• Sergej Ejzenštejn : Freud e l’ombra del padre

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      Sergej Ejzenštejn

     Zweig, Babel’, Toller, Mejerchol’d, Freud

    Il titolo rispecchia l’originale. E, autocensurandosi, aveva scritto Mejer al posto di Mejerchol’d, nome a quei tempi ancora tabú

     

    Oggi nella Gazette littéraire mi sono imbattuto nel facsimile del biglietto scritto da Stefan Zweig prima di morire.

     

    Stefan Zweig …

     

    Se non sbaglio, Spencer si rifiutò di essere presentato ad Alessandro II.  Gli sembrava che spesso la conoscenza personale distruggesse la buona impressione fondata sulla reputazione letteraria.

     

    E spesso è così.

     

    Talvolta si limita a intaccarla.

     

    Dopo Dreiser e Dos Passos tocc a Stefan Zweig . Eccolo a Cistye Prudy davanti alla tela cerata del mio tavolo, nella mia stanza colma di volumi.

     

    In un libro di Dreiser si legge che non esiste in Russia un letto grande come il mio.

     

    Dos Passos si ingozzerà di torta all’uva spina e mi dirà che l’odore delle prigioni è uguale in tutti i paesi.

     

    Un poco piú tardi, tornato in Austria,  Zweig descriverà in un giornale questa stanza con il titolo L’eroismo dell’intelligencija. E vi parlerà di un …  lavandino del tutto inesistente.

     

    Mi piacevano molto il suo Dostoevskij, il suo Nietzsche, il suo Stendhal, il suo Dickens.

     

    Era arrivato in Russia per un convegno su Tolstoj.

     

    C’eravamo già incontrati durante uno di quei numerosi «tè internazionali »  in cui capitava di parlare tutta la sera con uno che sembra un tipico tedesco. E chissà perché in  francese. Poi’ d’un tratto, prima di uscire lo senti dire alla moglie, in russo: «Marusja, andiamo a dormire!».

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      Zweig va a ruba.

     

    Beviamo tè con un francese il quale alla fine ti risulta essere un professore lvanov.  E per di piú, un Ivan lvanovič!

     

    Dopo pochi giorni ecco Zweig in casa mia.

     

    Lo accolgo con una domanda bomba, una domanda che non si aspetta: «Il sovvertimento dei sensi l’ha scritto a proposito di se stesso? ».

     

    «Ma no, ma no, si tratta di un amico di gioventù …».

     

    Poco convincente.

     

    Mi dispiace e mi affretto a trarlo d’impaccio.

     

    So che è molto vicino a Freud. (Altrimenti non l’avrei certo aggredito con una domanda così poco opportuna!).

     

    Comincio a rivolgergli domande sul grande viennese.

     

    Zweig non ha ancora scritto i suoi Freud, Mesmer e Mary Baker Eddy.

     

    E molto di quanto finirà nel libro me lo racconta ora.

     

    Ma c’è di più.

     

    Molte cose che nel libro non entreranno.

     

    Risulta molto bravo nel descrivere la particolare atmosfera patriarcale che regna intorno al tavolo ovale del giovedì fra gli adoratori del professore e i suoi fervidi seguaci.

     

    L’indescrivibile atmosfera delle prime scoperte, considerate vere e proprie rivelazioni. Il fermentare di idee dovuto al reciproco contatto. Impeti ed entusiasmi creativi. Ma, inoltre, anche gli aspetti negativi nell’affresco di questa nuova Scuola d’Atene, in cui un nuovo Platone  e un nuovo Aristotele si fondono nella personalità opprimente di un individuo dal nome wagneriano.

     

    Sospetti e gelosie fra i seguaci, fra i quali figurano Stekel, Adler, Jung.

     

    Ma ancor più sospettoso è Freud nei loro confronti.

     

    I sospetti e le gelosie di un tiranno.

     

    Spietato nei confronti di chi non si dimostra veramente fedele alla dottrina.

     

    Soprattutto nei confronti di chi cerca nuovi percorsi, nel quadro delle proprie idee, non completamente conformi a quelle del maestro.

     

    Cresce la rivolta contro il padre-patriarca.

