• Con il destino nel sangue

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     di Gian Carlo Zanon

     

    Saranno passati più di dieci anni da quando un pensiero eruppe nella mente. Ricordo anche quale fu lo stimolo che insinuatosi nelle pieghe celebrali creò il rovello mentale: una poesia di Antonio Machado, Cantares. In questa poesia il poeta spagnolo rifiuta il concetto di destino, che in molti sistemi filosofici religiosi si coniuga con “predestinazione”:

     

    Caminante  sono le tue orme
    il sentiero e null’altro;
    caminante non c’è un sentiero
    il sentiero si fa camminando.

     

    Nel tradurre questa poesia di Machado ho lasciato la parola spagnola “caminante” perché in italiano non c’è una parola, così gravida di senso, che abbia la capacità di  esprimere i contenuti del fonema spagnolo. Solitamente viene tradotta  con “viandante” ma la parola non mi è sembrata sufficiente per raccontare di un essere umano che mentre cammina crea il proprio “destino” ; o, meglio,  “andando” realizza la propria essenza umana. Camino (cammino) e caminante  (colui o colei che cammina) nella semantica spagnola hanno una forte connotazione religiosa. Il “cammino” è il viaggio terreno verso Dio, e il “camminante” è l’essere transeunte e finito che rinuncia alla vera essenza della vita umana perché aspira all’infinito metafisico.

    Machado strappa questi concetti dalle mani del pensiero trascendentale e da loro un nuovo senso: è l’individuo che decidendo il proprio umano cammino da senso alla propria esistenza. Come scriveva Nazim Hikmet la vita ha senso solo se, messo di fronte a scelte drammatiche « … tu muoia affinché vivano gli uomini/gli uomini di cui non conoscerai la faccia,/e morrai sapendo/che nulla è più bello, più vero della vita». La vita, scriveva il poeta turco, ha senso solo se la si percorre «senza aspettarti nulla/dal di fuori o nell’al di là».
     

    Cantares di Machado, mi ha sempre affascinato, ma non tanto per questa estrema proposizione che induce ad impugnare la propria esistenza senza credere che essa appartenga a qualcosa di metafisico. Anche altri poeti, ad esempio Hikmet, hanno affrontato questo pensiero, ma ciò che mi ha tenuto per tanto tempo vincolato a questa poesia sono state le ultime due strofe:

    Caminante no hay camino
    sino estelas en la mar.

    Caminante non c’è un cammino
    ma segni nel mare …

    Machado con queste poche parole crea un’antitesi apparentemente assurda: prima dice che non esiste per gli esseri umani un sentiero segnato,  poi dice che però in verità vi sono “segni nel mare”. Difficile uscire indenni da un ossimoro di tale portata e la tentazione di liquidare la poesia definendola criptica è stata forte.

     

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    Dopo qualche tempo però ho ripensato ad una frase inserita nel Giulio Cesare di Shakespeare, quando Cassio si rivolge a un Bruto titubante per convincerlo ad uccidere Cesare:

    «Vi sono dei momenti in cui gli uomini sono padroni del loro destino: caro Bruto il destino non è nelle stelle ma in noi stessi»

    Anche qui, a guardar bene, Shakespeare non ci dice che il destino non esiste, dice che è “in noi stessi”. Quindi, mi sono detto, se è vero che un destino metafisico non esiste è anche vero che c’è un “destino/daimon/immagine interna” che ci indica un sentiero da seguire.

    Da quel momento mi sono messo ad ascoltare i poeti con una rete speciale che doveva servire per setacciare parole come  “destino”, “fato” cercando di sciogliere l’impossibile enigma di quelle tracce impresse nel mare, cioè nella nostra realtà umana più profonda.

