• Oscar Wilde IL DELITTO DI LORD ARTHUR SAVILE (seconda parte )

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    Saggio sul dovere

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    IV capitolo

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    A Venezia lord Arthur si incontrò con suo fratello, lord Surbiton, che vi era capitato per caso, veleggiando in panfilo da Corfù. I due giovani trascorsero insieme quindici giorni incantevoli. Il mattino andavano a cavallo lungo il Lido, oppure scivolavano su e giù per il verde Canal Grande nella lunga gondola nera; il pomeriggio di solito ricevevano ospiti sul panfilo e la sera cenavano al Florian e fumavano innumerevoli sigarette sulla Piazza.

    Nonostante tutto, lord Arthur non era felice. Ogni giorno consultava gli annunci mortuari del “Times” sperando di trovarvi quello di lady Clementina, ma ogni giorno rimaneva deluso.

    Cominciò a temere che le fosse capitato qualche guaio e si rimproverò più di una volta di averle impedito di prendere l’aconitina nel momento in cui si era mostrata tanto impaziente di provarne gli effetti. Anche le lettere di Sybil, per quanto traboccanti di amore, di fiducia, di tenerezza, erano spesso di un tono talmente triste che a volte egli aveva come la sensazione di essere separato da lei per sempre.

     

    In capo a due settimane, lord Surbiton si stancò di Venezia e decise di ridiscendere la costa fino a Ravenna, dove gli era stato detto che si poteva cacciare magnificamente il gallo selvatico nella pineta. Da principio lord Arthur si rifiutò nel modo più assoluto di accompagnare il fratello, ma questi, a cui egli era profondamente affezionato, riuscì infine a persuaderlo che se fosse rimasto al Danieli da solo si sarebbe annoiato a morte, e fu così che il mattino del 15 essi si imbarcarono con un forte vento di nord-est e un mare piuttosto agitato. Fu un esercizio fisico meraviglioso, e l’aria aperta e libera riportò colore e salute sulle guance di lord Arthur; ma il mattino del 22 egli riprese a un tratto a impensierirsi sulla sorte di lady Clementina e, malgrado le rimostranze del fratello, si affrettò a ritornare a Venezia per via di terra.

     

    Non appena sceso dalla gondola sulla gradinata dell’albergo, il proprietario gli si fece incontro con un fascio di telegrammi.

     

     

    Lord Arthur glieli strappò quasi di mano e prese ad aprirli febbrilmente. Tutto era andato bene. Lady Clementina era morta subitamente la notte del 17!

    Il suo primo pensiero corse a Sybil e si affrettò a spedirle un telegramma annunciandole il suo ritorno immediato a Londra. Quindi ordinò al cameriere di preparare i bagagli per la sera, diede ai gondolieri cinque volte il prezzo che gli spettava, e corse nel suo appartamentino con passo leggero e cuore gioioso.

     

    Trovò tre lettere che lo aspettavano. Una era appunto di Sybil, colma di affetto e di condoglianze. Le altre due erano una di sua madre, l’altra dell’avvocato di lady Clementina.

    Queste ultime gli spiegavano come la vecchia signora avesse cenato proprio quella sera in compagnia della duchessa, meravigliando tutti i presenti per il suo “esprit” e il suo buon umore, ma poi si era ritirata piuttosto per tempo, lamentandosi di un’improvvisa angoscia cardiaca. La mattina successiva l’avevano trovata morta nel proprio letto, senza alcuna traccia di sofferenza sul volto.

     

    Avevano mandato a chiamare immediatamente sir Matthew Reid, ma naturalmente non vi era stato più nulla da fare: il giorno 27 sarebbe stata seppellita a Beauchamp Chalcote.

    Aveva redatto il proprio testamento pochi giorni prima di morire, lasciando a lord Arthur la sua casetta di Curzon Street, e tutti i suoi mobili, effetti personali e quadri, eccezion fatta per la sua raccolta di miniature destinata alla sorella di lei, lady Margaret Rufford, e una collana di ametiste per Sybil Merton. Non si trattava di un’eredità di grande valore, ma l’avvocato Mansfield era estremamente ansioso che lord Arthur rientrasse al più presto poiché erano rimasti parecchi conti da saldare, dato che lady Clementina non eramai stata molto ordinata nei propri affari.

     

    Lord Arthur fu molto commosso che lady Clementina si fosse ricordata con tanto affetto di lui, e si rese perfettamente conto che il signor Podgers aveva non poca responsabilità in tutto ciò.

