• Nazim Hikmet – La conga de Fidel – (testo)

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    fin

    Uno strano viaggio (La conga de Fidel)

     

    All’alba, tutt’a un tratto, all’alba, l’espresso

    entrò nella stazione, coperto di neve.

    Stavo sul marciapiede, col bavero del cappotto rialzato,

    e non c’era nessuno sul marciapiede, all’infuori di me.

    Un finestrini del vagone letto mi si fermò davanti

    Con le tendine scostate.

     

    (…)

     

    Dentro vi dorme una giovane donna, tra uccelli di cristallo
    i suoi capelli son di fieno biondo, le sue ciglia azzurre,
    le labbra rosse e piene lievemente imbronciate.
    Da anni non s’era immersa in un sonno così profondo.


    (…)


    All’improvviso, senza rumore, l’espresso si mise in moto;
    lo guardai che s’allontanava, le braccia penzoloni.
    Praga era nella pioggia.
    Vorrei riacchiappare il tempo:
    la polvere dorata della sua corsa mi resta fra le dita.
    Nel vagone letto, una donna dorme nella cuccetta più in basso;
    da anni non s’era immersa in un sonno così profondo.
    I suoi capelli son fieno biondo, le ciglia azzurre,
    e le mani, le mani sembrano candele su candelieri d’argento.
    Non potevo vedere chi dormisse nella cuccetta più in alto
    se c’è qualcuno non sono io
    può darsi che la cuccetta di su sia vuota.
    Che il viaggiatore sia rimasto a Mosca.

     

    Vorrei riacchiappare il tempo:
    la polvere dorata della sua corsa mi resta fra le dita.

     

    images 4

     

    La nebbia ha ricoperto la terra di Polonia
    ha ricoperto anche Brest.

    Sono due giorni che gli aeroplani non possono
    né decollare né atterrare;
    ma i treni vanno e vengono passano attraverso gli occhi
    dalle pupille accecate.


    Nel vagone ristorante ho bevuto un latte acido che si chiama kefir.
    La cameriera mi ha riconosciuto
    ha visto due mie commedie in un teatro di Mosca.
    Alla stazione ero atteso da una giovane donna
    aveva i capelli di fieno biondo, le ciglia azzurre
    e il collo lungo e rotondo
    e la vita sottile come quella di una formica.
    La presi per mano e andammo.
    Andammo sotto il sole facendo crepitare la neve
    sotto i nostri passi.

    Quell’anno, la primavera era venuta più presto;
    in quei giorni, un messaggero era partito per Venere;
    Mosca era felice, io ero felice, eravamo felici.

     

    Ti ho persa a un tratto in piazza Majakovskij, all’improvviso ti ho persa,
    eppure non era all’improvviso: avevo già perso il calore
    della tua mano nella mia mano
    poi ho perso il dolce peso della tua mano sulla mia palma
    poi la tua mano.
    La separazione era cominciata da tempo, da quando le nostre dita
    s’eran toccate la prima volta, eppure
    t’ho persa così, tutt’a un tratto.
    Fermavo le macchine sul mare d’asfalto, guardavo dentro, non c’eri.


    I viali sono bianchi di neve, si vedono tante tracce
    ma non le tue.
    Con gli stivali, con le scarpette leggere, con le calze, nudi
    io riconosco subito l’impronta dei tuoi passi.
    Ho domandato ai metropolitani
    non l’avete vista?
    Se ha tolto i guanti, come non notare le sue mani
    le sue mani son come candele su candelieri d’argento.

     

     

     

    (…)

     

    La separazione era sul tavolo, tra la tazzina di caffè

    e la mia limonata;

    sei tu che ce l’hai messa.

     

    (…)

     

    La separazione era sul tavolo, nel pacco di sigarette;

    il cameriere con gli occhiali l’ha messa lì ma sei tu che l’hai ordinata

     

    (…)

     

    La separazione era sul tavolo nel punto dove appoggi il gomito.

     

    (…)

    La separazione era cominciata da tempo, da quando le nostre dita

    s’eran toccate la prima volta.

     

    (…)

     

    Eppure son io che tu ami e non lo sai

    e in questo tuo non saperlo

    era la separazione.

    La separazione sfuggiva alla gravità, non aveva peso

    non posso dire che fosse come un piuma, anche una piuma ha un peso

    a separazione non aveva peso, era lì.

