzare le sue ‘ambizioni’,  cioè i falsi. Con la precisione di un orologiaio sconvolto dal desiderio di vendetta, cominciò a rimontare il meccanismo del falso Rembrandt. Voleva dimostrare di essere in grado di eguagliare gli artisti più eccelsi, cioè, secondo il suo parere, Franz Hals, Terbooch, Vermeer. Voleva sbalordire una volta per tutte la critica. Voleva le lodi per interposizione di altri nomi famosi. E infine voleva che riconoscessero il suo valore: si propose di, rivelare la mistificazione quando questa avesse raggiunto un valore irreversibile.

     

    L’attuazione di quel programma richiese quattro anni di lavoro, di ricerche e di accaniti tentativi. Intanto continuò ad eseguire lavori su ordinazione (ritratti di ricchi turisti che frequentavano la Costa Azzurra) per poter finanziare la sua delirante impresa. Contrariamente ai comuni falsari,

    Van Meegeren non dubitò mai delle sue capacità di riprodurre un nuovo Vermeer o un De Hooch. Non si preoccupò mai delle difficoltà estetiche, tanto era sicuro del suo virtuosismo. Lo inquietavano solo i problemi tecnici. Come realizzare un quadro in modo che neanche le più minuziose indagini scientifiche potessero stabilire che non si trattava di tele vecchie di tre secoli? Il problema era di una complessità insospettabile. Ogni soluzione parziale rivelava nuove difficoltà. Van Meegeren, instancabile, le affrontava tutte.

     

    Come procurarsi tele e telai autentici? Molto semplice. Bastava acquistare presso qualche rigattiere quadri del XVII secolo di scarso valore artistico. E questo non era difficile. Un po’ più complicato era asportare i diversi strati di pittura, senza togliere lo strato di base, quello cioè che serviva di preparazione per la tela. Un lavoro delicato, lento, fastidioso.

     

    Come dipingere con i pigmenti di Vermeer? Lui non poteva usare nessuna sostanza che un’accurata analisi chimica avrebbe potuto rivelare come appartenente a epoche successive a quella in cui visse il grande pittore. Abbiamo già detto che Van Meegeren già da tempo preparava da sé i colori, e quindi in materia aveva una solida esperienza. Sapeva macinare a mano le materie prime che Vermeer impiegava per ottenere i suoi colori.

    Ma per la maggior parte, quelle materie prime non si trovavano facilmente in commercio ed erano molto costose. Van Meegeren riuscì a procurarsele presso i più grossi droghieri di Londra, Winsor e Newton.

     

    Come affrontare il problema, di gran lunga il più importante, delle piccole spaccature? Generalmente i falsi vengono individuati da questo particolare: la pittura a olio pare che secchi presto. In realtà secca soltanto lo strato superiore, mentre è noto che per l’essiccazione di tutti gli strati occorre almeno mezzo secolo. Dopo questo periodo cominciano ad apparire le piccole e sottili spaccature che col passar dei secoli si moltiplicano come la tela di un ragno.

    Se si vuole  dipingere un Vermeer, bisogna produrre artificialmente la rete sottile di piccole spaccature concatenate l’una all’altra, che può essersi formata in trecento anni. Inoltre, perché l’artificio non sia rivelato dalla radiografia della tela, è indispensabile che le spaccature si trovino in ogni strato di pittura, fino allo strato di base. Un quadro che presenti una rete di spaccature non uniformi e sovrapposte desta subito sospetti. L’abilità di Van Meegeren consisteva, dopo aver grattato una tela antica, nel dipingere conservando ogni minima fessura, a partire dallo strato di base. Così il falsario faceva risalire il tempo dal fondo della tela alla superficie.

     

     

     

    Un altro problema che si presentava era quello di far seccare la pittura in modo che sembrasse vecchia di secoli. Van Meegeren fece un mucchio di prove. Anzitutto era necessario un forno, e con questo un reagente chimico che impedisse ai colori, sottoposti a temperature elevate, di liquefarsi.

    I normali oli essiccativi – olio di lino, olio di papavero –  non erano idonei allo scopo: surriscaldando la tela, infatti, i colori si opacizzavano e si producevano un po’ dappertutto bolle d’aria e piccole bruciature. Gli oli essenziali (olio di lillà o essenza di lavanda) invece proteggevano meglio l’impasto, ma non consentivano l’indurimento voluto. Dopo parecchi mesi di sforzi infruttuosi, Van Meegeren decise di ricorrere, oltre alla sua profonda conoscenza della storia tecnica dell’arte, anche alle recenti scoperte della chimica contemporanea.

