• Realtà parallele – Mitos e logos … il guado

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    Mitos e logos … il guado

     

    di Salvo Carfì

    Di realtà parallele ce ne sono un’infinità. Ad esempio potrei parlarvi del doppio in letteratura; ad esempio del romanzo di Stevenson Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde, oppure di William Wilson di E.A.Poe … ma no, vorrei continuare a parlare del mito che muta in logos.

     

    Prima di tutto che significa Logos? La parola logos ha una molteplicità di significati che mutano con il tempo. Grossolanamente possiamo dire che, al suo primo apparire, la parola/logos era il fonema che indicava la realtà mentre la parola/mitos la evocava.

    Già dicendo questo si possono notare due cose:

    A) la parola/mito entra nella realtà per conoscerne le qualità interne;

    B) la parola/logos indica la forma dell’oggetto, annullandone il contenuto.

    In termini psichiatrici potremmo dire che il logos nega la realtà interna della realtà reificandola.  Cioè annulla le qualità che la caratterizzano  appiattendone o storpiandone il senso.

     

    La seconda differenza è l’eliminazione della attività dello sguardo, che in qualche modo interagisce (un po’ come fanno  materia e  luce quando determinano il colore) con il contenuto della realtà osservata.

    Mi spiego meglio con un esempio banale: una donna bella è morfologicamente una bella donna ma per ogni uomo che la nomina quella donna ha dei contenuti diversi. Ogni uomo la ‘fa’, a modo suo, dentro di sé l’immagine di quella donna: il suo pensiero inconscio sulle qualità umane di quella donna creano un filtro soggettivo che muta qualitativamente la percezione oggettiva. E questo con un forbice estetica infinita che va dal macho eterosessuale pieno di progesterone al maschio omosessuale che della donna non gliene può fregare di meno. Anche il pensiero verbale e la sua manifestazione fonetica divergono: l’omoerotico racconterà agli amici l’apparizione di un’immagine femminile con poca passione dicendo “era una bella donna”, l’altro, con quell’immagine aggrappata alle ciglia sospirerà “ … bella era” come vedete la molteplicità dello sguardo ricrea in modo semanticamente distinto la figura di una donna unica.

     

     

    Tornando a noi: perché, in un periodo che va, sempre grossomodo, dal VI secolo A. C. al IV secolo a. C., nel pensiero filosofico avviene questo cambiamento? Succede questo perché il pensiero si deve affrancare dalla percezione mitologica della realtà, cioè il pensiero  – con Talete, Anassimandro, Anassimene, e gli altri filosofi della natura che verranno –  deve divenire scientifico e per far questo deve uscire dalle spire del pensiero religioso che pervade la mitologia. In realtà quello che succede in circa tre secoli di storia del pensiero è il tentativo, fallito, di giungere all’epistéme, vale a dire alla verità certa della realtà. Ricerca che si trasformerà, poi con Platone, in negazione della realtà stessa. Ma in quei primi incerti passi ai primi filosofi dalla natura, per affrancarsi dal pensiero animista, che non faceva distinzione tra nome, divinità e contenuto dell’oggetto, serviva un pensiero/ragione/logos e un conseguente linguaggio articolato che si astraesse dal contenuto invisibile della realtà e della semantica religiosa. Ma per far questo gettarono l’acqua sporca con il bambino dentro. In questo modo tolsero il contenuto alla realtà, anche quello interno alla realtà dell’essere umano. Il pensiero “bonificato dagli dei, che nel pensiero animista rappresentavano il contenuto ontologico di ogni particella di realtà, divenne arido e pericolosamente esposto all’astrazione monoteista.

     

    «Pensai che i presocratici e le” tre menti giganti”, ( Talete, Anassimandro, Anassimene N.d.R.) che avevano spinto il pensiero verbale della conoscenza verso la natura, avevano eliminato le figure degli dei che tentavano di spiegare i fatti che accadevano in essa. Ma il pensiero così ottenuto riuscì a portare al sapere dell’uomo la realtà materiale della natura non umana e del corpo umano, ma non riuscì a liberare la mente dall’emergenza, da esso, delle immagini quando la coscienza non c’era.» Massimo FagioliL’altro oltre me stesso, esiste – Left, 30 marzo 2013.

     

    Con la nascita della scuola di Mileto, e quindi del pensiero filosofico, che altro non era che un tentativo di spiegare scientificamente la realtà, la filosofia inizia ad intaccare il mito. Come dicevo, per fare questo i Presocratici inventano il Logos che, in modo discontinuo, e in una lotta che non è mai finita, iniziano un’opera demitizzatoria per disanimare la realtà che non poteva più, secondo loro, venire vissuta e rappresentata dal linguaggio articolato mitopoieticamente.

     

     

    I Presocratici cercano nella natura le forme e i fenomeni originari e li ridefiniscono attraverso il logos … ma per far questo è necessario un sacrificio: il mondo deve essere “svuotato dagli dei” per poter giungere all’intelletto astratto, ‘scientifico’.

