• Mito, metamorfosi ed effetti collaterali. Da Ovidio a Kafka…

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    Quest’anno si celebra l’anniversario della morte di Ovidio avvenuta nel diciottesimo anno dell’era cristiana. La sua più famosa opera, Le metamorfosi, si riverbera nel romanzo più importante di Franz Kafka, La metamorfosi, apparso poco più di un secolo fa ,1815.

    Il 13 e il 20 novembre 2018, nelle sale del Camelliae Tea Room a Castiglione delle Stiviere (MN) sono andate in scena due improvvisazioni sul tema della “metamorfosi”.

    In queste due serate  dedicate alla metamorfosi, ovvero al tema della trasformazione del reale visibile ed invisibile nella letteratura occidentale, abbiamo provato a dare senso e significato a queste “trasmigrazioni”  fisiche, formali, psichiche, organiche. Lo abbiamo fatto andando a sondare le innumerevoli opere letterarie sul tema della metamorfosi, dai miti cantati da Ovidio a Kafka.

    I due testi che pubblichiamo qui sono i canovacci testuali a cui abbiamo attinto durante le due serate:  

     

    13 novembre – ore 19

    Mito, metamorfosi ed effetti collaterali

    Relatore

    Gian Carlo Zanon

     

    Pare, sembra, dicono, che quest’anno sia l’anno delle metamorfosi.

    Le insicure cronache dicono che nel diciottesimo anno dell’era cristiana moriva, in esilio a Tomis, un piccolo porto sul Mar Nero, l’autore dei quindici libri del Metamorphoseon, Le metamorfosi.  Oggi chi 2000anni fa moriva in esilio viene celebrato, mentre i nomi dei suoi nemici son diventati polvere storica.

    Oggi, a Roma, nell’anno 18 del terzo millennio dell’era sempre cristiana, più di 250 opere provenienti da circa 80 musei nazionali e internazionali, ci  parlano della poetica  di Ovidio resa parola e verso nella sua famosissima opera letteraria.

    La mostra, Amori, miti e altre storie, sarà dal 17 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019 alle Scuderie del Quirinale a Roma.

     

    Inoltre, a Milano, dal 18 ottobre a Palazzo Reale è possibile vedere alcune opere di Pablo Picasso dedicate alla mitologia. La quinta sala, è anch’essa dedicata a “Le Metamorfosi” di Ovidio a cui il pittore spagnolo si riferì in molte sue opere create nel periodo che va del 1929 al 1938.

     

    Un anno dopo, nel 1939,  Tommaso Landolfi pubblica La pietra lunare, romanzo che appartiene al filone letterario del “realismo magico” – o se vogliamo “real meravilloso” – in cui vengono narrate le strane disavventure di Giovancarlo, un giovane studente universitario che, tornato al paese natale per le vacanze estive, incontra una strana ragazza di nome Gurù. Incontro

    Gurù nelle notti di plenilunio si trasforma in capra (è una capra-mannara, come tiene a precisare il narratore). Tra i due nasce un’intensa storia d’amore, che finirà con una dolorosa separazione, che indica l’impossibilità del giovane a lasciarsi andare ad un rapporto irrazionale con l’altro da sé. Altro da sé in assoluto rappresentato dalle metamorfosi di Gurù  .

    La ragazza, come una ninfa dei boschi, lo sospinge verso quei luoghi dove ancora si possono incontrare le divinità dei boschi non pacificate dalla ragione: fauni, ninfe, ed esseri a metà strada tra lo stato ferino e quello umano. Gurù chiede al giovane di entrare con lei nel regno della fantasia, nella zona inquieta dell’irrazionale.

     

    L’autore racconta di bruschi passaggi tra un mondo popolato da esseri fantastici ed un altro perfettamente normale. Landolfi non dice mai se questi strani esseri esistano veramente nella realtà e se invece siano sogni, incubi, visioni.

    Non ci dice se Gurù si trasformi nelle notti di luna piena in un essere ferino, mezza donna, e mezza capra o se invece venga percepita in modo delirante dal protagonista maschile o se, a volte, egli la trasformi con la fantasia del sogno. Il lettore non sa esattamente se ciò che Giovancarlo ha “visto” e vissuto è allucinazione o sogno.

    Il romanzo è costruito da due realtà che scorrono parallele: la prima, dove la stupida ragione fa vivere gli esseri umani inutilmente incatenati alle abitudini di tutti i giorni; la seconda è quella della fantasia interna dove forse ci si può anche smarrire, ma senza la quale la vita degli esseri umani non è altro che, come diceva Shakespeare, un’inutile e vuota corsa verso la morte.