    Ma il suo amore per Sybil dominava in lui ogni altra emozione e la consapevolezza di aver compiuto il proprio dovere gli diede pace e conforto. Giunto a Charing Cross si sentiva perfettamente felice.

    I Merton lo ricevettero molto cordialmente. Sybil gli fece giurare che niente più sarebbe venuto a frapporsi tra loro due, e le nozze furono fissate per il 7 di giugno. La vita gli riapparì ancora una volta bella e radiosa e tutta la sua antica spensieratezza lo riprese.

     

     

    Un giorno, mentre si aggirava per la casa di Curzon Street in compagnia dell’avvocato di lady Clementina e di Sybil, bruciando pacchi di lettere sbiadite e vuotando cassette di vecchie cianfrusaglie, la giovane diede improvvisamente in un piccolo grido di gioia.

     

    “Che cosa hai scoperto, Sybil?” le domandò lord Arthur, alzando gli occhi e sorridendole.

    “Guarda che amore di bomboniera d’argento. Non ha l’aria molto vecchiotta e olandese? Oh, dammela! Tanto, la collana di ametiste so benissimo che non me la metterò mai prima di aver compiuto gli ottant’anni!”.

     

     

    Era la scatola che aveva contenuto l’aconitina.

    Lord Arthur trasalì e un debole rossore gli imporporò le guance.

    Aveva quasi completamente dimenticato ciò che aveva fatto e gli parve una strana coincidenza che proprio Sybil, per amore della quale si era cacciato in quel terribile pasticcio, dovesse essere la prima persona a rammentarglielo.

     

    “Ma certo che puoi prenderla! La regalai io stesso alla povera lady Clem!” “Oh, grazie, Arthur! E credi che posso prendere anche il ‘bonbon’?

    Non avrei mai supposto che lady Clementina amasse i dolciumi: mi pareva troppo intellettuale”.

     

    Lord Arthur divenne mortalmente pallido e un pensiero orribile gli attraversò la mente.

    “Quale ‘bonbon’, Sybil? Che intendi dire?” domandò con voce bassa e rauca.

    “Oh, non ce n’è che uno! E ha un’aria talmente vecchia e polverosa che non ho la minima intenzione di mangiarmelo. Ma che ti prende, Arthur? Come ti sei fatto pallido!” Lord Arthur attraversò di corsa la stanza e s’impadronì della scatoletta. Dentro c’era ancora la capsula ambrata con la sua bubbola di veleno. Lady Clementina era morta di morte naturale, nonostante tutto!

     

    L’emozione di una simile scoperta fu eccessiva per lui. Gettò la capsula nel fuoco del caminetto e si lasciò cadere sul divano con un gemito di disperazione.

     

     

     

    V capitolo

     

    Il signor Merton si sdegnò moltissimo quando gli fu detto che il matrimonio veniva rimandato per la seconda volta e lady Julia, che già aveva ordinato l’abito da indossare alla cerimonia, fece di tutto per persuadere la figliola a rompere il fidanzamento. Ma per quanto Sybil amasse teneramente sua madre, aveva ormai posto la sua esistenza tra le mani di Arthur e nulla di quanto sua madre le disse poté far vacillare la sua fede. Per quel che concerne lord Arthur, gli ci vollero molti giorni prima che si potesse riprendere dalla terribile delusione patita, e per qualche tempo i suoi nervi furono in uno stato di estremo

    disordine. Alla fine il suo magnifico buon senso ebbe il sopravvento e la sua mente sana e pratica non lo lasciò a lungo in dubbio su ciò che doveva fare.

     

    Dal momento che il veleno si era dimostrato un fallimento totale, avrebbe ora tentato con la dinamite o con qualche altro esplosivo del genere.

     

    Tornò quindi ad esaminare la lista dei suoi amici e parenti, e dopo un attento esame decise di far saltare per aria suo zio, il Decano di Chichester. Il Decano, uomo di grande cultura e sapere, aveva una vera passione per le pendole e possedeva una meravigliosa collezione di orologi che andava dal quindicesimo secolo sino a i giorni nostri: ora, lord Arthur aveva la sensazione che questa innocente mania dell’ottimo Decano gli offrisse un pretesto eccellente per portare a compimento il suo disegno. Procurarsi però un ordigno esplosivo era naturalmente tutto un altro paio di maniche. La guida di Londra non gli diede alcuna spiegazione in proposito, e comprese che non gli sarebbe servito molto recarsi a Scotland Yard per assumervi informazioni, poiché era generalmente risaputo che laggiù erano sempre all’oscuro circa i movimenti della cellula anarchica finché un’esplosione non si era verificata, ma che anche in questo caso ne sapevano sempre ben poco.

