• Shoah: nei quaderni neri l’infamia nazista di Heidegger

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    Con un articolo di Antonio Gnoli citato nel testo e un articolo di Le Monde del filosofo francese Emmanuel Faye

     

    di Gian Carlo Zanon

     

    Quanti pensieri mi frullano nella mente da quando, due giorni, lessi un articolo di Antonio Gnoli su Repubblica, dal titolo Martin Heidegger – Nei “Quaderni neri” gli appunti segreti contro gli ebrei: Le posizioni antisemite dell’autore di “Essere e tempo” svelate dai taccuini ancora inediti.

     

    Il primo pensiero, naturalmente è stato, “ma che sta dicendo questo tizio? Non è vero che solo ora, dopo la scoperta dei “Quaderni neri”,  si sa del razzismo di Heidegger.″

     

    Nel libro, da noi recensito,  di Emmanuel Faye, Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia, pubblicato in Francia ben otto anni fa, e pubblicato in Italia nel 2012 a cura della filosofa Livia Profeti, per i tipi de L’Asino d’oro edizioni, vi sono delle indicazioni precise non solo sul razzismo di Heidegger ma anche sulla sua filosofia  che ha dato al nazismo teoria e legittimazione. 

     

    Gnoli, ho pensato, non è uno sprovveduto. E allora per quale motivo scrive senza un’ombra critica, che dopo il ritrovamentodi «tre quaderni, vergati da Martin Heidegger, di cui pochissimi conoscevano l’esistenza, nel mondo degli studi filosofici, soprattutto tedesco, c’è molto sbalordimento»?.  Ma, mi sono chiesto, dove stavano i filosofi? Cosa studiavano i filosofi? C’è veramente da sbattere la testa al muro – magari non la mia  di fronte a tanta criminale ottusità. E la parola criminale ha tutta la sua ragion d’essere, perché i filosofi, e i giornalisti che con i loro articoli veicolano la cultura, anziché svelare la verità la occultano. Anziché fare ricerca annullano la ricerca altrui.

     

    Come è possibile oggi meravigliarsi dell’odio feroce di Heidegger contro gli ebrei, ma non solo, se già nel 2005 nel libro di Faye stava scritto  «Sin dal 1916, scrive alla fidanzata Elfride: “La giudaizzazione della nostra cultura e delle nostre università è in effetti spaventosa, e ritengo che la razza tedesca dovrebbe trovare sufficienti energie interiori per emergere.(…) Le lettere di Heidegger a Elfride sono infarcite di odiose osservazioni antisemite, come ad esempio quando scrive, il 12 agosto 1920, che “gli ebrei e i profittatori sono ormai un’invasione”, o quando, il 19 marzo 1933, deplora il fatto che Jaspers, un uomo “puro tedesco, con l’istinto più genuino, che sente la più alta sfida del nostro destino e individua i compiti, resti vincolato dalla moglie», che è ebrea.»

     

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    Ma Gnoli e i “filosofi” tedeschi stanno in buona compagnia: Donatella Di Cesare, ordinario di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, membro della comunità ebraica di Roma e al tempo stesso, inspiegabilmente, vice presidente dell’Heidegger Gesellshaft, intervistata da Gnoli sul ritrovamento dei quaderni, risponde «Dopo aver letto queste pagine sono rimasta sconvolta», Non posso ovviamente rendere pubblico nessun estratto perché c’è l’embargo dell’editore tedesco fino alla data di pubblicazione dei tre quaderni, prevista per il 13 marzo. Ma le assicuro che il mio primo impulso è stato di dimettermi dalla carica di vice presidente».

    Quindi, dice Di Cesare, che il primo impulso è stato quello di dimettersi dalla associazione filosofica che patrocina  la diffusione del pensiero heideggeriano … ma poi, come diceva una famosa battuta, “s’è tenuto”. Per lo meno così io capisco da quanto è scritto sul giornale … ma spero di aver capito male, e sì, perché mi è venuta l’immagine di una madre iperprotettiva che difende il figliolo anche quando scopre che è un infame.

