• Cesare Pavese – La strada di Edipo – da “I dialoghi con Leucò”

      0 commenti

    edipo-re-deserto-maghreb                          

    Leggi QUI – La mitopoiesi  di Pavese – Introduzione al testo di Gian Carlo Zanon

     –

    La strada

     –

    Tutti sanno che Edipo, vinta la sfinge e sposata Giocasta, scoperse chi era interrogando il pastore che l’aveva salvato sul Citerone. E allora l’oracolo che avrebbe ucciso il padre e sposata la madre fu vero, e Edipo si accecò dall’orrore e uscì da Tebe e morì vagabondo.

     

    Parlano Edipo e un mendicante

     

    Edipo – Non sono un uomo come gli altri, amico. Io sono stato condannato dalla sorte. Ero nato per regnare tra voi. Sono cresciuto sulle montagne. Vedere una montagna o una torre mi rimescolava – o una città in distanza, camminando nella polvere. E non sapevo di cercare la

    mia sorte. Adesso non vedo più nulla e le montagne son soltanto fatica. Ogni cosa che faccio è destino. Capisci?

    Mendicante – Io sono vecchio, Edipo, e non ho visto che destini. Ma credi che gli altri – anche i servi, anche i gobbi o gli storpi – non amerebbero esser stati re di Tebe come te?

    Edipo – Capiscimi, amico. Il mio destino non è stato di aver perso qualcosa. Né gli anni né gli acciacchi mi spaventano. Vorrei cadere anche più in basso, vorrei perdere tutto – è la sorte comune. Ma non essere Edipo, non essere l’uomo che senza saperlo doveva regnare.

    Mendicante – Non capisco, Ringrazia che sei stato signore e hai mangiato, hai bevuto, hai dormito dentro un letto. Chi è morto sta peggio.

    Edipo – Non è questo, ti dico. Mi duole di prima, di quando non ero ancora nulla e avrei potuto essere un uomo come gli altri. E invece no, c’era-il destino. Dovevo andare e capitare proprio a Tebe. Dovevo uccidere quel vecchio. Generare quei figli. Val la pena di fare una cosa ch’era già come fatta quando ancora non c’eri?

    Mendicante – Vale la pena, Edipo. A noi tocca e ci basta. Lascia il resto agli dei.

    Edipo – Non ci son dei nella mia vita. Quel che mi tocca è più crudele degli dei. Cercavo, ignaro come tutti, di far bene, di trovare nei giorni un bene ignoto che mi desse la sera un sollievo, la speranza che domani avrei fatto di più. Nemmeno all’empio manca questa contentezza. M’accompagnavano sospetti, voci vaghe, minacce. Da principio era solo un oracolo, una trista parola, e sperai di scampare. Vissi tutti quegli anni come il fuggiasco si guarda alle spalle. Osai credere soltanto ai miei pensieri, agli istanti di tregua, ai risvegli improvvisi. Stetti sempre all’agguato. E non scampai. Proprio in quegli attimi il destino si compiva.

    Mendicante – Ma, Edipo, per tutti è così. Vuol dir questo un destino. Certo i tuoi casi sono stati atroci.

    Edipo – No, non capisci, non capisci, non è questo. Vorrei che fossero più atroci ancora. Vorrei essere l’uomo più sozzo e più vile purché quello che ho fatto l’avessi voluto. Non subito così. Non compiuto volendo far altro. Che cosa è ancora Edipo, che cosa siamo tutti quanti, se fin la voglia più segreta del tuo sangue è già esistita prima ancora che nascessi e tutto quanto era già detto?

    gustave_moreau_028_edipo_e_la_sfinge_1864

    Mendicante – Forse, Edipo, qualche giorno di contento c’è stato anche per te. E non dico quando hai vinto la Sfinge e tutta Tebe ti acclamava, o ti è nato il tuo primo figliolo, e sedevi in palazzo ascoltando il consiglio. A queste cose non puoi più pensare, va bene. Ma hai pure vissuto la vita di tutti; sei stato giovane e hai veduto il mondo, hai riso e giocato e parlato, non senza saggezza; hai

    goduto delle cose, il risveglio e il riposo, e battuto le strade. Ora sei cieco, va bene. Ma hai veduto altri giorni.

    Edipo – Sarei folle, a negarlo. E la mia vita è stata lunga. Ma di nuovo ti dico: ero nato per regnare tra voi. A chi ha la febbre le frutta più buone danno soltanto smanie e nausea. E la mia febbre è il mio destino – il timore, l’orrore perenne di compiere proprio la cosa saputa. Io sapevo – ho saputo sempre – di agire come lo scoiattolo che crede d’inerpicarsi e fa soltanto ruotare la gabbia. E mi

    domando: chi fu Edipo?

