• La ribellione è in tavola – nuove forme di ribellione sociale che passano attraverso le scelte alimentari

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    di Gian Carlo Zanon

    A volte basta una frase per aprire nuovi scenari in cui mandare in scena la propria esistenza: “Le scelte alimentari responsabili sono un modo per lottare contro l’omologazione a cui ci spinge il sistema”. Ecco, si potrebbe partire da una frase come questa per cercare di capire, al di là delle sterili contrapposizioni ideologiche, quei fenomeni sociali che hanno a che fare con l’alimentazione resonsabile.

    Credo di poter dire che la stragrande maggioranza della popolazione occidentale, a vario livello,  soffra di disturbi alimentari, e che questi disturbi alimentari anziché venire corretti vengano indotti dalla cultura dominante.

    Le “merendine” vengono pubblicizzate senza alcun ritegno e certamente non si possono definire un alimento adeguato. A nessuno  è venuto in mente, e penso che sia grave, di mettere in rilievo come si fa per le sigarette, gli effetti collaterali di queste schifezze compresa l’assuefazione alimentare.

    Non parliamo poi delle “medicine di moda” come quelle contro il riflusso esofageo o il bruciore gastrico o per i disturbi intestinali. Le televisioni sono invase da queste pubblicità che di fatto alleviano il sintomo ma non curano certamente l’eziopatogenesi del disturbo che è certamente causato da una cattiva alimentazione sia in termini qualitativi che quantitativi: anziché avvertire di mangiare e bere in modo corretto si preferisce inondare di farmaci i consumatori favorendo così le case farmaceutiche che sui disturbi alimentari che causano malattie endemiche come il cancro, le malattie cardiovascolari e il diabete, ci campano alla grande.

    Certamente dovrei parlare anche dei problemi legati alla sfera psichica, dal semplice stress alla bulimia grave che, come ben si sa, sono la causa principale e primaria dei disturbi alimentari, ma preferirei rimanere in superfice, nella sfera del semplice buon senso comune.

    Contro questa drammatica “deriva nutrizionale” una ancor piccola ma agguerrita stirpe di individui si batte per far aprire gli occhi a chi, per varie cause, è schiavo di una “cieca bramosia bulemica”. Non parlo solo del fenomeno del “veganesimo” o non solo di quello.

    Non mi va di etichettare queste scelte alimentari, perché altrimenti mi dovrei destreggiare tra un ginepraio di termini: vegani, veganisti, vegetalisti, crudisti, vegetariani ecc. ecc. e non mi sembra proprio il caso. Non penso neppure che qualcuno si possa definire vegano o vegetariano ecc., ma semmai un individuo che fa delle scelte alimentari responsabilizzando se stesso socialmente.

    La scelta di alcune di queste persone che sceglie di “alimentarsi eticamente” è dettata da una vera e propria ricerca ad ampio raggio che coinvolge non solo la nutrizione in senso stretto ma anche l’economia, la politica, l’ecologia, ecc.. In poche parole tutto ciò che è legato all’alimentazione della popolazione mondiale. Prendiamo il caso dell’olio di palma a cui moltissime aziende alimentari hanno dovuto – così dicono –  rinunciare inserendo sulle confezioni gli strilli tipo: “Non contiene olio di palma”. Ecco un caso lampante di come la forza dell’onda ribelle ha saputo sfruttare i flussi di informazione per avvertire i consumatori che la coltivazione della palma da cui si ricava quest’olio, che fa aumentare il colesterolo negativo, è responsabile della deforestazione di enormi aree del sud del pianeta in cui si applica una coltivazione intensiva che distrugge sia le foreste che la fertilità dei territori.

    Questi movimenti culturali, etichettati in vario modo, che sono molto presenti anche in Italia, sono da seguire con molta attenzione, perché mettono in crisi il concetto stesso di alimentazione che non può più essere pensata come un mero atto privato ma come un atto sociale responsabile nel senso più ampio del termine. E nessuno si senta offeso.

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    Per far questo si dovrebbe fare un lavoro “mediatico” per cancellare lo stigma di “fondamentalisti dell’alimentazione” che grava – anche per colpa di molti che del “veganesimo” ne hanno fatto una ideologica identità di genere – su chi ha deciso di intraprendere questa strada. Quella delle contrapposizioni ideologiche non è certamente la strada giusta. Quella della corretta informazione alimentare sì perché questa lotta ci riguarda tutti.

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    31 ottobre 2016

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