     

    Spero di aver capito male perché la professoressa De Cesare, sul significato di Weltjudentum, “ebraismo mondiale”, che come scrive Gnoli,  «Richiama scenari cupi, complotti internazionali, l’anticamera del peggior antisemitismo» quando Gnoli le chiede: «Davvero Heidegger se ne macchiò in modo indelebile?»  lei risponde «Per me quell’espressione è carica di minacce. Ed è inequivocabile sul piano del significato. È come se individuasse un nemico sugli altri: l’ebreo. Agli ebrei egli imputa la bastardizzazione del mondo e l’autoestraneazione dei popoli (…) ».

     

    Ma al di là delle inequivocabili affermazioni sui contenuti di quei quaderni “miracolosamente ritrovati” «Non bisogna essere troppo svegli per intuire che lì dentro, con ogni probabilità, ci sono i pensieri più compromettenti del filosofo sulla questione ebraica».

    A parte le affermazioni di Gnoli e di De Cesare assurdamente tardive, ciò che si intuisce leggendo l’articolo è che in realtà non c’è nessuna intenzione di fare una seria ricerca sul pensiero criminale di Heidegger,  né esiste una pur minima onestà intellettuale da parte di chi, se ne fosse in possesso, non dovrebbe avere remore nella ricerca forsennata della verità ad ogni costo. Invece Gnoli scrive: «…qui si cammina sul ghiaccio» e « …c’è molto fermento nella Heidegger Gesellshaft che, (…)  si interroga oggi su quanto di male stia accadendo.»

     

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    Più avanti invece si scopre che tutto sommato, in fondo in fondo, a guardare bene, qualcosina la professoressa De Cesare sapeva già:  «Grazie a lui, (a Arnulf Herman membro della Heidegger Gesellshaft, un uomo, dice la Di Cesare, generoso e di grande libertà mentale) alcuni di noi si sono resi conto che l’edizione delle opere complete di Heidegger presenta qualche manomissione. Sono state ad esempio eliminate alcune parole. La domanda è: perché superflue o perché compromettenti? Per ora ci limitiamo a questo».

     

    «… Per ora ci limitiamo a questo»… ma cosa si deve scoprire ancora su Heidegger per convincere queste istituzioni che il filosofo tedesco è responsabile dello sterminio degli ebrei ?

     

    Queste erano i pensieri che mi frullavano nella mente in questi giorni… il tentativo di renderli fruibili attraverso la scrittura non attenua il fastidio organico che mi provocano questi discorsi sconnessi che vogliono solo mentire per dissociare una coerenza che dovrebbe essere l’anima della cultura … quanti condizionali … dovrebbe essere così, dovrebbe essere colà, e invece.

     

    E invece nonostante che questo mentecatto cattonazista parlasse dei campi di concentramento in questi termini degni di un serial killer «fabbricazione dei cadaveri», Gnoli ha ancora dubbi amletici e dalla deriva del pensiero debole, anzi assente, si chiede «Dobbiamo essere indulgenti con un grande pensatore? Dobbiamo continuare a distinguere la sua filosofia dai suoi comportamenti?» .

     

    Ma non sono ancora soddisfatto. Non sono ancora soddisfatto perché Gnoli invece di definire Heidegger un cattonazista che, come ben racconta Faye, è responsabile della «… preparazione delle menti al processo che condurrà alla politica di espansione militare del nazismo e allo sterminio degli ebrei d’Europa» continua ad affermare che Heidegger fu in gran pensatore.

     

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    Ora mi chiedo che significato dare alla dizione “grande pensatore”. Secondo me un grande pensatore è un individuo che con il suo pensiero, e con prassi derivata da quel pensiero, ha permesso al genere umano  di fare un passo in più verso la realizzazione dell’umanità. Ad esempio, lo ha aiutato ad uscire dalla prigione dei bisogni primari, per permettergli poi di realizzare le proprie esigenze e la propria identità umana. Ad esempio ha scoperto la “noxa patogena” che fa ammalare l’essere umano privandolo dell’umanità e la  cura per ripristinare lo stato precedente alla malattia.

