• Utopie distopiche

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    di Gian Carlo Zanon

    Il fonema Utopia è un altro di quei sostantivi che non ha un significato univoco. Per il senso comune questa parola significa “sogno ad occhi aperti”, “realizzazione irraggiungibile”, “l’isola che non c’è” e cose del genere. Quante volte di fronte alle nostre esigenze più che giustificate qualcuno allargando le braccia e scuotendo la testa ci ha detto «si, d’accordo, tutto bello, ma è un’utopia».

    Per altri, come noi, quella parola invece rappresenta, se non proprio un fatto concretizzabile, un “progetto di vita” verso il quale, irrazionalmente, si tende. Per quelli come noi Utopia è “un’isola che non c’è …ancora”.

    Il problema di questa parola è che al momento della sua nascita il padre che coniò questo fonema non aveva le idee chiare e così la parola non ebbe mai un’immagine certa.

    Prima di avventurarsi in questo cammino, attraverso la storia della parola/immagine “utopia”, e quindi dell’“idea di Utopia”, forse dovremmo capire meglio, più che il significato, la storia e il senso che hanno questi due sostantivi: Idea e Utopia

    Un buon vocabolario di greco ci aiuta, anche se i significati sono innumerevoli: dal sostantivo idea scegliamo l’accezione “forma ideale”; dal verbo eìdeon, usato come supplente di óráo = vedo, e quindi, estensivamente, “immagino”, “rappresento nella mente”.

    In effetti la parola idea ha una storia troppo complicata per poter essere approfondita in questo contesto, mentre il sostantivo Utopia si può affrontare velocemente. Il termine viene coniato tra il 1515 e il 1516 da Thomas More, il quale scrive L’Utopia, con fini morali, quest’opera che si ricollega idealmente a La Repubblica di Platone.

    Come dicevamo, il sostantivo Utopia, al suo nascere, non possiede un’immagine certa e si può interpretare in due modi: Ouktopia, ovvero “nessun luogo” o Eutopia, vale a dire “buon luogo”.

    Il concetto di Utopia inteso come “buon luogo”, in realtà, anche se definito in altri modi, esiste almeno dalle origini della società civile, cioè dalla nascita delle prime polìs.

    Già con Clistene, VII a.C., e Solone, VI a.C., esisteva un movimento di pensiero che cercava di migliorare la giustizia sociale, vale a dire creare un “buon luogo” per i cittadini. Con i concetti di eunomia , buona legge, e isonomia, legge uguale per tutti, i due legislatori, cercarono di dar vita all’uguaglianza e alla giustizia sociale tra i cittadini ateniesi.

    Purtroppo questi tentativi di fare divenire prassi queste istanze sociali erano inficiati da un difetto di pensiero: ad Atene  i cittadini che potevano beneficiare di queste leggi erano solo gli individui maschi, adulti, residenti nella città, proprietari di immobili, terre e cose. Bambini, donne, schiavi, meteci, nullatenenti, barbari, erano esclusi, in quanto non aderivanoi perfettamente al modello “essere umano”, o, nel caso dei bambini “non ancora esseri umani”. Le donne, grazie ad Aristotele, erano una “anomalia della specie”.

    Nel suo libro Storia dell’Utopia, LewisMumford scrive: «…le speranze umane possono sempre germogliare, poiché non sono radicate nei sentimenti di una singola generazione, ma nella baldanzosa e connaturata fiducia che ogni bambino riporta nel mondo nell’atto stesso della nascita». Ed è questa speranza umana rivolta verso il rapporto con gli esseri umani, la “matrice inconscia” e irrazionale delle idee utopiche. E questa speranza scaturisce, come affermò quarant’anni fa nella sua “Teoria della nascita” lo psichiatra Massimo Fagioli, «nell’istante stesso della nascita».

    Mumford in questo suo libro cerca di delineare una storia delle utopie. Egli esclude in partenza quelle che chiama “utopie della fuga”, come le attuali Second Life virtuali, ma anche e soprattutto l’idea di Afterlife, ovvero l’Aldilà, ovvero i vari paradisi post mortem a cui aderiscono solo coloro che, avendo perduto l’immagine/speranza della nascita, alienano le loro ‘speranze’ di una vita migliore nelle varie credenze religiose. E questo perché non possono più pensare a una possibile realizzazione della propria realtà interna in rapporto con la realtà interna dell’altro da sé.

    Lewis Mumford e altri autori narrano del tentativo, da parte dei filosofi, di concepire mondi migliori. In realtà Platone non ha mai tentato di concepire mondi migliori, a meno che per ‘mondo migliore’ non si intenda  l’”intermundia” luogo delle idee e delle forme perfette. Platone scrivendo La Repubblica, come fece in seguito il suo collega filosofo Heidegger con le nascenti idee naziste, non fece altro che legittimare il governo delle città greche da parte dell’aristocrazia spartana in quel momento storico egemone. E sappiamo quanto la società spartana fosse disumana.

