• Dietro le quinte de I PUGNI IN TASCA

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     Iniziamo con I pugni in tasca la ricerca di testi, interviste, immagini e tutto ciò che può servire  per svelare il misterioso farsi dell’arte scenica, sia teatrale che cinematografica.

    Pensiamo che il titolo Dietro le quinte possa sintetizzare tutto ciò che preannuncia la visione da parte dello spettatore ignaro dei meccanismi psicologici, tecnici, politici, ideologici, ecc. che sovraintendono la preparazione di un’opera scenografica, dall’ ideazione alla rappresentazione di essa di fronte ad un pubblico… buona pre-visione …

     

    Il rapporto di Silvano Agosti con il Film “I pugni in tasca”. Intervista realizzata a Brescia il 10 maggio 2011.

     

    Video intervista https://www.youtube.com/watch?v=vVbQuFNiBCE

     

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    Senti…volevo farti una domanda su I pugni in tasca io l’ho rivisto qualche giorno fa e ancora oggi sembra un pungo nello stomaco, devo ammettere… La domanda che ti volevo fare era: dal tuo punto di vista che cosa ha rappresentato per la tua generazione questo film? In senso lato intendo. Non sto parlando dei registi… questa opera prima di Marco Bellocchio e, ovviamente, tua… Perché tu hai fatto il montaggio…

     

    Io non ho fatto il montaggio de I pugni in tasca soltanto. E mi sono rifiutato di mettere “montaggio di Silvano Agosti” Ho messo “Montaggio di Aurelio Mangiarotti” che era un muratore di Parigi mio amico e quando ho finito di lavorare al montaggio I pugni in tasca, da solo, ho telefonato al mio amico muratore e gli ho detto: “senti ho finito un film che farà un grande clamore”

     

    Quindi tu eri già consapevole?

     

    Ma certo! Che scoperta! Ma certo che ero consapevole! Ma tu non puoi immaginare che flusso di creatività! Ma scusa…scusa eh … io voglio molto bene a Marco e proprio perché gli voglio bene tendo a dire la verità su I pugni in tasca. La verità io l’ho detta in una lettera aperta a Marco che trovi in internet.  Cercala…  La trovi probabilmente nella mia …

     

    Sul tuo sito?

     

    No. Sul mio sito no. Sarebbe un po’ volgare mettersi … la trovi… nel … no aspetta … homepage … perché non l’ho fatta io Silvano … Agosti. Voglio vedere se c’è … homepage … aspetta eh … che non c’entra niente con il mio sito questa homepage l’ha fatta il mio amico il mio amico … scienziato che è andato in Sud America ecco vediamo un po’…  No… sono interessato anche io a vedere se c’è Eccola qua! ….vedi…  “Lettera aperta a Marco Bellocchio” “. ..all’amico Marco Bellocchio”…

     

    Locarno 18 agosto …14 agosto…  Questa è la lettera … del 14 agosto del ’98 … Che cosa ha rappresentato I pugni in tasca per la tua generazione? Perchè è stato così … ?

     

    Mi devi promettere che questa lettera la leggi e la citi integralmente. Tanto è una pagina…

     

    Va bene la metto sul ..va bene. Ok

     

    Capito…soprattutto adesso che Marco prende il Leone d’oro che vorrei che sia… No…nel senso che mi fa ridere l’idea che non ci sia in Italia una mente… che dica… allora …1966: I pugni in tasca; 1967: La Cina è vicina.

    Confrontiamo l’autore de I pugni in tasca con l’autore de La Cina è vicina. Sono due esseri remotamente lontani. Abissalmente lontani! Sono due film che non hanno niente a che spartire l’uno con l’altro.

     

    Perché?

     

    Il perché lo capirai leggendo questa lettera dove io credo di aver risolto l’enigma. (la lettera potete leggerla in coda all’intervista)

     

    Perché è stato così importante per la tua generazione quel film? Voglio che tu lo spieghi….

     

    Per la mia generazione … secondo me.. intanto una cosa è l’importanza che I pugni in tasca ha avuto per me e una cosa è l’importanza che ha avuto per la mia generazione …

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    Infatti. Ti ho fatto la domanda sulla tua generazione.

     

    Mah…sulla mia generazione … si trovavano improvvisamente di fronte ad un film vero. Di fronte ad un film che non titillava la verità come i vari Visconti che abbellivano così … nascondendo. C’era il film Il Gattopardo dove c’era la nobiltà che, sì aveva i suoi difetti però era anche affascinante e poi i lustrini e poi il ballo e poi l’amore … tutte queste cose qui non c’erano ne I pugni in tasca.

