• Shoah – Il lavoro “che rende liberi”. Le inquitanti similitudini con il presente

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    Vienna – Nazisti  in divisa e cittadini comuni osservano divertiti un gruppo di ebrei

    costretti a pulire la pavimentazione stradale

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    di Gian Carlo Zanon

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    Il grande dittatore (The Great Dictator) è un film del  diretto, prodotto e interpretato da Charlie Chaplin nel 1940. Questa pellicola, girata nel pieno della seconda guerra mondiale, rappresenta  una feroce satira del nazifascismo.

    Quattro anni prima di questo film, nel febbraio del 1936, fu proiettato un altro famoso film di Chaplin, Tempi moderni (Modern Times). In questo caso la satira chapliniana era diretta contro la disumanizzazione del mondo del lavoro.

    Anche Fritz Lang nel 1927, nel suo film capolavoro Metropolis, rappresentòuna società in cui la classe operaia veniva reificata e tenuta in scacco dal potere capitalistico incarnato dal feroce imprenditore-dittatore Joh Fredersen. In questo film gli industriali, i manager, i ricchi, vivono in sfavillanti grattacieli che li separano dal sottosuolo dove vivono confinati come in un ghetto gli operai.

    Qualche anno dopo, siamo nel 1932, Aldous Huxley pubblicherà Brave New World. L’autore di questo romanzo di fantascienza anticipò gli esperimenti di “eugenetica” che di lì a poco molti medici e scienziati nazisti realizzeranno per tentare la creazione della super razza ariana.

    Come sappiamo, molte delle immagini e delle idee contenute in queste opere, in seguito si sono concretizzate nei regimi totalitari nazifascisti. Gli “individui Alfa” di Brave New World sono ben riconoscibili nei dirigenti della Gestapo e delle Ss, mentre gli individui dell’infima casta degli Epsilon, altro non sono che i prototipi  dei Zwangsarbeiter, cioè i lavoratori forzati che negli anni ‘38 –’45 morirono a migliaia nelle fabbriche tedesche.

     

    Nelle aziende Thissen, Krupp, Bmw, Siemens, Hentschel, venivano veicolati dai campi di concentramentoi prigionieri abili al lavoro,  ai quali era consentito continuare a vivere solo per questa loro caratteristica “meccanica”. A volte non era neppure necessario perché, allora come ora, le aziende delocalizzavano la produzione proprio nei pressi dei campi di concentramento in cui la manodopera era più a basso prezzo: i Konzentrationslager.

    images 10 Famiglia Thissen

     La famiglia Thissen riunita

    12 - Copia

    Una famiglia di ebrei riunita … dai nazisti per essere deportata

    Gli interminabili elenchi di Zwangsarbeiter, gli schiavi che lavorarono nelle fabbriche  tedesche durante tutta la seconda guerra mondiale, che sono conservati nei dossier di diretta provenienza tedesca, faranno tacere i negazionisti.

     

    Alfred Krupp, erede della dinastia di famiglia durante l’epoca del Reich, fu condannato dal tribunale di Norimberga nell’apposito “Processo Krupp”, a causa degli abusi operati nelle sue fabbriche. La pena fu in seguito annullata, ma non la verità.

     

    Italiani impiegati in una fabbrica tedescaKriegsgefangener italiani in una fabbrica d’armi

     

    Furono circa 850.000 gli italiani che dopo la caduta di Mussolini e la rottura da parte dell’Italia del patto stretto con Berlino, furono deportati in Germania dove vennero classificati prima come prigionieri di guerra (Kriegsgefangener), poi come Internati Militari Italiani (Imi), categoria ignorata dalla Convenzione di Ginevra sui prigionieri, per poterli così dislocare senza controlli “a sostegno delle prestazioni”.

     

    Il 28 febbraio 1944 il Comando supremo della Wehrmacht ordinava: «Solo una prestazione soddisfacente dà diritto a razioni giornaliere di cibo. La razione deve essere quindi differenziata secondo la prestazione. Nel caso di una prestazione insoddisfacente, deve essere ridotta a tutta l’unità di lavoro, senza tenere in considerazione il singolo volenteroso. Il capo del Comando supremo della Wehrmacht chiederà ragione a ogni superiore che non agirà con conseguente severità di fronte a una scarsa prestazione lavorativa e disciplina degli internati italiani». Se leggiamo le cronache sul lavoro nelle fabbriche Fiat dell’era Marchionne troveremo inquietanti similitutidi.

     

    Già dopo poche settimane molti dei lavoratori forzati si trovarono in condizioni di vita pessime. In tre mesi, la perdita di peso media era di 9 chilogrammi. Proprio alla Krupp, nella primavera del 1944, circa un quarto degli italiani era morto per inedia, tubercolosi, o violenza. Con gli accordi Hitler-Mussolini del 20 luglio gli internati vennero smilitarizzati d’autorità dalla Repubblica di Salò, dismessi dagli Stalag e gestiti come lavoratori liberi civili. Si trattava in realtà di forzati veri e propri, benché con l’etichetta del lavoro civile volontario/obbligato.

    Se gli italiani, che sicuramente erano gli schiavi meglio trattati, morivano come mosche, figuriamoci cosa toccava agli ebrei e ai sovietici.

