• Elogio all’insensatezza: incesto? tabù démodé di cui liberarci; pedofilia? un semplice “orientamento sessuale”; ospedali psichiatrici? un inutile orpello

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    di Nora Helmer

    Da qualche tempo sto notando che nei social network il senso non paga. Ad esempio: tu rendi pubblico un post in cui c’è la parola “schizofrenici” perché si vuol dire che chi crede davvero, nonostante abbia un rapporto ideale con la realtà materiale, ha perduto il rapporto con la realtà non materiale, e che questa è una caratteristica della schizofrenico, e ti senti dire “perché te la prendi con gli schizofrenici”.


    Posti un’immagine in cui si ridicolizza la banalità delle affermazioni di Bergoglio, vale a dire quelle parole vuote di vera intenzionalità e impegno che servono solo a attirare l’ammirazione dei poveri di spirito, e ti senti dire “ad onor del vero, sono molto utili alla società anche le persone che portano alla ribalta anche gli argomenti più banali che, altrimenti, sarebbero fin troppo dati per scontati oppure dimenticati.”
    Non so bene come catalogare questi individui, molti dei quali in assoluta buona fede … ma ciò che sorprende negativamente è un’assoluta incapacità e/o volontà di rapportarsi ai messaggi subliminali contenuti in questi post. Non si capisce, o si fa finta di non capire, ciò che “l’amico face book” vuole significare. Si potrebbe sintetizzare scrivendo che c’è una diffusa “cecità di senso” che quando si palesa fa esclamare il famoso motto dipietrista: “ma che c’azzecca” .

    Questa incapacità di pensiero critico, che cancella i contenuti della realtà, è endemica soprattutto tra gli informatori mediatici che o per ignavia o per meri calcoli utilitaristici depennano i contenuti di ciò che vanno celebrando nei propri articoli. Naturalmente ciò grava sull’interpretazione della realtà che o viene depauperata di senso, o viene alterata da quelli che in psichiatria vengono chiamati “nessi strani” propri dello schizofrenico.

    Ieri in testa ad un articolo della Stampa, firmato da Gabriele Beccaria, campeggiavano un titolo e un sottotitolo che davano a ben sperare: Addio al vecchio complesso di Edipo. La neuroscienza non sa che farsene. Saggio dello psichiatra Orbecchi: è ora di rottamare la psicanalisi di Freud.
    Poi sono andata a leggere e … era il solito articolo che oltre a dare una “notizia” fritta e rifritta – la débâcle della psicanalisi freudiana e dei suoi falsi miti – illustrava le cosiddette meravigliose novità psicoterapeutiche, tipo «dimentichiamo tabù dell’incesto e complessi edipici» in cui tutte le vacche hanno infinite sfumature di grigio.

    Secondo quanto apprendiamo dal giornalista «Solo da poco abbiamo capito che siamo creature ibride. Complicate. Un po’ angeliche e un po’ diaboliche, altruiste ed egoiste, in cui i poli della cognizione e dell’affettività sfumano l’uno nell’altro».

    Anche lo psichiatra Orbecchi intervistato dà risposte che mi lasciano basita. Al giornalista che gli chiede «Niente complesso di Edipo?» il medico della psiche risponde «No. Perché dobbiamo immaginare fattori di nevrosi specifici per gli esseri umani, come, appunto, il desiderio incestuoso del complesso edipico, quando le carenze affettive e i maltrattamenti spiegano le nevrosi in tutti i mammiferi sociali? Oppure: perché immaginare in noi una pulsione di morte, quando di questa non c’è traccia nei primati non umani, mentre risentiamo dell’ossessione animale della dominanza che è alla base di tanti conflitti della nostra specie?».

    È davvero deprimente leggere queste affermazioni in cui gli esseri umani vengono paragonati tout court agli altri mammiferi del mondo animale da cui ci separa l’umanità. Quasi mi verrebbe da dire “aridateci Freud”, se non fosse stato proprio lui a proteggere la pedofilia teorizzando la perversione infantile atta a sedurre il povero pederasta colpevole solo di cedere alla seduzione del piccolo “polimorfo perverso”.