     

    A un tratto gli venne in mente il suo amico Rouvaloff, un giovane russo di tendenze estremamente rivoluzionarie che aveva conosciuto l’inverno precedente in casa di lady Windermere. Ufficialmente si diceva che il conte Rouvaloff stesse scrivendo una biografia di Pietro il Grande e che si fosse recato in Inghilterra allo scopo di studiarvi i documenti relativi al soggiorno dello Zar in questo paese in qualità di carpentiere navale: ma l’opinione pubblica lo sospettava di essere un nichilista e, quel che era certo, l’Ambasciata russa non vedeva affatto di buon occhio la sua presenza a Londra. Lord Arthur intuì subito che quello era per l’appunto l’uomo che gli occorreva, e un mattino si fece portare in carrozza alla sua abitazione a Bloomsbury, per chiedergli consiglio e aiuto.

     

    “Dunque lei si è finalmente deciso a prendere sul serio la politica” osservò il conte Rouvaloff dopo che lord Arthur gli ebbe spiegato lo scopo della sua visita; ma lord Arthur, che detestava la millanteria, si sentì moralmente obbligato a dichiarargli che non nutriva il minimo interesse per i problemi sociali e che gli serviva un congegno esplosivo per motivi familiari riguardanti esclusivamente lui.

     

    Il conte Rouvaloff lo fissò per alcuni istanti in preda a un profondo stupore, ma rendendosi conto che l’amico era serissimo, scrisse un indirizzo su un pezzetto di carta, lo siglò e glielo tese sopra il tavolo.

     

    “Scotland Yard darebbe un patrimonio per conoscere questo indirizzo, amico mio!” “Oh, ma non lo avrà!” rispose lord Arthur ridendo, e dopo aver stretto calorosamente la mano del russo, scese le scale correndo; diede un’occhiata al foglio e ordinò quindi al cocchiere di portarlo in Soho Square.

     

    Qui lo licenziò e si avviò a piedi giù per la Greek Street, finché giunse in una località chiamata Bayle’s Court. Passò sotto un’arcata e si trovò in un curioso vicolo cieco, occupato secondo ogni apparenza da una lavanderia a vapore, poiché una vera rete di corde vi si stendeva di casa in casa e l’aria del mattino era tutto un palpitare di candide tele. Lord Arthur si diresse senza esitare sino alla fine del “cul-de-sac”, e batté alla porta di una casetta verde. Dopo un certo tempo, durante il quale tutte le finestre divennero altrettante masse formicolanti di facce scrutatrici, l’uscio fu aperto da un forestiero di aspetto rozzo che gli domandò in pessimo inglese che cosa volesse. Lord Arthur gli tese il foglio di carta che il conte Rouvaloff gli aveva dato.

     

    Non appena lo vide, l’uomo si inchinò e invitò il giovane a entrare in uno squallido salottino a piano terreno, e dopo pochi attimi herr Winckelkopf, come si faceva chiamare in Inghilterra, si precipitò nella stanza con un tovagliolo al collo tutto macchiato di vino e una forchetta nella mano sinistra.

    “Il conte Rouvaloff mi ha dato una presentazione per lei,” disse lord Arthur con un inchino “e sono ansiosissimo che lei mi conceda un breve colloquio d’affari. Io mi chiamo Smith, Robert Smith, e vorrei che lei mi procurasse un orologio esplosivo”.

    “Felicissimo di fare la sua conoscenza, lord Arthur” esclamò il simpatico e piccolo tedesco, ridendo. “Oh, non si allarmi! E’ il mio mestiere conoscere tutti quanti e ricordo perfettamente di averla veduta una sera da lady Windermere. Spero che Sua Signoria stia bene. Le spiace mettersi a sedere mentre finisco di far colazione? Ho qui un ‘pâté’ eccellente e i miei amici sono tanto gentili da assicurarmi che il mio vino del Reno è molto superiore a quello che si beve all’Ambasciata germanica”.

     

    Prima che lord Arthur si fosse rimesso dalla sorpresa di essere stato riconosciuto, si trovò seduto nella saletta posteriore della casa, intento a centellinare uno squisito “Marcobrünner” da un calice di cristallo giallo pallido, su cui era inciso il monogramma imperiale, in conversazione quanto mai amichevole con il celebre cospiratore.

