• Julio Cortázar – Rayuela: cap. 41 – Due uomini, una trave e in mezzo Talita … (testo completo)

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    1Yamamoto-Masao

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    «(…) e poi Rayuela, che è venuto fuori poco a poco da una specie di caos in cui il capitolo della trave fu preceduto da un altro che in quel momento era per me l’inizio del romanzo e che ho soppresso nella rilettura finale perché non aveva ragion d’essere (…)» Julio Cortázar . Correzioni di bozze in Alta Provenza – SUR 2015

     

    Fra gli adoratori dello scrittore argentino, di cui faccio parte, “el capítulo 41, lo del tablón) è considerato un po’ come la sancta sanctorum del romanzo simbolo di Cortázar: Rayuela. Egli stesso lo indica come “immagine primaria” che ha dato il là alla sua creazione. In un’intervista tratta da Omar Prego, La fascinación de las palabras. Conversaciones con Cortàzar, Muchnik, Barcelona 1985 (traduzione di Irene Buonafalce) egli ne parla diffusamente:

     

     

    Omar Prego: Dove hai iniziato a scrivere il romanzo? A Parigi o a Buenos Aires?

     

    Julio Cortázar: Non ricordo esattamente se è stato a Buenos Aires o a Parigi. Quello che so per certo è che un giorno d’estate, con un caldo spaventoso (doveva essere Buenos Aires) ho visto dei personaggi impegnati in una serie di azioni totalmente assurde. Erano affacciati a due finestre divise da pochissimo spazio ma con quattro piani sotto e cercavano di passarsi un pacchetto di erba mate e dei chiodi. Ho iniziato a scrivere dettagliatamente tutte le idee che venivano loro in mente per costruire un ponte con una tavola, con la quale attraversare il vuoto da una finestra all’altra e passarsi così il mate e i chiodi. I personaggi, curiosamente, erano perfettamente definiti e il protagonista di quello che io credevo sarebbe stato un racconto, si chiamava senz’ombra di dubbio Horacio Oliveira. Ed era un tipo che avevo l’impressione di conoscere intimamente. Gli altri due personaggi, Talita e Traveler, mi sembrarono anch’essi due porteños a me ben noti – immaginariamente, intendo, perché in realtà erano completamente inventati.

     

    Rayuela oltre ad essere senza alcun dubbio un’opera di rottura stilistica – e non solo per la letteratura sudamericana – racchiude in sé anche una «disperata» ricerca sul linguaggio come sottolinea Julio Cortázar nell’intervista citata.

     

     

    Julio Cortázar: (…) Rayuela mostra certe ossessioni del personaggio Oliveira che si riflettono nelle conversazioni, nelle meditazioni, persino nelle azioni. Una cosa che credo sia piaciuta molto ai lettori è che Rayuela si presenta un po’ come un controromanzo, anche se la definizione non è mia. È un tentativo di ricominciare da zero sul piano del linguaggio. Sì, certo, mi sono servito del linguaggio come qualsiasi altro scrittore, però nel romanzo c’è una ricerca disperata di evitare i luoghi comuni, di eliminare tutto ciò che ancora resta, nella nostra lingua, della cattiva eredità del secolo scorso, c’è un continuo riferimento alla scontatezza degli aggettivi.

    3YamamotoMasao

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    Rayuela – Il gioco del mondo

    Dall’altra parte

    Capitolo 41

     Il sole batteva in pieno sulla faccia di Oliveira a partire dalle due del pomeriggio. E per giunta con quel caldo gli riusciva difficile raddrizzare i chiodi a martellate su una mattonella (tutti sanno quanto sia pericoloso raddrizzate un chiodo a martellate, c’è un momento in cui il chiodo è quasi diritto, ma appena gli si dà un’altra martellata Í.a mezzo giro e pizzica violentemente le dita che lo sorreggono; è una cosa di una perversità fulminante), con il martello tenacemente su una mattonella (tutti sanno quanto sia) tenacemente su una mattonella (tutti sanno) tenacemente.

     

    «Non ne è rimasto neppure uno dritto, – pensava Oliveira guardando i chiodi sparpagliati per terra – E a quest’ora il negozio di ferramenta è chiuso, mi manderanno via a calci se andrò a bussare per avere trenta soldi di chiodi. Devo raddrizzarli, non posso far altro».

     

    Ogni vòlta che gli riusciva di raddrizzare a metà un chiodo, alzava la testa verso la finestra aperta e fischiava per far affacciare Traveler. Dalla sua camera vedeva perfettamente una parte della camera da letto, e qualcosa gli diceva che Traveler era nella camera-da letto, probabilmente coricato con Talita. I Traveler dormivano molto durante il giorno, non tanto perché il circo li stancasse, quanto per un principio di fiacca che Oliveira rispettava. Eri dolente di dover svegliare Traveler alle due e mèzzo del pomeriggio, ma Oliveira aveva le dita con cui teneva fermi i chiodi tutte livide, il sangue delle ammaccature cominciava  a creare dei travasi, dando alle dita un aspetto da salsicciotto mal confezionato veramente ripugnante. Più se le guardava e più sentiva il bisogno di svegliare Traveler. Per di più aveva voglia di mate, ma l’erba era finita: vale a dire, gli restava erba per mezzo mate, ed era più prudente che Traveler o Talita gli lanciassero l’altra metà in un cartoccio con qualche chiodo per zavorra in modo che s’infilasse nella finestra. Con dei chiodi dritti e del mate, l’ora della siesta sarebbe risultata più tollerabile.

     

    «Come fischio forte», pensò Oliveira stupito. Dal piano di sotto, dove c’era un clandestino con tre donne e per le commissioni una ragazzina, qualcuno lo imitava con un controfischio deludente, mezza pentola che bolle e fischio sdentato. Oliveira era felice dell’ammirazione e rivalità che il suo fischio poteva suscitare; non ne faceva abuso, riservandolo per le grandi occasioni. Durante le sue ore di lettura, che avvenivano fra l’una e le cinque del mattino, ma non tutte le notti, era giunto alla sconcertante conclusione che il fischio non era un tema importante nella letteratura. Pochi scrittori facevano fischiare i loro personaggi. Praticamente nessuno. Li condannavano a un repertorio abbastanza monotono di locuzioni (dire, rispondete, cantate, gridare, balbettare, bisbigliare, profferire, sussurrare, esclamare e declamare) però nessun eroè o eroina coronava mai il gran momento delle proprie gesta con un reale fischio, di quelli che spaccano i vetri. Gli squires inglesi fischiavano per chiamare i loro segugi, e alcuni personaggi di Dickens fischiavano per ottenere un cab. In Quanto alla letteratura argentina fischiava poco, una vera vergogna. E così, per quanto non avesse letto Cambaceres, Oliveira tendeva a considerarlo un maestro più che altro per certi titoli, e qualche volta ne immaginava il seguito in cui il fischio s’insinuava a poco a poco nell’Argentina visibile e invisibile, l’avvolgeva con il suo cordino rilucente e proponeva allo stupore universale quella specie di arrosto rolé che ben poco aveva a che vedere con la versione aulica delle ambasciate e col rotocalco domenicale e digestivo dei Gainza Mitre Paz (1), e ancor meno con gli alti e baJsi del Boca Juniors e i culti necrofili della baguala (2) e del quartiere di Boedo. «Figlio di puttana» (a un chiodo) «non mi lasciano neppure pensare in pace, cazzo». D’altra parte quelle variazioni gli ripugnavano perché troppo facili, sebbene fosse convinto che bisognasse prendere l’Argentina dal lato della vergogna, cercare il rossore nascosto da un secolo. Di usurpazioni d’ogni genere come così bene spiegavano i saggisti, e a questo scopo la cosa migliore era dimostrare in qualche modo che non la si poteva prendere sul serio come pretendeva. Chi sarebbe stato il giullare capace di smontare tutta quella superbia da pallone gonfiato? Chi gli avrebbe riso in faccia per vederla arrossire e forse, una volta tanto, sorridere come con chi s’incontra e riconosce? Ehi, dico, che maniera di rovinarsi la giornata. Sperava che quel chiodino resistesse meno degli altri, aveva un aspetto abbastanza docile.

     

    «Ma che freddo terribile fa», si disse Oliveira che credeva nell’ efficacia dell’ autosuggestione. Il sudore gli colava dai capelli sugli occhi, era impossibile tenere un chiodo con la gobba in su perché al più leggero colpo di martello scivolava fra le dita fradice (di freddo) e il chiodo lo pizzicava di nuovo e gli illividiva (di freddo) le dita. Per di più il sole cominciava a invadere la stanza (era la luna sulle steppe coperte di neve elui fischiava per per incitare i cavalli che trainavano il suo tarantas), alla tre non restava un solo angolo che non fosse innevato, sarebbe congelato lentamente e poi lo avrebbe vinto il torpore così ben descritto e persino provocato dai racconti slavi, è il suo corpo sarebbe rimasto sepolto sotto il biancore omicida dei lividi fiori dello spazio. In quell’attimo si diede una martellata sul pollice. Il freddo che lo invase  fu talmente intenso che dovette rotolarsi per terra e lottare contro la rigidità da congelamento. Quando finalmente riuscì a sedere, scotendo la mano in tutte le direzioni, era inzuppato dalla testa ai piedi, probabilmente di neve sciolta o di quella sottile pioggia che si avvicenda con i lividi fiori dello spazio e rinfresca il pelo dei lupi.