     

    Certamente vi erano delle differenze tra i primi filosofi , pensiamo ad esempio alla enorme differenza di opinioni che esisteva tra Eraclito e Parmenide sull’essere e sul divenire. Ma ormai il dado è tratto e lentamente con i filosofi presocratici, la realtà si svuota del divino, che si disloca fuori dagli elementi della physis, la natura, divenendo , appunto,  metafisico.

     

    «Poi vennero Talete e i Presocratici che portarono il pensiero al linguaggio verbale. Furono abbandonati Eolo e Giove e furono dati nomi agli elementi della natura non umana: terra, acqua, aria, fuoco» Massimo Fagioli. Vorrei restare in solitudine , Left, 20 aprile 2013.

     

    E qui iniziano le realtà parallele:

    C’è la strada intrapresa dai filosofi della natura, gli ‘organicisti’ che definiscono ogni fenomeno naturale come un qualcosa che viene governato da leggi naturali calcolabili e misurabili. Purtroppo questo paradigma epistemologico , e qui sta il tragico errore, viene anche utilizzato per indagare la realtà umana. Ancor oggi udiamo gli organicisti affermare che l’innamoramento, come cantava Battisti,  è meramente una“questione di cellule”.

    Parallelamente si apre un altro pensiero, che possiamo definire grossolanamente platonico, che surrettiziamente va a legittimare il pensiero religioso politeista e soprattutto, per il suo livello di astrazione, il credo monoteista.

    Si sa, lo abbiamo visto tanti film western, il momento più pericoloso del viaggio è l’attraversamento del guado, cioè il passaggio tra una riva e un’altra: è in quel punto fatale che avvengono gli agguati. Ed è ciò che succede al pensiero occidentale: nel momento del passaggio tra un pensiero animistico che dava  contenuti mitopoietici ad un pensiero fondato sulla ragione che doveva servire all’affrancamento, più che legittimo, dalla religione animistica la quale impediva una vera ricerca scientifica, è successo il patatrak: il pensiero si è scisso creando, da una parte il credo religioso che negando la realtà materiale diviene il padrone dell’invisibile; e dall’altra il credo razionale che nega l’invisibile in quanto non tecnicamente misurabile. In questo contesto culturale l’essere umano è condannato alla scissione tra corpo e psiche, diagnosticata dalle religioni monoteiste come realtà intrasformabile, e dalla ragione scientifica o come un disequilibrio organico incontrovertibile, oppure come lotta tra pensiero umano e istinto animale ancora presente negli strati profondi dell’Es.

     

    Questa idea viene fissata nel pensiero almeno duemila e cinquecento anni fa, cioè da quando venne introdotta dai filosofi la concezione dualistica dell’essere umano che è tale … per la tracotanza della nascita.  Se è vero che il presocratico Anassimandro, come si può leggere nel fr.1 D-K, affermava che « … le cose devono pur finire per necessità; poiché esse devono espiare e pagare l’una all’altra il fio della loro ingiustizia secondo l’ordine del tempo» è anche vero che questa epigrafe è stata mal interpreta perché il filosofo parlava delle cose della natura e non della realtà umana.

     

    Poi come da questo pensiero si è giunti al pensiero della nascita umana come adikia, cioè come ingiustizia da pagare su questa terra con la sofferenza, mi è sufficientemente ignoto. Sò solo che il pensiero ‘liberato’ dagli affetti che legano la mente al corpo non ha trovato limiti alle proprie fantasticherie onanistiche. Sta di fatto che questo pensiero delirante che parla della nascita degli esseri umani come di un turbamento di equilibrio metafisico ce lo ritroviamo riveduto e corretto in tutte le salse: Freud parla di bambino polimorfo perverso, incestuoso, narcisista senza contatto con gli altri esseri umani; e il sistema filosofico giudaico- cristiano ha creato questa bella idea del peccato originale da espiare per tutta l’esistenza con il sudore della fronte.

     

    Insomma l’orrore filosofico. Eppure queste belle idee nate per lacerare la naturale fusione mente/corpo degli esseri umani, vengono indotte nel pensiero dei bambini nelle ore di religione, nel catechismo, in ogni luogo dove un difetto di pensiero viene reso congruo da una società subdolamente teocratica.

     

    Anche se Erwin Rohde, nel suo Psiche, culto delle anime presso i greci, afferma, giustamente, che il pensiero che si sviluppò in Grecia non portava con sé «la malattia infettiva della “coscienza del peccato”» – che crea il dualismo tra bene e male, di fatto i filosofi, discostandosi dalle contingenze e dalla realtà interiore degli esseri umani, iniettarono nella cultura i germi per le aberrazioni mentali che udiamo ogni giorno dai gerarchi cattolici che danno a politici, intellettuali, e persino agli scienziati, le linee guida per ‘educare’ la società civile alla scissione mentale, ovvero ai dissòi lògoi di Protagora: discorsi duplici … o meglio dissociati.

    26 maggio 2012

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