• “Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più” – Viaggio nel tempo attraverso i diari di Peppe

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    Proietti Giuseppe

    A MARCIA INDIETRO *


    Loretta Emiri **


    Morto l’ultimo occupante, lo sgombro di una casa può costituire una semplice attività fisica o divenire momento privilegiato di meditazione. A suscitare la riflessione esistenziale, e determinarne la complessità, non è certo il grado di parentela esistente tra il defunto e i suoi eredi, ma la natura dei sentimenti e rapporti fra loro intercorsi. Più un individuo è sensibile, più ricca è la sua riflessione; piccole cose, insignificanti agli occhi degli altri, a lui ispirano idee preziose; se poi ne conosce la storia, gli appaiono per quello che sono in effetti, e cioè reperti di incalcolabile valore sentimentale. Soffiata su di essi, la conoscenza anima gli oggetti e infonde loro vita propria.


    Proietti Giuseppe nacque il 23 ottobre del 1891. Nel settembre del 1902 ottenne l’Attestazione di Lode, meritata come allievo della terza classe della scuola della Quercia per “Studio e buona Condotta durante l’anno scolastico 1901-902”. Trascorse qualche anno a Roma lavorando come muratore. Quando mise insieme il gruzzolo necessario tornò alla Quercia per mettere su famiglia. Solare e di indole pacifica, era un ometto semplice che si faceva voler bene. Naturalmente era chiamato Peppe. Lavorò come operaio negli stabilimenti locali. Insieme alla moglie fece cento altre attività e mille sacrifici affinché la famiglia vivesse nel decoro. Seppur modesta, possedettero una casa a Narni. Seppur indesiderata, dovettero comprare una tomba quando si videro morire un figlio non ancora diciottenne. Pur non essendo in quell’epoca cosa scontata, fecero studiare i quattro figli maschi fino al terzo anno della scuola media chiamata Avviamento; mentre, dopo la Quinta Elementare, incamminarono la femmina alla professione di sarta da uomo. Peppe morì il 7 agosto 1971, tranquillamente come era vissuto. Gioviale, semplice, laborioso, di lui si può dire che fu proprio un uomo qualunque.

     

    Titolo di studio Proietti Giuseppe


    La moglie visse ancora alcuni anni. Alla morte di quest’ultima, gli eredi decisero di mettere in vendita la casa; quindi ne decretarono lo sgombro. Nel localino che era stato territorio esclusivo di Peppe sono state rinvenute scatole con fotografie, lettere e cartoline dal fronte, un considerevole numero di giornali meticolosamente impacchettati, qualche libro, alcuni diari; quello del 1944 Peppe lo scrisse su un’agendina di qualche anno prima, modificandone i giorni della settimana.


    Più legge meglio riesce a scrivere, chi ama farlo. Le letture sono i suoi testi sacri, lo scrivere è il suo rituale. La donna sistemò i diari del 1943 e 1944 sul comodino e per qualche giorno sembrò che li guardasse soltanto. In realtà stava predisponendo lo spirito alla non facile lettura di parole scritte in tempo di guerra. Iniziò a leggerle solo dopo aver fatto silenzio e spazio dentro di sé. A tanti anni di distanza dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, immensa è la bibliografia correlata. Tutto è già stato detto, pubblicato, studiato, visto dalle più svariate angolazioni: storiche, sociali, ufficiali, militari, estremistiche, revisioniste, di destra, di sinistra. Secondo lei la validità della pubblicazione dei diari risiedeva nel fatto che erano stati scritti da un uomo qualunque: uno che la guerra non l’aveva voluta, né dichiarata, né fatta, ma le cui conseguenze aveva vissuto sulla pelle insieme alla famiglia. Dare voce a chi non ne ha, schierarsi al fianco di chi le prepotenze le subisce, solidarizzare con emarginati e minoranze: come frasi sono facili, il difficile è applicarle alla vita, trasformarle in un modo d’essere e d’agire. Decise di curare l’edizione dei diari di Peppe.

     

     


    Trascrizione diplomatica significa trascrizione fedelissima, che conserva le parole come sono, i nessi, l’interpunzione, le abbreviazioni, gli errori e simili; la trascrizione diplomatica delle due agendine si impose, e fu alquanto faticosa, ma rappresentò il primo passo verso l’organizzazione del libro. Analizzò a lungo originali e trascrizione, anche mettendo a confronto parti e cercando di penetrare il pensiero stesso dell’autore nei passaggi particolarmente contorti. Riscontri esaustivi, versioni preliminari o provvisorie, letture e riletture le permisero infine di stabilire norme di riferimento cui ricondusse quelle forme, morfologiche o grafiche, che negli originali si presentano oscillanti. Nella redazione finale non inserì sigle rimaste criptiche; unificò la grafia di nomi, luoghi e orari di allarmi; intervenne a livello di ortografia e punteggiatura; tolse poche corte frasi che, invece di chiarirli, rendono incomprensibili certi passaggi; in alcuni casi invertì l’ordine delle parole o ne aggiunse qualcuna. A determinare tutte le scelte fatte fu il desiderio di facilitare la lettura, mettendo il pubblico in condizione di cogliere pienamente i messaggi contenuti nei diari.