    “Gli orologi esplosivi,” spiegava herr Winckelkopf “non valgono gran che per l’esportazione all’estero: infatti, anche se riescono a passare all’ufficio della dogana, il servizio ferroviario è così irregolare che di solito scoppiano prima di aver raggiunto la loro giusta destinazione.

    Se dunque gliene occorre uno per uso interno, le posso fornire un articolo eccellente con la garanzia più assoluta che sarà soddisfattissimo del risultato. Posso chiederle a chi è destinato? Se è contro la polizia o contro un personaggio qualsiasi di Scotland Yard temo che non potrei aiutarla. I poliziotti inglesi sono i nostri migliori amici, e io ho sempre trovato che fidandoci appunto della loro estrema semplicità, noi possiamo fare sempre tutto quello che vogliamo. Non saprei privarmi neppure di uno di loro”.

     

    “Le garantisco che il mio piano non riguarda minimamente la polizia” disse lord Arthur.

    “Per essere esatti il congegno in questione è destinato al Decano di Chichester”.

    “Oh, santo cielo! Non avrei mai immaginato che le sue opinioni religiose fossero tanto

    radicate! Pochissimi giovani, oggigiorno, si occupano di queste cose!”.

    “Temo che lei mi sopravvaluti, herr Winckelkopf” disse lord Arthur arrossendo. “In realtà io non m’intendo affatto di teologia”.

    “Si tratta allora di una questione puramente privata?” “Proprio così”.

     

    Herr Winckelkopf si strinse nelle spalle e lasciò la stanza per rientrare in capo a qualche minuto con una tavoletta di dinamite della grossezza di un penny all’incirca e una graziosa pendola francese sormontata da una figura della Libertà in “vermeil”, in atto di schiacciare l’idra del Dispotismo.

     

    A quella vista il volto di lord Arthur si illuminò tutto.

     

    “E’proprio ciò che volevo!” gridò. “E adesso mi spieghi come funziona”.

    “Ah, questo è un segreto,” replicò herr Winckelkopf, contemplando la propria invenzione con giustificabile compiacimento. “Mi dica quando desidera che esploda e io le caricherò la macchina per il momento esatto”.

    “Be’, oggi è martedì e se potesse farla scoppiare subito…” “Impossibile: ho moltissimo lavoro in questi giorni per conto di alcuni miei amici di Mosca. Comunque potrei vedere di farla partire domani…” “Oh, sarebbe sufficiente” rispose in tono cortese lord Arthur.

    “Purché sia consegnata entro domani sera o giovedì mattina. In quanto al momento dell’esplosione, stabiliamo esattamente per venerdì a mezzogiorno. Il Decano è sempre in casa, a quell’ora”.

    “Venerdì, mezzogiorno” ripeté herr Winckelkopf prendendo un appunto su un immenso libro mastro che si trovava aperto sulla scrivania presso il caminetto.

    “E ora,” disse lord Arthur levandosi in piedi “mi dica per cortesia quanto le devo”.

    “Oh, si tratta di una tale sciocchezza, lord Arthur, che non è quasi nemmeno il caso di parlarne. La dinamite fa sei scellini e sei pence, l’orologio costa tre sterline e dieci scellini, e il trasporto sarà cinque scellini. Io sono molto onorato di favorire un amico del conte Rouvaloff”.

    “Ma… e il suo disturbo, herr Winckelkopf?”.

    “Niente, niente! Si tratta di un piacere, per me! Io non lavoro per denaro: vivo esclusivamente per la mia arte!”.

     

    Lord Arthur lasciò sulla scrivania quattro sterline, due scellini e sei pence, ringraziò il piccolo tedesco per la sua cortesia e, dopo essere riuscito a declinare un invito a un tè segreto di anarchici per il sabato successivo, lasciò la casa e si diresse al Parco.

     

    Rimase per due giorni in uno stato di agitazione continua, e il venerdì alle dodici si recò al suo club ad aspettare le notizie.

     

    Lungo l’intero pomeriggio lo stolido e impassibile guarda portone non fece che recapitare telegrammi provenienti dalle diverse parti del paese con i risultati delle corse, con sentenze di processi di divorzio, con le segnalazioni atmosferiche e roba del genere, mentre il tasto telegrafico ticchettava i noiosi particolari di un’interminabile seduta notturna alla Camera dei Comuni e di un leggero panico alla Borsa Valori. Alle quattro del pomeriggio comparvero i primi giornali della sera e lord Arthur corse a rinchiudersi in biblioteca col “Pall Mall”, il “Saint James’s”, il “Globe” e “L’Echo”, suscitando l’indignazione più viva nel focoso colonnello Goodchild il quale era impaziente di leggere la cronaca di un suo discorso tenuto quel mattino alla “Mansion House” a proposito delle missioni del Sud Africa e sull’opportunità di eleggere in ogni provincia vescovi negri, ma nutriva, non si sa bene il perché, una fortissima antipatia per l'”Evening News”.