    Ne I pugni in tasca c’è la ruvida potente carica che ha la verità… Ed è rimasto in questo senso l’unico esempio di cinema italiano capace di ciò insieme, vorrei dire, a Matti da slegare.

     

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    Anche Matti da slegare per esempio… Sai che io … ti faccio un esempio che cito sempre … io per I pugni in tasca ho impiegato 26 giorni a montarlo …  Mentre Marco girava io montavo … quindi eravamo distanti 600 km uno dall’altro perché io non ha voluto gli autori … in mezzo al montaggio … anche perché insomma… io ho sempre vissuto un sentimento di immenso stupore da parte di un autore che fa montare il suo film da un altro… Non significa, secondo me, niente. Ma Marco, invece, aveva una profonda fiducia nella nostra amicizia. La nostra amicizia era un’amicizia amorosa. E quindi io non ho montato il film di Marco come Silvano Agosti ma come l’avrebbe montato Marco se fosse stato capace di farlo.

    E quindi lì c’è un grande mistero. Diciamo che I pugni in tasca è un manuale di montaggio. Molto potente che viene fuori anche dalla mia esperienza in Russia. Ci sono molte analogie molto grandi nei ritmi … nei ritmi de I pugni in tasca con i ritmi di Ejzenstejn, per esempio.

     

    Si. Li ho riconosciuti…

     

    Capisci … e poi ci sono delle libertà innovative…molto intense … Come quando buttano i mobili dalle finestre che continuano … siccome è una sequenza liberatoria continuano ad uscire e non entrano mai nella stanza dal punto di vista del montaggio. Continuano a buttare e a buttare e non c’è la consequenzialità del rientro a riprendere altre cose. Capisci? Quindi penso che … sulla mia generazione I pugni in tasca sia stata un’iniezione di eroina che non faceva male ma faceva, al contrario, bene.

    Aveva la stessa devastante e straordinaria intensità probabilmente di un flash da droga ma benefico. Non malefico. Però sai…per un Pugno in tasca che stenta ad uscire… Perché fu, intanto, bocciato dalla commissione degli idioti di turno …

     

    la commissione. ..

     

    No, no. La commissione di Venezia! Ti parlo di gente che, poi, è diventata il Gotha della critica italiana e che ha espresso la sua ignoranza assoluta perché noi facemmo vedere il film senza i rumori, gli effetti speciali dei rumori: la porta, i passi etc. E senza la musica che io stavo concordando con Morricone e che ho montato io dopo. E quando loro hanno visto un film senza i rumori dei passi e senza la musica hanno detto a Marco: “Buttalo questo film!” Che non valeva niente… “Fa schifo, non vale niente” Mi ricorderò sempre questa frase. “Fai fare brutta figura a tuo fratello che è intelligente, quello che ha inventato i Quaderni Piacentini”.

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    Per cui immaginati un po’… Queste sono le cose che io ricordo e credo che ancora oggi e per sempre I pugni in tasca sia l’unico film laico cioè non cattolico che si è fatto in Italia. Persino La terra trema è un film cattolico. Persino tutti i film di Fellini sono film … Profondamente cattolici. Non esiste. Non parliamo di Visconti che diceva di essere comunista però insomma … Però erano molto religiosi … No! Io non credo che un cattolico sia religioso. Vedi come ti escono a fiotti i clichés che ti vengono detti dalla scuola. Non esiste! Anzi se posso fare una digressione … Il film di Nanni Moretti … Eh già! Habemus Papam … Ha questo grande privilegio e grande qualità … come io gli ho scritto in una lettera che gli ho mandato e che c’è nel mio sito, tra l’altro e che puoi trovare. È  l’ultima… E…. Il film di Moretti ha questo merito che proprio ti ha fatto capire che la Chiesa Cattolica ha tutto una serie infinite di caratteristiche meno la religiosità.

    Non c’è religiosità. Non c’è spiritualità … No. Non c’è … non c’è questo afflato di mistero che c’è, per esempio, nel bambino di due anni che parla da solo con qualcuno che non si sa chi è.