     

     

    Il tempo avanza, rapido, il mezzo delle notti viene verso di noi.

    Camminiamo nel buio delle muraglie medievali che toccan le stelle,

    il tempo scorre rapido, a ritroso.

    L’eco del risuonare de nostri passi c’insegue come una muta di cani

    gialli e famelici che corrono davanti noi.

     

    (…)

     

    Nella sua bocca il mondo ha una sapore di mela matura

    nelle sue mani è sodo come il seno di una fanciulla di quindici anni

    nei suoi occhi le canzoni sono lunghe chilometri, e la morte una spanna:

    non vede nulla di quanto gli cascherà sulla testa.

    Non ci sono che io a sapere quel che gli accadrà

    perché ho creduto a tutto ciò che crede

    ho amato tutte le donne che amerà

    ho scritto tutte le poesie che scriverà

    ho dormito in tutte le prigioni in cui dormirà”

     

    (…)

     

    È una storia che parla dell’uomo della sua gioventù delle sue speranze
    l’hanno già raccontata meglio di me la racconteranno meglio di me
    amici e nemici non c’è più nessuno
    che non l’abbia sentita:


    Batista era lo schiavo del re dei serpenti

    dei milionari della canna da zucchero, indigeni o yankee,

    di quelli del caffè, del tabacco, indigeni o yankee,

    di un’armata di cinquantamila soldati coi carri armati


    e gli aeroplani e le caserme
    che uccidevano i valorosi
    battendoli a morte
    dopo averli castrati e accecati
    delle porte dei commissariati
    davanti imputridivano
    i cadaveri rovesciati sul dorso
    dei clamori che laceravano
    le mura dei commissariati
    dibattendosi come uccelli feriti
    nelle notti calde
    dei preti franchisti delle bische dei grossisti di eroina
    dei gangster indigeni o yankee delle puttane
    quindicimila all’Avana soltanto
    di quello che marcisce ributtato sulla riva del mare,
    Batista, il generale dei fetori di cadavere
    mescolati all’odore pesante dolciastro dei fiori,
    nel suo popolo di sei milioni
    quattro milioni di affamati
    un milione di tubercolosi
    Batista era lo schiavo dell’ambasciatore
    degli Stati Uniti a Cuba
    in dieci anni s’era assicurato
    un miliardo di dollari
    era lo schiavo del dollaro
    degli Stati Uniti d’America
    delle forze armate degli Stati Uniti d’America.

     


    Nell’ottobre 1956
    ottantadue persone, compreso Fidel,
    scesero in acqua dalla nave Gromont
    avanzatasi fin sotto la costa
    scesero tenendo le armi sopra la testa
    immersi in acqua fino alla cintola
    uscirono sulla riva sotto il fuoco delle mitragliatrici
    aperto in un istante
    evitando la luce dei proiettori che frugavano fiutavano il buio
    come cani poliziotti
    schiacciando sotto i passi le grosse rane e le grida
    di “siete circondati! arrendetevi!”
    per tuffarsi negli stagni tra le canne da zucchero
    per arrampicarsi sulle colline
    tra i palmizi e le noci di cocco;
    si ritrovarono sui monti della Sierra
    in dodici vivi, compreso Fidel,
    degli ottantadue

     


    nel novembre 1956 eran dodici, compreso Fidel,
    nel dicembre 1956 erano centocinquanta, compreso Fidel,
    nel febbraio 1957 erano cinquecento, compreso Fidel,
    poi furono mille, compreso Fidel, cinquemila, compreso Fidel,
    furono un milione, cento milioni, l’umanità intera,
    e nel gennaio 1959
    sbaragliarono Batista
    e l’armata dei cinquantamila
    e i milionari dello zucchero indigeni e yankee
    e i milionari del caffè del tabacco indigeni e yankee
    e le caserme e i commissariati dove marcivano i cadaveri
    e i grossisti di eroina e le bische
    e l’ambasciatore degli Stati Uniti d’America
    e le forze armate di terra di mare d’aria
    degli Stati Uniti d’America
    e il fetore dei cadaveri
    mescolato all’odore pesante dei fiori
    si disperse
    si disperse la paura
    degli Stati Uniti d’America.

     

     

    L’hostess ci disse “ci avviciniamo all’Avana”,

    “le palme, le palme!” gridò qualcuno, pareva che dicesse “mamma!”

    i ballerini del balletto cubano, come grosse farfalle,

    si agitarono contro i vetri degli oblò.