     

    Traveler si stava allacciando i calzoni del pigiama e dalla sua finestra vedeva perfettamente la lotta di Oliveira contro la neve della steppa. Fu quasi sul punto di voltarsi e di raccontare a Talita che Oliveira stava rotolandosi per terra scotendo una mano, ma capì che la situazione rivestiva una certa gravità e che era meglio continuare ad esserne il testimone austero e impassibile.

     

    – Finalmente ti fai vedere, accidenti, – disse Oliveira. – È mezz’ora che ti fischio. Guarda la mia mano com’è maciullata.

    – Non è certo a forza di vendere tagli di impermeabile, – disse Traveler.

    – Di raddrizzare chiodi, caro mio. Ho bisogno di qualche chiodo dritto e di un po’ di erba.

    – Facilissimo, – disse Traveler- Aspetta.

    – Fà un cartoccio e tiramelo.

    – Bene, – disse Traveler – Ma adesso che ci penso sarà una fatica andare fino in cucina.

    – Perché? – disse Oliveira. – Non è tanto lontana.

    – No, ma c’è la corda con la biancheria stesa e roba simile.

    – E tu passaci sotto, – suggerì Oliveira. – A meno che la tagli. Il tonfo di una camicia bagnata sulle piastrelle è indimenticabile. Se vuoi ti lancio il temperino. Scommetto che riesco a conficcarlo nella finestra. Da bambino conficcavo un temperino dove volevo e a dieci metri di distanza.

    – Il guaio è, – disse Traveler, – che tu fai risalire ogni problema all’infanzia. Sono stufo di ripeterti di leggere un po’ Jung. E adesso tiri fuori il temperino ogni momento, come se fosse un’arma interplanetaria. Non ti si può parlare di niente che subito ti attacchi al temperino. Dimmi che cosa c’entra con un po’ di erba e dei chiodi.

    – Non segui il ragionamento, – disse Oliveira, offeso. – Prima ho parlato della mano maciullata, e poi sono passato ai chiodi. Allora tu hai controbattuto che delle corde non ti permettono di andare in cucina ed era perciò abbastanza logico che le corde mi portassero a pensare al temperino. dovresti leggere Edgar Poe, tu. Nonostante le corde perdi il filo. È questo, ciò che ti succede.

     

    Traveler mise i gomiti sul davanzale e guardò in strada. La poca ombra si schiacciava sul selciato , e all’altezza del primo piano cominciava la materia solare, un impeto giallo che gesticolava da tutte le parti e schiacciava letteralmente la faccia di Oliveira.

    – Questo sole del pomeriggio ti rovina, – disse Traveler.

    – Non è il sole, – disse Oliveira. – Potresti almeno accorgerti che è la luna e che fa un freddo spaventoso. Questa mano è tutta livida per eccesso di congelamento. Adesso comincerà la cancrena, e tra qualche settimana mi porterai un bel mazzo di gladioli al cimitero.

    – La luna? – disse Traveler, guardando in alto. – Quel che davvero dovrò portarti saranno degli asciugamani bagnati al Vieytes.

    – Al manicomio quel che piú si apprezza sono le sigarette, – disse Oliveira. – Abbondi in incongruenze, Manú.

    – Ti ho detto cinquanta volte di non chiamarmi Manú.

    – Talita ti chiama Manú, – disse Oliveira, agitando la mano come se volesse staccarla dal braccio.

    – La differenza frate e Talita, – disse Traveler, – è di quelle che si toccano con mano. Non capisco perché devi assimilare il suo vocabolario. Mi ripugnano i granchi eremiti, la simbiosi in tutti i suoi aspetti, i licheni e tutti gli altri parassiti.

    – Sei di una delicatezza che mi spezza letteralmente l’anima, – disse Oliveira.

    – Grazie. Stavamo parlando dell’erba e dei chiodi. Perché vuoi dei chiodi?

    – Non lo so ancora, – disse Oliveira, confuso. – A dirti la verità ho tirato fuori una scatola di chiodi e ho scoperto che erano tutti storti. Ho cominciato a raddrizzarli, e con questo freddo, hai visto… Ho l’impressione che quando avrò dei chiodi ben diritti saprò perché ne ho bisogno.

    – Interessante, – disse Traveler, guardandolo fisso. Qualche volta a te capitano cose strane. Prima i chiodi e poi lo scopo dei chiodi. Sarebbe una lezione esemplare per molti, vecchio.

    – Mi hai sempre capito, – disse Oliveira. – E l’erba, come puoi immaginare, la voglio per prepararmene qualcuno amaro.

    -E va bene, – disse Traveler. – Aspettami. Se tardassi puoi fischiare, il tuo fischio diverte Talita.

     

    Scotendo la mano, Oliveira andò fino al lavandino e si gettò l’acqua in faccia e sui capelli. Continuò così fino a inzuppare completamente la canottiera, e tornò alla finestra per applicare la teoria secondo la quale il sole che cade su un panno bagnato provoca una violenta sensazione di freddo. «E pènsare ché morirò, – si disse Oliveira, – senza aver letto sulla prima pagina del giornale la notizia delle notizie: È CADUTA LA TORRE DI PISA! È triste, a pensarci bene».

     

    Cominciò a comporre titoli di giornale, cosa che sempre aiutava a passare il tempo. LAVORANDO  A MAGLIA  S’INGARBUGLIA NELLA LANA E MUORE ASFTSSTATA A LANUS OVEST. Contò fino a duecento senza che gli venissero in mente altri titoli passabili.

    – Dovrò cambiare casa, – mormorò Oliveira. – Questa camera è enormemente piccola. A dir la verità dovrei proprio lavorate nel circo di Manú e vivere con loro. L’erba!!

     

    Nessuno rispose.

    – L’erba, – disse dolcemente Oliveira. – L’erba, su, Manú, non farmi questo. E dire che potremmo chiacchierare da finestra a finestra, tu Talita e io, e potrebbero anche unirsi la Gurusso e la ragazzina delle commissioni, e metterci a giocare al cimitero e a tanti altri giochi.

     

    «Tutto sommato, – pensò Oliveira, – il gioco del cimitero lo posso fare anche da solo».

     

    Andò a prendere il Dizionario della Real Accademia Spagnola, che aveva la copertina con la parola Real energicamente distrutta a colpi di lametta, lo aprì a caso e preparò per Manú il seguente gioco cimiteriale.

     

    «Stufi del cliente e della sua cleruchia, gli strapparono clamide e clipeo e gli fecero ingoiare una clivia sul clivio. Poi gli applicarono un clistere clinico nella cloaca, determinando uno stato clonico clinicamente riscontrabile nelle clune e nella coartazione delle coane durante tutto il clisma al poco coadiuvante cliente».

    – Porcamiseria, – disse ammirato Oliveira. Pensò che anche porcamiseria poteva essere un buon punto di partenza, ma fu deluso di scoprire che non esisteva nel cimitero; invece nella porca il porcaio portava il porcellino pensando alla porchetta col porcino ch’ogni miseria spazza via, ma poi il guaio fu che il porcospino puntando i ventiquattro razzi sul sottomarino porfirizzò invece un porciglione il qual misero cadendo emise miserevole miserere.

     

    «Veramente una necropoli, – pensò. – Non capisco come a questa porcheria possa durare la rilegatura».

     

    Si mise a scrivere un altro gioco, ma non gli riuscì. Decise di provare con i dialoghi tipici e cercò il quaderno dove li andava scrivendo dopo essersi ispirato sulla metropolitana, nei caffè e nelle osterie, Aveva quasi finito un dialogo caratteristico fra due spagnoli e vi diede qualche ritocco, non senza prima essersi gettato un vaso d’acqua sulla camicetta.

     

    DIALOGO TIPICO FRA DUE SPAGNOLI

     

    LÓPEZ   Ho abitato un intero anno à Madrid. Vede, fu nel 1925, e…

    PÉREZ   A Madrid? Infatti proprio ieri dicevo al professor Garcia

    LÓPEZ   Dal 1925 al 1926, quando fui professore di letteratura all’Università…

    PÉREZ   Gli dicevo: «Amico, chiunque abbia vissuto a Madrid sa quel che vuol dire».

    LÓPEZ   Una cattedra espressamente creata per me affinché potessi fare i miei corsi di Letteratura.

    PÉREZ   Esatto, esatto. Infatti proprio ieri dicevo al professor García, che è un mio grandissimo amico…

    LÓPEZ   Certo, quando si è vissuto in quella città per più di un anno, si ha avuto il tempo di accorgersi perfettamente quanto lasci a desiderare il livello degli studi.

    PÉREZ   È uno dei figli di Paco Gatcía, che fu ministro del Commercio, e che era allevatore di tori.

    LÓPEZ   Una vergogna, mi creda, una vera vergogna.

