• Pablo Neruda: “Confesso che ho vissuto” – Incipit

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     INFANZIA E POESIA

     

    Comincerò col dire, dei giorni e degli anni della mia infanzia, che il mio unico personaggio indimenticabile fu la pioggia.La grande pioggia australe che cade come una cateratta dal Polo, dai cieli di Capo de Hornos fino alla frontiera. In questa frontiera o Far West della mia patria, nacqui alla vita, alla terra, alla poesia e alla pioggia.

     

    Per quanto abbia camminato, mi sembra che sia an­data perduta quell’arte di piovere che si esercitava come un potere sottile e terribile nella mia Araucania natale. Pioveva mesi interi, anni interi. La pioggia cadeva in fili come lunghi aghi di vetro che si rompevano sui tetti o arrivavano in onde trasparenti come le fi­nestre, e ogni casa era una nave che difficilmente giunge­va in porto in quell’oceano di inverno.

    Questa pioggia fredda del sud dell’America non ha le raffiche impulsive della pioggia calda che cade come una frusta e passa lasciando il cielo azzurro. Al con­trario la pioggia australe ha pazienza e continua, senza fine  a cadere dal cielo grigio.

    Di fronte a casa mia, la strada si è trasformata in un immenso mare dì fango. Attraverso la pioggia vedo dalla finestra che un barroccio si è impantanato in mezzo alla strada. Un contadino, con un pesante man­tello di lana nera, bastona i buoi che fra la pioggia e il fango non ne possono più.

    Per i sentieri, posando il piede da una pietra all’altra, contro freddo e pioggia andavamo al collegio. Gli ombrelli se li portava via il vento. Gli impermeabili erano cari, i guanti non mi piacevano le scarpe si in­zuppavano. Ricorderò sempre i calzini bagnati accanto al braciere e una fila di scarpe che sbuffavano vapore, come piccole locomotive. Poi venivano le inondazioni, che si portavano via le baracche dove viveva la gente più povera, vicino al fiume. Anche la terra, tremante, si scuoteva. Altre volte sulla cordigliera spuntava un pennacchio di luce terribile: il vulcano Llaima si sve­gliava.

    Temuco è una città pioniera, una di quelle città sen­za passato, ma con botteghe di ferramenta. Gli indios non sanno leggere e così le botteghe di ferramenta ostentano nelle strade i loro notevoli emblemi: un im­menso saracco,una pentola gigantesca, un lucchetto ciclopico un cucchiaio antartico. Più in là, le calzolerie, uno stivale colossale.

    Se Temuco era la avanzata della vita cilena nei ter­ritori del sud del Cile, ciò significava una lunga storia di sangue.

     

    Sotto la spinta dei conquistatori spagnoli, dopo tre­cento anni di lotta, gli araucani ripiegarono in quelle regioni fredde. Ma i cileni continuarono quella che ven­ne chiamata «la pacificazione dell’Araucania », la con­tinuazione cioè di una guerra a ferro e fuoco, per spo­gliare i nostri compatrioti delle loro terre. Contro gli indios, tutte le armi furono usate generosamente: il colpo di fucile, l’incendio delle capanne, e poi, più pa­ternamente, la legge e l’alcool. L’avvocato divenne an­che uno specialista di saccheggio dei loro campi, il giudice li condannò quando protestarono, il prete li minacciò col fuoco eterno. E alla fine, l’acquavite con­sumò l’annientamento di una razza superba le cui ge­sta, il cui valore e la cui bellezza Don Alonso de Er­cillalasciò incise in strofe di ferro e di diaspro nel suo “Araucana”.

    I miei genitori erano arrivati da Parral, la città in cui nacqui. Lì, nel centro del Cile, crescono le vigne e il vino abbonda. Senza che me lo ricordi, senza sa­pere di averla guardata con i miei occhi, mia madre, donna Rosa Basoalto, morì. Io nacqui il 12 luglio 1904 e un mese dopo, in agosto, sfinita dalla tubercolosi, mia madre non c’era più.

    La vita era dura per i piccoli agricoltori del centro paese. Mio nonno, don José Angei Reyes, aveva terra e molti figli. I nomi dei miei zii mi parvero di principi di regni lontani. Si chiamavano Amòsm Oseas, Joel, Abadias. Mio padre si chiamava semplicemente­ José del Carmen.Se ne andò giovanissimo dalle terre paterne e lavorò come operaio nei bacini di drenaggio del porto di Talhuano per finire ferroviere  a Temuco.

    Era conducente dì un treno della ghiaia. Pochi sanno cos’è un treno della ghiaia. Nella regione australe, dai grandi uragani, le acque porterebbero via le rotaie se non si stendesse un letto di sassi fra le traversine.

     

    Bisogna andare a prendere con dei cesti la ghiaia dalle cave e caricare il pietrisco sui carri merce. Quaranta anni fa l’equipaggio di un treno di questo tipo doveva essere formidabile. Venivano dai campi, dai sobborghi, dalle  carceri. Erano braccianti giganteschi e muscolosi. I salari  dell’impresa erano miserabili e non si chiedevano precedenti a chi voleva lavorare sui treni della ghiaia.. Mio padre era conducente del treno. Si era abituato a comandare e ad obbedire. Qualche volta mi portava con sé. Caricavamo pietra a Boroa, cuore silvestre della frontiera, teatro delle terribili lotte fra spagnoli ­ed araucani.

    La natura, lì, mi dava una specie di ebbrezza. Mi attiravano gli uccelli, gli scarabei, le uova di pernice. Era miracoloso scoprirle nelle fessure, brunite, scure e lucenti, di un colore simile a quello della canna di un fucile. Ero sbalordito dalla perfezione degli insetti.

    Raccoglievo le « madri della serpe». Con questo nome stravagante veniva chiamato il più   grande coleottero nero brunito e forte, il titano degli insetti del Cile …

     

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