    Finora poche ma preziose espressioni verbali  sono rimaste come pepite in quel setaccio di seta. Una di queste l’ho incontrata in un tango cantato di Fernando E. Solanas e Astor Piazzolla, Vuelvo al Sur:

     

    (…) Llevo el Sur,
    como un destino del corazon

    (…)

    siento el Sur,
    como tu cuerpo en la intimidad.(…)

    Porto (dentro di me) il Sud

    come un destino del cuore

    (…)

    sento il Sud

    come il tuo corpo nell’intimità

    Anche queste poche parole esprimono lo stesso significato delle precedenti: non è vero che non c’è un destino;  il destino è il Sud, cioè una sensibilità interna che si palesa irrazionalmente con quel ‘sentire’ sincretico a metà strada tra l’organico e ciò che chiamiamo psichico, che ritroviamo nel rapporto con l’altro da sé.

     

     

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    L’ultima pepita trovata nel mio setaccio è di Rabíndranáth Thákhur meglio conosciuto con il nome anglicizzato di Rabindranath Tagore

     

    Dove son già fatte le strade, io smarrisco
    il cammino.
    Nell’oceano immenso, nel cielo azzurro
    non c’è traccia di sentiero.
    La via è nascosta dalle ali degli
    uccelli, dal fulgore delle stelle, dai fiori
    delle alterne stagioni.
    E io domando al cuore, se il suo sangue
    porti seco la conoscenza dell’invisibile via.

    L’individuo che è riuscito ad attraversare indenne il viaggio della vita senza perdere, o recuperando, la propria nascita, vale a dire la propria realtà irrazionale sostanzialmente umana, sceglie in ogni istante della propria vita il proprio cammino seguendo il proprio sentire, la propria conoscenza inconscia inscritta “nel sangue”, nel destino del “corazon”  e in ciò che è in sé stesso, seguendo come un antico cacciatore i segni e le orme “incisi nel mare”.

    Essendo ateo penso che il fato, il destino, la predestinazione, la fortuna, la sorte siano concetti fortemente impregnati di alienazione religiosa. È  anche vero che l’individuo umano non si può affidare al caso arcaicamente impersonato dalla Tyche. Quando nella crisi l’individuo non sceglie, ferma il movimento della mente e facendo così aliena all’esterno il proprio essere, il proprio “fato”: prima crea e poi si fa dominare da un ente divino che, nel suo delirio sceglie per lui, mutandosi in destino.

    Egli rimane paralizzato dal suo stesso difetto di pensiero, dalla sua credenza. Crede che un ente metafisico proveniente dall’esterno lo spinga ad agire. Per lui prendere una decisione sarebbe uscire, con un atto di tracotanza, dalla retta via tracciata dal dio che si è scelto come guardiano di se stesso.

    Perché lo fa? Forse per la paura della sparizione di sue vecchie realtà interiori malate; realtà interiori malate alle quali crede di non aver ha nulla da sostituire; oppure per paura di separazioni che ogni scelta porta con sé; e la crisi, che potrebbe essere un’opportunità di divenire umano, si trasforma in coazione a ripetere e malattia.

    Al contrario, l’individuo umano che sceglie attimo per attimo la propria esistenza, seguendo, come dice Machado, le tracce invisibili del proprio mare, tende alla realizzazione della propria identità umana.

    L’individuo umano sceglie, segue, senza rendersene conto, un movimento interno. Egli sente, istante per istante, il camino giusto da seguire; ed è una legge interiore a cui non deve sottrarsi.

    Certamente, questo infinito divenire interno non possiede una forma definita, né un tempo in cui sarà, ne un luogo dove accadrà … è solo un sentiero tracciato … sulle onde di mare.

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    *Portai la mia vita,

    la portai alta.

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    Seguii il sentiero

    che correva

    tra  grano maturo

    e canti di donna;

    e nella notte,

    mai ci fu un fuoco

    ad indicarmi il cammino.

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    Si fa sera;

    portai la mia vita,

    la portai alta.

    *Parole colte nel 1984 durante un recital di Irene Papas e trascritte a memoria. Non sono mai riuscito a trovare l’autore.

     

    dalla pagina del diario del 12 ottobre 2012

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