    PÉREZ   Sí, amico, neppure parlarne. E allora il dottor García…

     

    Oliveira era già un po’ annoiato del dialogo, e chiuse il quaderno. «Shiva, – pensò – Oh ballerino cosmico, come brilleresti, bronzo infinito, sotto questo sole. Perché penso a Shiva? Buenos Aires. Uno vive. Che modo strano. Si finisce per comperare una enciclopedia. Che fu per te l’estate, oh usignolo. Certo che sarebbe molto peggio specializzarsi e perdere cinque anni dietro il comportamento dell’acridio. Ma guarda che lista incredibile, ragazzo mio, guarda un po’ questo…»

     

    Era un foglietto giallo, ritagliato da un documento di carattere vagamente internazionale. Qualche pubblicazione dell’Unesco o qualcosa di simile, con i nomi dei membri di un certo Consiglio

    birmano. Oliveira cominciò a deliziarci con la lista e non seppe resistere alla tentazione di prendere una matita e di scrivere questa filastrocca:

     

    U Nu,

    U Tin,

    Mya Bu,

    Thado Thiri Thudarna U E Maung,

    Sithu U Cho,

    Wunna Kyau Htin U Khin Zaut,

    Wunna Kyau Htin U Tltein Han,

    Wunna Kyau Htin U Myo Min,

    Thiri Pyanchi U Thant,

    Thado Maha Thray Sithu U Chan Htoon.

     

    «I tre Wunna Kyaw Htin sono un po’ monotoni, – si disse guardando i versi. – Deve significare qualcosa come Sua Eccellenza l’Onorabilissimo. Però quel Thiri Pyanchi U Thant suona proprio bene. E come si pronuncerà Htoon?»

    – Ciao, – disse Traveler.

    – Ciao, – rispose Oliveira. – Ma che freddo.

    – Scusa se ti ho fatto aspettare. Sai, i chiodi…

    – Ma certo, – disse Oliveira. – Un chiodo è un chiodo, soprattutto se è dritto. Ne hai fatto un cartoccio?

    – No, – disse Traveler, grattandosi un capezzolo. – Che esagerazione di giornata, è di fuoco.

    – Guarda, – disse Oliveira toccandosi la canottiera completamente asciutta. – Sei come la salamandra, vivi in un mondo di perpetua piromania. Hai portato l’erba?

    – No, – disse Traveler. – Me la sono completamente dimenticata. Ho soltanto i chiodi.

    – Bene, và a prenderla, ne fai un cartoccio e me lo lanci.

     

    Trayeler guardò la sua finestra, poi la strada e infine la finestra di Oliveira.

    – Sarà complicato, – disse. – Sai bene che non azzecco mai un tiro, neppure a due metri. Nel circo mi hanno preso in giro venti volte.

    – Ma se è quasi come se me lo porgessi, – disse Oliveira.

    – Lo dici tu, e poi i chiodi potrebbero cadere in testa a uno di sotto e saranno guai.

    – Tirami il cartoccio e poi facciamo giochi cimiteriali, – disse Oliveira.

    – Sarebbe meglio che venissi tu a prendertelo.

    – Ma sei matto, sei? Scendere tre piani, attraversare nel gelo e salire altri tre piani, son cose che non si fanno neppure nella capanna dello zio Tom.

    – Non pretenderai che sia io a mettere in pratica questo andinismo vespertino.

    – Lungi da me simile intenzione, – disse virtuosamente Oliveira.

    – Né che vada a prendere un’asse nel ripostiglio per fabbricarti un ponte.

    – Questa idea, – disse Oliveira, – non è malvagia, a parte che ci servirebbe per utilizzare i chiodi, tu dalla tua parte e io dalla mia.

    – Bene, aspetta, – disse Traveler, e scomparve.

    Oliveira si mise a pensare un buon insulto per schiacciare Traveler alla prima occoasione. Dopo aver consultato il cimitero ed essersi gettato un vaso d’acqua sulla canottiera, si appostò in pieno sole alla finestra. Traveler non tardò ad arrivate trascinando una enorme asse che fece uscire a poco a poco dalla finestra. Immediatamente Oliveira si accorse che anche Talita aiutava a sostenere l’asse, e la salutò con un fischio. Talita aveva addosso un accappatoio verde, sufficientemente stretto alla vita per lasciare indovinare che era nuda.

    – Quanto sei scocciante, – disse Traveler, sbuffando. – Guarda in che pasticci ci metti.

    Oliveira colse l’occasione al volo.

    – Taci tu, miriapodo dal corpo dai dieci ai dodici centimetri di lunghezza coperto di un rivestimento duro suddiviso in ventuno segmenti ciascuno dei quali munito di un paio di zampe;.

    Quattro occhi e nella bocca mandibolette cornee e a forma di gancio che al mordere emettono un veleno molto attivo, – disse tutto d’un fiato.

    – Mandibolette, – commentò Traveler. – Hai notato le parole che pronuncia. Ehi, se continuo a far uscire l’asse dalla finestra tra poco la f.orza di gravità ci manderà al diavolo, Talita e me.

    – Vedo, vedo, – disse Oliveira – ma tieni conto che l’estremità dell’asse è ancora troppo lontana perché la possa afferrare.

    – Allunga un pochino le mandibolette, – disse Traveler.

    – Non sono abbastanza elastiche. E poi sai benissimo che soffro di horror vacuis. Sono una canna pensante di buona lega.

    – L’unica canna che conosco è paraguaiana, – disse Traveler furente. – Non so proprio cosa fare, quest’asse comincia a pesare troppo, e d’altra parte il peso è una cosa relativa. Quando l’abbiamo portata fin qui era leggerissima, certo che non aveva ancora addosso il sole a picco come adesso.

    – Tirala dentro, – disse Oliveira, sospirando. – La cosa migliore sarà questa: Ho un’asse anch’io, non è tanto lunga ma in cambio è più larga. Le passiamo attorno una corda facendo un nodo a laccio, e così leghiamo le due assi a metà. La mia la fermo al letto, tu fai come vuoi.

    – La nostra sarà meglio infilarla in un cassetto del comò, – disse Talita. – Mentre vai a prendere la tua noi ci organizziamo.

    «Come sono complicati», pensò Oliveira andando a prendere l’asse che era appoggiata nell’androne fra la porta della sua camera e quella di un turco guaritore. Era un’asse di cedro, molto ben levigata ma con due o tre nodi saltati. Oliveira introdusse un dito nel foro e osservò se riusciva a uscire bene dall’altra parte chiedendosi se i fori potevano servire per f.ar passare la corda. L’androne era quasi al buio (ma si trattava piuttosto della differenza tra la camera piena di sole e l’oscurità) e davanti alla porta del turco c’era una sedia dalla quale traboccava una signora in nero. Oliveira la salutò da dietro l’asse, che aveva raddrizzato e che sosteneva come un enorme (e inefficace) scudo.

    – Buona sera, signore, – disse la signora in nero. – Che caldo.

    – Al contrario, signora, – disse Oliveira. – Fa piuttosto un freddo terribile.

    – Non sia spiritoso, signore, – disse la signora. – Abbia più rispetto per i malati.

    – Ma se non ha niente, signora.

    – Niente? Come osa?

    «Questa è la realtà, – pensò Oliveira tenendo ferma l’asse e guardando la signora in nero. – Quel che accetto attimo per attimo come reale e che è impossibile, impossibile».

    – Impossibile, – disse Oliveira.

    -Vada per i fatti suoi, maleducato, – disse la signora. – Dovrebbe aver vergogna di uscire a quest’ora in canottiera.

    – E una Masllorens, signora, – disse Oliveira.

    – Schifoso, – disse la signora.

    «Quel che credo sia la realtà, – pensò Oliveira accarezzando l’asse e appoggiandovisi. – Questa vetrina addobbata, illuminata da cinquanta o sessanta secoli di mani, di fantasie, di compromessi, di patti, di segrete libertà».

    – Pare impossibile che abbia i capelli grigi, – disse la signora in nero.

    «Aver la pretesa di essere il centro, – pensò Oliveira appoggiandosi più comodamente all’asse. – Ma è incalcolabilmente idiota. Un centro illusorio quanto la pretesa dell’ubiquità. Non esiste centro, esiste una specie di confluenza continua, di ondulazione della materia. Durante tutta la notte io sono un corpo immobile, e dall’altra parte della città un rotolo di carta si sta trasformando nel giornale del mattino, e alle otto e quaranta io uscirò e alle otto e venti il giornale sarà arrivato all’edicola dell’angolo, e alle otto e quarantacinque la mia mano e il giornale si uniranno e cominceranno a muoversi insieme nell’aria, a un metro dal suolo, avviati alla fermata del tram…»

    – E il signor Bunche che non finisce mai con l’altro malato, – disse la signora in nero.

    Oliveira alzò l’asse e la fece entrare nella sua camera. Traveler gli faceva segno di affrettarsi e per tranquillizzarlo gli rispose con due fischi stridenti. La corda era sopra l’armadio, doveva avvicinare una sedia e salirci su.

    – Dovresti sbrigarti, – disse Traveler.

    – Eccomi, eccomi, – disse Oliveira affacciandosi alla finestra.

    – La tua asse è ben legata?