     

    Heidegger forse ha fatto qualcosa del genere? Non mi pare proprio. Heidegger ha passato la propria vita a creare un mondo a sua immagine e somiglianza, vale a dire un mondo dove l’istinto di morte viene liberato in quanto l’essere è solo «essere per la morte», naturalmente quella degli altri, meglio se ebrei in cui egli non  riconosceva nessuna qualità umana.

     

    Infine mi chiedo quanto sono colpevoli coloro che, come Sartre, Foucault, Binswanger,  ecc.,  hanno continuato su questa strada con i risultati che ben sappiamo … e sì come scrissi molto tempo fa c’è un mostro ancora nascosto nella cultura … ma ora so che si può abbattere.

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    Qui sotto potete leggere l’articolo di Antonio Gnoli

     

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     Repubblica 18.12.13

    Martin Heidegger

     

    Nei “Quaderni neri” gli appunti segreti contro gli ebrei
    Le posizioni antisemite dell’autore di “Essere e tempo” svelate dai taccuini ancora inediti

    di Antonio Gnoli

    Un migliaio di pagine. Vedranno la luce nel marzo del prossimo anno: tre quaderni, vergati da Martin Heidegger, di cui pochissimi conoscevano l’esistenza. Nel mondo degli studi filosofici, soprattutto tedesco, c’è molto sbalordimento. Il “Mago di Messkirch” (così era soprannominato dai suoi studenti) per circa quarant’anni (dall’inizio degli anni Trenta al 1975, l’anno precedente alla sua morte) tenne una sua navigazione segreta, quasi quotidiana. Immaginate quest’uomo, piccolo, taciturno, duro, sospettoso come un contadino dell’Alta Svevia che, la sera nella sua baita di Todtnauberg, dava libero sfogo ai pensieri più nascosti, e avrete una vaga idea di cosa siano questi quaderni (in tutto nove) che Klosterman (editore delle opere complete) ha deciso di pubblicare. Sono molti gli interrogativi che queste pagine suscitano.
    Vado ad affrontarli con la persona giusta: Donatella Di Cesare, ordinario di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, autrice di libri sull’etica ebraica, Gadamer e contro il negazionismo.

     

    Il prossimo mese uscirà con un testo su Israele e la filosofia(per Bollati Boringhieri) e in primavera con Heidegger e la Shoah. Di Cesare è una singolare figura di studiosa: è membro della comunità ebraica di Roma e al tempo stesso vice presidente dell’Heidegger Gesellshaft,la società filosofica che nel mondo raccoglie diverse centinaia di studiosi. Del resto, non aveva avuto Heidegger stesso allievi ebrei? A cominciare da Hannah Arendt e poi Karl Löwith, Leo Strauss, Emmanuel Lévinas: pensatori che hanno beneficiato, anche se in maniera contrastata, delle riflessioni del maestro. Ma in questi quaderni la materia che scotta non riguarda tanto, o solamente, la questione, ormai annosa, dell’adesione al nazismo, quanto quella più esplosiva del presunto antisemitismo di Heidegger.

    «Dopo aver letto queste pagine sono rimasta sconvolta», dice la Di Cesare, mentre indica sul tavolo le bozze dei tre quaderni. «Non posso ovviamente rendere pubblico nessun estratto perché c’è l’embargo dell’editore tedesco fino alla data di pubblicazione dei tre quaderni, prevista per il 13 marzo. Ma le assicuro che il mio primo impulso è stato di dimettermi dalla carica di vice presidente».