    Scritto negli anni violenti e bui del fascismo, il romanzo parla del rapporto con il diverso da sé. Narra di come questa ragazza ribelle piena di vitalità e fantasia venga percepita dal protagonista maschile. Giovancarlo per una breve estate riesce a tenere questo rapporto clandestino; solo per un breve momento egli accoglie in sé questa immagine irrazionale che sa dire cose che lasciano senza fiato: «Era tanto che ti attendevo… la notte ti chiamavo».

    Ma, forse, ciò che affascina di questo romanzo è la capacità dell’autore di far rivivere il mito della metamorfosi  rappresentandolo nel rapporto tra due esseri umani così diversi tra loro che sembra quasi, e sottolineo quasi, che essi appartengano uno al regno animale e l’altro all’umano. Lo farà anche in modo grandioso Cesare Pavese con il suo libro I dialoghi con Leucò.

     

    Prima che il logos devastasse la fantasia e l’irrazionale, gli aedi raccontavano delle metamorfosi, ovvero della trasformazione di dei e mortali, rappresentando un mondo dove tra natura animale e umana, se non addirittura tra natura vegetale e umana, vi era solo una piccola linea di confine facilmente valicabile. Quel superbo mondo, popolato da dei che rappresentavano l’essenza della realtà, con l’avvento del logos occidentale, scompare dalla cultura “alta” e ufficiale dominata dalla teosofia, ma rimane sotterraneo nel racconto popolare resistendo alla ragione e alle religioni monoteistiche che annullano affetti, passioni, cioè annullano quel pensiero umano che “sente” e “sa” dell’invisibile e lo rappresenta attraverso il mito e la fiaba e l’arte visiva.

    Quel sentire che invadeva l’oggetto percepito e vi abitava in forma di daimon, pur esistendo divenne invisibile, e, non appartenendo al logos, silente. Quell’innominato sentire, ignorato dalla filosofia della natura, divenne preda delle religioni monoteistiche che ricodificarono affetti, passioni, desideri. Quel sentire umano che “sente” e “sa” dell’invisibile, e che veniva rappresentato mitopoieticamente, divenne la banale anima contesa tra il sommo bene divino e il luciferino male. L’angioletto e il diavoletto insomma.

     

    Ma l’irrazionale scorre come un fiume carsico alla ricerca di una fonte dove riapparire.

    E così riaffiora superba l’imago mitica, universale, della donna … una donna non razionale né religiosa, una straniera alla folla: «Ma tu non ci vai alla chiesa?». «Non so» risponde Gurù « mi pare che quello non sia il mio posto».

    Come si dice “ciò che esce dalla porta, rientra dalla finestra” . Questa antico modo di intendere e conoscere la realtà visibile e invisibile è tuttora presente nella nostra cultura, anche se ancora considerato come cosa da bambini, come un oggetto superfluo, non riuscendo a comprendere che, una volta perduta la fantasia interna, la vita umana è un “non senso”.

     

    Negli anni trenta, mentre ragione nazifascista e religione cattolica e shintoista di stato si alleavano per dominare il mondo, facendo tabula rasa di ogni sentimento e affetto umano, artisti come Picasso e Tommaso Landolfi si ribellavano e andavano a rivisitare il mondo irrazionale della mitologia, quel mondo non omogeneo né razionale, qual mondo in continuo divenire dove le forme si trasformano dando vero senso alla realtà.

    Un realtà monolitica che non diviene, che non si trasforma,  può sembrare rassicurante ma è falsa. Lo sapevano bene due grandi registi cinematografici: Antonioni scisse, cito a memoria “l’uomo per tutta la vita cerca un equilibrio, se lo trova muore”; gli faceva eco Bergman “ciò che non si trasforma muore”. Quindi tutto ciò, anche il pensiero e il linguaggio, che è statico, che è monolitico come i dogmi, che non ha movimento che non subisce metamorfosi, è non pensiero perché è morto.

     

    Ma non sempre la metamorfosi è positiva. La metamorfosi non è solo evoluzione, e spesso, troppo spesso, è narrata come regressione umana verso uno stato ferino se non addirittura vegetale come accadrà a Dafne che si trasformerà in alloro.  Cercherà di dirlo a suo modo anche Franz Kafka nel suo romanzo più famoso La metamorfosi, pubblicato a Lipsia nel 1915 a cui dedicheremo la seconda di queste due serate.

