• Gli insepolti

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    di Giulia De Baudi

    Questa mattina appena sveglia ho acceso la radio e lì la voce di un uomo dall’accento siciliano diceva che avrebbe accolto nella sua tomba di famiglia due delle tante salme di sventufrati morti in mare qualche giorno fa. Sapendo quanto la cultura del Sud Italia rispetti le tradizioni, mi risulta tanto “strano”, quanto encomiabile, questo atteggiamento che mette sullo stesso piano uno straniero sconosciuto e un proprio congiunto. Certo la povera zia Concettina mai se lo sarebbe aspettato di riposare in sæcula sæculorum accanto a un “clandestino”, ma, come diceva Totò, la morte è una livella e i morti sono gente seria: “nuje simmo serie … appartenimmo à morte!”.

    Chiedo scusa se uso un tono un po’ troppo leggero per narrare questa vicenda che possiede invece, come vedrete, dei significati molto profondi e tragici. La persona che ha aperto la porta del sepolcro di famiglia per ospitare le salme dei due disgraziati insepolti, durante l’intervista ha affermato come i due sconosciuti per lui fossero come un fratello e una sorella e che non ci si può estraniare da queste morti tragiche in quanto appartiengono a tutti noi: «… non possiamo girare la faccia dall’altra parte» ha detto in tono fermo.

    L’ultima frase di quest’uomo che sa vivere in modo umano la pietas dovuta ai defunti, mi ha fortemente colpito: egli probabilmente senza saperlo, parlando di facce “che si girano dall’altra parte”, nominava con parole di uso comune la pulsione di annullamento (1) … e allora il cervello ha creato strani nessi. Poi, attraversando quegli invisibili ponti neuronali, ho pensato al significato del sepolcro che è un luogo di separazione in cui entrano in gioco il tempo interno e gli affetti di chi rimane. E so che molte persone lontane centinaia e migliaia di chilometri dalla Sicilia hanno pianto per quegli sventurati. Lo so perché una di loro, Susanne Portmann, ci ha mandato una poesia con il giusto suono della separazione affettiva. Una poesia che forse solo ora, mentre sto scrivendo questa … “cosa”, comincio a “sentire” con le viscere. Ho sempre pensato, con Emily Dickinson, che la sinestesia fosse una manifestazione dell’umano, e certamente non invidio chi ne è privo.

    La separazione è un momento ripetuto molte volte nel corso della vita. E parlo solo delle separazioni importanti. Parlo soprattutto di quei passaggi tra uno stato fisiologico e un altro che gli umani di ogni latitudine hanno codificato culturalmente e/o religiosamente con quelli che vengono definiti dagli antropologi “riti di passaggio” : nascita, allattamento, svezzamento, visione dell’altro diverso da sé, pubertà, rapporto sessuale con l’altro da sé, maternità, e infine la morte.

    Ma oggi vorrei riuscire a parlare di quelle separazioni che, se fatte in modo anaffettivo, cioè “girando la faccia dall’altra parte” per una incapacità psichica di affrontare la realtà profonda dell’evento storico, si trasformano in annullamento. Annullamento vissuto inconsciamente che non permette la separazione e la conseguente elaborazione dell’evento storico“traumatico”. Annullamento che cristallizza il ricordo impedendo che esso si trasformi in memoria contenente i veri contenuti affettivi.

    Ho letto da qualche parte, ora non ricordo dove, a proposito del cadavere del boia delle Fosse ardeatine, che tutto sommato un morto è un morto e che quindi è inutile scalmanarsi sul luogo in cui deve essere tumulata la sua salma. Questo è un caso di annullamento del senso della realtà storica molto pericoloso. Certo fisiologicamente un morto è equiparabile ad un altro morto, ma da un boia non ci separa allo stesso modo in cui ci si separa da una persona amata o da un innocente. Priebke lo avrei tumulato in un luogo attiguo alle Fosse ardeatine; ne avrei fatto una colonna infame a perenne memoria della sua inumanità. Avrei scritto su una lapide ferrosa “qui è sepolto un infame, un essere che ha cancellato con la sua disumanità tante vite innocenti”. E lo avrei lasciato lì , legato alla sua gogna, a ricevere il perenne biasimo della società civile o gli applausi di chi si identifica con il nazifascismo. Su quella tomba si sarebbe potuto tracciare il confine tra umano e disumano. Invece si è deciso di “girare la faccia dall’altra parte” nascondendone il cadavere da cui erano già fuoriusciti i vermi lefebriani mostrando il loro vero volto.