    – L’abbiamo infilata in un cassetto del comò , e Talita ci ha messo sopra I’ Enciclopedia Autodidattica Quillet.

    – Non è una cattiva idea, – disse Oliveira. – Alla mia metterò l’indice annuale del Statens Psykologisk-Pedagogiska Institut, che mandano a Gekrepten non so perché.

    – Però non capisco come le uniremo, – disse Traveler, cominciando a spingere il comò per far uscire lentamente l’asse dalla finestra.

    – Sembrate due capi siriani con gli arieti che abbattevano le muraglie, – disse Talita che non invano era proprietaria dell’enciclopedia.

    – E tedesco quel libro che hai detto?

    – Svedese, asinello, – disse Oliveira. – Tratta argomenti come la Mentalhygieniska synpunkter i förskoleundenisning. Sono parole splendide, degne di quel bravo ragazzo di Snorri Stulusson così citato nella letteratura argentina. Veri pettorali di bronzo, con tanto di simbolo talismanico del falco.

    – Gl’impetuosi vortici di Norvegia, – disse Traveler.

    – Sei veramente un tipo colto o ci hai azzeccato per puro caso? – domandò Oliveira con una certa meraviglia.

    – Non posso certo confessarti che il circo mi lasci del tempo libero, – disse Traveler, – ma il momento per puntarsi una stella in fronte lo si trova sempre. Questa frase della stella mi viene sempre quando parlo del circo, per pura contaminazione. Da dove l’avrò presa? Ne hai idea, Talita

    – No, – disse Talita provando la solidità dell’asse. – probabilmente da qualche romanzo portoricano.

    – E invece quel che più mi secca è che in fondo so dove l’ho letta.

    – Qualche classico? – insinuò Oliveira.

    – Non ricordo di che cosa si trattava, – disse Traveler, – però era un libro indimenticabile.

    – E evidente, – disse Oliveira.

    – La nostra asse è perfetta, – disse Tahta. – Adesso però non so come fare per unirla alla tua.

    Oliveira finí di srotolare la corda, la tagliò in due e con una delle metà legò l’asse alla rete del letto. Appoggiando l’estremità dell’asse al davanzale della finestra, spinse il letto, e l’asse cominciò a far leva sul davanzale per poi scendere lentamente fino a posarsi su quella di Travelier, mentre i piedi del letto salivano d’un cinquanta centimetri. Il guaio è che continuerà a salire man mano che qualcuno vorrà passare sul ponte», pensò Oliveira preoccupato. Si avvicinò all’armadio e è cominciò spingerlo verso il letto.

    – Non hai sufficiente appoggio? – domandò Talita, che si era seduta sul davanzale e guardava nella camera di Oliveira.

    – Raddoppiamo le precauzioni, _ -disse Oliveira,- onde evitare qualche increscioso incidente.

     

    Spinse l’armadio fino accanto al letto, e lo coricò a poco a poco. Talita ammirava la forza di Oliveira quasi quanto l’astuzia e le invenzioni di Traveler. «Sono due gliptodonti, pensava commossa. I periodi antidiluviani le erano sempre sembrati un rifugio della sapienza.

    L’armadio acquistò velocità e cadde violentemente sul letto, facendo tremare il pavimento. Da sotto salirono grida e Oliveira pensò che il turco accanto doveva star imprimendo una fortissima pressione shammatica. Finí di sistemare l’armadio e montò a cavalcioni dell’asse, naturalmente sulla parte che restava dentro alla finestra.

    – Adesso siamo sicuri che resisterà a qualsiasi peso, _ annunciò. – Non ci sarà nessuna tragedia, con grande delusione delle ragazze di sotto che tanto ci amano. Perloro niente di questo ha un senso se nessuno andrà a rompersi l’anima sul selciato. La vita, come dicono.

    – Non leghi le assi con la tua corda? – domandò Traveler.

    – Senti – disse Oliveira. – Sai benissimo che a me la vertigine ha impedito di dar la scalata alla società. Al solo nome Everest è come mi si sparasse all’inguine. Odio un’infinità di persone ma nessuno come lo sherpa Tensing, credimi.

    – Cioè toccherà a noi legare le assi, – disse Traveler.

    – Questa è la conclusione, – disse Oliveira, accendendo una 43.

    – Hai capito, – disse Traveler a Talita’ – Pretenderebbe che ti trascinassi fino a metà ponte e legassi la corda.

    – Io? – disse Talita

    – Hai sentito, no?

    – Oliveira non ha detto che devo trascinarmi fino a metà ponte.

    – Non lo ha detto ma lo si deduce. A parte il fatto che è più elegante che sia tu a porgergli l’erba.

    – Non sarò capace di legaree la corda, – disse Talita – Oliveira e tu sapete fare i nodi, a me si disfano subito. Non riesco neppure a intrecciare i fili.

    – Ti daremo noi le isruzioni, – concedette Traveler.

    Talita si assettò l’accappatoio verde e si tolse un filo che le pendeva da un dito. Aveva bisogno di sospirare, ma sapeva che i sospiri esasperavano Traveler.

    -Tu vuoi davvero che sia io a portale l’erba a Oliveira? – disse sottovoce.

    – Di che cosa state parlando? – disse Oliveira sporgendo con la metà del corpo dalla finestra e appoggiando le due mani sull’asse.

    La ragazza delle commissioni  aveva messo una sedia sul marciapiedi e li guardava. Oliveira la salutò con la mano. «Duplice frattura del tempo e dello spazio, – pensò. – Quella poveretta dà per scontato che siamo matti, e si prepara a un vertiginoso ritorno alla normalità. Se qualcuno cade, il sangue la macchia, questo è certo. E lei non sa che il sangue la macchierà, non sa che ha  messo là la sedia affinché il sangue la macchi, e non sa che dieci minuti fa le venne una crisi di tedium vitae in pieno sgabuzzino, all’unico scopo di far transitare la sedia dalla cucina al marciapiedi. E che il bicchiere d’acqua che ha bevuto alle due e venticinque era caldo e ripugnante affinché lo stomaco, centro dell’umore vespertino, predisponesse l’attacco di tedium vitae che tre pastiglie di latte di magnesia Phillips avrebbero perfettamente represso, ma non poteva certo saperlo, certe cose liberatrici o repressive possono essere solo sapute su un piano astrale, per usare questa terminologia inane».

    – Non parliamo di niente, – disse Traveler. – Tu prepara la corda.

    – E pronta, è una corda superlativa. Forza, Talita, te la sporgo di qui.

    Talita si mise a cavalcioni dell’asse e avanzò circa cinque centimetri, appoggiandosi sulle mani e sollevando le anche per sedere un poco più, avanti.

    – Questo accappatoio è molto scomodo, – disse. – Sarebbe stato meglio con i tuoi pantaloni o altro.

    – Non ne vale la pena, – disse Traveler – Supponiamo che cadi e mi rovini il vestito.

    – Non aver fretta, – disse Oliveira. – Ancora un pochino e ti posso lanciare la corda.

    – Ma quant’è larga questa strada, – disse Talita guardando in giù. – E molto piú larga di quando la guardi dalla finestra.

    – Le finestre sono gli occhi della città, – disse Traveler – e naturalmente deformano tutto quel che guardano. Adesso ti trovi in un punto di grande purezza, e forse vedi le cose come una colomba o un cavallo che non sanno di possedere gli occhi.

    – Tieni queste idee per la NFR (53) e tieni stretto l’asse, – consigliò Oliveira.

    – Naturalmente ti secca un mondo che qualcuno dica quel che saresti stato felice di dire tu prima. L’asse posso tenerlo stretto perfettamente anche se parlo e penso.

    – Credo di essere quasi alla metà – disse Talita.

    – La metà? Se ti sei appena staccata dalla finestra. Mancano almeno due metri ancora.

    – Un po’ meno, – disse Oliveira, incoraggiandola. – Adesso ti lancio la corda.

    – Mi pare che l’asse si stia piegando in giù, – disse Talita.

    – Non si piega per niente, – disse Traveler, che si era messo anche lui a cavalcioni ma dalla parte interna. – Vibra soltanto un pochino.

    – E poi poggia sulla mia asse, – disse Oliveira. – Sarebbe molto strano che cedessero tutte e due contemporaneamente.

    – Sì, però io peso cinquantasei chili, – disse Talita. – E quando sarò a metà ne peserò almeno duecento. Sento che l’asse cede sempre di più.

    – Se cedesse, – disse Traveler, – io non toccherei più con i piedi, e invece sono appoggiati abbondantemente sul pavimento. L’unica cosa che può succedere è che le assi si spezzino, ma sarebbe molto strano.

    – La fibra resiste molto in senso longitudinale, – concordò Oliveira. – È l’apologo del fascio di giunchi, ed altri esempi. Immagino che hai con te I’erba e i chiodi.

    – Li ho in tasca, – disse Talita. – Tirami la corda, fammi il santo piacere. Comincio ad essere nervosa, credimi.  É il freddo, – disse Oliveira, facendo volteggiare la corda come un gaucho. – Occhio, non perdere l’equilibrio. Meglio che ti prenda al laccio, così staremo sicuri che potrai afferrare la corda.

