• L’arte naif del camuno all’era della condivisione sessuale

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    VALCAMONICA

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    di Emanuele De Luca

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    Se uno è turista è turista e per forza di cose deve andare, ingolfarsi di posti, attrazioni, vicende, folclore, strumenti e oggettini locali, ritrarre e ritrarsi, imbalsamarsi per sempre su carta lucida che non può negare lustri e lustri dopo quel simpaticone smorfie apposite, cheese per invogliare i muscoli orbicolari a un sorriso giocondo su sfondo autoctono costato l’ira di Dio solo arrivarci quassù.

    Insomma, un giorno si noleggiò un torpedone con conducente incluso nel prezzo che ci avrebbe dovuto tradurre dalle parti di Capo di Ponte, un posto obbligato per evitare di tornare a Roma col rimpianto di non aver visitato il parco delle incisioni rupestri, quei preistorici deliri onirici degli uomini di ferro e di bronzo che dopo millenni ancora lanciano alibi interpretativi a chi ci passa davanti e guarda i pensieri incisi dagli uomini camuni e non è che ci si capisca tanto, solo l’elementare tratto di uomini che più che tali sembravano bambini dai segni ingenui a dire di sé.

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    Il rito di partenza è quello classico delle gite organizzate, zaini in spalla ripieni di un paio di rosette a testa, tante ne passa il convento, ripiene l’una di formaggio affettato quasi a pensarlo o tramutarlo in prosciutto, e l’altra di prosciutto appunto, ma cotto che costa meno e svenato dai cromatismi fulvi e grassetti e pelle da togliere se non vuoi che ti rimanga a mezz’asta pendula sul labbro inferiore quando ne addenti il primo spicchio di fame mattutina puntuale, anche se è ancora presto.

    Poi tutti a bordo del pullman con la consueta corsa a li mejo posti, che ognuno anela a quello suo specifico, chi perché è debole di stomaco, chi perché si deve appennicare, chi perché è risaputo gli piace quella e ci vuole provare a farla ingelosire piazzandocisi proprio a fianco vicino a quell’altra che intanto è innocua alla faccia della sua faccia non proprio invitante all’avventura alternativa.

    Ci siamo tutti? L’autista bofonchiava nel suo scandire gutturale l’itinerario che avrebbe seguito per tramutarci piccoli archeologi nel parco rupestre. Aveva vicino il microfono che annuncia vobis il gaudium dell’avervi a bordo, ma il guidatore pudibondo l’aveva lasciato comodamente appeso, visto il suo introverso essere montanaro temporaneamente prestato agli scarrozzi per conto terzi.

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    Il viaggio, dunque, pur di brevi chilometri si dipanava noioso. Andava trastullato quel postiglione mattutino a sbadiglio facendo uso del microfono ancora inoccupato e che subito si mostrò realizzato nel sentirsi riempito di suoni parolai finalmente da rimbalzare fuori amplificati a watt. Superato quel certo disagio che coglie appena ascolti la tua voce che stramba rimbomba lontano dall’organo che l’ha emessa e che alle orecchie risuona estranea da come te la immaginavi, i viaggiatori a uno ad uno lasciavano lo scranno di corriera per strombazzare le loro impressioni riguardo alla gita, riguardo alla vacanza, riguardo a quello che più gli riguardava o gli saltava in testa al momento per renderlo partecipe a tutti gli altri che commentavano a braccia levate e a urrà da curva ultrà ogni sia pur modesto appiglio al cazzeggio che quei comizi alla sans façon favorivano, giusti da farci uno sproloquio estemporaneo allo Speakers’ Corner di Hyde Park, che tutti applaudono e avanti un altro mattarello a dire la sua.