     
    Mentre la Di Cesare va a recuperare un suo libretto, sbircio tra quei fogli. Mi colpisce un’espressione: Weltjudentum, “ebraismo mondiale”. Richiama scenari cupi, complotti internazionali, l’anticamera del peggior antisemitismo. Davvero Heidegger se ne macchiò in modo indelebile? «Per me quell’espressione è carica di minacce. Ed è inequivocabile sul piano del significato. È come se individuasse un nemico sugli altri: l’ebreo. Agli ebrei egli imputa la bastardizzazione del mondo e l’autoestraneazione dei popoli. Potremmo dire che, in negativo, è il primo esempio di globalizzazione. L’argomentazione heideggeriana non si sviluppa però solo su un piano politico, ma assume anche contorni filosofici».

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    I Quaderni neri – l’immaginazione ci spinge a vederne i risvolti più inquietanti, sebbene la dicitura sia dello stesso Heidegger che lavorava su dei taccuini dalla copertina di quel colore – sono in tutto trentatré. A quanto pare due di essi sono andati perduti. Se ne conoscono le date: uno risale al 1931-32, l’altro al 1945-46. Con ogni evidenza, appartengono a periodi cruciali della vita del filosofo e dei tedeschi. Da un lato, la Germania entra nel suo periodo nazista; dall’altro, sconfitta dalla guerra, ne esce con tutte le terribili conseguenze che sappiamo. Chi sono i responsabili? Sarebbe stato interessante gettare un occhio sui materiali scomparsi. Vedere cosa Heidegger pensasse all’inizio e alla fine di quella storia micidiale: «Alla Klosterman sostengono che il filosofo prestò quei due quaderni e che non li riebbe mai più indietro. Hanno scritto perciò, nel loro sito, che se qualcuno ne fosse ancora in possesso è pregato di restituirli al figlio Hermann Heidegger. La cosa ha il sapore dello scherzo».

     

    Hermann – oggi ultranovantenne, figlio sì di Heidegger, ma che la moglie Elfride ebbe con un altro – è sempre stato un custode ortodosso delle opere del padre. Si sospetta che quei due quaderni siano stati sfilati da qualche “manina santa”. Perché? «Non bisogna essere troppo svegli per intuire che lì dentro, con ogni probabilità, ci sono i pensieri più compromettenti del filosofo sulla questione ebraica».


    Naturalmente qui si cammina sul ghiaccio. Ma c’è molto fermento nella Heidegger Gesellshaft che, non essendo la Spectre, si interroga oggi su quanto di male stia accadendo. Nel frattempo il ruolo che era di Hermann, in qualità di membro familiare presente nella società filosofica, è stato preso dal figlio Arnulf. Un uomo, dice la Di Cesare, generoso e di grande libertà mentale. «Grazie a lui, alcuni di noi si sono resi conto che l’edizione delle opere complete di Heidegger presenta qualche manomissione. Sono state ad esempio eliminate alcune parole. La domanda è: perché superflue o perché compromettenti? Per ora ci limitiamo a questo».

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     Heidegger è il primo a destra segnalato con un X

    Mi chiedo chi potrebbe essere il “perverso filologo”, o meglio il censore. E il pensiero corre a Hermann Heidegger, ai suoi celebri diktat editoriali. «Non lo sappiamo », si cautela la Di Cesare. Chiedo se dietro all’affaire non vi sia la longa manus di F. W. Von Herrmann, assistente di Heidegger, negli ultimi anni, e curatore di parecchie opere.

     

    Anche qui cautela. Ma sembra sia stato proprio Von Herrmann a impedire la pubblicazione di questi sorprendenti Quaderni neri. C’è un dettaglio rilevante, aggiunge la Di Cesare: «Heidegger in persona ha lasciato, tra le sue volontà testamentarie, l’indicazione che i Quaderni fossero pubblicati a compimento dell’edizione delle sue opere. Hermann Heidegger non si è mai pronunciato circa l’esistenza di questo lascito. Nessuno, fino alla primavera di quest’anno, ne sapeva nulla. Sono convinta che la loro pubblicazione non sarà un danno per l’immagine del filosofo. Lì dentro ci sono moltissime cose che chiariscono il suo pensiero».