     

    Questo immaginare la metamorfosi, nel senso di mutare di stato, come il lupo mannaro per esempio, o come la protagonista del film  “Il bacio della pantera” , si perde nella notte dei tempi e, forse, nasconde l’angoscia di perdere l’identità umana se ci lascia andare all’irrazionale o, come Dafne, non ci si lascia andare al desiderio per l’altro da sé. Ci si trasforma negativamente quando o non si fa ciò che si doveva fare Dafne, o si fa ciò che non si doveva fare come Bestia della favola la Bella e la bestia che uccide il cervo che celava la donna amata.

     

    In quel tempo mitico, in quell’“età dell’oro”, poeti e aedi, per raccontare l’amore, l’odio, le passioni, utilizzavano il mito. Ma la narrazione mitologica, anche se può sembrare assurdo, era un modo per decifrare la realtà, era “scienza”, o quasi. Il « (…) mito – scrive Sergio Givone nell’introduzione a Dialoghi con Leucò  – è, nello stesso tempo, qualcosa di necessario e di impossibile. Necessario perché è la sostanza stessa della nostra vita, che non è mai vita naturale e immediata ma sempre implica un investimento di senso …»

     

    Quindi i cantori, per accedere al reale, dovevano, prima, donargli un contenuto e quindi un senso. Contrariamente al sistema filosofico cristiano che assume la parola come principio di tutte le cose, “Prima era il logos” solo dopo aver dato un senso alla realtà la si  nominava dandole un nome:

     

    «Questi mortali sono proprio divertenti. – dice a Diòniso Demetra in uno dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese –  Senza di loro mi chiedo che cosa sarebbero i giorni. Che cosa saremmo noi Olimpici: ci chiamano con le loro vocette, e ci danno dei nomi. (…) Hanno un modo di nominare se stessi e noialtri che arricchisce la vita. (…) Chi direbbe che nella loro miseria hanno tanta ricchezza? Per loro io sono monte selvoso e feroce, sono nuvola e grotta, sono signora dei leoni, delle biade e dei tori, delle rocche murate, la culla e la tomba, la madre di Core. Tutto devo a loro».

    Difficile avvicinarsi al mito, difficile farlo con la leggerezza di Pavese che in questo passo dei Dialoghi con Leucò, invade questo mondo leggendario intuendo la portata poetico-conoscitiva della mitologia: eppure è dalla notte dei tempi che gli esseri umani fanno esperienza del reale nominando l’esistente in forma mitopoietica utilizzando la propria fantasia interiore.

    Nel mito l’esistente veniva ammantato di senso che arricchiva il reale. I più fortunati di noi continuano a farlo più o meno inconsapevolmente. Se così non fosse le antiche rocche achee sarebbero “percepite” solo come un ammasso ordinato di pietre; le grotte come fori nella montagna, e la culla, ovvero ciò che rappresenta il primo anno di vita, perderebbe quell’alone affettivo che diamo alle cose amate.

     

    Le metamorfosi narrano quindi della magia trasformativa di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa dal precedente.

    Miti antichi ma anche leggende popolari narrano di migliaia di metamorfosi. Come la leggenda della Grigna e della Grignetta, ovvero della guerriera anaffettiva e della sua sentinella trasformate  in montagne rocciose per aver ucciso il cavaliere innamorato,

     

    Alla guerriera bella e senza amore un cavaliere andò ad offrire il core,
    cantava: Avere te voglio, o morire!
    Lei dalla torre lo vedea salire.
    Disse alla sentinella che stava sopra il ponte:

    Tira una freccia in fronte a quello che vien su.

     

    Il cavalier morì trafitto, la perfida guerriera e la sentinella diventano montagne di pietra, la Grigna e la Grignetta… e questa è una leggenda lombarda che avrà un centinaio di anni.

     

    Ovidio nei suoi XV libri, de Le metamorfosi,  ultimati 2000 anni fa, narra decine di metamorfosi, spesso volute dagli dei. Narra di Dafne che per sfuggire ad Apollo si trasforma in alloro; racconta il mito di Licaone che viene trasformato da Zeus in lupo per punirlo della sua feroce antropofagia; narra di Io tramutata in giumenta per sfuggire alla rabbia di Era pazza di gelosia, narra di Tiresia il veggente che percuotendo due serpenti che si stavano accoppiando diventa donna, per poi rifacendo lo stesso atto ridiventare uomo, narra il mito di Eco e Narciso.

    Il mito di Licaone punito a causa della sua antropofagia, come d’altronde il mito del sacrificio di Isacco da parte di Abramo narrano in forma mitica di quei frangenti storici in cui vi fu il passaggio dai sacrifici umani a quelli animali.