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    La gazzarra goliardica montava, trovando a frusta il frastuono stantuffante che il bus svalvolato produceva di motore implorante una profonda messa a punto ad ogni cambio di marcia. L’autista camuno sempre più esterrefatto si ritraeva tutto nel suo abitacolo, esiliandosi volontariamente tra il volante e un cambione che si inerpicava a tiro di mano senza bisogno di curvarsi e che anzi fungeva da appoggio, e si appollaiò definitivamente sul posto guida, timido e compìto svagandosi tra i casi suoi, fino a parcheggiarci in un piazzalone antistante il parco rupestre dove il torpedone si sarebbe rifocillato nell’attesa di riprenderci in groppa. Però mentre di fila indiana discendevamo il pullman nell’arrivederci a dopo, lui di slancio inusuale ci partecipò la propria ammirazione, si vede proprio che vi divertite, e come vorrei essere come voi, sempre a ridere. Inaspettatamente, aveva vinto la sua caratteriale ritrosia e ci aveva regalato un momento di pura inconsapevole dolcezza.

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    Il parco rupestre era nient’altro che una porzione di bassa montagna, di piante diradate e di grandi rocce che potevano andare bene per farne tante lapidi rigorose e imponenti, col loro taglio a quarantacinque gradi che mancava solo l’iscrizione a dare conto al passeggero di chi vi risiedeva eternamente dabbasso compresso. L’inerpicarsi era dolce e il sentiero strettino, tanto che non si poteva procedere scambiandosi chiacchiere a fianco di un altro che si sarebbe ritrovato anche lui inclinato e appoggiato alla roccia se d’urto si fosse trattato. Ma di pitture rupestri nemmeno l’ombra.

    Io me le immaginavo sgargianti e policrome, come se un antenato di Giotto di Bondone fosse passato da quelle parti nei secoli dei secoli passati e avesse impresso su pietra la pecora bucolica che paziente attendeva in posa il pittorello che la tramandasse ai posteri nell’icona pecoreccia d’altri tempi. E dietro il Cimabue maestro vigile a controllare tratti e prospetti, immortalato il tutto sulla scatola dei pastelli di cera intitolati a Giotto, che alle scuole elementari erano il pane quotidiano dei nostri impeti artistici prodotti dalla Fila di Firenze.

    Ma di pitture di tal guisa nemmanco l’ombra. Soltanto dopo qualche altro passo sui sentieri nostri ecco apparire dei timidi trattini slavati e ridicoli su alcune rocce più glabre e rosee di altre, quegli stessi trattini che ero solito identificare all’impronta della mano di quegli adulti che smesse le matite colorate o gli ornati dai tempi del primo pelo fanno quasi tenerezza quando vogliono riprodurre così per celia una casetta o una mucca da disegnare ai bambini. E vengono fuori delle cose obbrobriose, mucche trapezoidali con la testa picassiana e le tre falangette tipiche delle zampette della gallina, o le casette dai cinque tratti, tre per accatastare l’immobile in sé e due per dargli la copertura spiovente, con il rituale comignolo dai cinque tratti anch’esso e una centrifuga di fumo che a spirale si sperde in cielo espugnato da un cerchio di sole a occhi sbarrati.

     

    arterupestre val camonica

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    Che quelli delle caverne adesso lì davanti agli occhi nei loro tratti giurassici neanche se la potevano immaginare una casetta assemblata dall’inconscio infantile primordiale. Non per mancanza di fantasia, ovviamente, ma perché l’uomo delle caverne lì dentro viveva, altrimenti sarebbe stato appellato e ricordato per un’altra caratteristica legata alle sue abituali dimore secondo i gusti e le esigenze. Cheppoi si dice gli uomini delle caverne. Ma dove stanno tutte le caverne che avrebbero alloggiato i nostri progenitori nella notte dei tempi? Perché giri che ti rigiri monti e valli e boschi ma di caverne nemmeno un’ombra rinfrescante, che fine hanno fatto tutte quelle caverne che c’hanno intitolato millenni della storia umana e milioni di rappresentazioni di quei millenni primitivi ricoperti da individui a mala pena eretti e perennemente forniti di nerboruta clava? Dove stanno quelle caverne atlantiche che accoglievano comunità composite di nerboruti di cui sopra dai somatismi da barboni debordanti quasi che fossero tutti asceti imitatori del look a venire millenni dopo del campomelamo Onofrio, il santo con una barba così esagerata che si pensa che sotto sotto fosse timorosa puella così conciata per sfuggire alla grinfie di qualche pretendente un po’ troppo focoso e assillante, col chiodo fisso sempre a quella cosa di lei fessa fessa.

