• Patagonia, ospite inatteso

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    di Gian Carlo Zanon

     

    Sono sempre lente le parole che mi escono dalla mente quando inizio a scrivere un articolo. E, nonostante crei ogni volta una gabbia di appunti per rinchiudere la loro irrequietezza, le espressione verbali molto spesso vanno a vergare pensieri non pensati prima di mettermi a scrivere. Così il pensiero che prende vita nella scrittura appare come un perturbante ospite inatteso pronto a prendere il sopravvento sui miei “ragionevoli pensieri” che vorrebbero anticipare gli eventi. Mi consolo quando penso che tutto sommato è giusto che sia così: noi siamo il nostro pensiero, soprattutto quello che disegna come un artista le immagini della notte. Di conseguenza “il mutevole abitante del mio solito involucro” c’est moi.

     

    Oggi dovrei scrivere una recensione su un libro che possiede una complessità notevole. Il volume è Patagonia – Un viaggio sulle tracce di Bruce Chatwin di Maurizio Furgada. L’autore, leggo sulla quarta di copertina, si è laureato in Giurisprudenza, e nel 1999 ed ha vinto il Premio Annuale per la Pace della Regione Lombardia con un progetto interetnico nella Bosnia del post-conflitto.

     

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    Bruce Chatwin 

     

    Il libro di Furgada è il diario – scritto con originali venature letterarie –  di un viaggio, compiuto in Patagonia e nella Terra del Fuoco, che l’autore ha compiuto nel 2008, seguendo le impronte  lasciate da Bruce Chatwin nel suo celeberrimo In Patagonia.

    34 anni dopo ad attendere il “novello Chatwin” c’è lo stesso vento patagone, gli stessi sentieri dove ci si può perdere o ritrovare, e molti di qui volti, che l’inglese, poco amato anche da coloro che l’avevano ospitato, aveva visto, ascoltato, fotografato.

    Lo sguardo dell’autore italiano però è completamente diverso, come diverso è l’avvicinamento alle persone che cerca di vedere fino in fondo, mentre, a mio giudizio, a Chatwin non importava molto la loro realtà: lui cercava solo una tavolozza dove stendere le proprie visioni del mondo filtrate da una cultura tanto raffinata quanto inutile per la comprensione di ciò giorno dopo giorni veniva ad accamparsi sotto i suoi occhi.

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    Posso dunque capire l’antipatia dei patagoni, che esce dalle pagine del libro di Furgada, per quel tipo strano, che li aveva usati come oggetti delle proprie fantasticherie. Chatwin viene tacciato giustamente di superficialità dagli argentini. È come se una donna scoprisse che il vecchio amante, al quale aveva dato tutta se stessa, non l’avesse mai vista nella sua realtà più profonda ma avesse sovrapposto sulla sua immagine la figura di un’altra donna dalla quale egli non si era mai separato.

     

    Sono andato a riprendere un mio vecchio articolo per vedere se avevo visto o capito questa percezione alterata attraverso la quale l’inglese aveva “visto” gli individui incontrati e la loro storia:

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    «L’autore del libro, – scrivevo nel 2007 – come il protagonista proustiano della Recherche e come il personaggio di Paris-Texas, persegue i ricordi come se trovasse pace solo nel ritrovare tracce ed oggetti, (già conosciuti) negli immensi spazi della Terra del fuoco. E forse è meglio non addentrarci troppo nei perché egli fa e poi racconta questo suo vissuto. Possiamo solo chiederci se egli andò in Patagonia alla ricerca di una sua identità perduta e se credette di poterla ritrovare solo verificando l’esistenza degli oggetti rimasti nei suoi ricordi coscienti. Possiamo solo chiederci se Chatwin fece questo viaggio per calmare la stessa angoscia dei personaggi citati e se, una volta ritrovati questi ‘oggetti inerti della mente’, egli si … diciamo … tranquillizzò.»

    Si, in effetti avevo “sentito” qualcosa che non andava in questa sua ricerca. E le testimonianze raccolte da Maurizio Furgada me lo confermano.

     

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    L’approccio dell’autore è completamente diverso. Mentre Chatwin proiettava la propria cultura sull’oggetto percepito alterandone il senso, Furgada cerca di vedere/intuire chi e cosa ha di fronte. Per far questo succhia il mate dalla stessa cannuccia dei guachos; divide con loro i poveri giacigli; mangia le milanesas rinsecchite che il camionista gli offre dalle sue mani sporche di lavoro. Non obbietta ad una sola affermazione della persona intervistata, anche se certamente a volte è in totale disaccordo. Non voglio dire che tutto ciò, giusto o è sbagliato che sia, è il suo modo di procedere nella ricerca, ed è una modalità di approccio conoscitivo che senza dubbio paga.

     

    Il rispetto che l’autore ha sia per gli individui che incontra che per il lettore, fa si che egli, apparentemente, si trasformi in uno mero strumento che traduce parole ascoltate  e visioni in dati anastatici. Il discrimine tra assenza critica e soggettività lo si può intuire solo da ciò che permane dopo la lettura del testo. La sua è una di quelle opere letterarie alla quale solo il lettore, con i suoi giudizi, può porre la parola fine.