    Il mito, la favola, la narrazione fantastica, e quindi anche molte narrazioni della bibbia che attingono ai miti ebraici, raccontando un fatto fantastico narrano sempre di alcuni aspetti di realtà storiche, ovviamente addomesticate dalla fantasia: la “guerra” di Troia per esempio fa divenire una grossa razzia, come poteva essere un saccheggio dei Vichinghi o  il sacco di Roma, in una guerra epica.

    I miti narrano di trasformazioni sociali come il passaggio da uno stato sociale fondato sul nomadismo e sulla pastorizia ad un altro fondato sulla stanzialità/agricoltura come nella leggenda di Caino ed Abele.

     

    I miti narrano anche dei rapporti interumani sempre turbolenti con l’altro da sé:

     

    La cultura occidentale ci consegna il rauco canto senza speranza per la conoscenza dell’Altro da sé: il Mito di Eco e Narciso. Narciso specchiandosi non si riconosce e può solo amare l’immagine di un se stesso o ciò che è a lui identico. Il giovane può ‘desiderare’ solo chi è uguale a se stesso, uguale come la figura che vede specchiandosi nelle acque.

    Il giovane non può amare Eco la Ninfa dei boschi perché non è uguale a se stesso. Nega e allontana da sé l’Altro che non riconosce, la bella Eco, così  diversa da sé. Narciso ha perduto la propria immagine interna, quindi non può né riconoscersi, né alienarla nell’altro da sé. E si trasformano entrambi, entrambi subiscono una metamorfosi, Narciso nell’impossibilità di separarsi dalla sua immagine riflessa scompare

     

    «Al posto del corpo trovarono un fiore: giallo nel mezzo, e tutt’intorno petali bianchi.»

     

    ed Eco, come scrive Ovidio, delusa:

     

    «Disprezzata essa si nasconde nei boschi occultando dietro le frasche il volto per la vergogna e da allora vive in antri solitari. Ma l’amore resta confitto in lei e cresce per il dolore del rifiuto. I pensieri la tengono desta e la fanno deperire in modo pietoso, la pelle si raggrinzisce per la magrezza e tutti gli umori del corpo si disperdono nell’aria. Non rimangono che la voce e le ossa. La voce esiste ancora; le ossa, dicono, presero l’aspetto di sassi. E così sta celata nei boschi e non si vede su nessun monte, ma dappertutto si sente: è il suono, che vive in lei.»

     

    Eco si è trasformata in rimbombo che risuona nelle valli. Il mito racconta della bellissima Ninfa della quale rimane solo la voce, un suono soltanto, il suono che canta di un amore tradito.

     

    L’immagine/idea della metamorfosi, ovvero il pensiero fantastico del passaggio da una forma ad un’altra di un essere umano, ma anche la trasformazione di un oggetto inanimato in un essere animato, fa parte integrante della cultura antica che ancora sopravvive nelle leggende popolari e nelle fiabe.

    Il mito di Pigmalione – che per esempio riappare nel film My Fair Lady di George Cukor narra di uno scultore che aveva modellato una statua femminile d’avorio, di cui si era perdutamente innamorato, tanto da dormirle accanto nella speranza che un giorno si animasse. Cosa che accadde, ed egli vide la statua lentamente animarsi, respirare e aprire gli occhi, era nata Galatea. Il mito della cosa inanimata che prende vita percorrerà il tempo fino a Pinocchio, fino al film di Tim Burton Edward mani di forbice, passando da Frankenstein o il moderno Prometeo di Mary Shelley. C’è di tutto nei miti, anche il passaggio da animato a inanimato come appunto la leggenda della  Grigna, o come nel mito ebraico di Sodoma e Gomorra in cui la moglie di Lot si trasforma in una statua di sale.

     

    Dar vita all’inanimato è anch’essa una idea di metamorfosi che trova le sue radici nella favola di Adamo ed Eva creati dal divino demiurgo, ovvero dal dio dei tre monoteismi in veste di impastatore di melma, ma anche in tutte le cosmogonie religiose in cui si passa da uno stato di natura ad un altro o dal logos al cosmo, ovvero dalla parola creatrice divina alla materia, come nel Vangelo giovanneo:

    «In principio c’era il logos e il logos stava presso Dio e Dio era il logos.  Lui stesso (il logos) in principio stava presso Dio. Tutto fu generato per mezzo di lui, (del Logos/Dio) e separatamente da lui non è stato creato un essere generato da se stesso. In lui  (Il Logos/Dio) era la vita e la vita era nella luce degli esseri umani, e la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta.»

