• Il senso della vita umana

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    Speranza-certezza dell’esistenza umana

     

    Intervista allo psichiatra Beniamino Gigli

     

    di Gian Carlo Zanon

    In questi mesi ciò che viene chiamata “crisi economica” è divenuta più palpabile dando vita a vari fenomeni drammatici molto spesso amplificati e/o distorti dai media. Ad esempio si è parlato molto dei suicidi di piccoli imprenditori ‘causati’ da dissesti finanziari. Ne abbiamo parlato anche noi in un lungo articolo, I signori dei castelli di carte, ( leggi qui e qui con il quale abbiamo cercato di comprendere le ragioni che portano persone apparentemente sane di mente a chiudere la propria esistenza con un atto autodistruttivo.

    In quegli articoli avevamo indagato, in modo interdisciplinare, sia le apparenti cause materiali che spingevano queste persone a simili atti che potrebbero rientrare nella categoria dell’assurdo, sia, con l’aiuto dello psichiatra Beniamino Gigli, l’eziologia di questo mal de vivre che trasforma un accadimento doloroso in una ‘impossibilità di vita’.

     

    In questo articolo avevamo fatto alcune osservazioni: coloro che si suicidano alienano tutto il proprio essere in un’identità sociale traballante e falsa come può essere, appunto, “un castello di carte”. Avevamo citato anche l’economista Andrea Ventura che nel suo libro, “La trappola – Radici storiche e culturali della crisi economica”  affermava: «La trappola è più d’una. La più evidente è quella in conseguenza della quale le nostre società ci spingono a cercare il benessere e la felicità nell’arricchimento materiale, sacrificando a esso ogni altra aspirazione. I rapporti con le cose sostituiscono i rapporti con le persone che così vengono distrutti, annullati».

    Quindi Ventura già accennava ad un ‘equivoco esistenziale’ a causa del quale gli esseri umani ammantano gli oggetti materiali di un senso estremo che non possiedono: la macchina importante, il vestito firmato, la cena al ristorante di lusso, ecc. divengono una falsa rappresentazione di sé che spesso nasconde un vuoto ontologico.

     

    Nella seconda parte dell’articolo Gigli già accennava a questo dramma della perdita dell’essere:  «Quello che è evidente è che, al di là del dissolvimento del conto in banca, sia andato  perso il senso più profondo dell’esistenza umana, quello di creare la propria identità umana nell’ambito dei rapporti affettivi, …».

     

    A questo punto, dato che abbiamo sfiorato il ‘problema dell’essere’ non ci resta che addentrarci più specificatamente nelle due discipline che, nel bene e nel male, se ne sono sempre occupate: la filosofia e la psicologia. Ovviamente escludiamo dalla ricerca la teologia in quanto non è che un’interpretazione delirante di tutto ciò che concerne la realtà umana. Sappiamo che nella stragrande maggioranza delle religioni salvifiche “il senso della vita” viene funzionalmente risolto con un aldilà dopo la morte: Paradiso, Walhalla, Campi elisi, reincarnazione, ecc., pacificando in questo modo quella parte della società più incline alla credenza che al pensiero.

     

     

    C’è invece una parte della società che pensa, che ha delle esigenze, che pretende di vivere una vita che abbia un senso, e che non si accontenta del sistema filosofico cristiano che altera il significato dell’esistenza scambiando la vita con la morte.

    Sappiamo anche che la corrente filosofica esistenzialista che nasce nella prima metà dell’ottocento con Søren Kierkegaard,è foriera di disperazione, pensiero debole, e forse, con Heidegger, come ha scrittoEmmanuel Faye nel suo “L’introduction du nazisme dans la philosophie”, anche di sterminio in nome del concetto, che a noi sembra assurdo, di “essere per la morte”.

     

    Proviamo a riprendere il filo del discorso con lo psichiatra Beniamino Gigli mettendo stavolta al centro della nostra dialettica il senso della vita umana”. Da sempre l’essere umano si è fatto domande sulla vita umana e sul suo senso più profondo; si è sempre domandato, quando nasce, come nasce, perché nasce e soprattutto qual è il vero senso dell’umano vivere.

     

     

    Ora, visto che la religione non può rispondere se non con delle favolette al ‘problema ontologico’ e la ragione non è mai stata capace di risposte esistenziali adeguate, ci chiediamo e chiediamo allo psichiatra Beniamino Gigli: cosa significa avere o non avere, o perdere il “senso della vita”. Quali sono le implicazioni psichiatriche e se vede agganci con la filosofia esistenzialista del novecento.