     

    Nessuno di quei fogli, tuttavia, conteneva la benché minima allusione a Chichester, e lord Arthur intuì che l’attentato doveva esser fallito. Fu per lui un colpo terribile, e rimase per qualche tempo incapace di muoversi. Herr Winckelkopf, dal quale si recò il giorno seguente, si profuse in laboriose giustificazioni e gli offrì di procurargli un’altra pendola, senza il minimo compenso, oppure una cassa di bombe alla nitroglicerina al prezzo di costo.

     

    Ma lord Arthur aveva ormai perso ogni fiducia negli esplosivi e lo stesso herr Winckelkopf dovette ammettere che tutto è talmente falsificato, oggigiorno, che non è nemmeno più possibile trovare un po’ di dinamite genuina. Ciononostante il piccolo tedesco, pur riconoscendo che certo doveva essere successo qualcosa all’ordigno, conservava ancora qualche speranza che potesse scoppiare da un momento all’altro, e portò l’esempio di un barometro da lui inviato una volta al Governatore militare di Odessa, che, sebbene caricato in modo da dover esplodere entro dieci giorni, non era scoppiato se non dopo tre mesi. Era anche vero che quando l’esplosione si era finalmente verificata, soltanto la cameriera di casa era andata in briciole, essendosi il Governatore allontanato fuori città sei settimane prima, ma ciò stava almeno a dimostrare che la dinamite, in quanto a forza distruttiva, era un mezzo potentissimo, sebbene non eccessivamente puntuale, se posta sotto un controllo meccanico. Lord Arthur si sentì un po’ rinfrancato da questi ragionamenti, ma anche questa volta era destinato a patire una profonda delusione poiché due giorni più tardi, proprio mentre stava per salire in camera sua, la duchessa lo chiamò nel suo salottino e gli fece leggere una lettera che aveva ricevuto in quel momento dalla Canonica.

     

     

    “Jane scrive lettere deliziose,” gli spiegò la duchessa “bisogna assolutamente che tu legga questa ultima sua. E’ bella quasi quanto i romanzi di Mudie”.

    Lord Arthur le strappò il foglio di mano. Ecco che cosa diceva:

     

    Dalla Canonica di Chichester, 27 maggio.

     

    Carissima zia, grazie infinite della flanella e la cotonina per la nostra associazione benefica. Sono completamente d’accordo con te che è assurdo che certa gente voglia a tutti i costi vestirsi bene, ma tutti al giorno d’oggi sono talmente radicali e irreligiosi che è molto difficile fargli comprendere che non dovrebbero assolutamente pretendere di abbigliarsi come le classi superiori.

    Davvero che non so come andremo a finire. Come dice papà nelle sue prediche, viviamo inun’epoca di miscredenza.

    Ci siamo divertiti un mondo a proposito di una pendola che un ammiratore di papà -il quale ha voluto mantenere l’incognito -gli ha mandato giovedì scorso. Ci è giunta da Londra in una cassetta di legno, trasporto pagato, e papà ha l’impressione che deve avergliela mandata qualcuno che ha letto la sua famosa omelia intitolata: “La licenza è libertà?”, perché infatti la pendola è sormontata da una figura femminile con in testa un berretto che papà dice essere il berretto frigio. Io trovo che non è molto elegante, questo

    berretto, ma papà dice che è storico, e perciò penso non si possa giustamente criticarlo. Parker l’ha spacchettata e papà l’ha messa sulla mensola del caminetto, e stavamo giusto seduti tutti lì attorno, venerdì mattina, quando a mezzogiorno preciso udimmo un rumorino strano, una specie di fruscìo, una nuvoletta di fumo uscì dal piedestallo della statuina e la dea della Libertà cadde a terra e si ruppe il naso contro il parafuoco! Maria si spaventò moltissimo, ma la cosa era talmente buffa, invece, che io e James cominciammo a torcerci dalle risate, e persino papà sorrise. Quando l’esaminammo, ci rendemmo conto che si trattava di una specie di sveglia la quale, caricata ad un’ora determinata, con un po’ di polvere da sparo e una capsula sotto un martelletto, può scoppiare tutte le volte che ne hai voglia. Papà disse che non poteva restare in biblioteca perché faceva troppo rumore, così Reggie se la portò nella stanza di studio, e non fa che divertirsi tutto il santo giorno a provocare esplosioni in miniatura. Non credi che Arthur ne gradirebbe una consimile, come nostro regalo di nozze? Suppongo che a Londra saranno di gran moda. Papà dice che otterrebbero un gran bene, poiché dimostrano che la libertà non può durare, ma è destinata a cadere. Papà dice che la libertà è stata inventata al tempo della rivoluzione francese. Che orrore!