    «Strano, – pensò vedendo passare la corda sulla sua testa. – Tutto si concatena perfettamente quando se ne ha la precisa volontà. L’unica cosa falsa in tutto questo è l’analisi».

    – Sei quasi arrivata, – annunciò Traveler. – Sistemati bene in modo di legare saldamente le assi, che mi sembrano un po’ separate.

    – Guarda un po’ come l’ho presa bene, – disse Oliveira. – Visto, come l’ho presa al laccio, Manú, non mi vorrai negare che potrei lavorare con voi nel circo.

    – Mi hai colpita in faccia, – si lamentò Talita. – É una corda piena di spine.

    – Mi metto un cappello texano, esco fischiando e prendo al laccio tutti quanti, – propose Oliveira entusiasmato. – Le tribune mi applaudono, un successo poche volte visto negli annali circensi.

    – Stai buscandoti un’insolazione, – disse Traveler, accendendo una sigaretta. – E ti ho già detto di non chiamarmi Manú.

    – Non ho abbastanza forza, – disse Talita. – La corda è ruvida, si aggroviglia tutta.

    – L’ambivalenza della corda, – disse Oliveira. – La sua funzione naturale sabotata da una misteriosa tendenza alla neutralizzazione. Credo che si chiami entropia.

    – Mi pare di esserci riuscita abbastanza, – disse Talita. – Do ancora un giro? É rimasto un pezzetto che pende.

    – Si, arrotolala bene, – disse Traveler. – Mi irritano enormemente le cose che avanzano o pendono; sono diaboliche.

    – Un perfezionista, – disse Oliveira. – Adesso passa sulla mia asse per collaudare il ponte.

    – Ho paura, – disse Talita. –La tua asse sembra meno solida della nostra.

    – Cosa? – disse offeso Oliveira. – Ma non capisci che è un’asse di puro cedro? Non vorrai metterla a paragone con quella porcheria di pino. Passa tranquilla sulla mia, e basta.

    – Che ne dici, Manú? – domandò TaIita, voltandosi.

    Traveler, che stava per rispondere, osservò il punto in cui si toccavano le due assi e la corda legata malamente. A cavallo sulla sua asse, sentiva che vibrava fra le sue gambe in un modo piacevole e spiacevole allo stesso tempo. Talita non doveva che appoggiarsi sulle mani, darsi un piccolo slancio e passare nella zona dell’asse di Oliveira. Era certo che il ponte avrebbe resistito; era fatto molto bene.

    – Senti, aspetta un attimo, – disse Traveler dubbioso. – Non puoi dargli il cartoccio da dove sei?

    – Evidentemente no, – disse Oliveira, sorpreso. – Che idea ti è venuta? Stai rovinando tutto.

    – Quel che si dice darglielo, non posso, – ammise Talita.

    – Ma glielo posso tirare, da qui è la cosa più facile al mondo.

    – Tirare, – disse Oliveira, risentito. – Tanto traffico e allla fine parlano di tirare il cartoccio.

    – Se allunghi il braccio ti trovi a meno di quaranta centimetri dal cartoccio, – disse Traveler. – Non è necessario che Talita arrivi fin là. Ti tira il cartoccio e ciao.

    – Sbaglierà mira, come tutte le donne, – disse Oliveira, – e l’erba si sparpaglierà sul selciato, per non parlare dei chiodi.

    – Sta tranquillo, – disse Talita, tirando fuori il cartoccio. – Anche se non ti cadrà proprio in mano entrerà in camera lo stesso.

    – Sí, e scoppierà sul pavimento, che è sporco, e io sarò costretto a bere un mate schifoso pieno di polvere, – disse Oliveira.

    – Non dargli retta – disse Traveler. – Lancia il cartoccio e torna indietro.

    Talita si voltò e lo guardò, dubitando che parlasse sul serio.

    Traveler la stava guardando in un modo che conosceva assai bene, e Talita sentì come una carezza correrle lungo la schiena. Strinse con forza il cartoccio, calcolò la distanza.

    Oliveira aveva abbassato le braccia e pareva indifferente a quel che Talita avrebbe fatto o non fato. Al di sopra di Talita guardava Traveler fissamente, che lo guardava fissamente.

    «Questi due hanno lanciato un altro ponte fra loro, – pensò Talita. – Se cadessi in strada non se ne accorgerebbero neppurre». Guardò il selciato, vide la ragazza delle commissioni che la osservava a bocca aperta; due isolati più in là arrivava una donna che doveva essere Gekrepten. Talita attese, con il cartoccio posato sul ponte.

    – Ecco, – disse Oliveira. – Era quanto doveva capitare, te nessuno ti cambia. Arrivi all’orlo delle cose e uno pensa che finalmente hai capito, e invece no, tutto inutile, cominci a rigirarle, a leggere le etichette. Ti fermi sempre al prospetto, ecco.

    – E con ciò? – disse Traveler. – Perché dovrei stare al tuo gioco, fratello?

    – I giochi si organizzano da soli, sei tu che metti il bastone per frenare la ruota.

    – La ruota che hai fabbricato tu, se vuoi proprio saperlo.

    – Non direi, – disse Oliveira. – Io non ho fatto allto che suscitare le circostanze, come dicono gli iniziati. Bisognava giocare onestamente.

    – Frase di chi sta perdendo, vecchio mio.

    – E facile perdere se l’altro bara.

    – Sei grande, – disse Traveler – Puro sentimento gaucho.

    Talita sapeva che in un certo senso stavano parlavano di lei, e continuava a guardare la ragazza delle commissioni immobile sulla sedia con la bocca aperta. «Darei non so cosa pur di non sentirli discutere, – pensò Talita. – E anche se sembra che parlino d’altro, è di me che parlano sempre, ma non è neanche quello, anche se quasi lo è». Le venne in mente che sarebbe stato divertente lasciare cadere il cartoccio in modo che andasse a finire nella bocca della ragazza delle commissioni. Ma non le andava, sentiva l’altro ponte sopra di sé, le parole che andavano e venivano, le risate, i silenzi brucianti. «É come un giudizio, – pensò Talita. – Come un rito». Riconobbe Gekrepten che arrivata all’altro angolo cominciava a gtardare in su. «Chi ti giudica?» aveva appena detto Oliveira.

    Non era Traveler ma lei ad essere giudicata. Un sentimento, qualcosa di appiccicoso come il sole sulla nuca e sulle gambe. Si sarebbe presa un’insolazione, quella sarebbe stata forse la sentenza. «Non credo che tu sia all’altezza di giudicarmi», aveva detto Manú. Ma non era Manú, era lei ad essere giudicata. E per mezzo suo, va a sapere chi, mentre quella stupida di Gekrepten sventolava il braccio sinistro e le faceva segni come se lei, per esempio, fosse sul punto di prendersi un’insolazione e finire in strada, condannata senza appello.

    – Perché ti dondoli in questo modo? – disse Traveler, tenendo ferma la sua asse con le due mani. – La stai facendo vibrare troppo. Sta’ a vedere che andiamo tutti per aria.

    – Non mi muovo, – disse miseramente Talita. – Vorrei soltanto tirargli il cartoccio e tornare in casa.

    – Il sole ti dà addosso in pieno, poverina, – disse Traveler – È davvero disumano.

    – È colpa tu , – disse Oliveira irato. – Non esiste un solo uomo in Argentina capace di combinare un bordello simile.

    – Ce l’hai con me, – disse obiettivamente Traveler – Fa in fretta,Talita. Sbattigli in faccia il cartoccio e che la finisca una buona volta di romperci le palle.

    – E un po’ tardi, – disse Talita. – Non sono più tanto sicura di mirare giusto.

    – Te lo avevo detto, – mormorò Oliveira che mormorava pochissimo e solo quando era sul punto di dire qualche sproposito. – Sta arrivando Gekrepten carica di pacchetti. Ci mancava anche lei.

    – Tiragli l’erba, in un modo o in un altro, – disse Traveler, impaziente. – Non preoccuparti se di traverso.

    Talita inclinò la testa e i capelli le piovvero sulla fronte, fino alla bocca. Era costretta a sbattere le ciglia continuamente perché il sudore le entrava negli occhi. Sentiva la lingua coperta di sale e di qualcosa che doveva essere un continuo scintillio, minuscoli astri che correvano e urtavano contro le gengive e il palato.

    – Aspetta, – disse Traveler.

    – Dici a me? – dorlandò Oliveira.

    – No. Aspetta, TaIita. Tienti forte che ti sporgo un cappello.

    – Non lasciare l’asse, – chiese Talita. – Cadrei nella strada.

    – L’enciclopedia e il comò la sostengono perfettamente. Non muoverti, tu. Torno subito.

    Le assi si incurvarono leggermente in basso , e Talita si afferrò disperatamente. Oliveira fischiò con tutte le forze come se volesse fermare Traveler, ma non c’era più nessuno alla finestra.

    – Che bestia, – disse Oliveira. – Non muoverti’ non respirare neppure. E questione di vita o di morte, credimi.

    – Me ne rendo perfettamente conto, – disse Talíta con un filo di voce. – E sempre stato così.

    – E per colmo Gekrepten sta salendo le scale. Ci scoccerà parecchio, mamma mia. Non muoverti.