    Dopo un volo di diciotto ore
    scendiamo per posarci non sulla terra
    non sul cemento ma dentro la luce.
    Li ho visti nella luce, intrecciati alla luce:
    erano tre, una donna, due uomini
    uno era barbuto
    eran giovani, non sono riuscito a distinguere
    quale fosse bianco, quale nero, quale mulatto
    il barbuto era nero, bianco o mulatto? non potevo distinguere
    non ho potuto distinguere se la donna era bianca nera o mulatta
    i loro occhi si somigliano tanto e tutto ciò che hanno
    è tanto nei loro occhi
    che non si riesce a distinguere il colore della pelle,
    d’altronde sotto questo sole che dissolve disperde impasta crea
    i sangui e le epidermidi
    si confondono come danze e canzoni,
    tutti e tre hanno camicie di un azzurro slavato

    pantaloni cachi

    alla cintola pistole dal manico cesellato, e in mano

    i fucili mitragliatori;

    uno aveva messo il berretto piegato sotto la spallina

    era il bianco o il nero o il mulatto? non potevo distinguere.

    Poi li ho incontrati ancora ogni ora del giorno e della notte

    nei luoghi più inverosimili

    qualche volta riempivano gli autocarri qualche volta erano soli

    una volta montavano la guardia

    davanti al palazzo dell’associazione scrittori

    due ragazze di quattordici anni

    come le ragazze della nostra Anatolia le ragazze di Cuba

    crescono rapidamente

    i fucili mitragliatori son pronti

    il berretto verde si abbassa un po’ sul sopracciglio nero;

    un’altra volta era un gigante nero dai capelli bianchi ricciuti

    s’appoggiava a tutta la porta della banca

    la mitragliatrice stava in terra tra le sue gambe;

    un’altra volta ha letto le mie poesie alla televisione

    senza togliere la pistola dalla cintura

    era la più grande attrice di Cuba.

     

     

    È  con una cadillac bianca che siamo entrati all’Avana

    salivo per la prima volta su una macchina simile

    non è una macchina ma un oceano

    il suo milionario è fuggito a Miami;

    mi ha ricordato il trono dello zar;

    a diciannove anni, al Cremlino, mi ci ero seduto

    per farmi fotografare;

    era coperto con una federa.


    Il colore mi si appiccica al dorso come una maglia
    inzuppata di sudore
    dal 24° piano dell’albergo guardo la città di notte.
    Quello che vedo è un fondo marino dove si riflette il sole
    lo splendore dei pesci gialli azzurri arancioni verdi scintilla
    e dei frutti di mare giganti dalla madreperla bianca
    e delle rocce dai fiori rossi mezzi piante mezzi animali
    con lunghi peli.


    Dal 24° piano dell’albergo ascolto la città di notte
    annega nelle canzoni
    canzoni nella terra, la pietra, la foglia
    canzoni nella terra la pietra la foglia come il calore vibrante

    canzoni nell’aria come ad esempio l’azoto
    canzoni, polpa di frutti buccia nocciolo di frutti
    canzoni, odore di fiori
    canzoni, la Spagna, l’Arabia, l’Africa
    canzoni negli occhi delle donne sui loro fianchi
    canzoni, la mani calde degli uomini
    canzoni, i piedi, la vita, le spalle, le danze.
    Scendo in ascensore nel vestibolo

    nell’ascensore giovani contadine della provincia orientale

    dei villaggi di Bayamo

    son venute in città per imparare il cucito

    nell’albergo Havana Libre stanno in appartamenti

    pieni d’ombre dei milionari

    prima l’albergo si chiamava Hilton,

    ventiquattro milioni di dollari;

    nell’ascensore ragazze della provincia di Bursa

    dei villaggi dell’Anatolia

    che ci fate ragazze, come mai vi hanno lasciato entrare

    nell’albergo Hilton?

    mi dicono che Hilton non è più Hilton, da tempo si chiama

    Istanbul Libera

    e loro ridono mettendo la mano davanti alla bocca:

    anche gli aghà son fuggiti con gli americani.

    E la terra?

    La terra ce la siamo divisa.