    I crimini economici e le loro ricadute politiche  e sociali che si stanno consumando in quelle che fra non molto anni saranno le ex società opulente dell’Occidente, sono dovute in gran parte agli “insepolti”. Cioè a tutti quei milioni di individui assassinati durante la storia recente, ma anche antica, in nome di un dio o di una ideologia , o di una pretesa ragion di stato, come ad esempio “lo spazio vitale” o “l’esportazione della democrazia” auspicato, il primo, dal sistema filosofico-nazista di Heidegger , e voluta, la seconda, dalle corporations finanziarie americane sbandieranti vessilli liberisti.

    Molti di noi si saranno imbattuti in un filmaccio americano in cui una casa costruita su un antico cimitero pellerossa viene invasa da spiriti vendicativi che devastano intere famiglie. Ebbene questi film di bassa lega, con una certe dose di fantasia, rappresentano una verità sacrosanta: ogni annullamento chiederà un risarcimento in termini di malattia psichica a chi lo genera, che questi sia un individuo o una società intera. E la società americana, ha costruito le proprie case e i propri grattacieli sui cadaveri di milioni di nativi. Manhattan, che costituisce il nucleo storico della città di New York, deve il suo nome alla lingua degli unami. Il nome è una storpiatura della parola Mannahatta, che nella lingua dei nativi significava “isola con molte colline”.

    famiglia

    Gli americani che , come recita il preambolo della loro Costituzione sono stati, «dotati dal loro Creatore di taluni diritti inalienabili; fra questi diritti, vi sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità- benessere (Happyness).» ritengono che la parola “uomini” usata nel documento si riferisca ai soli abitanti delle terre dove garrisce la bandiera a stelle a strisce. Probabilmente credono di essere i soli ad essere simili  a colui li ha creati a “propria immagine e  somiglianza”. E, in quanto modelli di perfezione, devono “esportare la loro democrazia” ovvero obbligare i “diversamente umani” ad aderire ai loro ideali consumistici. Se non lo fanno sono solo feccia da sfruttare come fecero con gli africani per i cent’anni che seguirono le parole scritte nella Costituzione USA di cui parliamo.

    Naturalmente la storia criminale dell’America, passando dal massacro di Wounded Knee del 29 dicembre 1890,  alle due bombe atomiche sganciate si Hiroshima e Nagasaki per finire alla “guerre di liberazione” del Vicino Oriente gonfio di petrodollari, si fonda su una radicata volontà di annullamento della realtà umana di chi non è americano.

    Wook mimassacro di Wounded Knee

    Detto questo non ci si deve meravigliare se individui vissuti nell’annullamento totale della realtà storica e della verità sulla realtà umana, uccidano senza alcuna ragione apparente, intere classi scolastiche. Questi killers sono il frutto di una cultura che li acceca affettivamente rendendoli  incapaci di vedere nell’altro da sé un essere umano. D’altronde alle camere a gas ci si arriva per gradi annullando prima culturalmente la realtà umana di ebrei, testimoni di Geova, comunisti, rom, handicappati, malati di mente, ecc. ecc..

    Non è che noi in Italia stiamo messi meglio degli americani, anzi. La cultura cattolica di cui è imbevuta la nostra società altera i  contenuti storici stravolgendoli in modo agiografico o ideologico per creare una realtà che non è mai realmente esistita.