    Mendicante –  Un grande un vero signore, puoi dirlo. Io sentivo parlare di te, sulle strade e alle porte di Tebe. Ci fu qualcuno che lasciò la casa e girò la Beozia e vide il mare, e per avere la tua sorte andò a Delfi a tentare l’oracolo. Vedi che il tuo destino fu tanto insolito da mutare l’altrui. Che dovrà dire invece un uomo sempre vissuto in un villaggio, in un mestiere, che fa ogni giorno un solo gesto, e ha i soliti figli, le solite feste, e muore all’età di suo padre del solito male?

    Edipo – Non sono un uomo come gli altri, lo so. Ma so che anche il servo o l’idiota se conoscesse i suoi giorni, schiferebbe anche quel povero piacere che ci trova. I disgraziati che han cercato il mio destino, sono forse scampati al proprio?

    Mendicante –  La vita è grande, Edipo. Io, che ti parlo, sono stato di costoro. Ho lasciato la casa e percorso la Grecia. Ho visto Delfi e sono giunto al mare. Speravo l’incontro, la fortuna, la Sfinge. Ti sapevo felice nella reggia di Tebe. Ero un uomo robusto, allora. E se anche non ho trovato la Sfinge, e nessun oracolo ha parlato per me, mi è piaciuta la vita che ho fatto. Tu sei stato il mio

    oracolo. Tu hai rovesciato il mio destino. Mendicare o regnare, che importa? Abbiamo entrambi vissuto. Lascia il resto agli dei.

    Edipo – Non saprai mai se ciò che hai fatto l’hai voluto… Ma certo la libera strada ha qualcosa di umano, di unicamente umano. Nella sua solitudine tortuosa è come l’immagine di quel dolore che ci scava. Un dolore che è come un sollievo, come una pioggia dopo l’afa – silenzioso e tranquillo, pare che sgorghi dalle cose, dal fondo del cuore. Questa stanchezza e questa pace, dopo i clamori

    del destino, son forse l’unica cosa che è nostra davvero.

    Mendicante – Un giorno non c’eravamo, Edipo. Dunque anche le voglie del cuore, anche il sangue, anche i risvegli sono usciti dal nulla. Sto per dire che anche il tuo desiderio di scampare al destino, è destino esso stesso. Non siamo noi che abbiamo fatto il nostro sangue. Tant’è saperlo e viver franchi, secondo l’oracolo.

     

    giocasta_vc2

     

    Edipo – Fin che si cerca, amico, allora sì. Tu hai avuto fortuna a non giungere mai. Ma viene il giorno che ritorni al Citerone e tu più non ci pensi, la montagna è per te un’altra infanzia, la vedi ogni giorno e magari ci sali. Poi qualcuno ti dice che sei nato lassù. E tutto crolla.

    Mendicante – Ti capisco, Edipo. Ma abbiamo tutti una montagna dell’infanzia. E per lontano che si vagabondi, ci si ritrova sul suo sentiero. Là fummo fatti quel che siamo.

    Edipo – Altro è parlare, altro soffrire, amico. Ma certo parlando, qualcosa si placa nel cuore. Parlare è un poco come andare per le strade giorno e notte a modo nostro senza mèta, non come i giovani che cercano fortuna. E tu hai molto parlato, e visto molto. Davvero volevi regnare?

    Mendicante – Chi lo sa? Quel che è certo, dovevo cambiare. Si cerca una cosa e si trova tutt’altro. Anche questo è destino. Ma parlate ci aiuta a ritrovate noi stessi.

    Edipo – E hai famiglia? hai qualcuno? Non credo.

    Mendicante – Non sarei quel che sono.

    Edipo – Strana cosa che per capire il prossimo ci tocchi fuggirlo. E i discorsi più veri sono quelli che facciamo per caso, tra sconosciuti. Oh così dovevo vivere, io Edipo, lungo le strade della Fòcide e dell’Istmo, quando avevo i miei occhi. E non salire le montagne, non dar retta agli oracoli…

    Mendicante – Tu dimentichi almeno un discorso di quelli che hai fatto.

    Edipo – Quale, amico?

    Mendicante –  Quello al crocicchio della Sfinge.

     

    Cesare Pavese, poesie e Dialoghi con Leucò

     L’inedito dell’Web

    Sul destino

     

    Scrivi un commento