     

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    Lettera aperta all’amico Marco Bellocchio

     

    Locarno 14 agosto 1998

    Carissimo Marco, un impegno improvviso quanto provvidenziale mi costringe a partire da Locarno prima della tua tavola rotonda alla quale anch’io ero invitato a partecipare. Provvidenziale per varie ragioni anche perché, come tu sai, non amo le tavole rotonde e comunque non avrei trovato giusto umiliare la bella e non breve stagione del nostro appassionato lavoro in comune con brevi battute o ammiccamenti riassuntivi. Il territorio espressivo che abbiamo esplorato insieme parte come sai dal tuo primo documentario “Abbasso il zio” e dalla prima esercitazione televisiva al Centro sperimentale che hai realizzato sul mio testo “Il buco” e prosegue nei “Pugni in tasca”, e in “Nel nome del padre”, nel “Gabbiano” e converge in modo anche più intenso in “Matti da slegare” e “La macchina cinema” passando attraverso i nostri densi colloqui su “Salto nel vuoto” e su quelli anche più profondi di “Marcia trionfale”, ed è stato durante questa esperienza i cui risultati ritengo tragici rispetto alle aspirazioni iniziali che ho deciso di porti il mio aut-aut. In quel caso infatti, il produttore Clementelli aveva esercitato su di te un peso intollerabile nella modifica del progetto iniziale. “Caro Marco”, ti dissi, “o smetti di lavorare coi produttori o io non potrò continuare la mia collaborazione con te.”

    E così è stato, avviandoti verso altri destini. Ho riassunto gli eventi senza entrare nel merito della loro intensità non tanto perché penso tu li abbia dimenticati, o come si usa dire in altra sede “rimossi”, ma perché voglio anch’io dare un contributo di rigore al materiale raccolto con dovizia sul tuo lavoro e sulla tua vita. Ho deciso di fare questo come un ulteriore atto d’amore nei tuoi confronti, nel momento in cui sono venuto a conoscenza che il dott. Massimo Fagioli avrebbe pubblicamente espresso la sua convinzione che “I pugni in tasca” unico film a suo dire veramente importante della tua vita, non lo hai fatto tu, ma lo ha fatto Silvano Agosti, che sarei io. Sono trent’anni che questo mormorio, misteriosamente assecondato dai tuoi silenzi, scorre alle mie e alle tue spalle e quindi, come regalo di questa festa, voglio chiarire una volta per tutte il problema.

    Ero riuscito nell’intervista fattami da Paola Malanga, (tuttavia questo passo non lo vedo riportato) a risolvere in modo poetico questo enigma dicendo che il vero autore de “I pugni in tasca” non ero né io né tu, ma era il film stesso che, come altre volte è accaduto nella storia del cinema, si era imposto d’autorità fruendo dell’apporto appassionato e “innocente” di cinque persone che qui volentieri nomino: Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Lou Castel, Rosa Sala e Alberto Marrama.

     

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    La mia convinzione infatti è che la forza imbattibile e imbattuta de “I pugni in tasca” sgorghi dalla convergenza di queste diverse culture che hanno potuto esprimersi nella loro interezza, senza l’ostacolo dell’ “autore che si impone”. Così l’umile e devoto lavoro di Alberto Marrama, direttore della fotografia, la geniale impostazione scenografica di Rosa Sala, la veemente e totale offerta di sé di Lou Castel; il nostro lavoro in comune prima del film, durante la sceneggiatura e le riprese, il mio appassionato apporto durante l’edizione, sono fiumi di creatività che hanno trasfigurato il bacino delle tue ossessioni e hanno determinato l’indiscutibile valore culturale e storico del film. E ciò affermo e non per offuscare questa bella e meritata festa, anche se non so rinunciare scherzosamente a ricordarti l’equivalente popolare dell’espressione: “fare la festa a qualcuno”.

    La mia insistenza nel convincerti sull’essenziale necessità che Ale morisse alla fine del film “I pugni in tasca”, nasceva dalla consapevolezza che tu avevi in animo di tracciare con Ale un profilo della borghesia assassina ma non avevi, in un certo senso, l’energia per concepirne la morte, temendo forse di travolgere te stesso o comunque la cultura che ti aveva generato, e poiché ritenevo fosse essenziale che Ale morisse della stessa logica che aveva espresso nella sua cinica criminalità, come sai ho impiegato ventisette giorni a montare il film e un intero mese a montare gli ultimi sei minuti, quelli appunto della morte di Ale, che, come quella della borghesia, doveva essere una morte disperata ed epica e, per certi aspetti, “innocente”. Ricordi l’antico proverbio napoletano che in un primo momento avevi accettato di mettere alla fine del film e che in seguito è sparito:

    “Non v’ha maggior dolore
    di chi coll’armi suo ferito more
    che la debita pena del mal fare
    tarda talvolta, ma non può mancare.”

    Ti abbraccio,
    Silvano

    PS: Rimando ad altra sede ciò che la necessaria brevità di questa lettera mi costringe a non affrontare e ti esprimo i miei complimenti per il film “La visione del Sabba” che ho visto pochi minuti fa per la prima volta e che se non fosse mal servito di un montaggio fiacco e sfilacciato, riterrei senza esitazione, il tuo capolavoro.

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