    – Non mi muovo, – disse Talita. –  Però direi…

    – Sì, ma solo un pochino, – disse Oliveira. – Tu non muoverti, è l’unica cosa da farsi.

    «Hanno emesso il verdetto, – pensò Talita – Adesso devo soltanto cadere e loro continueranno con il circo, con la vita».

    – Perché piangi? – domandò Oliveira interessato.

    – Io non piango, – disse Talita. – Sto sudando, niente altro.

    – Senti, – disse Oliveira risentito, – io sarò uno stupido, ma non mi è mai capitato di confondere le lacrime con la traspirazione. È tutta un’altra cosa.

    – Io non piango, – disse Talita. – Non piango quasi mai, te lo giuro. Piangono le donne come Gekrepten, che sta salendo le scale carica di pacchetti. Io sono come il cigno, che canta in punto di morte, – disse Talita. – Cosí diceva un disco di Gardel. Oliveira accese una sigaretta. Le assi si erano riequilibrate di nuovo. Aspirò soddisfatto il fumo.

    – Senti, finché non torna quello scemo di Manú con il cappello, potremmo giocare alle domande-a-dondolo.

    – Avanti, – diise Talita. – Proprio ieri ne ho preparate alcune per te.

    – Benissimo. Comincio e facciamo una domanda per ciascuno. L’operazione consiste nel depositare su un corpo solido uno strato di metallo disciolto in un liquido, servendosi di corrente elettrica: non è forse una imbarcazione antica, a vela latina di circa cento tonnellate?

    – Sì che lo è, – disse Talita, gettando indietro i capelli – Andare qui e là, vagare, sviare un colpo d’arma profumare di zibetto, e fissare il prezzo delle decime sulla frutta da cogliere, non equivale a qualsiasi dei succhi vegetali destinati all’alimentazione, come il vino, l’olio e via dicendo?

    – Bravissima, – disse Oliveira. – I succhi vegetali come il vino l’olio… Non mi era mai venuto in mente di pensare al vino come a un succo vegetale. Splendido. Ma adesso senti: rinverdire, verdeggiare, arruffare i capelli, la lana, cacciarsi nei guai per una rissa o contesa, avvelenare l’acqua con il verbasco o altra sostanza analoga per stordire i pesci e pescarli, non è lo scioglimento del poema drammatico, specialmente quando è doloroso?

    – Che bello, – disse Talita, entusiasmata. – E bellissimo, Horacio. Sai davvero trarre succo dal cimitero.

    – Il succo vegetale, – disse Oliveira.

    Si aprì la porta della stanza e Gekrepten entrò respirando affannosamente. Gekrepten era tinta in biondo, parlava con molta facilità e non si sorprendeva se un armadio era coricato su un letto e se un uomo era a cavalcioni di un’asse.

    – Che caldo, – disse gettando i pacchetti su una sedia. – È l’ora peggiore per andare a fare le commissioni, credi pure. Che fai lì, Talita? Non so proprio perché esco sempre nell’ora della siesta.

    – Bene, bene, – disse Oliveiîa, senza guardarla. – Adesso tocca a te, Talita.

    – Non ne ricordo nessun’altra.

    – Pensaci bene, impossibile che non ne ricordi nessuna.

    – Ah, tutto per il dentista, – disse Gekrepten. – Mi fissa sempre le ore peggiori per otturarmi i denti. Te l’avevo detto che oggi sarei dovuta andare dal dentista?

    – Adesso ricordo questa, – disse Talita.

    – E guarda un po’ quel che mi capita, – disse Gekrepten. – uscivo dal dentista, in via warnes. Suono il campanello e apre l’infermiera. Io le dico: «Buon giorno». E lei: «Buon giorno. Venga pure avanti». Io entro, e mi fa passare in un salotto d’attesa.

    – Ecco, – disse Talita. – Chi ha guance sporgenti, oppure la fila di botti legate che servono da zattera per andare nei canneti: il grande magazzino fornito di articoli di prima necessità per una determinata clientela che voglia spendere meno che nei negozi, e tutto quello appartenente o relativo all’egloga, non è come applicare il galvanismo a un animale vivo o morto?

    – Che bellezza, – disse Oliveira abbagliato. – È semplicemente fantastico.

    – Mi dice; «si accomodi un attimo per favore» io mi siedo e aspetto.

    – Me ne resta ancora una, – disse Oliveira. – Aspetta, non la ricordo bene.

    – C’erano due signore e un signore con un bambino. I minuti non passavano mai. Pensa che mi sono letta tre numeri interi di «Idilio». Il bambino piangeva, povera creaturina, e il padre, con un nervoso… Non vorrei dire una bugia, ma passarono più di due ore, dalle due e mezzo che ero arrivata. Finalmente venne il mio turno, e il dentista mi dice: «Avanti, signor»; io entro, e mi dice: «Non le ha fatto molto male quello che le ho messo l’altro giorno?» E io: «No, dottore, pensi un po’ – Tanto più che in tutti questi giorni ho sempre masticato dall’altra parte». E lui mi dice: «Benissimo, esattamente quel che si deve fare. Sieda, signora». Io mi siedo e lui mi dice «Per favore, apra la bocca». Che gentile, quel dentista.

    – Ci sono – disse Oliveira. – Senti bene, Talita. Perché guardi indietro?

    – Per vedere se Manú torna.

    – Figuriamoci. Senti bene: l’azione e l’effetto del contrappasso, o nei tornei e nelle sfide, giostrare in arcioni il cavallo che affronti con i pettorali quelli del cavallo del suo avversario, non assomiglia moltissimo al culmine, al momento più grave e più intenso di una malattia?

    – Strano, – disse Talita, pensandoci. – Si dice così in spagnolo?

    – Che cosa si dice così?

    – Giostrare in arcioni il cavallo.

    – Nei tornei, sì, – disse Oliveira. – Sta scritto nel cimitero.

    – Culmine, – disse Talita. – E una parola bellissima’ Peccato il suo significato.

    – Bah, capita lo stesso con mortadella e tante altre parole, – disse Oliveira. – Se ne è già occupato l’abate Bremond, ma c’è niente da fare. Le parole sono come noi, nascono con una faccia e non c’è rimedio. Pensa alla faccia che aveva Kant, ti par poco? O Bernardino Rivadavia, (4 )per non andare così lontano.

    – Mi ha messo un’otturazione di materia plastica, – disse Gekrepten.

    – Che terribile caldo, – disse Talita. – Manú aveva detto che mi avrebbe portato un cappello.

    – Figurati se te lo potta, quello, – disse Oliveira.

    – Se non ti dispiace ti tiro il cartoccio e torno in casa, – disse Talita.

    Oliveira osservò il ponte, misurò la finestra aprendo vagamente le braccia, e scosse la testa.

    – Non so se riuscirai a centrarla, – disse – D’altra parte sento un non so che tenerti lì con questo freddo glaciale. Non senti che ti si formano dei ghiaccioli nei capelli e nelle fosse nasali?

    – No, – disse Talita. – I ghiaccioli non saranno per caso come i culmini?

    – In un certo modo sì, – disse Oliveira. – Sono due cose che si assomigliano dalle loro differenze, un po’come Manú e io, se ci pensi bene. Devi ammettere che il guaio con Manú è che ci somigliamo troppo.

    – Sl, – disse Talita. – Qualche volta è seccante.

    – il burro si è squagliato, – disse Gekrepten, imburrando una fetta di pane nero. – Il burro, con il caldo, è una lotta.

    – La peggior differenza consiste in questo, – disse Oliveira.

    — La peggiore delle peggiori differenze. Due tipi dai capelli neri, con la faccia da porteñi casinisti, con l’’identico disprezzo per quasi le medesime cose, e tu…

    – Bene, io… – disse Talita.

    – Non è il caso di squagliarsela, – disse Oliveitu. – È un fatto, che tu ti sommi in un certo senso a noi due per aumentare la somiglianza, e perciò la differenza.

    – A me non pare di sommarmi a voi due, – disse Talita.

    – Che ne sai? Che ne puoi sapere, tu? Te ne stai buona buona nella tua camera, vivendo e cucinando e leggendo l’enciclopedia dell’autodidatta, e la sera vai al circo, e allora credi di stare soltanto dove stai. Non ti hanno mai colpita i saliscendi delle porte, i bottoni di metallo, i pezzettini di vetro?

    – Sì, qualche volta faccio attenzione, – disse Talita.

    – Se davvero avessi fatto attenzione, ti saresti accorta che dappertutto, dove meno si sospetta, esistono immagini che copiano tutti i tuoi movimenti. Io sono sensibilissimo a queste stupidaggini, credimi.

    – Vieni a prendere il tuo latte, gli si è già formata la panna, – disse Gekrepten. – Perché parlate sempre di cose strane?

    – Mi dai troppa importanza, – disse Talita.

    – Oh, son cose che nessuno decide da solo, – disse Oliveira.