     

    Questa “insalatona di parole” in odore di schizofasia, scritta tra  la fine del I secolo e l’inizio del  II secolo d. C., con cui inizia il prologo al IV Vangelo, viene attribuita dalla tradizione cristiana a un certo Giovanni. Così egli si presenta nel testo. «Sono Giovanni che “a causa della parola di Dio” , vive in esilio nell’isola di Patmos.» A Patmos, come mostrano persino le piccole icone calamitate vendute oggi nelle bancarelle dell’isola, Giovanni, viene raggiunto dalla voce di Dio, ed egli sotto dettatura  detta a sua volta a uno scriba il testo del IV Vangelo canonico. Quindi il IV Vangelo sarebbe una narrazione divina…

     

    Come tutti sappiamo il veicolo del sapere è la narrazione. La storia stessa è narrazione che può addomesticare e quindi trasformare il dato storico a suo piacimento: alcuni storici santificano la conquista del sud Italia da parte dei Savoia parlando di liberazione di un popolo soggiogato dai Borboni, altri invece narrano quella vicenda storica dandogli ben altro senso: aggressione  militare, rapina, saccheggio, e infine occupazione da parte dei “signori della guerra piemontesi”.

     

    E se si può discutere su una vicenda accaduta 150anni fa figuriamoci se non ci possono essere dubbi sulla formazione dell’universo così come non lo conosciamo ancora. Certo il buon senso ci può aiutare, ci può aiutare il radicamento alla realtà visibile ed invisibile, e magari ci possono aiutare anche gli anni di studi… l’uno e l’altro, buon senso e gli anni di studi, ci possono far sentire in imbarazzo quando una storica del Cristianesimo attua una metamorfosi storica trasformando non gli accadimenti ma dei fatti accaduti: il filosofo naturalista Giordano Bruno, che per primo intuì l’esistenza di “infiniti mondi” e che cercò nei suoi trattati ( De Magia e De vinculis in genere) di dare senso e nome all’invisibile della realtà umana, alle sue pulsioni, al suo desiderio, ai vincoli che prendono vita nei rapporti interumani. Bruno che scrisse opere di teatro e sonetti indimenticabili, che conobbe personalmente le grandi menti sparse in quella che ora è l’Europa e che dialogò con loro, ecco questo grande uomo che riprende la tradizione atomistica annullata da Platone duemila anni prima… grazie alla prodigiosa metamorfosi di alcuni “storici” del cristianesimo, Bruno si trasforma in un povero mentecatto che vagava nei centri di cultura europei, spacciandosi per un gran teologo. Ovviamente quando fu catturato, ma che dico catturato, fu invitato a risiedere nelle sacre galere, fu trattato benissimo dalla santa inquisizione che voleva a tutti i costi non solo salvare solo la sua anima ribelle, ma salvare anche il suo corpo … ma lui come scrisse il Giornale della Confraternita di San Giovanni Decollato, il giorno dopo il suo assassinio, «stette sempre con la sua maledetta ostinazione aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità» e quindi fu lui stesso ad accendere la pira che lo bruciò, ovviamente vivo sennò non avrebbe goduto abbastanza.

     

    Ecco come vediamo anche la narrazione di eventi storici può subire una metamorfosi.

    Ma forse è meglio tornare al mito, alle leggende, che narrano di prodigiose metamorfosi. Narrazioni di metamorfosi che vogliono, non si sa quanto consapevolmente, raccontare, non eventi storici realmente accaduti, come pretendono di fare le leggende bibliche ed evangeliche, ma i contenuti  e il senso della storia degli esseri umani e del loro pensiero.

     

    Basta leggere poche pagine del volume I miti ebraici di Robert Graves/Raphael Patai per rendersi conto che non esiste nessuna linea di demarcazione tra narrazione mitica e narrazione religiosa. Ed è ben difficile individuare il momento del cambio di testimone tra il cantore del mito che ammalia con la sua arte e il profeta invasato che opprime con la sua arrogante sicumera politica.

    Una mutazione sicuramente avvenne ma dev’essere pensata molto diluita nel tempo. Si sa però che, in epoca cristiana agli aedi fu vietato di narrare miti pagani.

    L’unica vera cesura avvenne quando un Re, un Imperatore, un Signore della guerra, un Capo popolo, decise per ragioni “politiche” di scegliere alcuni miti presenti nella cultura e di elevarli al rango di realtà.

    È quanto accade con Il Credo (o Simbolo) niceno-costantinopolitano, redatto in greco con l’attenta supervisione di Costantino I nel 325 d.C. e poi riaggiustato nel 381 d. C.