     

    Ci si dà reciprocamente del rinnegato. Ci si accusa di contaminare la dottrina. Messa al bando, anatema …

     

    Il complesso di Edipo, così sproporzionato ed esagerato in Freud, rivive nel fuoco delle passioni scatenatesi all’interno della sua stessa scuola: figli che attentano al padre.

     

    Ma più che altro in risposta al regime e alla tirannia del padre, di un padre più simile a Saturno il quale divora i propri figli che all’inoffensivo marito di Giocasta, Laio, padre di Edipo. (1)

     

    E già si allontanano Adler e Jung, se ne va Stekel …

     

    Un quadro a forti tinte …

     

    Ma non è forse il quadro di un piccolo gruppo di fanatici ricchi di talento, raccolti intorno al padre della dottrina?

     

    E non ha forse ragione la leggenda biblica che identifica nella figura di Giuda lo spettro inevitabile dei sospetti che aleggiano davanti agli occhi del fondatore della dottrina?

     

    Non è forse questa figura altrettanto eterna ed immortale quanto quella del proselita dubbioso, ansioso di conoscere ogni cosa al tatto, infilandovi le proprie dita: la figura di Tommaso l’incredulo?

     

    E che dire dell’ambiente? Non deriverà da qui l’immaginazione dell’orda, pronta a divorare il membro più anziano, figura immancabile nella dottrina di Freud?

     

    O, forse, lo stesso ambiente che lo circonda costituisce un’immancabile riprodursi di certe forme di comportamento, quando la vita quotidiana viene immersa in un’analoga atmosfera di clan chiuso in se stesso?!

     

     

    … Ma perché me la prendo tanto, nel parlare dell’atmosfera di un gruppo di studiosi, dissoltosi da lungo tempo, e per molti versi fuori dall’attualità?

     

    Lo stesso padre Saturno, poi, già da parecchio è lontano da ogni forma di lotta e di rissa.

     

    Sicuramente perché sin dalle prime righe di questa descrizione mi sono allontanato dalla confraternita di Freud e sto parlando, sotto altri nomi, di un ambiente molto simile dal quale io stesso sono uscito per trovare la mia strada nella vita.

     

    Un altro grande vecchio al centro.

     

    Altrettanto affascinante quale maestro e altrettanto maligno e perfido come uomo.

     

    Lo stesso marchio di genialità, la stessa tragica rottura dell’armonia inziale, proprio come nella figura, profondamente tragica, di Freud. E come il marchio del dramma personale si nota nell’insieme della dottrina!

     

    La stessa cerchia di fanatici, fra i discepoli che lo circondano.

     

    Lo stesso impetuoso sviluppo delle persone intorno a lui.

     

    La stessa intolleranza per qualsiasi segno di indipendenza.

     

    Gli stessi metodi d’«inquisizione spirituale».

     

    La stessa distruzione spietata.

     

    La messa al bando.

     

    La scomunica di chi si è macchiato dell’unica colpa d’aver lasciato parlare la propria voce …

     

    Certo, ho smesso da un bel po’ di descrivere il cenacolo di Freud e sto parlando dell’atmosfera che regnava nella scuola e nel teatro dell’idolo della mia giovinezza, del mio capo teatrale, del mio maestro.

     

    E chi meglio di un notabile della Corte di Weimar poteva dimostrare con la propria biografia che una certa dose di filisteismo assicura la quiete, la stabilità, radici profonde e la dolcezza della vocazione, mentre la sua mancanza condanna le nature troppo romantiche a incessanti agitazioni, a slanci e cadute, ai rovesci della sorte e, spesso, al destino di Icaro, che conclude il cammino dell’Olandese Volante …

     

    Nella nostalgia di Mejerchol’d per Konstantin Sergeevič Stanislavskij, per questo patriarca, scaldato dalla luce solare di innumerevoli esponenti delle seconde e terze generazioni di ammiratori e seguaci, c’era qualcosa di simile alla lacrima di Lucifero, alla muta tristezza del Demone di Vrubel’.

     

    E io lo ricordo prossimo al tramonto, nel periodo dell’iniziale riavvicinamento a Konstantin Sergeevič.