     

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    Dachau: Zwangsarbeiter ebrei costretti a lavorare

    durante la seconda guerra mondiale nella fabbrica di munizioni

     

    Nonostante, come dice il ricercatore storico Claudio Sommaruga, «in Italia su questo argomento c’è quasi una rimozione da parte delle istituzioni e dei media» nel 2008 a Roma la Cassazione ha confermato come pienamente legittime le case intentate dagli ex deportati italiani nei confronti della Repubblica federale tedesca : «Quelle deportazioni sono un crimine contro l’umanità» si legge in uno dei dispositivi della sentenza.

     

    Un’altra testimonianza presente nel libro di Marco Ansaldo, Il falsario italiano di Shindler , conferma la presenza nelle fabbriche tedesche dei Zwangsarbeiter: «Negli anni sessanta la Germania versò all’Italia decine di miliardi di lire per risarcire alcune decine di vittime del nazismo. E aziende come la Mercedes e la Wolkwagen provvidero ad assolvere la questione in modo autonomo.(…)  Loro sostengono di aver pagato. Poi se lo Stato Italiano non ha distribuito bene, i tedeschi dicono, non è colpa nostra».

     

    Quanta lucida ragionevolezza.

     

    Anche l’azienda multinazionale Ikea durante il regime sovietico sui paesi dell’est, e ora in India, utilizzò, e utilizza, per il proprio tornaconto economico i nuovi Zwangsarbeiter.

    Il caso degli schiavi dell’Ikea fu sollevato lo scorso settembre da un documentario trasmesso su una tv svedese. Gli ispettori di Ernst & Young inviati dall’azienda per verificare quanto vi fosse di vero, confermarono che i reclusi politici della DDR furono effettivamente utilizzati da alcuni fornitori di Ikea che nulla fece per prevenire quello che si può definire un vero e proprio utilizzo di schiavi.

    La Germania Est, rigida custode dell’ortodossia socialista fino agli anni ‘80, non esitò a ricorrere alle domande dei capitalisti dell’ovest consentendo l’utilizzo dei reclusi, come testimoniano alcuni di loro. «Se consegnavi meno dell’80 per cento della quota richiesta, venivi accusato di sabotaggio» dice Alexander Arnold . «C’erano almeno tre ordini al giorno: non ti potevi rifiutare, altrimenti venivi rinchiuso in una cella d’isolamento a pane e zuppa per almeno tre giorni» racconta un’altra oppositrice politica allora detenuta, Anita Gossler.

    In India, come ci ha raccontato Vincenzo nella lettera, che potete leggere integralmente QUI, le persone che lavorano per l’indotto Ikea vengono trattate più o meno come allora venivano trattati i Zwangsarbeiter dai tedeschi. Il problema è che sono passati ben 70anni.

    E in Italia  qual è lo stato delle cose?

    Due esempi: il primo è quello che a Rosarno ha evidenziato lo stato di “schiavitù del bisogno” in cui i lavoratori extracomunitari vengono costretti sia dai proprietari terrieri sia dai nuovi Kapò malavitosi, ai quali, se voglio guadagnare pochi euro per sopravvivere, devono lasciare buona parte del salario.

    Il secondo è quello della Fiat “modello Marchionne” che, come ha dimostrato in una importante inchiesta, Se questa è una fabbrica, apparsa sul settimanale left, Manuele Bonaccorsi, costringe gli operai a ritmi sempre più veloci e a movimenti innaturali che causano  danni fisici irreparabili. Le malattie professionali dovute al “modello Marchionne” a cui gli operai sono sottoposti sono state  chiamate con un eufemismo “Sindromi di Charlot”. Nel processo che si è chiuso a Torino nel giugno del 2007, 49 Kapò della Fiat sono stati condannati a pagare pene pecuniarie, più o meno pesanti, per aver causato con l’applicazione dei loro “metodi di lavoro”, gravi patologie a 187 operai. Patologie correlate al “taylorismo di fabbrica”: gli operai avevano subito danni di invalidità che variavano dal 7 al 30 per cento, dovuti a patologie del tunnel carpale, epicondiliti, cisti del polso, dito a scatto, tendiniti al polso o alle spalle.

     

    tempi-moderni

     

    Chi vive nel mondo reale assiste ogni giorno ad un riacutizzarsi di quei fenomeni che 80/90 anni fa condussero alla Shoah. Io personalmente vedo ogni giorno sempre più persone che vengono spogliate lentamente ma inesorabilmente di ogni dignità umana. Persone angosciate che senza  un reale progetto di vita, si muovono in un Lager circondato dal ferro spinato del non essere invisibile ai più. Io lo vedo.

    E se qualcuno mi dirà: “ma il “modello Marchionne” è giusto perché è l’unico modo per far lavorare le aziende in Italia” io risponderò che questo dogma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo è inumano, perché parte dalle stesse premesse naziste,  ed è la stessa logica, portata alle estreme conseguenze, per la quale le aziende tedesche durante la seconda guerra mondiale prima, e il capitalismo globalizzato stile l’Ikea poi, hanno sfruttato come schiavi i Zwangsarbeiter.

     

    Per rimanere nella sfera dell’umano si deve uscire da questa anaffettività lucida e utilitaristica perché la logica della ragione produce solo orribili mostruosità.

    24 gennaio 2013

     

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