    Il Credo niceno è di fatto una narrazione mitica che però viene presentata come certezza di fatti storici avvenuti: il dio unico (ἕνα Θεόν) a cui ci si riferisce, è il creatore di οὐρανοῦ καὶ γῆς, (urano e gea) del cielo e della terra. Il figlio, che è ὁμοούσιον τῷ Πατρί, (fatto della stessa sostanza del padre), per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel grembo della Vergine Maria e si è fatto uomo.

     

    E questa è una metamorfosi: uno spirito si incarna – immagino come, visto il bellissimo angelo annunciatore – in una donna  e si trasforma in un uomo. E qui si giocano tutti i miti della fertilità: è difficile immaginare un seme che si trasforma in un albero, o un piccolo puntino nero che è un uovo di baco da seta divenire un bruco e poi una farfalla… eppure.

    Se sfogliate i Miti greci di Graves e i Miti ebraici che lo stesso Graves scrive a due mani con Raphael Patai, vi renderete conto di quante mortali vengono fecondate: da una pioggia d’oro Danae, da un cigno Leda. Altre vengono inseminate da amanti divini ma invisibili che non possono vedere come accade a Semele madre di Diòniso e a Psyké amante di Eros che genera Voluttà. L’antichissima  favola milesia di Eros e Psyke, molto simile a La bella e la bestia e a altre molteplici varianti,  è incastonata proprio al centro del romanzo di Apuleio, che, guarda caso, ha per titolo Le metamorfosi. Il Romanzo, che viene anche chiamato L’Asino d’oro, è l’unico romanzo antico in latino pervenuto integralmente. Scritto nella seconda metà del II secolo d. C.,  ha per tema le peripezie di Lucio che viene coinvolto in una storia magica a causa della quale – come avverrà a Pinocchio altro personaggio letterario che ha molto che fare con la metamorfosi di Apuleio –  verrà trasformato in asino. Qui la Fata turchina si chiama Fotide ed è una scaltra servetta devota alla dea Iside.

    Le metamorfosi di Apuleio rappresenta un po’ il canto del cigno delle narrazioni che trattano mirabolanti trasformazioni. il cristianesimo è alle porte e il sistema filosofico cristiano ha il terrore della parola trasformazione. Ogni forma vivente, vegetale, animale, umana, è creata da dio, lo spirito che la anima, è infuso da dio, dire che si possono trasformare è una incongruenza logica e una eresia. E così tutto viene paralizzato dal dogma. Dall’editto di Tessalonica, 27 febbraio 380, la religione cristiana diviene religione di stato obbligatoria e tutta la sapienza che non contemplata dai Vangeli canonici viene annullata:

     

    «noi, imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio Augusti, vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, (…); vogliamo cioè che, conformemente all’insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; (…) Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste.»

     

    In breve tempo verranno proibite tutte le forme di rappresentazione artistica che richiamino realtà che abbiano a che vedere col corpo, comprese le statue a tutto tondo, oppure opere letterarie che abbiano a che vedere con l’evocazione di realtà invisibili, come sentimenti, affetti, desiderio,  ecc.. Tutto, come nelle Confessioni di Sant’Agostino è riferito al dio cristiano.

    Le forme d’arte diverranno sempre più stilizzate e piatte, per quasi 1000 anni spariranno le sculture a tutto tondo, fino ad Arnolfo di Cambio, quindi fino ai primi decenni del 13mo secolo. Conseguentemente scomparirà quella tridimensionalità pittorica che se non perfetta era presente per esempio già nei dipinti pompeiani e in quel “miracolo” che sono gli affreschi di Santa Maria foris portas di Castelseprio in provincia di Varese di datazione incerta che va dal VI al IX secolo d. C..

    È chiaro però che il cristianesimo, seppur negandola, ingloba completamente la cultura precedente e quindi anche i suoi miti con le loro metamorfosi… metamorfosi che però ora si chiameranno miracoli e che avverranno solo se volute da Dio uno e trino o da qualche Santo farlocco dalle mani corrose dall’acido fenico.

     

    Il mito di Dióniso, narrato da Euripide nella tragedia Baccanti, e quindi reso pubblico circa settecento anni prima che si mettesse in scena il Credo niceno, narra una storia simile alla nascita del mitico figlio di dio: Dióniso che è figlio del padre degli dei del panteon greco e di una mortale, nel prologo della tragedia racconta la propria nascita dicendo (sostanzialmente): “Io sono Dïòniso, generato da Giove, e da Semèle figlia di Cadmo che per levatrice ebbe la folgore (di Zeus che la incenerì). Sono tornato a Tebe la terra che mi vide nascere lasciando le pianure di Lidia e di Frigia, ricche d’oro, le plaghe assolate della Persia, ecc. ecc. e mi sono spinto sin qui per rivelarmi ai mortali.”