     

    Beniamino Gigli

    È  soprattutto in occasione di eventi drammatici, come gli omicidi o i suicidi, le guerre, i soprusi, i disastri provocati deliberatamente dagli uomini, o in concomitanza di varie forme di violenza che ogni giorno riempiono le pagine dei giornali, che sentiamo la necessità di riflettere sul senso dei comportamenti umani, sulle motivazioni, sui pensieri, che stanno alla base dell’agire umano.

    Nasce cioè l’esigenza di dirigerci verso spiegazioni che vadano oltre  la semplice comprensione logica delle cause e degli effetti , di inoltrarci ad un livello di pensiero più profondo, lì dove le domande che affiorano riguardano l’esistenza umana, la sua natura e inevitabilmente il “senso della vita”. Senso della vita che pensiamo sia andato perso proprio a causa di questi drammatici accadimenti.

     

    Cos’è il “senso della vita”? O meglio: qual è il senso della “vita umana”?

     

    Una domanda complessa dalla risposta altrettanto difficile, anche se intuitivamente la gran parte delle persone non ha dubbi nel cogliere, in occasione di questi tragici episodi, sia nelle parole che nei comportamenti o nei pensieri, una perdita, una mancanza, un’assenza di umanità, dunque di senso della vita.

     

    Ognuno può dare il senso che vuole alla propria vita, si potrebbe dire, ma questa libertà, come sappiamo, è fuorviante e densa di contraddizioni: può invocare libertà di pensiero e sanità mentale  chi uccide pensando che il multiculturalismo metta a rischi la purezza del “proprio popolo”, o che  l’Islam stia  invadendo la Norvegia?

     

     

    La diagnosi fatta al sig. Breivik, autore della strage in Norvegia in cui hanno perso la vita 77 persone, com’è noto è di Schizofrenia paranoidea. (Si veda l’intervista allo psichiatra Massimo Fagioli su Left del 29/7/2011)

     

    Per restare aderenti al quotidiano pensiamo ai numerosi episodi di cronaca, come il caso delle madri depresse che si suicidano gettandosi con  il proprio figlio dal balcone, o agli episodi di violenza perpetrata dagli uomini nei confronti di donne che avrebbero preso la decisione di interrompere una relazione, di affrontare una separazione, fatti di cui tanto si parla in questi ultimi tempi; per non parlare della violenza esercitata sui bambini da persone pedofile, persone malate di mente che con lucida volontà impongono contatti  fisici con l’intento di attaccare l’identità del bambino, di confonderlo e distruggere la sua mente. Situazioni in cui si può parlare solo di violenza e non certo di sessualità.

     

    Esempi, questi, testimonianti  in modo ben visibile una perdita del “senso della vita” che, in questo caso, dobbiamo però doverosamente  collocare nel quadro di gravi patologie psichiatriche.  Di fronte alla realtà di tali fatti possiamo e dobbiamo esercitare un pensiero critico per rifiutare il senso patologico dell’esistenza umana.

     

    Il problema maggiore rimane forse quello di definire positivamente i contorni di questo termine, delimitarne la valenza semantica nel difficile campo dei valori universali e fondanti la vita umana, perché è qui che vogliamo inoltrarci quando diciamo “senso della vita”.

    La domanda sul senso rimane comunque aperta e incombe dietro ogni scelta, ogni pensiero e comportamento: qual’ è il vero senso della vita? dove individuarlo? come realizzarlo? chi può darci la certezza che il “senso” trovato sia quello vero? Ma soprattutto qual’ è l’esatto contenuto di questa parola?

    Insomma è fondamentale fare una ricerca se vogliamo capirci qualcosa.

     

    Non è un caso che queste domande trasposte ad un livello “alto” abbiano segnato non solo la riflessione filosofica e psichiatrica del Novecento, ma a partire dalla seconda metà dell’Ottocento siano state oggetto di riflessione anche in campo letterario e artistico.

    Pensiamo a Bazarov, personaggio chiave di Padre e Figli di Turgenev,  assunto come  emblema di  uno  scontro generazionale, dove  il profondo contrasto tra valori vecchi e nuovi  segna la necessità storica di pervenire ad un nuovo senso dell’esistenza.

    O alle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, in cui si mostra la necessità di aprirsi al mondo invisibile alla ragione, per  scoprire sotto la superficie della vita quotidiana la miseria e la meschinità dell’agire umano.