    Con il termine metàtesi si intende l’inversione nell’ordine di successione dei suoni di una parola; valutando che sarebbero stati un po’ più sicuri, Peppe e famiglia lasciarono Narni e si sistemarono in un mulino da olio in località la Quercia, più comunemente detta Cerqua. I limiti linguistici e culturali dell’autore non gli hanno affatto impedito di rendere l’idea del terrore con cui si doveva convivere in quel periodo; la metodica registrazione degli allarmi, mantenuta nella redazione finale, scandisce il ricorrente tema della paura. Alle note che descrivono devastazioni e terrore fanno da contrappunto quelle concernenti attività e preoccupazioni quotidiane, ad esempio legate al tempo e al raccolto. Disarmanti nella loro semplicità, le parole di Peppe suonano a volte contraddittorie ma, essendo frutto di reazioni istintive, non fanno che marcare l’evolversi degli avvenimenti. Così chiama “nemico” colui che la storia definirà “alleato”. Imbastisce buoni rapporti con i tedeschi istallatisi nella stanza sovrastante quella occupata dalla sua famiglia e, quando gli inglesi gli sequestrano coperte dategli da quei tedeschi, scrive: “Certo che la polizia inglese è peggio di quella tedesca perché con questa sono stato sempre in buoni rapporti e non ho avuto niente a che fare”. Invece, quando i tedeschi sabotano la linea ferroviaria, afferma: “Siano maledetti loro e chi li ha portati in Italia”. Se poi si preoccupa per la sorte della sua donna quando non l’ha accanto, o con la sparizione di un “piantoncello” a seguito di un bombardamento, le sue scarne parole traboccano di poesia.

     

    Diario Proietti Giuseppe


    Tutti i membri della sua famiglia nucleare escono vivi dal conflitto. Il figlio maggiore e il fidanzato della figlia, chiamati a combattere sul Fronte Africano, tornano a casa dopo una prigionia infinita. Invece la sorella di Peppe perde il marito, Serpetti Giulio, travolto da un camion tedesco. Per la sorella della moglie di Peppe, il saldo della guerra è ancor più devastante: il marito, Aramini Attilio, conduceva un carrettino a mano vuoto, in compagnia di tre figlie e di una conoscente; mitragliati, muoiono sul colpo la conoscente, lui e la figlia minore; la mezzana riporta ferite lievi; alla figlia maggiore amputano la gamba sopra al ginocchio. Se ad essere colpiti sono obiettivi civili e popolazione, spudoratamente li si definisce “danni collaterali”. Tutto ciò che essa produce, è parte integrante della guerra stessa: ogni distruzione, morte, sequela è un tassello dello stesso orrendo mosaico. Cosa la guerra realmente sia non ce lo dicono i libri di storia, ma le amputazioni e cicatrici dei sopravvissuti, le tombe dei civili morti, il numero e l’estensione dei cimiteri di guerra; bisogna fermarsi davanti alle lapidi e calcolare l’età che quei ragazzi “giovani e forti” avevano quando sono stati ammazzati; sforzandosi solo un po’, bisogna provare ad intuire le devastazioni interiori, quelle che non si vedono ma ci si porta dietro fino alla morte. Cosa la guerra realmente sia lo si scopre ascoltando chi l’ha vissuta sulla pelle, o leggendo le assordanti parole scritte che qualcuno di loro ci ha lasciato in eredità.


    Durante il lavoro di organizzazione dei diari sono stati selezionati documenti e illustrazioni d’epoca che, in modo puntuale, sottolineano e amplificano le parole di Peppe. La decisione di inserire le foto di alcuni tedeschi è stata determinata dalla speranza che i lettori vadano con il pensiero anche alle famiglie di quei militari. Il titolo è stato suggerito dall’autore stesso dei diari: Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più. L’informazione che quell’ometto qualunque, chiamato Peppe, fosse il nonno materno della curatrice del libro sembrerebbe di nessuna importanza, eppure veicola la consistenza di un sentimento umano fatto d’orgoglio frammisto ad affetto.

     

    1 loretta

    * Brano tratto dal romanzo breve Quando le amazzoni diventano nonne, Loretta Emiri, CPI/RR, Fermo, 2011.

    ** Loretta Emiri è nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il Dicionário Yãnomamè-Português, il libro etno-fotografico Yanomami para brasileiro ver, la raccolta poetica Mulher entre três culturas, i volumi di racconti Amazzonia portatile e Amazzone in tempo reale (Premio Speciale della Giuria per la Saggistica del Premio Franz Kafka Italia 2013), il romanzo breve Quando le amazzoni diventano nonne. È anche autrice dell’inedito A passo di tartaruga, mentre del libro Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più, anch’esso inedito, è la curatrice.

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