    Dove sono quelle caverne remote e antesignane di balzane estemporanee comuni campagnole toscane che, evidentemente, non hanno inventato nulla, se non ripreso l’esperienza di quei primitivi che la sera rientravano in caverna maschi di grugniti oltremodo espliciti nelle pretese ristoratrici di ferine ingroppate e non badavano tanto al pelo e al contropelo di ascelle o polpacci femminili vomitevoli ma dell’amore di gruppo facevano festa, e chi di qua e chi di là, maschi femmine animali nel primitivo appetito aggrovigliati.

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    Però qualche inconveniente doveva esserci, per esempio quando incontravi uno che non conoscevi non è che potevi domandargli di chi fosse figlio, perché quello manco l’avrebbe capito il senso della domanda. Perché adesso c’è il sentore della famiglia d’appartenenza, del sangue, e di tutte le implicazioni psicologiche che in genere ti bloccano gli slanci e l’esistenza è stitica finché non ci si toglie di torno il complesso e allora spicchi il volo e ti libri sul mondo con le tue ali. C’è questo sentore che monta tra le mura domestiche e alle mura domestiche rimane avvinghiato. Ma allora le mura domestiche erano un concetto straniero, la caverna era pietra e terra e la vita apparteneva a tutti.

    Tutti erano figli di tutti dentro le caverne, promiscuità di vite aggrappate alle fiere e alle bave, ai lampi e alle sorti cangianti e lunatiche del dio del giorno e della notte, con certi bestioni che facevano la ronda a capolino coi loro occhioni ad assicurarsi che la caverna avesse spento la luce e si fosse addormentata fino a domani. E in un domani ben sveglio quella caverna non esisteva più, scomparsi i peli e gli anfratti, scomparsi ermafroditi ed efebi addetti alla prima caccia, scomparsa un’antropologia che solo nei sussidiari elementari ancora viveva e non lo sapeva nemmeno, scomparse tutte le caverne a declinare nell’immaginazione che evapora la fine definitiva di un mondo che non è mai esistito.

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    Solo quei graffi bislacchi impressi sopra le rocce camoniche chiamati a testimoniare un sogno, a seguire un’idea. Ma come gli era venuto in mente di perpetuarsi andando a incidere quel materiale impervio e antipatico, ma soprattutto come e quando avevano trovato il tempo e potuto mettersi lì di buona lena a scalfire la loro megalomania sulla roccia? Perché di buona dose di megalomania dovevano essere forniti quei primitivi, vista la sfrontatezza che usava tramandare quegli sgorbi ai posteri a seguire le loro orme preistoriche. Con tutto quello che c’era da fare in caverna, poi, con quella pletora di umanità composita e la tribù che non è che lo vedesse di buon occhio a uno che invece di andare a fare l’uomo tra le grinfie dei dinosauri se la spassasse a sbattere sul muro. Senza contare il rigonfiamento di palle che provocava quel ticchettio artistico e continuo a quelle orecchie primordiali che non andavano tanto per il sottile, e se uno si metteva là e sbatti oggi e sbatti domani, e te lo dico una volta e te lo dico un’altra volta e te lo dico ancora ma poi non te lo dico più e ti piazzo una randellata tra capo e collo e avanti un altro se c’ha il coraggio, artista dei miei coglioni.