     

    Dovrò recarmi tra poco dai miei poveri, ai quali leggerò la tua istruttivissima lettera. Com’è giusto il tuo punto di vista, zietta cara, che data la loro condizione sociale è bene che essi portino solo roba che sta male. Io la trovo semplicemente ridicola, la loro preoccupazione del vestire, quando ci sono a questo mondo, e nell’altro, tante cose molto più importanti. Sono felice di sapere che la tua seta a fiorami sia riuscita così bene e che il tuo pizzo non si sia strappato. Indosserò il vestito di raso giallo, che tu così gentilmente mi hai regalato, al ricevimento del signor vescovo, mercoledì, e credo mi starà molto bene. Tu ci metteresti dei nastri o no? Jennings dice che tutti portano nastri, oggi, e che la sottogonna dovrebbe essere arricciata. Reggie ha provocato proprio in questo momento un’altra piccola esplosione, e papà gli ha ingiunto di mandare subito la pendola in scuderia. Non credo che a papà piaccia più tanto come al principio, sebbene lo abbia molto toccato il dono di questo giocattolo così ingegnoso e grazioso.

     

    Papà ti invia i suoi migliori saluti, ai quali si uniscono James, Reggie, Maria e tutti gli altri, e con la speranza che la gotta di zio Cecil migliori, credimi, cara zietta, la tua affezionata nipote Jane Percy.

     

    P.S. – Ti prego di farmi sapere qualcosa a proposito dei nastri: Jennings sostiene che sono di gran moda.

     

    Al termine della lettura, l’espressione di lord Arthur era così triste e sconsolata che sua madre scoppiò in una allegra risata.

     

    “Arthur caro,” esclamò “non ti mostrerò mai più la lettera di una signorina. Ma che ne pensi di quell’orologio? Io trovo che sia un’invenzione splendida, e che mi piacerebbe averne uno anch’io”.

     

    “Be’, io non credo che sia un gran che,” replicò lord Arthur con un mesto sorriso, e dopo aver baciato sua madre lasciò il salotto.

     

    Non appena fu in camera sua si gettò su un divano e i suoi occhi si riempirono di lacrime.

    Aveva fatto di tutto per commettere un delitto, ma non vi era riuscito, per ben due volte, e senza colpa alcuna da parte sua. Aveva pur cercato di compiere il proprio dovere, ma pareva che il destino stesso lo volesse ad ogni costo tradire. Si sentiva oppresso dall’inutilità delle sue buone intenzioni, dalla futilità di quel suo voler essere leale ad ogni costo: forse era meglio rinunciare definitivamente al matrimonio.

     

    Sybil avrebbe sofferto, senza dubbio, ma la sofferenza non avrebbe potuto seriamente alterare una natura nobile come la sua. In quanto a lui, che importava? C’è sempre qualche guerra in cui un uomo può farsi ammazzare, qualche causa per la quale un uomo può dare il proprio sangue; e dal momento che la vita non gli offriva più alcuna gioia, nemmeno la morte gli incuteva più terrore. Che il destino compisse la sua opera: egli non lo avrebbe intralciato.

     

    Alle sette e mezzo si vestì e si recò al club. Vi trovò Surbiton in compagnia di molti giovani, e fu costretto a pranzare con loro.

     

    Le loro conversazioni banali e gli scherzi insulsi non lo interessarono minimamente, e subito dopo il caffè si accomiatò inventando un precedente impegno per potersene andare. Proprio mentre stava per uscire, il portiere gli consegnò una lettera: era di herr Winckelkopf che lo pregava di passare da lui l’indomani mattina, poiché aveva da mostrargli un ombrello esplosivo che scoppiava nel momento in cui veniva aperto. Era un’invenzione recentissima, giunta proprio allora da Ginevra. lord Arthur strappò la lettera in mille pezzi. Aveva giurato a se stesso di non tentare più altri esperimenti. Prese quindi a errare lungo il Tamigi, e rimase seduto per ore intere presso il fiume. La luna era spuntata, simile a un occhio leonino, da una criniera selvaggia di nubi e innumerevoli stelle trapuntavano la volta concava del cielo, simili a polvere d’oro su una cupola di porpora. Di quando in quando si vedeva arrancare su per la torbida corrente una grossa chiatta da trasporto che la marea portava via piano piano, e le segnalazioni ferroviarie si mutavano dal verde al rosso ogni volta che i treni correvano urlando attraverso il ponte. Dopo un certo tempo la mezzanotte rintoccò sulla alta torre di Westminster e ad ogni colpo della sonora campana la notte pareva tremare. Poi le luci della strada ferrata si spensero, un’unica lanterna solitaria rimase accesa a luccicare come un enorme rubino su un’alberatura gigantesca, e il tumulto della metropoli si placò.