    – Esiste tutta una serie di cose che uno non decide da solo, e sono quelle noiose anche se non le più importanti. Te lo dico perché è una grande consolazione. Per esempio, io pensavo di prendere il mate. Adesso è arrivata questa qua e si è messa preparare il caffelatte senza che nessuno glielo abbia chiesto. Risultato: se non lo bevo, si forma la panna. Non è importante, però scocciante lo è. Capisci quel che sto dicendo?

    – Oh, sì, – disse Talita, guardandolo negli occhi. – È certo che somigli a Manú. Tutti e due sapete parlare così bene del caffelatte e del mate, che alla fine ci si rende conto che il caffelatte e il mate, veramente.

    – Esatto, – disse Oliveira. – Veramente. Per cui possiamo tornare a quel che dicevo prima. La differenza fra Manú e me è che siamo quasi identici. Ragion per cui, la differenza è come un cataclisma che incombe. Siamo amici? Sì, certo, ma non mi stupirebbe che… Pensa che da quando ci conosciamo, e te lo posso dire perché lo sai già, non facciamo che farci del male. A lui non piace che io sia come sono, appena mi metto a raddrizzare dei chiodi hai visto che cosa combina, e subito caccia anche te nei guai. Ma a lui non piace che io sia come sono perché in realtà molto di quel che mi viene in mente, molto di quel che faccio, è come se glielo soffiassi via da sotto il naso. Prima che lui abbia potuto pensarci, zac, è fatta. Bang, bang, si affaccia alla finestra e io sto già raddrizzando i chiodi.

    Talita guardò indietro e vide l’ombra di Traveler che ascoltava, nascosto fra il comò e la finestra.

    – Mi pare che stai esagerando, – disse Talita. – A te non verrebbero in mente certe idee che vengono a Manú.

    – Per esempio?

    – Ti si raffredda il latte, – disse Gekrepten, lamentosa. – Vuoi che te lo riscaldi un pochino, amore?

    – Fa’ un budino per domani, – consigliò Oliveira. – Dicevi, Talita?

    – No, – disse Talita, sospirando. – A che scopo. Ho tanto caldo e sento che mi gira la testa.

    Avvertì la vibrazione del ponte quando Traveler vi si mise a cavalcioni accanto alla finestra. Gettandosi in avanti senza oltrepassare il davanzale, Traveler posò un cappello di paglia sull’asse. Aiutandosi con il manico di un piumino per ra polvere, cominciò a spingerlo centimetro per centimetro.

    – Basta che vada un pochino per storto, – disse Traveler, – e cadrà certamente in strada e sàrà un bel guaio scendere per andarlo a prendere.

    – Sarebbe meglio che tornassi a casa, – disse Talita, guardando affaticata Traveler.

    – Prima devi dare l’erba a Oliveira, – disse Traveler.

    – Non è piú il caso, -.disse Oliveira. – Comunque, lanci pure il cartoccio, per me è lo stesso.

    Talita guardò prima l’uno e poi l’altro e restò immobile.

    – Quant’è difficile capirti, — disse Traveler. – Tanta fatica e adesso salta fuori che mate più mate meno, per te è lo stesso.

    – Le lancette hanno camminato, figliuolo,- disse Oliveira – Tu ti muovi nella continuità del tempo-spazio con la lentezza di un verme. Pensa solo a tutto ciò che è accaduto da quando ti sei deciso ad andare a prendere quel panama scalcagnato. Il ciclo del mate si chiuse senza essere consumato, e frattanto qui fece il suo ingresso trionfale la sempre fedele Gekrepten armata di arredi culinari. Siamo in zona, caffelatte, niente da fare.

    – Che ragionamenti, – disse Traveler.

    – Non sono ragionamenti, sono dimostrazioni squisitamente oggettive. Tu tendi a muoverti nel continuo, come dicono i fisici, mentre io sono estremamente sensibile alla discontinuità vertiginosa dell’esistenza. In questo attimo il caffelatte irrompe, s’insedia, domina, si diffonde, si ripete reiteratamente in centomila famiglie. I mare sono stati lavati, ritirati, aboliti. Una zona temporale del caffelatte ricopre questo settore del continente americano. Pensa a tutto quel che implica e apporta questo. Madri amorose che istruiscono i loro pargoli sulla dietetica lattea, riunioni infantili attorno al tavolo del tinello, sulla cui parte superiore tutto è sorrisi e in quella inferiore calci e pizzicotti. Dire caffelatte in questo momento significa mutazione, convergenza gentile verso la fine della giornata, estratto conto delle buone azioni, delle azioni al portatore, situazioni transitorie, incerti proemi a ciò che le sei del pomeriggio, ora terribile di chiave nelle porte e corse all’autobus, concretizzeranno brutalmente. A quest’ora quasi nessuno fa l’amore, è prima o dopo. A quest’ora si pensa alla doccia (ma la faremo alla cinque) e la gente comincia a rimuginare le possibilità della notte, voglio dire se andrà a vedere Paulina Singerman o Toco Tarantola (5) (ma non sappiamo ancora, c’è ancora tempo). Che rapporto c’è fra tutto ciò e l’ora del mate? Non ti parlo del mate preso male, sovrapposto al caffelatte, ma di quello autentico che io volevo, all’ora giusta, nel momento di maggior freddo. E queste cose non mi par proprio che tu le capisca sufficientemente.

    -La sarta è un’imbrogliona, – disse Gekrepten. – Tu vai da una sarta per farti i vestiti, Talita?

    – No, – disse Talita. – So un po’ di taglio e cucito.

    – Fai bene, cara mia. Io oggi, dopo il dentista, corro fin dalla sarta che sta un isolato più in là e vado a protestare per una gonna che avrebbe dovuto essere pronta già da otto giorni. Mi dice: «Oh signora, con quel che è ammalata la mia mamma non ho potuto nemmeno infilare un ago». Io le dico: «Però io, signora, ho bisogno della gonna». E lei: «Davvero, mi rincresce molto. Una cliente come lei. Mi scusi proprio». Allora io: «Con le scuse non si conclude ugualmente niente, signora. Sarebbe meglio fare le cose a tempo e tutti ne guadagneremmo». Allora lei: «Dato che la prende così, perché non si rivolge ad un’altra sarta?» E io: «Ne avrei voglia, ma dato che mi sono impegnata con lei vuol dire che aspetterò, anche se mi pare poco corretto».

    – E ti è capitato tutto questo? – disse Oliveira.

    – Certo, – disse Gekrepten. – Non vedi che lo sto raccontando a Talita?

    – È dietro.

    – Non cominciare, tu.

    – Ecco, – disse Oliveira a Traveler, che lo guardava aggrondato.

    – Ecco come vanno le cose. Ciascuno crede di star parlando di ciò che spartisce con gli altri.

    – E non è così, certo, – disse Traveler. – Guarda che gran novità.

    – Sempre bene sottolinearla, no.

    – Tu sottolinei tutto ciò che è una condanna per qualcuno.

    – Dio mi inviò in questa città, – disse Oliveira.

    – Quando non giudichi me, te la prendi con tua moglie.

    – Per punzecchiarvi e tenervi svegli, – disse Oliveira.

    – Una specie di mania alla Mosè. Vivi come se fossi continuamente di ritorno dal Sinai.

    Mi piace -disse Oliveira, – che le cose risultino chiare il più possibile. Si direbbe che per te sia lo stesso che in piena conversazione Gekrepten intercali una storia assolutamente fantasiosa di un dentista e di non so quale gonna. Si direbbe che non ti accorgi che queste irruzioni, perdonabili quando sono belle o almeno ispirate, diventano ripugnanti non appena si limitano a scindere un ordine, a silurare una struttura. Che  oratore sono, fratello.

    – Horacio è sempre lo stesso, – disse Gekrepten. – Non dargli retta, Traveler.

    – Siamo di una mitezza insopportabile, Manú. Permettiamo che ad ogni momento la realtà li sfugga tra le dita come una qualsiasi acquolina. Là era, quasi perfetta, come un arcobaleno

    teso dal pollice al mignolo. E che fatica ottenerlo, il tempo occorso, -le prove … Tac, la radio annuncia che il generale Pisotelli ha fatto la tal dichiarazione. Kaputt. Tutto kaputt. «Finalmente

    un po’ di serietà», pensa la ragazza delle commissioni, o questa qui, o forse anche tu. E io, non credere che mi consideri infallibile. Che ne so dove sia la verità? So unicamente che mi piaceva tanto quell’arcobaleno come un ranocchio frale dita. E stasera… Guarda, nonostante il freddo mi sembra che stavamo incominciando a fare qualcosa seriamente. Talita, per esempio, col quella sua prodezza straordinaria di non cadere in strada, e tu lì, e io… Uno è sensibile a certe cose, diamine.

    – Non so se ti capisco bene, – disse Traveler. – Però la storia dell’arcobaleno non è da buttar via. Però, perché sei così intollerante? Vivi e lascia vivere, fratello.

    – Adesso che vi siete divertiti, vieni a togliere l’armadio dal letto, – disse Gekrepten.

    – Ti rendi conto? – disse Oliveira.

    – Eh, sí, – disse Traveler, convinto.

    – Quod erat demostrandum, fratello.

    – Quod erat, – disse Traveler.

    – E il peggio è che in realtà non avevamo neppure incominciato.