     

    Dove stanno le differenze tra il testo redatto da Costantino I e il testo scritto da Euripide 700 anni prima? In realtà non c’è nessuna sostanziale differenza: abbiamo due divinità patriarcali con un potere assoluto Zeus e Yahweh – che nel testo niceno è rappresentato dal fonema Πατέρα Παντοκράτορα (padre che ha il potere su tutto) – ; abbiamo due figli scellerati entrambi dei: Dïòniso e Gesù; abbiamo due madri mortali chiacchierate: Semele e Maria. Dettagli, come quello dello Spirito Santo e della verginità della madonna aggiunti in un secondo tempo, non alterano certamente lo scenario della narrazione.

     

    Ciò che differenzia completamente i due racconti è il ritenere che il primo sia storia e il secondo una favola, quando in realtà entrambi sono favole che appartengono alla mitografia occidentale.

    «Il mito – scrive Umberto Albini nella presentazione de I Miti Greci di Robert Gravesè bisogno di spiegare la realtà, di superare e risolvere una contraddizione della natura (come nasca il primo uomo, per esempio) (…) il mito è struttura delle credenze di un gruppo, di un etnos (…) Ma come dice la parola, il mito è innanzitutto un racconto».

     

    Il mito quindi è una narrazione, un racconto, un racconto che però nasce, ha vita e si sviluppa seguendo la storia reale degli uomini con cui viene a contatto e che lo fanno vivere. Poi da alcuni di loro viene usato per definire il dominio su un territorio, come nei miti dell’autoctonia (come quello cantato nell’Eneide da Virgilio)  per accreditare a una dinastia un potere su territori ed esseri umani, e, a volte, viene invece codificato in canoni religiosi che lo “trasformano definitivamente in storia reale” : David ha fondato Gerusalemme, Mosè ha condotto il popolo di Giuda nella terra promessa, quindi Israele e la Palestina appartengono al popolo ebraico e l’Italia all’elmo di Scipio. Essì perché Persino l’inno di Mameli è un mito di fondazione : come il dio degli ebrei mantiene la promessa dando un territorio al popolo eletto secondo il mito fondativo  di Mameli L’Italia è schiava di Roma perché Iddio così la creò.

    Può sembrare assurdo, e lo è, ma storie narrate da comare a compare e da compare a comare per secoli a un certo punto, come per grazia ricevuta, assurgono al ruolo di realtà storica e guai a metterle in dubbio, guai!

    Esistono splendidi racconti sulla creazione dell’esistente che sono stati, nei secoli e tuttora, considerati dalle religioni monoteiste pericolose eresie. Ed esistono narrazioni  sulla genesi del “creato”, a cui attingono le religioni monoteiste.

     

    Comparando i miti arcaici e i miti ebraici che narrano l’archè, il principio di tutte le cose, la genesi dell’esistente, si può notare una sostanziale differenza: mentre nel mito ebraico della genesi ovvero della metamorfosi dell’universo – quella uscita vincente tra le molte narrazione della genesi e che poi si trasformerà in canone biblico – si afferma che l’esistente nasce dal nulla, nella mitologia pagana si dice che la terra irrompa dalla materia.

    «Quando Dio si dispose a creare il cielo e la terra, nulla trovò intorno a sé. Nulla trovò se non Tohu e Bohu, ossia il caos e il vuoto» Bibbia Genesi I –II 3

    Questa scelta dottrinaria, scrivono gli autori de I Miti Ebraici, «(…) fu ideata in sede monoteistica, la cosmogenesi, la genesi della terra non si poteva assegnare se non a Dio demiurgo e  creatore e quindi si annullò ogni preesistente elemento o ente che potesse considerarsi divino. Astrazioni come caos/vuoto (tohu wa-bohu), tenebre (hoshekh) e abisso (tehom) non avrebbero tentato nessun idolatra e così presero il posto delle antiche deità matriarcali.» Divinità matriarcali generatrici.

    Ergo nessuna immagine = nessuna idolatria: perché caos, vuoto, tenebra, abisso non hanno immagine, e quindi nessuna idolatria che ovviamente presuppone un idolo un ente, una esistenza. Bisogna riconoscere che sono dei geni và.

     

    Invece Nel mito pelasgico della creazione, presente ne I miti greci di Robert Graves, troviamo scritto: «All’inizio Eurinome, Dea di Tutte le Cose, emerse nuda dal Caos (…) divise il mare dal cielo e intrecciò una danza sulle onde. (…)  Si voltò all’improvviso, afferrò il Vento del Nord, e lo soffregò tra le mani: ed ecco apparire il gran serpente Ofione. Eurinome danzava per scaldarsi , danzava con ritmo sempre più selvaggio finché Ofione, acceso dal desiderio, avvolse nelle sue spire le membra della dea e a lei si accoppiò. (…) E così Eurinome rimase incinta».