     

    Che dire poi dell’Urlo di Munch? Un’immagine fortemente evocativa di un irrimediabile spaesamento  interiore, vissuto con lucida coscienza e rivolto al mondo intero per dire che tutto è fermo e nulla ha senso.

     

    Fallito il tentativo di potersi appellare alla Dea Ragione e di risolvere l’infelicità dell’uomo affidandosi allo spirito ottimistico della scienza positiva, o al romantico ritorno ai   valori dell’età classica, l’uomo alle soglie del Novecento mostra dunque la sua disillusione e la sua inquietudine di fronte ad un mondo che, mentre avanza inesorabilmente con i progressi della tecnica, segna il passo proprio sulle domande fondamentali.  Il senso è un concetto che sarà al centro del lavoro intellettuale di figure come Nietzsche, Husserl, Jaspers, Heidegger, e via via allievi e seguaci di  quest’ultimo, come GadamerDerrida, Sartre, ecc. arrivando a permeare buona parte della filosofia continentale.

     

    L’annuncio nietzscheano della “morte di Dio” avrebbe dovuto creare le premesse per una nuova umanità: l’invito ad abbandonare ogni escatologia purificatrice per tornare alla vita reale degli uomini, al “senso della terra”, dove non avrebbero più trovato  posto né l’Iperuranio né il Paradiso. Il senso della vita esaurendosi con la fine della vita stessa renderebbe di fatto la morte un falso problema: l’aldilà sarebbe solo una menzogna.

    Il succo, questo, di un pensiero che rimasto privo di eco si dissolverà sotto i colpi di una rinnovata, più che decostruita, metafisica, quella heideggeriana. Posta a debita distanza dalla teologia come sistema razionale, nella ricerca delle origini individua la possibilità di sviluppo  nell’insegnamento delle lettere paoline, dove ciò che conta è l’esperienza diretta di Dio, l’essere partecipi di verità di fede, riconoscendo in ciò la via autentica in grado di portarci al fondamento ontologico dell’esistenza.

    Heidegger, cresciuto con aneliti di fervente religiosità, tali da spingerlo a tentare la carriera monastica, cercherà secondo accreditate tesi esegetiche, di trasporre sul piano formale lo spirito  originario della tradizione cristiana, il senso preteoretico dell’esperienza cristiana,  per elevarlo a sistema ontologico fondante, dove proprio la morte, viene a delineare l’esperienza più genuina, il vero e autentico senso dell’esistenza: morire per giungere all’Essere.

     

    Nel  1927  viene pubblicato “Essere e Tempo” (E e T), opera  che tanto seguito raccoglierà non solo nel nascente esistenzialismo, ma anche in una psichiatria  di ispirazione fenomenologica che da Binswanger (Daseinanalyse) in poi si affannerà a stabilire ponti lessicali e concettuali  tra l’osservazione clinica e i principi teorici dell’Analitica esistenziale di Heidegger.

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    Rimane incomprensibile come l’Essere per la morte, locuzione cardine dell’opera, possa aver fatto da guida ad una disciplina medica, la psichiatria, dove il pensiero di “realizzarsi” con la morte ha la sua appropriata e immediata  traduzione con la parola  suicidio.

    È sufficiente  leggere il caso di Ellen West per scoprire lo scandalo di questa psichiatria che, ‘illuminata’ dal pensiero di Heidegger, infligge di fatto condanne a morte giustificate dall’idea che la malattia mentale sia solo uno dei tanti modi di essere… Il suicidio? Una libertà!

    Il discorso richiederebbe molto spazio. Possiamo dire che il Novecento per quanto attiene al discorso sul senso, non si esaurisce né con Heidegger né con gli Esistenzialisti.

     

    1972

     

    Nel 1972 viene pubblicato “Istinto di Morte e Conoscenza”, opera di uno psichiatra italiano, Massimo Fagioli. Attraverso le osservazioni cliniche, l’interpretazione dei sogni e un’accurata metodologia deduttiva vengono formulate proposizioni teoriche ponenti al centro dello sviluppo mentale il processo trasformativo occorrente alla nascita, ossia l’emergenza del pensiero umano dal substrato biologico in seguito alla stimolazione luminosa della rétina. Pensiero che si caratterizza per l’immediato rifiuto del mondo inanimato e contemporaneamente per l’emergenza di una speranza certezza dell’esistenza umana .