    Dunque non solo un polemico atto d’accusa, ma anche una vertiginosa discesa nella sua filosofia. Spiega la Di Cesare: «Lo stile è diverso da quello che conosciamo. Di solito siamo abituati a leggere Heidegger attraverso i suoi saggi e le sue lezioni. Dentro una prosa oscura e meticolosa. Qui, in gran parte, si tratta di riflessioni che vengono svolte con un andamento aforistico, quasi di impronta nicciana. Sono considerazioni prevalentemente filosofiche ma con una continua presa di posizione su questioni attuali, anche politiche. Sono convinta che i Quaderni neri muteranno la visione che abbiamo di Heidegger».

     

    In bene? In male? Vediamo. Tornando alla spinosissima questione dell’antisemitismo c’è da aggiungere un particolare. Heidegger, secondo la Di Cesare, non parla mai degli ebrei come razza. Riporta quell’esperienza alla sua concezione metafisica. Quindi ne fa un problema filosofico. Come va intesa questa affermazione? Si sa che Heidegger pose sullo stesso piano americanismo, bolscevismo e, da ultimo, lo stesso nazismo, come manifestazioni dell’epoca della tecnica. Anche l’ebraismo, chiedo, finisce nello stesso calderone? Risponde la Di Cesare: «Proprio alla luce della rilettura che fa della storia dell’Essere, notiamo qui qualcosa di più radicale e diverso. In alcune pagine dei Quaderni parla di Entwurzelung, di sradicamento dell’Essere, e dice che questo “sradicamento” è imputabile agli ebrei. È un’accusa metafisica.

     

    Non c’entrano niente il sangue e la razza». E allora? «L’idea che mi sono fatta è che accanto a una questione filosofica ci sia in Heidegger una questione teologico- politica che non va sottovalutata. In fondo, leggendo Jacob Taubes e Carl Schmitt ci si accorge che le posizioni di Heidegger non erano poi così distanti. La cosa che interessava a tutti e tre era il lato messianico dell’ebraismo».

    Ma lo declinano in modi diversi, replico. «È vero, ma lo sfondo teologico-politico è il medesimo. Con questa precisazione. Quando Heidegger parla di sradicamento, in realtà sta alludendo alla forza messianica, planetaria, dell’ebraismo e reagisce come farebbe un conservatore della vecchia Europa. Ossia delineando uno scontro planetario (che del resto la guerra in qualche modo legittimava): da un lato lo sradicamento, dall’altro la Germania – che lui identificava con l’Europa – che deve rispondere con la forza del Boden ossia del radicamento al suolo, alla terra, alla dissoluzione planetaria. I passi contenuti nei Quaderni mostrano una profonda intuizione del messianismo. Heidegger capisce tutto. Stando dalla parte sbagliata».

     

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    Bisognerebbe, a questo punto, domandarsi cosa ha significato la lunga e perfino penosa reticenza da parte del filosofo nei riguardi di chi gli chiedeva una spiegazione delle mostruosità che erano accadute. Solo in un’occasione, per quel che ne so, Heidegger si pronunciò alludendo ai campi di sterminio. Parlò della «fabbricazione dei cadaveri». Poi più nulla. Salvo accorgersi che, in quelle sere passate nella sua “capanna”, i pensieri tornavano spesso su quel dramma. Quasi fosse un algido affresco dell’inferno. Dobbiamo essere indulgenti con un grande pensatore? Dobbiamo continuare a distinguere la sua filosofia dai suoi comportamenti?

     

    È su questo che i Quaderni neri oggi ci interpellano. E quel lungo silenzio – che Derrida interpretò come la scelta di un filosofo che non giudicava nessuna parola all’altezza di quella tragedia – andrebbe sciolto in una nuova consapevolezza. O quanto meno in una più evidente ragione sulle responsabilità della filosofia verso la politica.