    La realtà culturale si muove in modo irreale: tempo fa ho assistito ad un incontro in cui veniva presentato un libro di una scrittrice, ebrea, docente di storia contemporanea all’Università di Roma , che narrava di particolari eventi della shoah. Ad una straordinaria proposizione di una ragazza del pubblico in cui veniva detto a chiare lettere che per capire la shoah era assolutamente necessario capire perché i carnefici non riconoscessero una loro somiglianza di identità umana con le vittime, la scrittrice caparbiamente opponeva un “come” senza senso. E il “perché” evoca i contenuti dei fatti accaduti, il “come” la forma in cui sono accaduti”. E a me sembra indispensabile la comprensione del perché , cioè dei contenti psichici di una generazione che ha, in modo delirante, determinato prima la mutazione in animali e poi la morte atroce di sei milioni di esseri umani.

    Io ho pensato che quella ottusità fosse dovuta al problema palestinese: il riconoscimento di una disumanità nei carnefici dovuta all’annullamento della realtà umana della vittima, avrebbe dato contenuti e quindi una profondità storica a ciò che sta accadendo in Palestina.

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      Bergen-Belsen 1945 guardie carcerarie tedesche

    obbligate a gettare i cadaveri nelle fosse comuni

    per impedire epidemie

    I palestinesi, assassinati anche dall’informazione mediatica, vanno ad unirsi ai milioni di insepolti dalla storia-non storia che nasconde la verità negli “armadi della vergogna” e cerca fino all’ultimo di impedire, come hanno fatto e continuano a fare i politici italiani, che importantissimi archivi storici, tra cui i ventisei chilometri di scaffali di Bad Arolsen, vengano resi consultabili da tutti coloro che cercano una parola o una foto che gli permetta di separarsi da un congiunto scomparso per sempre.

    Ma chi sono gli insepolti di cui parlo nel titolo? Gli insepolti sono, per esempio,  gli anarchici e i trotskisti trucidati durante la guerra civile spagnola dai comunisti e Togliatti che ne comandò gli eccidi per conto di Stalin; gli insepolti sono i 900.000 Tutsi sterminati dalle squadre della morte cattoliche di etnia Hutu; gli insepolti sono persone come Piergiorgio Welby a cui la Chiesa di Roma non riconobbe la dignità umana; gli insepolti sono i desaparecidos che devono la loro morte anche a chi, come Bergoglio, girò la faccia dall’altra parte come fece Woytjla che fu amico e consigliere dei loro assassini. Gli insepolti sono tutti coloro a cui è stata mutata la verità storica per ideologie religiose, per sporche ragioni politiche, per farne dei finti miti, e che attendono ancora la degna o l’infame tomba del vero ricordo.

    Gli insepolti sono tutti coloro che nella storia-non storia non hanno trovato la propria verità vera.  Gli insepolti della storia-non storia sono coloro che non permettono ai viventi che continuano ad annullare la loro realtà, umana o disumana che sia, il divenire delle esigenze umane.

    Senza queste elaborazioni di lutto e la successiva separazione affettiva, di odio o di amore che sia, è impossibile seguire un pensiero e una prassi di trasformazione della realtà sociale in senso umano. Senza separazione è impossibile riconoscere l’altro per quello che è, avendo sempre presente che fu, alla nascita, un uguale a noi. Vedere l’altro nella sua essenza storica permette di creare con le proprie idee, e non per grazia ricevuta come indica la Costituzione americana, una ricerca della felicità per tutti … ognuno in rapporto con l’altro seguendo il proprio destino che non è “scritto nelle stelle ma è in noi stessi”.

    Aveva torto Totò quando diceva che la morte è una livella. L’infame rimane infame anche da morto …  anch’io, pur non appartenendo alla morte, sono una ragazza seria.

