• La complicità della Chiesa col nazismo, la denuncia di Camus

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    VATICANO E NAZISMO

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    giò

    di Giulia De Baudi 

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    La breve frase “Questa lotta vi riguarda” è di Albert Camus. Scritta su Combat in uno dei tanti articoli che lo scrittore premio Nobel per la letteratura scrisse in quel periodo, è divenuta il titolo dell’edizione italiana di Camus à Combat in cui sono raccolti tutti i suoi articoli pubblicati sul giornale francese dal 1944 al 1947.

     

    Questa frase è un grido che riassume molti sentimenti: è un incitamento alla lotta continua per il raggiungimento della giustizia sociale; è un allarme per tenere svegli gli spiriti che dopo la fine della guerra si stavano di nuovo assopendo; è un urlo di disprezzo verso chi stava pavidamente permettendo la restaurazione del vecchio sistema sociale che aveva dato vita al governo di Vichy e alle collusioni con il nazismo di buona parte del capitalismo francese. Vedi il caso Renault.

     

    Il giornalismo critico di Camus non teme neppure la Chiesa cattolica che egli sa complice sia con il franchismo che con la Germania di Hitler. Come dimostra il concordato tra Vaticano e Terzo Reich del 1933, pochi mesi dopo l’avvento del potere hitleriano avvenuto con il fondamentale consenso elettorale dei cattolici tedeschi.

    Quando nel messaggio natalizio del 1944 papa Pio XII, dà, in modo ambiguo, il primo riconoscimento ufficiale alla democrazia, e alla libertà dei popoli – Camus, come successe per le bombe atomiche sganciate sulle città del Giappone, è il solo intellettuale dell’Europa liberata a fare dei distinguo. Pur se in una forma dichiaratamente “sfumata” le parole di Camus non lasciano dubbi sui contenuti del suo articolo. Inoltre è palese che egli non ha nessun timore reverenziale verso Pio XII. Anzi, accusa chiaramente il suo silenzio, e definisce le dichiarazioni del pontefice tardive, opportuniste  e vigliacche: «Volevamo che la mente (della Chiesa N.d.R.) dimostrasse la propria forza prima che arrivasse il braccio ad appoggiarla e a darle ragione. (…) Questa voce (quella di Pio XII N.d.R.) che ha appena indicato al mondo cattolico la direzione da prendere era la sola che avrebbe potuto parlare già allora, in mezzo alle torture e alle grida di dolore, la sola che potesse rinnegare tranquillamente e senza timore la cieca forza dei blindati.

    Diciamolo chiaramente, avremmo voluto che il Papa prendesse partito nel cuore stesso di quegli anni vergognosi, e denunciasse quanto andava denunciato. »

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    È inutile dire che questa situazione – un gerarca cattolico colluso con un potere criminale – riecheggia  la situazione di Bergoglio. Come Jorge Mario Bergoglio, Pacelli mette le basi per il proprio pontificato proprio durante lo stretto contatto con il potere. È Pacelli in veste di Legato pontificio in Germania che briga per il Reichskonkordat tra Chiesa e il Governo di Hitler. Pacelli è presente alla firma del concordato. Pacelli non ode Radio Londra quando, già nel 1943, denuncia l’esistenza dei campi di sterminio. Lo scrive Anna Frank nel suo diario.

     

    Il caso Bergoglio e la fotocopia del caso Pacelli … faranno santo anche lui.

     

    Il silenzio colpevole dei giornalisti europei di allora è la fotocopia del silenzio colpevole dei giornalisti di oggi. I migliori accennano a qualche notiziola su Bergoglio – Videla&Co. per poi immediatamente affermare che sono le solite menzogne paranoiche, dei soliti complottisti, create apposta per l’occasione. Poco importa se, da anni, giornalisti come Horacio Verbitsky  mostrano documenti, e se il movimento delle Nonne de Plaza de Mayo denunciano, da anni la complicità della Chiesa argentina e danno del fascista a Bergoglio. Basta non scrivere nulla, basta non dire nulla in Tv e il caso Bergoglio non esiste … es desaparecido.

     

    Non so più nemmeno se posso dire ai giornalisti italiani  “Questa lotta vi riguarda”. È come picchiare su un muro di gomma; è come succhiare un sasso, è come essere invisibile, è come essere desaparesida

     

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    Leggete questo breve articolo di Camus, vi sembrerà di respirare una folata d’aria pulita che libera i polmoni dall’inquinamento mediatico.

    26 DICEMBRE 1944

     

    Ieri il Papa ha indirizzato al mondo un messaggio in cui prende apertamente posizione a favore della democrazia. (1). Dobbiamo rallegrarcene. Sennonché il messaggio, molto sfumato, richiede un commento altrettanto sfumato. Non siamo sicuri che il nostro commento rispecchi l’opinione di tutti i compagni di Combat che si professano cristiani. Ma siamo sicuri che esprima i sentimenti della maggioranza.

    Avendone occasione, vorremmo dire che la nostra soddisfazione non è immune da rammarico. Da anni aspettavamo che la massima autorità spirituale del nostro tempo si decidesse a condannare in termini espliciti i misfatti dei dittatori. Dico “in termini espliciti”.

    La condanna, infatti, può essere contenuta in una qualche enciclica, a patto però di riuscire a interpretarla. Poiché, nella circostanza, essa viene formulata nella lingua della tradizione, la quale non è mai risultata comprensibile alla gran parte dell’umanità.