     

    Alle due di notte lord Arthur si alzò e si avviò verso Blackfriars. Come tutta la città aveva un aspetto irreale; come tutto sembrava un sogno strano! Le case, sul lato opposto del fiume, sembravano costruite di tenebra: si sarebbe detto che argento e ombra avessero modellato il mondo dal nulla. La cupola di SanPaolo luccicava nella foschia, come un’immensa bolla di sapone.

     

    Quando fu in prossimità dell’obelisco di Cleopatra, scorse un uomo chino sul parapetto, e come gli fu vicino l’uomo alzò il capo, e la luce del lampione a gas lo illuminò in pieno viso.

    Era il signor Podgers, il chiromante. Non era possibile ingannarsi su quella faccia grassa e molliccia, quegli occhiali cerchiati d’oro, quel sorriso incerto, falso, quella bocca sensuale.

     

     

     

    Lord Arthur si arrestò di botto. Un’idea luminosa gli aveva attraversato la mente: quieto come un gatto gli si avvicinò: un istante dopo aveva afferrato Podgers per le gambe e lo aveva scagliato nel Tamigi. Si sentì un grido soffocato, un tonfo, poi il silenzio. Lord Arthur si chinò ansiosamente sopra il parapetto, ma non vide del chiromante che l’alto cappello a cilindro piroettare in un mulinello d’acqua color di luna. Dopo qualche attimo, anche esso scomparve, e del signor Podgers non restò più alcuna traccia. Per una frazione di secondo gli parve di vedere la grossa figura difforme del chiromante arrancare faticosamente su per la scala di ferro del ponte, e un terribile sgomento lo invase, ma si trattava soltanto di un riflesso che svanì non appena la luna sbucò fuori da una nuvola. Sembrava dunque che egli avesse finalmente portato a termine i dettami del fato. Emise un profondo sospiro di sollievo e il nome di Sybil gli si formò sulle labbra.

     

    “Ha lasciato cadere qualcosa, signore?” chiese a un tratto una voce dietro di lui.

     

    Si voltò di scatto e si trovò di fronte un poliziotto munito di una lanterna cieca.

     

    “Niente d’importante, sergente” rispose con un sorriso: quindi fece cenno a un calesse che passava in quel momento, vi saltò dentro e diede al cocchiere l’indirizzo di Belgrave Square.

     

    Per vari giorni visse in un’alternativa di speranze e di timori.

     

    Vi erano momenti in cui era certo di vedersi comparire innanzi il signor Podgers, ve ne erano invece in cui sentiva che il destino non poteva essere così ingiusto con lui. Si recò due volte all’indirizzo del chiromante nella West Moon Street, ma non ebbe la forza di suonare il campanello. Anelava alla certezza di sapere, e allo stesso tempo la paventava.

     

    Infine seppe. Era seduto nel “fumoir” del circolo a prendere il tè e ascoltava annoiato la descrizione che Surbiton gli andava facendo dell’ultima canzonetta lanciata al “Gaiety”, quando entrò il cameriere con i giornali della sera. Lord Arthur prese in mano il “Saint James’s” e si era messo a sfogliarne distrattamente le pagine quando il suo sguardo fu colpito da questo titolo strano:

     

    SUICIDIO DI UN CHIROMANTE

     

    Divenne pallido per l’emozione e cominciò a leggere. Ecco cosa diceva l’articolo:

     

    “Ieri mattina alle ore sette, il cadavere dell’illustre chiromante Septimus Podgers è stato ributtato a riva dal riflusso del fiume a Greenwich, proprio di fronte allo Slip Hotel. Non si avevano notizie dello sventurato già da parecchi giorni, e nei circoli occultistici si nutrivano serie apprensioni di smarrimento mentale dovuto a eccesso di lavoro, e una sentenza in questo senso è stata appunto emessa oggi dall’Ufficiale della Corona. Il Podgers aveva appena portato a termine un voluminoso trattato sulla mano umana, trattato che sarà

    pubblicato tra breve e che interesserà senza dubbio moltissimo il pubblico. Il defunto aveva

    sessantacinque anni, e a quanto pare non lascia parenti”.