    – Come? – disse Talita, gettando indietro i capelli e guardando se Traveler era riuscito a spingere abbastanza il cappello.

    – Non t’innervosire proprio adesso, – consigliò Tràveler. – Girati lentamente, stendi quella mano, così. Aspetta, adesso io spingo ancora un po’… Visto? Fatto.

     

    Talita afferrò il cappello e lo calzò tutto in un colpo. Sotto si erano uniti due ragazzi e una signora, che parlavano con la ragazza delle commissioni e guardavano il ponte.

    – Adesso gli tiro il cartoccio ad Oliveira ed è finita – disse Talita sentendosi più sicura con il cappello in testa, – tenete duro le assi, mi raccomando.

    – Me lo iitif – disse Oliveira’ – Certamente sbaglierai mira.

    – Lasciala fare la prova, – disse Traveler. – Se il cartoccio andrà a schiantarsi sui selciato, speriamo che colpisca sulla zucca la Gutusso, ripugnante gufo.

    – Ah, non piace neppure a te, – disse Oliveira – Ne sono contento, perché io non la posso sopportare. E tu, Talita?

    – Io preferirei tirarti il cartoccio, – disse Talita.

    – Va bene, va bene, però mi pare che tu abbia troppa fretta.

    – Oliveira ha ragione, – disse Traveler. – Sarebbe un-peccato che rovinassi tutto proprio alla fine, dopo tanto traffico.

    – Ma io ho caldo, – disi. Talita. – Io voglio tornare a casa, Manú.

    – Non sei poi tanto lontana per lamentarti così. Chiunque crederebbe che mi stai scrivendo dal Matto Grosso.

    – Lo dice per l’erba, – Oliveira informò Gekrepten, che guardava l’armadio.

    – Giocherete ancora per molto? – domandò Gekrepten.

    – No, va’ là, – disse Oliveira.

    – Ah, – disse Gekrepten – Meno male.

    Tahita aveva preso il cartoccio dalla tasca dell’accappatoio e lo faceva dondolare da dietro in avanti. Il ponte cominciò a vibrare, e Traveler e Oliveira lo tennero con tutte le loro forze.

    Stanca di far dondolare il cartoccio, Talita cominciò a far ruotare il braccio, tenendosi con l’altra mano.

    – Non fare sciocchezze, – disse Oliveira. – Più adagio. Mi hai sentito? Più adagio!

    – Ecco! – gridò Talita.

    – Più adagio, cadrai in strada!

    – Non me ne importa! – gridò Talita, lasciando andare il cartoccio che entrò i tutta velocità nella camera e scoppiò contro l’armadio.

    – Splendido, – disse Traveler, che guardava Talita come se avesse voluto sostenerla sul ponte con la sola forza dello sguardo. – Perfetto, cara. Più chiaro di così, impossibile. Questo sì che fu demostrandum.

    Il ponte si immobilizzava a poco a poco. Talita si afferrò con le due mani e chinò la testa. Oliveira non vedeva che il cappello e i capelli di Talita sparsi sulle spalle. Alzò gli occhi e guardò Traveler.

    – Visto, – disse. – Anch’io credo che più chiaro di così, impossibile.

    «Finalmente, – pensò Talita, guardando il selciato, i marciapiedi.

    – Qualsiasi cosa è meglio che stare così, fra le due finestre».

    – Una delle due, – disse Traveler. – O vai avanti, che è più facile, ed entri da Oliveira, oppure retrocedi, che è più difficile, e ti risparmi le scale e l’attraversamento della strada.

    – Che venga qui, poverina, – disse Gekrepten. – Ha tutta la faccia bagnata di sudore.

    – I bambini eipazzi, – disse Oliveira.

    – Lasciami riposare un momento, – disse Talita. – Sento che mi gira un po’ la testa.

    Oliveira si lanciò in avanti con i1 corpo a traverso la finestra, e stese un braccio. Talita aveva solo da avanzate mezzo metro e avrebbe toccato la sua mano.

    – Che perfetto gentiluomo, – disse Traveler. – Si vede che ha letto il consigliere ufficiale del professor Maidana. Quel che si dice un conte. Non perdere uno spettacolo del genere, Talita.

    – Effetto del congelamento, – disse Oliveira. Riposati, Taiita, e poi fa’ l’ultimo pezzo. Non dargli retta, si sa che la neve fa delirare prima del sonno senza risveglio.

    Però Talita si era lentamente raddrizzata, e appoggiandosi sulle due mani spostò il sedere venti centimetri indietro. Un alno appoggio, e altri venti centimetri. Oliveira, sempre con la mano stesa, pareva il passeggero di una nave che comincia ad allontanarsi dal molo.

    Traveler tese le braccia e infilò le mani sotto le ascelle di Talita. Lei restò immobile, e poi gettò la testa indietro con un movimento così brusco che il cappello cadde planando fin sul marciapiedi.

    – Come nelle corride, – disse Oliveira. – La Gutusso vorrà portarselo via.

    Talita aveva chiuso gli occhi e si lasciava sostenere, strappare dall’asse, far rientrare a forza di spinte a traverso la finestra.

    Sentì la bocca di Traveler sulla nuca, il respiro caldo e rapido.

    – Sei tornata, – sussurrò Traveler. – Sei tornata, sei tornata.

    – Sì, – disse Talita, avvicinandosi al letto. – Come avrei potuto altrimenti? Gli ho gettato il maledetto cartoccio e sono tornata, gli ho tirato il cartoccio e sono tornata, gli…

    Traveller sedette sulla sponda del letto. Pensava all’arcobaleno fra le dita, a quelle cose che venivano in mente a Oliveira.

    Talita si lasciò scivolare accanto a lui e cominciò a piangere in silenzio. «Sono i nervi, – pensò Traveler. – Se l’è vista brutta».

    Sarebbe andato a prenderle un grosso bicchiere di acqua con succo di limone, le avrebbe dato un’aspirina, le avrebbe fatto aria con una rivista, l’avrebbe obbligata a dormire un poco. Ma prima era necessario togliere l’ enciclopedia dell’ auto didatta, mettere a posto il comò e metter dentro l’asse. «Questa camera è sottosopra», pensò, baciando Talita. Appena avesse smesso di piangere le avrebbe chiesto di aiutarlo a mettere in ordine la stanza. Cominciò accarezzarla, a dirle un mucchio di cose.

    – Ecco, ecco, – disse Oliveira.

    Si allontanò dalla finestra e sedette sulla sponda del letto, sistemandosi nel poco spazio lasciato libero dall’armadio. Gekrepten aveva finito di raccogliere l’erba con un cucchiaio.

    – Tutto pieno di chiodi, – disse Gekrepten. – Che strano.

    – Stranissimo, – disse Oliveira.

    – Penserei di andare a prendere il cappello di Talita. Sai come sono i ragazzi.

    – Buona idea, – disse Oliveira, alzando un chiodo e facendolo girare fra le dita.

    Gékrepten scese in strada. I ragazzi avevano raccolto il cappello e discutevano con la ragazza delle commissioni e la signora Gutusso.

    – Datelo a me, – disse Gekrepten, con un sorriso stentato.

    – E della signora di fronte, mia conoscente.

    – Conoscente di tutti, cara mia – disse la signora Gutusso. – Che spettacolo ha dato, a quest’ora e con i ragazzi che guardavano.

    – Non c’era niente di male, – disse Gekrepten, senza molta convinzione.

    – Con le gambe per aria su quell’asse, guardi che esempio per dei bambini. Lei non se ne sarà accorta, ma da qui si vedeva proprio tutto, mi creda.

    – Ha molti peli, – disse il più piccolo.

    – Ecco, – disse la signora Gutusso. – I bambini dicono quel che vedono, poveri innocenti. E che cosa doveva fare quella a cavallo di un pezzo di legno, mi dica? A quest’ora, quando le persone per bene fanno il sonnellino o si occupano delle loro faccende. Lei salirebbe su un pezzo di legno, signora, se non sono indiscreta?

    – Io no, – disse Gekrepten. – Però Talita lavora in un circo, sono degli artisti.

    – Facevano delle prove? – domandò uno dei ragazzi. – In quale circo lavora quella là?

    – Non era una prova, – disse Gekrepten. – Il fatto è che volevano dare dell’erba a mio marito, e allora…

    La signora Gutusso guardava la ragazza delle commissioni.

    La ragazza delle commissioni si mise un dito sulla tempia e lo fece girare. Gekrepten afferrò il cappello con le due mani ed entrò nell’atrio. I ragazzi si misero in fila e cominciarono a cantare, sulle note della Cavalleria leggera:

     

    Lo corrieron de atrás, lo corrieron de atrás,

    le metieron un palo en el cúúúlo.

    Pobre señor! Pobre señor!

    No se lo pudo sacar.             (Bis).

    —————

     

    Note

    1) Gainza Paz, fondatore del giornale La Prensa appare insieme a Mitre, fondatore dell’altro grande giornale argentino La Nación.

    2) Canzone folcloristica argentina

    3) Nouvelle Revue Française.

    4) Bernardino Rivadavia (1780-1845) Politico argentino. Presidente della Repubblica nel 1926

    5) Note attrici argentine

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