     

    Tutt’altro clima narrativo direi! No? Qui di astrazione ce n’è ben poca. Non c’è neppure quella furia di dimostrare che prima che Dio creasse l’esistente c’era il vuoto e il nulla. All’inizio c’è il mare, il cielo, il vento. Non si sa da dove nasca la dea di Tutte le Cose, ma Ofione nasce dalla materia. C’è il desiderio, l’accoppiamento, la gestazione poi il parto «dell’Uovo Universale da cui scaturiscono tutte le cose esistenti, figlie di Eurinome».

    Nei miti cosmogonici avvengono le metamorfosi causate sempre da un rapporto tra due entità che ne generano una terza; nella genesi invece si crea dal nulla ed è miracolo, creazione pura, il pensiero/parola astratto e senza immagini di dio diviene sostanza, materia che si concretizza.

     

    Ancor più “materici” sono sia il mito della creazione della terra che la leggenda degli eroi culturali degli Aranda australiani, che donano, come farà Prometeo,  agli esseri umani strumenti come il fuoco e rudimenti conoscitivi necessari alla sopravvivenza.

    In questi miti si  concettualizza il  «divino” come “generato dalla terra” e non da essa staccato e ad essa contrapposto.» Entrambi i sessi nei miti erano rappresentati, le antenate femminili costituivano già a pieno titolo un “secondo sesso” , e non erano semplicemente versioni inferiori ed imperfette degli antenati di sesso maschile come lo è Eva per il monoteismo.  Dopo essere emersi dai loro giacigli le antenate e gli antenati totemici degli Aranda «iniziarono a girovagare sulla superficie terrestre. Le loro azioni e i loro vagabondaggi diedero vita a tutte le caratteristiche fisiche del paesaggio dell’Australia centrale.»

     

    La narrazione biblica, e poi quella cristiana e poi quella mussulmana tentano, riuscendoci, di far credere che la storia dell’umanità sia, sin dal suo inizio, tutta inscritta in un disegno divino imperscrutabile. I protagonisti di questo sistema mitologico, da Adamo a Mosè, da Caino a Giuseppe, da Gesù a Maometto, sono solo ingranaggi della macchinazione divina o se volete attori principali di quel teatro mundi messo in scena da un regista onnipotente e tirannico che ha scritto il suo copione quando ancora l’esistente non esisteva.

    Un copione tragicomico che però deve essere creduto realtà: Come scrive Auerbach nel suo testo Mimesis «Il fine religioso determina però una pretesa assoluta di verità storica. La storia d’Abramo e d’Isacco non è documentata meglio di quelle mitica che narrano d’Ulisse, di Penelope e dell’Orestea. Sono tutte narrazioni mitologiche. Ma al narratore biblico, è necessario credere, credere  alla verità oggettiva del sacrificio d’Abramo» (…) Chi racconta simili storie in realtà  «è un bugiardo consapevole: non un bugiardo come Omero che mente per dar piacere, bensì un mentitore politico, ben consapevole del fine e che mentiva nell’interesse di una volontà di dominio. (il narratore) mirava alla verità. Guai a chi non credeva in essa.» (…) «Il mondo delle storie della sacra scrittura non s’accontenta di voler essere la vera realtà storica, ma afferma di essere l’unica vera» (…) «Le storie della sacra scrittura non si prodigano, come fa Omero, per attirarsi la simpatia, non ci lusingano per allietarci e incantarci; ci vogliono assoggettare, e, se ci rifiutiamo siamo dei ribelli».

     

    … e per ritornare a parlare di metamorfosi si dovrà aspettare la ribellione al positivismo dei maestri della  narrazione gotica, e Franz Kafka… e poi Picasso che negli anni Trenta dipingerà una testa di fauno che assomiglia moltissimo a quel dipinto del 1904 El loco, (il pazzo) dedicato al suo amico morto in manicomio (A mí buen amigo Sebastià Junyent) … forse voleva rappresentatre la metamorfosi da una realtà umana ad un’altra in cui, divenuti disumani, ci si avvicina allo stato ferino? Ma chissà!!!

     

    le metamorfosi del ‘900 sono angosciose e richiamano la depressione causata dalle intemperie dei rapporti umani… ne parleremo la prossima volta attraverso le ossessioni di Kafka.

     

    SIPARIO

    Leggi qui il canovaccio della seconda serata dedicata a Kafka

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