     

    Lord Arthur si precipitò fuori dal circolo tenendo ancora il giornale in mano, con indicibile meraviglia del guardaportone che tentò invano di fermarlo, e si fece condurre immediatamente a Park Lane. Sybil lo vide arrivare dalla finestra e qualcosa nel viso dell’amato le fece subito comprendere che egli era portatore di una lieta novella. Gli corse incontro e quando lo vide capì che tutto andava per il meglio.

     

    “Oh, Sybil, mia cara,” gridò Arthur “sposiamoci domani”.

     

    “Tesoro! Ma se non abbiamo neppure ordinato la torta nuziale!” mormorò Sybil ridendo tra le lacrime.

     

     

    VI capitolo

     

    Alle nozze, svoltesi circa tre settimane più tardi, la chiesa di San Pietro era letteralmente colma di una folla eletta di elegantissimi. Il rito fu celebrato con grande imponenza dal Decano di Chichester e tutti furono d’accordo nel convenire che mai si era vista una coppia più bella. Ma essi erano molto più che belli… erano felici. Mai, neppure per un solo istante, lord Arthur rimpianse quel che aveva sofferto per il bene di Sybil, mentre lei, dal canto suo, gli diede tutte le cose migliori che una donna può dare a un uomo: adorazione, tenerezza, amore. Per loro il sogno non fu mai ucciso dalla realtà; furono sempre giovani.

     

    Alcuni anni dopo, quando già erano nati due stupendi bambini, lady Windermere andò a visitarli ad Alton Priory, una località antica e bellissima che il duca aveva regalato al figlio come dono di nozze; e un pomeriggio, mentre sedeva con Sybil sotto una quercia del giardino e si divertiva ad osservare il maschietto e la bambina che giocavano a rincorrersi lungo il viale delle rose come mobili raggi di sole, lady Windermere prese ad un tratto tra le sue le mani dell’ospite e le chiese bruscamente: “Sei felice, Sybil?”.

    “Oh, mia cara lady Windermere, certo che sono felice! E lei non lo è forse?”.

    “Non ho tempo per essere felice, Sybil. Mi appassiono sempre all’ultima persona che mi presentano, ma di regola mi stanco subito della gente non appena la conosco”.

    “I suoi ‘lions’ non la soddisfano?”.

    “Oh, affatto, mia cara! I leoni valgono soltanto per una stagione, ma non fai in tempo a tagliargli la criniera che diventano le creature più noiose del mondo. E poi si comportano talmente male, se appena appena sei un po’ carina con loro. Ti ricordi di quell’orrendo signor Podgers? Bene, era un insopportabile impostore. Naturalmente, la cosa non m’importava affatto, e gli ho sempre perdonato tutte le volte che mi ha chiesto soldi in prestito, ma quello che non ho mai potuto perdonargli è che mi facesse la corte. Mi ha fatto sinceramente odiare la chiromanzia.

    Adesso invece mi sono data alla telepatia: è talmente più divertente!”.

    “Si guardi dal parlare male della chiromanzia in questa casa, lady Windermere: è il solo argomento sul quale Arthur non permette a nessuno di scherzare. Le assicuro che lui la prende terribilmente sul serio”.

    “Non mi dirà mica che ci crede davvero, Sybil?” “Glielo domandi lei stessa, lady Windermere: eccolo che viene”.

    Infatti lord Arthur stava arrivando dal giardino con un grande mazzo di rose gialle in mano, seguito dai suoi due bambini che gli folleggiavano intorno.

     

    “Lord Arthur?”.

    “Sì, lady Windermere?”.

    “Non vorrà sostenere di credere sul serio nella chiromanzia!”.

    “Ma certo che ci credo” replicò il giovane sorridendo.

    “E perché?”.

    “Perché io devo a essa tutta la felicità della mia esistenza”, mormorò lasciandosi cadere su una poltrona di vimini.

    “Mio caro lord Arthur, che cosa ha detto che le deve?”.

    “Sybil” rispose il giovane, tendendo a sua moglie le rose e guardandola negli occhi di viola.

    “Che sciocchezza” gridò lady Windermere. “In tutta la mia vita non ho mai udito una sciocchezza simile!”

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