    D’altronde queste brillanti idee sono sostenute culturalmente e scientificamente. Solo una settimana fa in Olanda la una Corte d’Appello olandese ha stabilito che non può essere vietata l’attività di una fondazione che promuove la pedofilia. I giudici hanno così sentenziato «gli scopi dell’associazione sono contrari all’ordine pubblico, ma non ci sono minacce di destabilizzazione della società»… e quindi.

    Non meno tragici gli echi provenienti dal DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), la “bibbia” degli psichiatri d’occidente: le “attenzioni” degli adulti nei confronti dei bambini non sono più considerate nemmeno un “disturbo” ma solo un “orientamento sessuale” o “dichiarazione di preferenza sessuale senza consumazione”. Come avrebbe detto Heidegger, e come dicono i suoi epigoni, si tratta solo di un scelta per raggiungere un’auspicabile “autenticità dell’essere”, per la morte … dell’altro, In questo caso morte psichica visto che un bambino che subisce le attenzione “attenzioni” da parte di un pedofilo si ammala mentalmente spesso definitivamente. Il linguaggio volutamente poco chiaro che nasconde l’intenzionalità filo-pedofila, usando parole come “attenzioni” e “consumazione” in modo a dir poco ambiguo, non aiuta certo a capire il senso che il compilatore del DSM vuole dare ad un crimine così orrendo.

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    Altro “caso clinico” è la dismissione prevista dalla legge 81/2014 dei manicomi criminali. Come ha scritto Donatella Coccoli su Left il 9 marzo scorso in un articolo dal titolo esemplificativo Oltre gli Opg la nebbia. Inchiesta su ritardi e guerre culturali «Al posto dei sei Opg, edifici mastodontici e spesso fatiscenti costruiti a cavallo tra ‘800 e ‘900, dovranno sorgere in ogni regione le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), strutture più snelle totalmente a gestione sanitaria con al massimo 20 posti letto.»


    Ma il problema, scrive la giornalista di Left, è «la sicurezza. Nelle Rems andranno quei soggetti che al 1 aprile sono considerati ancora pericolosi socialmente e quindi non dimissibili. Per questo motivo è prevista una sorveglianza esterna da parte delle forze dell’ordine, anche se dentro la struttura sarà attivo il personale sanitario.» Da queste poche battute si può già capire che si tratta di un pateracchio che lascia gli psichiatri e gli infermieri in balia del malato violento che ha già commesso almeno un crimine contro la persona.

    Si aspetta la tragedia per rendersi conto che, come ha denunciato lo psichiatra Massimo Fagioli in un’intervista apparsa su Left del 28 febbraio scorso, non è chiudendo strutture che non funzionano che si risolvono i problemi: «Allora, – ha detto M. Fagioli – se il reparto è un lager, l’ospedale non funziona, che facciamo? Aboliamo l’ospedale? Io non so se questa è fatuità, ma so che invece bisogna dire: miglioriamo le condizioni dell’organizzazione dell’ospedale per permettere agli psichiatri di fare psichiatria, cioè di curare. Se il reparto di cardiochirurgia non funziona che facciamo? Aboliamo il reparto?» Visto basta “un po’” di identità umana e psichiatrica e un po’ di buon senso … ma qui, e in “provincia”, Morὶa, la dea dell’insensatezza evocata da Erasmo nel suo Stultitiæ Laus (Elogio della follia) regna sovrana.

    Volevo dire solo due parole sulla cecità di senso incontrata sui social network, ma mi sono lasciata trascinare dalla critica all’insensatezza … che forse è meglio definire fatuità, assenza di pensiero critico, stolidità, stoltezza, in una parola anaffettività.

     

    11 marzo 2015

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    • Già. A quanto pare è proprio per l’assenza di un pensiero critico che l’ideologia dominante “risolve” il problema e “la questione pazzia” con la sua negazione. In altre parole, “la pazzia non esiste”, figuriamoci “la guarigione”, così.

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