     

    Era uno spettacolo commovente e patetico: specie per due vecchi.

     

    Non conosco i sentimenti di Konstantin Sergeevič, che negli ultimi anni della sua vita continuava a elaborare le concezioni del proprio teatro, di un teatro ormai attento a quello della giovane generazione, capace di offrire nuovi pensieri e nuovi talenti.

     

    Ma ricordo come brillavano gli occhi del «figliol prodigo» nel parlare della loro nuova alleanza tesa a evitare ogni direzione estranea all’autenticità teatrale e che il primo dei due aveva accuratamente eluso agli inizi di questo secolo ed alla propria vita di artista e che l’altro aveva rifiutato qualche decina d’anni più tardi quando l’erbaccia di queste tendenze dannose al vero teatro e fatte crescere con cura da Nemirovič-Dančenko aveva cominciato a soffocare lo stesso fondatore del Teatro d’arte.

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    L’alleanza non durò a lungo.

     

    Ma questa volta l’allontanamento non fu dovuto a dissapori.

     

    Per gli stessi aspetti caratteriali di cui s’è detto uno dei due conobbe una fine tragica, quale conseguenza diretta del proprio disaccordo interiore, l’altro morì di morte naturale…

     

    Ma in quei lunghi anni, quando, già guarito del mio trauma, m’ero riappacificato con lui ed eravamo di nuovo amici, mi sembrava sempre che nel trattare allievi e seguaci egli recitasse il proprio trauma del distacco dal suo primo maestro … rivivendo negli individui da lui respinti la propria pungente amarezza, trasformato, mentre respingeva, nel tragico padre Rustem che colpisce Zorab, quasi in cerca di una giustificazione e di un completamento a quel che nella sua gioventù era accaduto senza alcuna cattiva intenzione da parte del «padre» ed era semplicemente dovuto al desiderio di indipendenza del «figlio superbo».

     

    Ecco il dramma come lo vedevo io.

     

    Forse in maniera poco obiettiva.

     

    Forse poco «storica».

     

    Ma tutto questo mi era troppo vicino, sapeva troppo di »cronaca familiare».

     

    Infatti, in un certo qual modo, come «beatitudine» scesa dall’alto, tramite l’investitura del più anziano, io sono figlio e nipote di queste passate generazioni.

     

    … Naturalmente, durante l’incontro con Zweig, non pensavo a queste cose e lo ascoltavo con la massima attenzione.

     

    Poi lo intrattenevo mostrandogli fotografie del film Ottobre.

     

    Lui andava in sollucchero ed esagerava negli elogi.

     

    Lo faceva con una voce strana, leggermente piagnucolosa, con una certa cantilena.

     

    Ne voleva una per ricordo.

     

    «Oh, come sono belle! Ah, come sono magnifiche!».

     

    Gliene offro una scelta da me.

     

    «Magnifiche! Bellissime… (e sempre con la solita cantilena!)…

     

    Ne vorrei un’altra (e di nuovo)… Che belle.. ‘ Che splendore…

     

    Se non le dispiace …»

     

    Certo, non mi dispiace.

     

    Tanto più che le sue opere mi piacciono molto.

     

    Anche se Amok mi ha deluso.

     

    Non c’è da meravigliarsi: prima di leggerla l’ho udita raccontare con dovizia di particolari da… Babel’.

     

    E, dio mio, che debole riflesso di quella straordinaria narrazione è l’autentica Amok!

     

    Ascolto il racconto di sera, al tramonto, sulla veranda superiore di quella dacia Nemčinovka dove al piano di sopra lavoravo, con la Agadzanova, alla sceneggiatuta di 1905 e, al piano di sotto, con Babel’, alla sceneggiatura del suo Benja Krik

     

    Negli intervalli mi sono rimpinzato di mele macerate che emanano il profumo e il fresco dalla piccola ghiacciaia situata li, in giardino.

     

    Perché Benja Krik?

     

    Il mio intraprendente direttore Kapčinskij era convinto che mentre lavoravo a Odessa a 1905, tra una cosa e l’altra avrei potuto girare … Benja Krik!

     

    E nel chiosco, in un angolo del giardino bevevamo vodka con Kazímir Malevič che ogni tanto sopraggiungeva dalla città.