     

    Ho sempre pensato che chi scrive spesso lo fa per porre delle domande a se stesso e ai lettori. Per chi possiede quella merce rara che si chiama onestà intellettuale, la scrittura è un modo per riordinare il proprio pensiero verbale che solo se fermato dalla grafia può servire da base per altri movimenti del pensiero. In ciò che si scrive vi sono già alcune risposte ai nostri perché.

     

    Posso pensare che l’autore di questo libro si sia chiesto ad esempio le ragioni del genocidio dei nativi della Patagonia e della Terra del Fuoco. Lo ha fatto narrando del loro genocidio attraverso i racconti di alcune persone che hanno visto gli ultimi orrori di quella Shoah durata quasi cinquecento anni durante la quale sono morte 80/90 milioni di persone. Non mi sembra che Chatwin si sia speso molto sull’argomento. A lui interessava molto l’Albatros di Coleridge.

     

    Non vorrei sembrare eccessivamente critico su Chatwin, posso dire però che nel libro di Maurizio Furgada, trovo una maggiore vicinanza, soprattutto per quanto riguarda la sua percezione degli esseri umani.

     

    In lui trovo anche la stessa “ossessione” per l’estremo di Werner Herzog, nel senso etimologico del termine. Ossessione viene dal latino obsessus  participio passato di obsidere, “assediare”; composto da ob “intorno” e sedeo “dimoro”.

     

    Dopo aver letto i motivi non razionali che lo hanno spinto a fare questo viaggio, dove ha rischiato anche di perdere la vita, mi sono convinto che egli è uno di quei “fortunati”, che venendo abitati da un ospite inatteso che assedia anche attraverso i sogni l’esistenza, anziché relegarlo unicamente nel modo dei sogni ad occhi aperti, gli danno modo di concretizzarsi realizzando, in simbiosi con questa immagine interna la propria realtà umana, o parte di essa.

     

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    Questo “ospite inatteso”, che dimora dentro di noi e che Socrate chiamava daimon e Gracia Lorca duende , è quel “destino” di cui parla Vuelvo al sur di Solanas-Piazzola: «el destino del corazon». Questo strano “sentire” che ci obbliga al cammino verso l’ignoto, lo troviamo anche nei versi di Cantares di Antonio Machado: «Caminante no hay camino/sino estelas en la mar». Quei segni impossibili tracciati sul quel mare conosciuto quando ancora il nostro tempo umano non aveva avuto inizio, e di cui serbiamo una malinconica memoria, ci indicano la strada per la realizzazione della nostra umanità. Ognuno ha il suo daimon, ognuno una strada da percorrere inscritta nel sangue.

    D’altro canto il libro di Chatwin inizia con questi struggenti versi di Blaise Cendrars: «Non c’è altro che Patagonia, Patagonia, che corrisponde alla mia tristezza.»

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    Nel dicembre del1974 , quando Chatwin giunge in Argentina per compiere il suo famoso viaggio, il Cile era già nelle mani rapaci di Pinochet e delle corporation americane che erano convinte che il Sudamerica fosse il proprio giardino privato. «Nixon, Frei e Pinochet /iene voraci /della nostra storia» scrisse Pablo Neruda subito dopo il colpo di stato cileno. «Un pastore battista americano (…) ci chiese di pregare per Pinochet»  scrisse Chatwin nel suo libro.

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    Sempre in quei giorni, in Argentina, gli industriali, la Chiesa cattolica e i grandi proprietari terrieri, avevano già pianificato ed erano pronti a iniziare quella che venne chiamata, con un eufemismo coniato ad hoc dai carnefici, Guerra sucia (guerra sporca). Il golpe del 1976, come scrisse il giornalista argentino Horacio Vertbensky nel suo libro denuncia La isla del silencio,  era in preparazione già dagli anni cinquanta.

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    «Eva (Evita Peron N.d.R.) era in perfetta forma dopo la sua ispezione nelle banche d’Europa. Alcuni cattolici avevano fatto celebrare una messa in suffragio per l’anima di Hitler e stavano aspettando il golpe» (In Patagonia – Bruce Chatwin)

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    Sono passati molti anni da quei tragici avvenimenti, Pinochet è morto, molti militari argentini responsabile della morte dei desaparecidos, e della scomparsa dei loro figli, sono in carcere in Argentina e in Europa. Anche il loro grande amico Carol Woytjla è morto dopo essere stato maledetto dalle madri di Plaza de Mayo.

    .L’autore del libro preferisce non parlare esplicitamente di questa terribile storia, lascia che le parole di alcune persone incontrate narrino i loro ricordi di quel periodo sanguinario e dei comunisti che ora,con la loro caotica democrazia, danno l’impunità ai ladri delle loro pecore.

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    Ne parlo io dicendo che in realtà “l’esperienza di Salvador Allende” non era caduta nel caos casualmente, ma era stata scientemente fatta fallire dalla capitalismo argentino appoggiato dalla Chiesa cattolica, e dai dirigenti Usa, soprattutto dal Nobel per la pace Henry Kissinger il quale ebbe un ruolo di sostegno attivo, con l’utilizzo di caccia statunitensi, sia nel golpe militare di Pinochet,  sia nell’assassinio del presidente socialista cileno Salvador Allende, l’11 settembre del 1973.