    E da queste idee ‘utopiche’ nate dall’istinto di morte di Platone e Heidegger, incistate come bubboni purulenti anche nella cultura di sinistra, è difficile difendersi e ancor più difficile è separarsene. Per farlo ci si deve appellare alla certezza del proprio Io.

    Leggendo di queste infinite ‘utopie’ viene da pensare che “sentire” al di là dei cinque sensi l’ingiustizia per la diseguaglianza, sia “inscritto nel DNA umano” e che, con la nascita, l’idea di una socialità utopica divenga immagine e poi pensiero verbale.

    Purtroppo ci si rende conto di come questo sentimento, ben presente nella psiche di ogni essere umano alla nascita, troppo spesso si corrompa già nei primi mesi di vita nei quali una madre deludente, può, più o meno deliberatamente, più o meno inconsapevolmente, distruggere la speranza del neonato. E purtroppo gli esseri umani vinti e saccheggiati mentalmente dalle continue delusioni nei primi mesi ed anni della loro vita, non possono che aderire ad una cultura che rappresenta questi “luoghi felici” in modo distorto.

    Chiunque abbia descritto un luogo utopico, o vagheggiato giardini dell’Eden, luoghi favolosi, come ne La Repubblica di  Platone o ne La città del sole di Campanella o l’isola di Utopia di Tommaso Moro, ha creato immagini di luoghi ove religione e/o ragione uccidono già nella culla ogni possibilità di trasformazione sociale che contenga una pur minima verità umana. Comunismo, Fascismo e Nazismo hanno sempre considerato La Repubblica di Platone modello per una società perfetta.

    Questi razionalissimi nuovi mondi più che uguaglianza generano uniformità, annullamento dell’identità e identificazione coatta. Le ‘isole utopiche’ degli stati totalitari non sono altro che fantasticherie che annichiliscono sul nascere eventuali intuizioni e speranze di trasformazione dell’umanità. Nel caso poi L’Utopia è intesa come Terra Promessa, promessa da un dio, immediatamente diviene sopraffazione del popolo “eletto” su tutti gli altri popoli diversi da sé.

    I nuovi eletti dal dio dell’occidente, gli americani, hanno “esportato” in Iraq la loro ‘Utopia’, cioè la loro teo-plutocrazia.  Dall’idea di democrazia delle polis greche, passando dalla campanelliana Città del sole, per finire allo stalinismo è stato tutto un susseguirsi di tragiche promesse che hanno creato solo società dove la desolazione della mente è d’obbligo.

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    Forse dovremmo restaurare la parola/immagine Utopia pensandola non come luogo materiale certo e definito, non come panacea che, risolvendo i bisogni materiali, genera benessere, né tanto meno come paradiso ultraterreno, ma come …come dire, un sentimento, un sentire interno che dice: “l’isola che non c’è” esiste.

    Forse dovremmo prima immaginarla come possibilità di rapporto profondo tra esseri umani uguali per nascita ma assolutamente diversi tra loro per identità, e poi creare o trasformare luoghi fisici dove lo stare in comunità e fare le cose insieme sia naturale come dovrebbe essere.

    C’è un bellissimo romanzo scritto in prigione da Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, capofila di quel socialismo utopistico che ha solcato la storia russa nel secondo ottocento: Che fare?. Černyševskij, l’autore, contrariamente agli ideatori di razionali Utopie, non narra di luoghi perfetti dove, grazie all’annullamento delle passioni, si vive una “vita felice” come ne Il mondo nuovo di Huxley. Černyševskij per il suo romanzo crea una stupenda immagine femminile che, attraverso la propria profonda realizzazione di identità, dà la possibilità, ad altri esseri umani di realizzare la propria.

     E l’unico luogo utopico che appare nel romanzo viene rappresentato in un sogno della ragazza. L’autore russo per parlare di Utopia parte dal lato opposto: non descrive una società dove i cittadini sono tutti buoni grazie all’eliminazione della proprietà privata e a leggi razionali e giuste. Egli, al contrario, ci parla del rapporto uomo-donna. Da questo rapporto, dove vi è la ricerca della realizzazione identitaria di entrambi, scaturisce l’esigenza di una società profondamente umana e la possibilità di renderla reale. Černyševskij ha immaginato una storia dove la speranza e l’idea utopica di un mondo ideale diviene realizzazione di rapporto tra una donna e l’altro … diverso da sé.

    12 maggio 2012

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