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    Gli antichi camuni dovevano essere una genia dallo spiccato estro artistico, che hanno riempito un’intera vallata dei loro schiribizzi, riportando su quelle grosse lavagne d’arenaria il loro mondo da tramandare ai posteri e ai turisti anche d’allora. Perché, metti che putacaso la voce di quelle rocce sontuosamente istoriate veniva a orecchio ad altri primitivi lontani di casa, non è che si potesse organizzare una mostra trasbordando tonnellate di montagna oltre i chilometri solo per quel balzano gusto che prendeva alcuni come una malattia. Si organizzavano gite in Valcamonica coi turisti di un tempo che però se la facevano a pedagna la scarpinata, e chissà che impressione c’avevano coi piedi gonfi di chilometri al cospetto di cotanto sfoggio lì in mostra sui sassi. E c’era pure chi protestava, ma come, a deturpare la nettezza di queste distese di pietra, roba da barbari! Un po’ come adesso coi graffiti urbani che spoetizzano, se è possibile, l’inno desolante della spersonalizzazione urbana ad ogni muro scrostato. Solo che adesso ci passano di rullo per ripulire la lavagna. Lì, in Valcamonica hanno lasciato tutto, non foss’altro che per l’impraticabilità del colpo di spugna.

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    Insomma, eravamo di fronte a immagini che invocavano la nostra attenzione, un mondo del quale percepivamo la fantasia nelle epigrafi stentate dei riti iniziatici e propiziatori, il vademecum artistico di un popolo che ci aveva lasciato un’eredità inutilizzabile e inalienabile, materialmente infruttuosa e perciò così preziosa da essere impalpabile, magica. E noi dovevamo lavorare di fantasia, lì davanti, immaginare quegli autori di sgorbi come persone e non come primitivi bestiali, quelle raffigurazioni che urlavano ma non si sentivano, che si dimenavano per attrarre attenzione con quei miseri mezzi a disposizione, per riportarci a quei tempi di uomini uguali e dolci, ripieni di tempo e che nel tempo lasciavano segni e speranze, gli sguardi immacolati e stupiti, le vite serene e vissute con modestia e consapevolezza, con le vene poetiche che segnavano i passi e li declinavano e li incitavano a andare a cercare oltre i confini dei giorni i loro sogni più dolci.

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    Chissà se vivevano ossessionati dal futuro o se serenamente, inconsapevolmente, raccontavano se stessi senza avvedersi di un prima e di un dopo, angelicamente a martellinare il loro vivere su pietra in quel momento esatto. Una serpaia di rughe ne avranno riempito le fronti a poco a poco, uno sgorgare naturale di tempo dalle viscere di uomini loro malgrado, come uno sciabordio cullante e ricorrente di ciò che è sempre più o meno uguale.

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    I pensieri allappavano al cospetto dei nostri progenitori, ma l’insolenza di noi giovanotti ci metteva al riparo da sconfinamenti emozionali e oltremodo patetici. Eravamo turisti davanti alle opere d’arte dedicate a quella gita rupestre e tali e quali volevamo restare. Ma quell’incrostatura esistenziale ci aveva lasciato come una sbavatura nell’animo. C’era stato accennato il mistero di un’esistenza che si mostra implacabile e ritorna in un’esistenza nuova, che non si conosce, che non si sa a chi appartenga ma che fa parte del tutto che ognuno nel mondo si porta di dentro, come un flusso implacabile che scorre ogni essere, ogni vita.

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    La cognizione del problema ci fece girare i tacchi in fretta per ritornare a testa china sui nostri passi. Un sasso inopportuno sul sentiero si frapponeva irto in bella posta a un’andatura svogliata. Per non inciamparci, il primo della fila lo allontanò di calcio rimbalzandolo a valle. Quel rotolare sordo fece da sveglia all’istante e gli animi si specchiarono in un sorriso condiviso l’un nell’altro. Si sprigionò una pacata sensazione di tepore e di piacevolezza che ci rese friccicantino il ritorno a briglia sciolta, consapevoli di aver trascorso proprio una bella giornata!

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    … scritto moltissimo tempo fa

     

    Postato il 12 aprile 2017

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