    Ora, proprio la gran parte dell’umanità ha atteso per tutti questi anni che si levasse una voce per dire chiaramente, come oggi, dove stesse il male. Il nostro auspicio segreto era che la denuncia avvenisse nel momento stesso in cui il male trionfava e le forze del bene si trovavano imbavagliate.

    Il Fatto che avvenga oggi, quando ormai la forza delle dittature va declinando nel mondo, non ci deve comunque trattenere dall’esprimere il nostro compiacimento. Tuttavia non volevamo soltanto rallegrarci, volevamo anche credere e ammirare. Volevamo che la mente dimostrasse la propria forza prima che arrivasse il braccio ad appoggiarla e a darle ragione.

    Questo messaggio che sconfessa Franco avremmo voluto sentirlo già nel 1936, così Georges Bernanos non avrebbe alzare la voce né maledire. (2)

    Questa voce (quella di Pio XII N.d.R.) che ha appena indicato al mondo cattolico la direzione da prendere era la sola che avrebbe potuto parlare già allora, in mezzo alle torture e alle grida di dolore, la sola che potesse rinnegare tranquillamente e senza timore la cieca forza dei blindati.

    Diciamolo chiaramente, avremmo voluto che il Papa prendesse partito nel cuore stesso di quegli anni vergognosi, e denunciasse quanto andava denunciato.

    È duro pensare che la Chiesa abbia lasciato questo compito ad altri, sconosciuti, che non avevano la sua autorità, alcuni dei quali erano persino privi della speranza invincibile di cui essa vive.

    La Chiesa, infatti, non doveva allora preoccuparsi di sopravvivere o di salvare la pelle. Anche in catene, non avrebbe mai cessato di esistere. E, anzi, proprio da quella condizione avrebbe attinto una forza che oggi noi siamo tentati di non riconoscerle.

     

    Se non altro, ecco oggi il messaggio. Ora, finalmente, i cattolici che hanno dato il meglio di sé nella lotta comune sanno di aver avuto ragione e di avere agito per il meglio. Oggi il Papa riconosce le virtù della democrazia. Ma è qui che vengono fuori le sfumature. Perché la democrazia vi è intesa in un senso ampio. E il Papa dice che essa può comprendere tanto la repubblica quanto la monarchia.

    È una democrazia che diffida della massa, che Pio XII distingue con sottigliezza dal popolo. Una democrazia che ammette anche le diseguaglianze della condizione sociale, salvo temperarle con lo spirito di fratellanza.

    La democrazia che trova definizione nel discorso del Papa ha paradossalmente una sfumatura radical-socialista che non finisce di sorprenderci. Del resto, la parola chiave viene pronunciata là dove il Papa esprime il desiderio di un regime moderato.

    Certo, comprendiamo il suo auspicio. Esiste una moderazione dello spirito che deve correre in soccorso all’intelligenza dei fatti sociali, e anche alla felicità degli uomini. Ma tante sfumature e tante cautele lasciano ampio margine anche alla moderazione più odiosa di tutte, quella del cuore. È appunto questa moderazione che tollera le condizioni di diseguaglianza e la perpetuazione dello stato d’ingiustizia. Simili consigli di moderazione sono a doppio taglio. E oggi rischiano di fare il gioco di chi vuole conservare tutto, mantenere tutto come prima, e non vuole capire che qualcosa va cambiato.

    Il nostro mondo non ha bisogno di anime tiepide. Ha bisogno di cuori ardenti che sappiano riservare alla moderazione lo spazio giusto. No, i cristiani dei primi secoli non erano dei moderati.

    La chiesa, oggi, dovrebbe preoccuparsi dell’esigenza di non vedersi assimilata alle forze della conservazione

    Ecco quanto volevamo dire, poiché vorremmo che tutto quello che ha un nome e un onore in questo mondo servisse la causa della libertà e della giustizia. E in una simile battaglia non saremo mai troppi. Ecco la ragione, l’unica, delle nostre riserve. Chi siamo noi, in effetti, per osare criticare la più alta autorità spirituale del secolo?

    Nient’altro, appunto, che semplici difensori dello spirito, i quali, tuttavia, sentono di doversi aspettare il massimo da chi ha come compito quello di rappresentare lo spirito stesso.

     

    Albert Camus

     

    (1) Si tratta del messaggio di Natale di papa Pio XII, nel quale, in particolare, si afferma: “La vera democrazia sotto forma repubblicana come sotto forma monarchica, assicura ai popoli la libertà alla quale essi aspirano, mentre nello Stato autoritario governato col pugno di ferro nessuno ha il diritto di vivere onorevolmente la propria vita.”

    Sull’atteggiamento di papa Pio XII durante la guerra, e sulle “riserve” di Camus nei suoi confronti non ci sono dubbi. (Leggi l’editoriale apparso l’8 settembre 1944 su Combat – Albert Camus – Questa lotta vi riguarda – Bompiani Editore).

     

    (2) Allusione a I grandi cimiteri sotto la luna dove lo Bernanos condanna l’atteggiamento della Chiesa durante la guerra civile spagnola.

    In quegli anni in Spagna ci furono le “prove generali” per i futuri regimi clericofascisti in Argentina. Come evidenziato nella Sentenza di condanna del generale Carlos  Guillermo Suarez Mason, del generale Santiago Omar Riveros e altri per i crimini contro i cittadini italiani nella Repubblica Argentina, del marzo 2000.

    In quella sentenza si afferma che già nel 1966 il generale golpista Juan Carlos Onganìa “allacciò  stretti rapporti con le alte autorità ecclesiastiche e all’organizzazione clericale Opus Dei venne riservato un importante ruolo governativo”.

     

    Per la ricerca storica: Gian Carlo Zanon

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