     

    Semisdraiato, Babel’ mi parlava della monumentale potenza sessuale degli asini.

     

    Ma, certo, la cosa più straordinaria erano i suoi racconti.

     

    Poi per mille diavoli, chi cerca trova!

     

    Chi se non Babel’ doveva incontrare, la sera, alla stazione di Nemčinov Post e la dacia

     

    un falò…

     

    Accanto al falò un ebreo…

     

    Un ebreo con il violoncello…

     

    Un ebreo solitario suona il violoncello…

     

    accanto a un falò…

    in un boschetto presso la stazione di Nemčinov Post…

     

    Poi Babel’ espone Amok con parole sue e tutto rivive davanti ai miei occhi: l’accecante notte di luna tropicale sul ponte della nave, la donna meravigliosa, l’aborto nel sudicio buco alla periferia di Calcutta, la scaletta che sprofonda in mare con la bara, la tremenda tristezza del medico fuori ruolo andato a finire in India.

     

    E sempre lì, tra una cosa e l’altra, butto giù Il Bazar della lussuria e lo infilo al Proletkino con lo pseudonimo di … Taras Nemčinov.

     

    Perché Nemčinov lo si capisce.

     

    Quanto aTaras, come protesta contro il fatto che Griša (Aleksandrov) chiama il figlio Douglas (ora è un tenente spilungone della seconda guerra mondiale) mentre io insisto sul nome Taras!

     

    Poi c’è la storia della Marija di Babel’. Non ne abbiamo mai parlato. Ma questo accadrà parecchio più tardi.

     

    Intanto qui, a Nemčinovka, perla prima volta l’ho sentito parlare di Stefan Zweig.

     

    Che poi ho incontrato.

     

    Poi ho ricevuto da lui una lettera sul suo lavoro intorno al Fouché.

     

    Poi l’invito a incontrarci a Vienna per vedere insieme Freud.

     

    Non ho potuto andarci.

     

    Ci siamo persi di vista.

     

    Nel quarantadue si è suicidato in Brasile insieme alla moglie.

     

    Ha aperto il gas.

     

    Ernst Toller si è impiccato nel1939.

     

    L’ho incontrato per la prima volta a Berlino nel t929.

     

    L’uomo-massa non mi è mai piaciuto.

     

    In compenso, considero L’infelice Eugenio un’opera di grande rilievo.

     

    Ho messo a disagio anche Toller (come Zweig).

     

    Mi ha ricevuto nelle sue stanzette, linde e sdolcinate.

     

    Un gesto ampio: «Prendete per ricordo qualunque cosa vi piace».

     

    Che cosa prendere? Se non prendo niente si offende …

     

    Alla parete sono appese due litografie di Daumier – non delle migliori – dentro strette cornici dorate.

     

    Una tazza?

     

    Qualche vasetto?

     

    Cerco con gli occhi qualcosa in duplice copia …

     

    Ecco qua!

     

    Un cavaliere messicano, un balocco di paglia che assomiglia un po’, per fattura e tecnica, al sandalo intrecciato dei contadini russi.

     

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    Lo prendo.

     

    È una gaffe.

     

    Il cavaliere appartiene a Elisabetta Bergner.

     

    Lo straordinario è che in seguito ho trascorso quattordici mesi in Messico!

     

    E di balocchi di paglia ho portato indietro con me solo il cavaliere di Toller …

     

    Non è vero, anche un coccodrillo che poi ho donato a Kapica.

     

    Fa raccolta di coccodrilli d’ogni specie, seguendo le orme di Rutherford.

     

    Pulgas vestidas. Le stampe popolari di José Guadalupe Posada e molte molte altre cose. Ma quanto a balocchi di paglia, soltanto il cavaliere di Toller-Bergner!

     

    (1)   D’altronde, alcune male lingue dell’antichità ci hanno messo al corrente di particolari molto curiosi ed imprevisti sulle cause della rissa fra Edipo e suo padre, cause che normalmente conosciamo dalla versione di Sofocle (N.d.A.).

    Tratto dal libro di  Sergej Ejzenštejn Visse, scrisse, amo – Memorie Editori Riuniti

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