     

    (…)

     

    Ci sono dei delegati nel vestibolo

    quelli arrivati ieri all’ Avana

    argentini cileni ecuadoriani

    brasiliani malgasci indù

    finlandesi cecoslovacchi italiani

    il francese Jean-Pierre parla col delegato della Martinica

    eppure so che Jean-Pierre è morto davanti a Madrid

    schiacciato dai carri armati Hitleriani;

    ma è là di fronte a me, Jean-Pierre, col suo viso giovane

    liscio come una mela

    e rosso;

    sarà per via del freddo:

    in quest’anno 1922 a Mosca ventisette sotto zero

    in quest’anno 1961 all’Avana trentacinque all’ombra.

     

     

     

    Vado a zonzo per le vie dell’Avana

    confondo gli uni con gli altri gli alberi sull’asfalto

    non c’è modo di distinguere le macchine dalla strada asfaltata

    la pioggia dal sole

    le nuvole bianche dalle piscine celesti

    confondo i frutti e le donne

    i bambini che vanno a scuola e la libertà.

    In questa città, è impossibile separare la libertà dalla gente

    confondo i fucili mitragliatori e le porte, quelle coi colonnati,

    quelle senza, quelle di ferro, di legno, di vetro, grandi

    e piccole, tutte le porte delle strade le confondo coi fucili

    confondo le barricate fatte di sacchi di sabbia e l’Atlantico

    non c’è modo di distinguere l’orizzonte che aspetta al varco la sagoma

    delle portaerei americane

    dalle barricate fatte coi sacchi di sabbia

    confondo le madri contadine col palazzo della presidenza

    confondo i mausolei le statue i busti di Josè Martin

    con le fotografie di Fidel

    confondo Fidel con le canzoni, l’Internazionale col ch-cha-cha             

    la conga con Fidel

    somos socialistas adelante adelante

     

     

    confondo fidel con le centomila persone che sulla piazza

    allineandosi una dietro l’altra e mettendosi le mani sulle spalle

    danzano la rumba

    non c’è modo di distinguere Fidel dall’Avana

    m’imbatto in Marx sulla copertina dei libri tra gli anans i mamay

    m’imbatto in Marx con la sua nobile barba sceso or ora dai monti

    della Sierra

    m’imbatto in Lenin, ogni giorno più spesso, sul muro assolato

    in mezzo a piccole stelle rosse in mezzo a frasi spagnole

    col braccio alzato Lenin parla sulla Piazza Rossa, da una tribuna

    di legno, circondato da bandiere cubane

    m’imbatto in Nikita attraverso il ritmo delle canzoni

    m’imbatto in Kennedy dai denti falsi di cane

    m’imbatto in pezzi di carta da pacchi

    fissati con un chiodo

    sulle banche sulle officine

    c’è scritto quasi sempre Nacionalizado,

    incontro dei contadini

    nella destra hanno il titolo di diritto alla terra, nella sinistra

    l’iscrizione alla cooperativa

    sembra che sognino e temano di svegliarsi, e scoprire

    che tutto ciò che vedono non sia vero,

    m’imbatto in qualcuno dei cinquanta milioni di alberi

    piantati dalla Rivoluzione

    nelle scuole che adesso son diecimila,

    incontro degli architetti

    degli architetti con baffi appena spuntati, che vengono

    dal sole dalla luna dalle stelle, o piuttosto da un mondo

    dove la vita è molto, ma molto più vera, diciamo

    che vengono dal cuore del nostro ventunesimo secolo

    costruiscono giardini edifici con forme colori comodità senza pari

    gli edifici non sono come vestiti in serie, ad esempio

    la casa del pescatore non è una casa, è una scatola per gioielli

    che non somiglia a nessun’altra;

    avevano da dire delle cose belle e da dirle presto

    gli architetti della Rivoluzione

    ai lavoratori di Cuba

    e sanno trasformare il calore in frescura, l’oscurità in luce;
    incontro degli operai
    da che l’Avana è l’Avana nessuno è passato per le vie
    con passo così franco,
    a anch’io, che ogni giorno all’Avana mi sento più giovane:
    l’amarezza del mondo la sento ogni giorno di meno
    nella mia bocca
    le rughe sulle mie mani si cancellano un poco ogni giorno
    ogni giorno credo di più
    che la donna lontana pensi a me soltanto
    ha i capelli di fieno biondo, le ciglia azzurre,

     

     


    e ogni giorno per le vie dell’Avana canto
    più gioiosamente
    somos socialistas adelante adelante.

     –

     

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