    21 ottobre 2013 –

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    1) Pulsione di annullamento

    Nel 2011 venne pubblicato in Germania Todestrieb und Erkenntnis, la traduzione del primo libro di Massimo Fagioli Istinto di morte e conoscenza pubblicato la prima volta in Italia nel 1972. In quell’occasione, alla fiera del libro di Lipsia, la psichiatra tedesca Hannelore Homberg, durante la presentazione del libro affermò: «Todestrieb und Erkenntnis offrirà, risposte inedite ai tanti che in Germania fanno ancora i conti con l’enorme problema del nazismo.  Le radici pulsionali dell’anaffettività scoperte da Fagioli potrebbero dare una risposta estremamente importante e innovativa alla loro domanda come è potuto accadere, evitando però ogni pessimismo su una natura umana sempre pensata come necessariamente malvagia ed aggressiva».

    Dubito che senza la scoperta dello psichiatra Massimo Fagioli che indica nell’anaffettività la ragione primaria della “distruzione pulsionale” dell’altro da sé, si possa decriptare la Shoah e rispondere alle domande “come è potuto accadere? O meglio perché è accaduto?

    Dubito anche che senza la scoperta delle “radici pulsionali dell’anaffettività” si possano interpretare gli accadimenti politici e sociali contingenti che drammaticamente assomigliano, non strettamente nella forma, ma nei contenuti, a quella porzione di storia … verrebbe da dire “da dimenticare” ma in realtà da tenere ben presente per non permettere che si ripeta.

    GianCarlo Zanon (leggi qui tutto l’articolo

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    • Mi scuso molto se scrivo questo messaggio che non c’entra nulla con il contenuto del suo articolo (non so dove altro farlo) ma da molti giorni non riesco più a inviare gli altri commenti all’articolo “Eguaglianza e libertà di pensiero e di espressione non possono proprio percorrere insieme la strada della storia?” scritto da Gian Carlo Zanon e che si trova nella sezione dedicata a Cuba.
      Ogni volta che provo a pubblicare quello che ho scritto vado sul pulsante “invia commento” e vedo la pagina che ritorna all’inizio dell’articolo senza che il commento venga visualizzato, mentre i precedenti che ho pubblicato li accettava immediatamente rimanendo in attesa di approvazione.
      Mi scuso ancora per aver invaso questo spazio ma con l’occasione ho segnalato il problema sperando si risolva.
      Aureliano

      • vado a controllare…
        G.D.B

      • non trovo quell’articolo … mi metta il link in un commento … grazie
        G.D.B

        • Mi scusi, mi ero confuso, quello che avevo scritto era il sottotitolo. Il titolo dell’articolo è “Cuba – Le molteplicità dell’essere e del non essere”.

          • Aureliano provi ora a commentare , forse c’era un sovraccarico di commenti…

            Grazie
            Giulia D.B.

            • Ho provato a inviarlo ma continua a non accettare il commento.
              In questi giorni avevo terminato di scrivere anche gli altri che mancavano ma vedo che non riesco a pubblicarli.
              Non so se riuscirà a risolvere il problema, spero di si, perché mi dispiacerebbe aver scritto anche gli altri e non riuscire a pubblicarli in risposta a Mario e anche a chi avrebbe potuto casualmente leggerli.

            • scusa ma per caso hai messo qualche link? perché i link li rifiuta … se è sì togli i link e prova ancora , se non riesci mettili qui che li trasferisco io nell’articolo su Cuba.

            • Aureliano sicuramente c’è qualcosa che impedisce , se non riesci a postarli mandali qui a questa email igiornielenotti@yahoo.it

    • Ho seguito il suo suggerimento e le ho inviato i commenti all’indirizzo e-mail che mi ha indicato; l’ho fatto due giorni fa ma ho visto che ancora non sono stati pubblicati. Credo che le e-mail le siano arrivate altrimenti avrei ricevuto il messaggio di “errata destinazione”.

    • Grazie, ho visto che sono stati pubblicati, anche se sono stati invertiti nell’ordine (il primo che avevo inviato era “conversando con Correa” – ci si rende conto anche leggendo la sua prima riga – e poi seguiva “i medici in missione” ma comunque non è un problema.
      Ho provato a inviare nei commenti dell’articolo un altro che parla delle “Damas de blanco” e stranamente questa volta me lo ha accettato. Speriamo che sia così anche con i prossimi.

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