     

    Trovò una sostanza fondamentale per la realizzazione del suo progetto: la bachelite. Solida, molto dura benché costituita da liquidi sintetici, il fenolo e la formaldeide, la bachelite era appena apparsa in commercio. Van Meegeren utilizzò una miscela di fenolo e formaldeide per indurire completamente i suoi dipinti durante la ‘cottura’. È opportuno precisare che miscelare tutto l’occorrente non era operazione delle più semplici: la resina fenolformaldeide veniva disciolta in estratto di trementina; i pigmenti coloranti venivano mescolati a olio di lillà e costituivano

    l’impasto propriamente detto. Una volta mescolati questi due tipi di sostanze o con un colpo di pennello o, in precedenza, in un recipiente, Van Meegeren otteneva un tipo di pittura che:

     

    a) s’induriva come previsto al forno, cioè senza alterazione dei colori;

     

    b) favoriva l’apparizione rapida e perfetta delle spaccature nello strato di base (che, ricordiamo, proveniva dal diciassettesimo secolo);

     

    c) lasciava indubbiamente sulla tela qualche residuo di resina non evaporata, ma nessuno avrebbe pensato a cercarla sottoponendo la tela a un’apposita analisi chimica se non avesse sospettato l’impiego di quei prodotti specifici.

     

    Alla fine del 1934 Van Meegeren era riuscito a mettere a punto un procedi mento di pittura che sottoposto a una temperatura di 105 gradi centigradi in un apposito forno induriva perfettamente nel-l’arco di due ore, al punto che un normale solvente non suscitava nessuna reazione. Alla polvere avrebbe pensato più tardi…

     

    Van Meegeren  si mette al lavoro

     

    Fino a quel momento Van Meegeren aveva sperimentato separatamente i procedimenti

    elencati. Ora si trattava di provare se, nella globalità, la sua scoperta era valida. Le prime due tappe da percorrere erano la raschiatura dei vecchi strati di pittura e le spaccature.

     

    Aveva a disposizione una tela del XVII secolo. Si trattava di togliere i colori, conservando perfettamente lo strato iniziale. Van Meegeren si mise al lavoro. Acqua, sapone, pietra pomice, spatola e forbici.

    Un lavoro ingrato e interminabile. Ogni frammento di pittura doveva essere asportato separatamente. E ce n’erano migliaia. Il virtuosismo tecnico, l’infinita pazienza di cui il falsario diede prova, più che al genio erano da attribuire a una tenacia maniacale.

     

    Poi bisognava dipingere. Non importava, per ora, l’estetica: erano le prove generali. Van Meegeren ricoprì con una mano di tinta neutra la superficie della tela raschiata. Le spaccature riapparvero, con sua grande gioia. Ora aveva una superficie di lavoro molto levigata e idonea alla

    pittura, pronta a ricevere le sue miscele particolari. Fece qualche abbozzo, lo mise al forno. Il risultato era stupefacente: le spaccature ricomparivano.

     

    Ma Van Meegeren era un perfezionista. E divenne anche un virtuoso nell’arte di fare emergere le spaccature. Al lavoro del forno aggiunse dei procedimenti meccanici. Avvolgeva la tela uscita dal forno in un cilindro, la rigirava in tutti i sensi, appoggiava le punte della dita sul rovescio ed esercitava piccole pressioni. Infine da va una mano di vernice protettiva, quella che tutti i pittori danno per proteggere dipinti dall’azione deleteria dell’aria e della luce, e lasciava asciugare il tutto a temperatura ambiente. Le spaccature ottenute avrebbero resistito alla perizia più accurata.

    Ma l’uso della vernice protettiva poneva un nuovo problema. Nel corso dei secoli la polvere si annida in ogni minima fessura del quadro. Non si poter trascurare un particolare del genere. Van  Meegeren ideò un sotterfugio semplice ingegnoso allo stesso tempo. Dopo aver lasciato seccare la vernice, stendeva sulla tela una pellicola di inchiostro di china che penetrava in tutte le fessure impregnate di vernice. Ricordiamo che la sua pittura resisteva ai solventi. A Van Meegeren non restava che fare sparire inchiostro di china e vernice usando l’essenza di trementina. Nelle spaccature rimaneva un residuo d’inchiostro che simulava la polvere.

    Per dare al quadro il suo aspetto definitivo, il pittore dava un’ultima mano di vernice protettiva. Tutte queste operazioni, tra la scienza e l’alchimia, hanno ai nostri occhi un certo fascino.

     

    Continua …

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    Tratto da Enciclopedia del crimine

    ©Fratelli Fabbri Editori, 1974

     

    Le immagini dei quadri senza didascalia sono tutte di Han Van Meegeren

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