    Si definisce in ciò il senso, ovvero la direzione entro cui può svilupparsi l’identità dell’essere umano, e con essa il senso della vita umana: stabilire rapporti umani fuori da ogni concettualizzazione e teoresi frutto di categorie razionali. Una dinamica universale questa, inerente la nascita di tutti gli esseri umani,  dunque garante della loro naturale uguaglianza indipendente da ogni codice etico imposto.

     

    In questa seconda metà del Novecento, vediamo dunque attuarsi una svolta epocale. Il porre la “nascita”  come  riferimento esistenziale, come momento fondante il pensiero, come direzione dell’essere umano, come  senso della vita, esprime una  netta  rottura  con la tradizione filosofica occidentale, dove le possibilità di conoscenza affidate alla ragione, da Platone ad Heidegger, sono risultate essere impotenti  e violente rispetto a quelle dimensioni irrazionali della vita umana la cui matrice è da Fagioli individuata alla nascita e nel periodo precedente la formazione del linguaggio articolato.

    Se si vuole affrontare un discorso sulla verità dell’essere umano, le parole e i concetti devono fondersi con il senso emerso alla nascita, quando il pensiero fatto di pulsioni, immagini e fantasia, diviene conoscenza del mondo umano al di fuori della ragione o a istanze trascendenti di stampo religioso.  

    Non è un caso che Heidegger abbia parlato di morte senza sentirsi obbligato, se non altro per  ineludibile implicazione logica, a considerare ciò che la precede, ovvero la  nascita.

    In  E e T esplicitamente dichiara di interessarsi del “fra” la nascita e la morte, ponendo all’origine della vicenda esistenziale, “all’essere-nel-mondo”,la condizione, di oscura provenienza ma di sicuro destino,  che fa  dell’essere un  esser-gettato, avente  avanti a sé come “possibilità più propria e incondizionata”, come progetto autentico, la morte. In queste  parole la tragica consapevolezza di una disperazione esistenziale,  di kierkegaardiana memoria,  trova piena forma nella chiara ed esplicita dizione dell’Essere per la morte, formula che se per un verso attesta la ineludibile  finitudine dell’uomo, ha in sé, però, come implicito corrispettivo e riscatto, la possibilità di un ricongiungimento all’Essere. Siamo da sempre immersi in questo progetto, dunque perché parlare di nascita?

    E’ la morte ciò che primeggia nell’esistenza umana, ma attenzione, non la fine biologica dell’organismo umano, ma una precomprensione della morte, ovvero una certezza costitutiva dell’Esserci: una anticipazione di una fine che, biologicamente lontana, è in verità già presente nell’essere appena nato.  

     “Ormai  solo un Dio ci può salvare”, è stato detto a conclusione di una carriera che, da un serrato e partecipato dialogo con Duns  Scoto, Paolo di Tarso, Agostino di Ippona e il misticismo di Eckart,  ha portato, nell’arco di poco più di un decennio, (sono del 1911 i famosi 5 articoli di forte taglio antimodernista in difesa dei dogmi della dottrina cattolica) alla maturazione di un pensiero che di lì a poco, con l’adesione al nazismo e con il suo  persistente rifiuto a ritrattarne la sentita e attiva partecipazione, mostrerà  il vero senso della sua  teoresi e della sua formazione.

     

    Si veda a tal proposito l’interessante libro di Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia di Emmanuel Faye, a cura di Livia Profeti, per la collana Le Gerle, L’ASINO D’ORO presentato il 14 luglio 2012 alla Festa dell’Unità di Roma.

     

    Ma ora il discorso si fa veramente lungo e quanto detto deve portarci dritti ad una domanda fondamentale: possiamo  separare la vita, le vicende biografiche, il modus vivendi, le scelte politiche, operare cioè una scissione tra la realtà umana di un autore e l’opera intellettuale prodotta, quando la posta in gioco è la ricerca della verità degli esseri umani, o il senso della vita che dir si voglia?

     

    In questa occasione  abbiamo potuto soltanto accennare, in modo molto breve,  al pensiero che si forma alla nascita, per ulteriori indicazioni  rimandiamo i lettori ai testi base e agli approfondimenti teorici che Massimo Fagioli settimanalmente propone su left.

     Roma 21 luglio 2012

    Continua …

    Leggi qui la seconda parte

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    Vista la molteplicità degli argomenti smossi in questo articolo abbiamo deciso, di svolgere ed approfondire questo discorso sul “senso della vita umana” che non può essere certamente esaurito qui.

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