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    Kissinger, nonostante nel frattempo sia stato incriminato dalle magistrature di Francia e Argentina,  ed è stato complice in altri genocidi tra cui quello di Timor Est, è stato ricevuto in pompa magna da Ratzinger in Vaticano. … ve l’avevo anticipato non so mai dove mi portano i pensieri.

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    Finisco la  recensione dicendo che in questa appassionante opera di Furgada c’è la storia minuta di molte persone che hanno nel bene e nel male delineato i confini di un’immagine indefinita che rappresenta la Patagonia e che ognuno di noi ogni giorno, senza rendersene conto, ridisegna dentro di sé.

     

    Buona lettura …

     

    30 Gennaio 2013

     

    Altre informazioni le potete trovare sul sito dell’autore : http://www.lapatagonia.it/

     

    Scheda

    Titolo: Patagonia – Un viaggio sulle tracce di Bruce Chatwin

    Autore: Maurizio Furgada.

    Editore: Maremmi Editore – Firenze Libri

    Per acquisto online: http://www.amazon.it/Patagonia-viaggio-sulle-tracce-Chatwin/dp/8872561736

     

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    • Gentile Signor Zanon,
      il suo blog mi è stato segnalato da Maurizio Furgada. La lettura della recensione al libro di Maurizio ha stimolato delle considerazioni personali, che mi permetto di farle avere per alimentare la riflessione da lei avviata.
      Analizzando miei testi, qualcuno scrisse che sarebbero piaciuti a Bruce Chatwin. Al momento l’affermazione m’infastidì, perché sembrava togliesse originalità alla mia scrittura. Poiché non lo conoscevo, mi documentai su Chatwin e lessi un suo libro. Scoprii così che quello che avevamo in comune era “l’irrequietezza”. Nei viaggi e nella letteratura Chatwin ricercava se stesso. Che alcuni dei patagoni incontrati non si ritrovino nei profili che di loro Chatwin ha tracciato, secondo me non ha importanza. Importante è l’elaborazione mentale dello scrittore: mescolando osservazione e creatività, quelli che ci fa conoscere sono personaggi della sua fantasia. Per me memoria e letteratura sono finzioni verosimili. La formazione e la cultura dello scrittore ne determinano, necessariamente, stile, forma e contenuti. Oggetti o situazioni che s’imprimono nella nostra memoria rivelano di noi più di quanto potrebbero le nostre stesse parole; così gli oggetti che Bruce descrive ci parlano di lui, della sua formazione, della sua cultura, della sua estrazione sociale, della sua identità.
      (27-02-13)

      • Anch’io penso che la memoria, più che il ricordo, sia un modo per scavare la realtà. Penso anche che la nostra percezione sia forzatamente “viziata” dalla percezione soggettiva. Qualcuno ha chiamato questa modalità visionaria “percezione poetica” indicando in questo modo la nostra continua ed immediata ricodificazione della realtà oggettiva che si accampa ai nostri occhi. Sappiamo anche che la luce che avvolge l’oggetto percepito si imprime nella retina formando un’immagine piatta che viene immediatamente posta nello spazio tridimensionale avvolta di senso. Sappiamo anche che ogni individuo dà un senso proprio all’oggetto percepito. Se io vedo un uomo di colore penso che sia un individuo socialmente debole da proteggere; se la stessa persona passa dallo spazio visivo di un razzista questi penserà che di aver di fronte un individuo socialmente debole da sfruttare.

        Come lei scrive “gli oggetti che Bruce descrive ci parlano di lui, della sua formazione, della sua cultura, della sua estrazione sociale, della sua identità”. Io aggiungerei che la realtà che egli racconta è filtrata attraverso la sua identità, che senza dubbio è il risultato “della sua formazione, della sua cultura, della sua estrazione sociale” ma anche e soprattutto della sua realtà umana formatasi nei marosi dei rapporti umani. E qui io sento una carenza affettiva. Una carenza affettiva che invece di arricchire la realtà umana incontrata tende a reificarla. Sembra dal libro di Furgada che questa mia sensazione sia condivisa da molte persone che l’hanno incontrato o letto. Questo non è il luogo per avvalorare la mia tesi interpretando decine di passaggi del libro di Chatwin. Dico solo che a mio giudizio la ricerca dell’inglese è arida perché egli non si mette mai in gioco, come Proust è troppo concentrato su se stesso per accorgersi della realtà umana delle persone che incontra. Chatwin, al contrario di Furgada non mischia la propria saliva e il proprio Io con le persone incontrate. Tiene la “giusta distanza” che gli permette di fantasticare su di loro senza “corrompersi” . In questo modo la sua visione non può che rimanere, realivamente, in superficie.

        Potrei continuare all’infinito ma si è fatto tardi. Potremmo fare un dialettica pubblica. Che ne pensa?

        Grazie comunque per il suo intervento in buona parte condivisibile.

        Gian Carlo Zanon

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