    Qui sotto potete leggere l’articolo di Emmanuel Faye

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    Heidegger : Sa vision du monde est clairement antisémite

     

    LE MONDE | 28.01.2014 à 16h57 • Mis à jour le 29.01.2014 à 15h17 | Emmanuel Faye (Philosophe, professeur à l’université de Rouen)

    Heidegger, une philosophie du nazisme ? Des passages antisémites tirés des « Cahiers noirs » dans lesquels Martin Heidegger (1889-1976) a consigné ses pensées les plus personnelles suscitent la polémique. Dérive du célèbre penseur allemand ou légitimation intellectuelle de l’idéologie hitlérienne ? La controverse fait rage avant leur parution, en Allemagne, en mars.

     

    L’antisémitisme de Martin Heidegger est depuis longtemps bien documenté, tant dans ses lettres que dans ses cours. Par exemple, en 1935, écrivant à son collègue Kurt Bauch, membre comme lui du Parti national-socialiste, il déplore que se pressent à ses cours « juifs et demi-juifs ». Dans un séminaire d’éducation politique de l’hiver 1933-1934, il enseigne que « la nature de notre espace allemand (…) ne se manifestera peut-être jamais aux nomades sémites ».

     

    Et, dans un cours de la même année, il exhorte ses étudiants à se donner pour but, « sur le long terme », l’« extermination totale » de l’ennemi enté sur la racine la plus intime du peuple germanique. Qu’apporte donc de nouveau la publication imminente de ses premiers Cahiers noirs ? Pourquoi ce vent de panique parmi les heideggériens ?

     

    GUERRE DE SUCCESSION

     

    La querelle que l’on observe actuellement entre heideggériens se déroule sur fond de guerre de succession, notamment entre la Heidegger Gesellschaft, créée en 1985, et le nouvel Institut Martin Heidegger de Wuppertal, fondé en 2012 par Peter Trawny. Cela au moment où le fils, Hermann Heidegger, se prépare à passer la main au petit-fils, Arnulf.

     

    C’est le contrôle des éditions et traductions pour les prochaines années qui est en jeu. Dans ce contexte, l’ancienne ligne de défense, qui consistait à tout nier, s’est effondrée pour laisser place à ce que François Rastier a judicieusement nommé « l’affirmationnisme ». C’est Gianni Vattimo affirmant que Heidegger a eu le courage de s’engager en 1933, ou Slavoj Zižek soutenant qu’il a fait « le bon pas dans la mauvaise direction ». C’est maintenant Trawny qui reconnaît enfin l’antisémitisme foncier de l’auteur d’Etre et temps (Gallimard, 1986), mais pour louer la « liberté de pensée » et le « courage » de celui qui assume publiquement, mais de façon posthume, son hostilité radicale à l’égard du judaïsme.

     

    Outre les problèmes que pose cette évolution des lignes de défense, ce qui est particulièrement troublant, c’est la volonté, exprimée par Heidegger, de publier ses Cahiers noirs antisémites comme l’aboutissement du chemin tracé par les 102 volumes de son œuvre intégrale. Dans la situation actuelle, où nous ne connaissons que des bribes de ces cahiers, c’est principalement sur cette intention qu’il nous faut réfléchir. Il sera temps, après leur publication et leur lecture, de revenir sérieusement sur le contenu de ces Schwarzen Hefte (« Cahiers noirs »).

     

    La récusation constante, depuis les années 1920, de l’absence de sol et du déracinement de l’homme moderne, apparaît aujourd’hui comme l’expression, désormais explicitement assumée dans l’œuvre même, de ce qu’il nomme, dans ses lettres, l’« enjuivement au sens large » de la culture allemande.

     

    « ENJUIVEMENT AU SENS LARGE »

     

    Nous sommes donc en mesure de comprendre de quelle teneur est le « combat » dont il exigeait qu’il se poursuive, au § 74 de Etre et temps. Sont en cause non seulement l’individualisme moderne, la pensée rationnelle et la démocratie, qui participent de cet « enjuivement au sens large » qu’il pourfend, mais aussi ce qu’il nomme, dans son cours de 1932 récemment publié en allemand, le « christianisme juif ».

     

    C’est ce combat tout à la fois antihumaniste et antisémite, qui forme la trame du Combat actuel pour une vision du monde historique, pour reprendre le titre qu’il a donné à ses conférences prononcées à Cassel en 1925. Dans ces conférences, véritables matrices d‘Etre et temps, il fait sienne la formule du comte Yorck adressée à Dilthey, selon laquelle « l’homme moderne, l’homme depuis la Renaissance, est prêt à être enterré ».

     

    Or, cette « vision du monde historique », quelle est-elle ? En aucun cas il ne s’agit pour lui d’une représentation individuelle. Dans la conception qu’il défend, le monde n’est pas l’objet de ma pensée, c’est un espace commun pour un être-là, ou Dasein, toujours déjà enraciné en lui ; une existence non pas individuelle mais communautaire et exclusive, bref, dans le langage nazi de l’époque, völkisch.

     

    Comme il l’enseigne dans un passage capital de son cours du semestre d’hiver 1933-1934, peu avant son éloge vibrant de la « vision du monde national-socialiste » enseignée au peuple allemand par Hitler : « La vision du monde n’est pas une superstructure venant après-coup, mais un projet mondial qu’un peuple accomplit. »

     

    UN RACISME ONTOLOGISÉ

     

    Ce qu’Heidegger nomme vision du monde se distingue donc à la fois du concept d’idéologie élaboré par Marx dans L’Idéologie allemande et de la représentation consciente que nous pouvons former de notre environnement historique. La vision du monde national-socialiste n’est ni le reflet inversé de rapports historiques réels tels que l’envisage la pensée marxiste ni une conception collective à laquelle nous serions individuellement libres d’adhérer ou non.

     

    Uni sous la Führung (« commandement ») hitlérienne, le peuple germanique se trouve, par son être même, inscrit dans un monde ou espace commun dont sont exclus tous les autres. C’est d’un racisme ontologisé qu’il s’agit.

     

    Dans les quelques citations qui nous parviennent des Cahiers noirs, Heidegger soutient en effet qu’« avec leur talent calculateur prononcé », « les juifs vivent selon le principe de la race ». Il affirme en outre l’absence non plus seulement de sol, mais de monde du judaïsme.

     

    Telle est sa thèse antisémite : le supposé « judaïsme mondial », conçu par lui de façon nazie comme une puissance cosmopolite menaçante, qui exprime « le déracinement de tout étant hors de l’être », est ontologiquement dépourvu de monde, comme le nomade sémite est privé de toute révélation de l’espace allemand. En bref, le terme central de Etre et temps, celui de l’être-là comme être-dans-le-monde, apparaît maintenant dans toute sa violence discriminatoire.

     

    De même se trouve éclairée de manière nouvelle la lutte d’Heidegger contre ce qu’il nomme, dans un cours de 1929, la « dégénérescence de la vision du monde », à laquelle il oppose celle « entendue comme maintien ». De ce maintien dans l’être, de cette Haltung (« attitude ») aux accents héroïques, les juifs, parce qu’ils sont dépourvus de monde, sont d’emblée exclus. La radicalité de l’attaque se voit au fait que, de l’animal, Heidegger ne dit pas qu’il est sans monde, mais seulement « pauvre en monde ».

     

    Une œuvre peut-elle garder le nom de philosophie, quand elle se donne ainsi pour principe un racisme ontologisé ? La tentative d’inscrire l’antisémitisme dans l’« histoire de l’être », affirmée par Heidegger dans ses Cahiers noirs, est-elle réductible à une ultime aventure ou « errance » – selon le mot de Peter Trawny – de la pensée philosophique ? Il apparaît nettement qu’il s’agit d’une version ontologisée et mythifiée de la vision du monde national-socialiste.

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