• Il caso Marò: Dettagli … gli omicidi di Valentine Jalstine e Ajesh Binki e lo “sconcerto” italiano

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    Il 10 gennaio 2014, dopo aver intercettato un articolo sulla rete web, Cesare Aiméni ha scritto questo articolo. Da allora sono trascorsi ben trenta giorni, un tempo che per il “giornalismo in tempo reale” è una bestemmia. Sono passati trenta giorni senza che un giornale cartaceo o una rete televisiva si prendesse la briga di correggere l’agiografia dei marò. Nel frattempo i due marinai salivano le vette della santità e della gloria nazionale: mogli ricevute dal presidente della camera Boldrini che narrano di scenari carcerari alla Edmond Dantès; consoli e ambasciatori richiamati in sede dalla patria sdegnata; ecc. ecc.. Naturalmente non una parola sui due pescatori uccisi … ma si, tutto sommato “erano solo due indiani”!!!

    Passano i giorni e le nostre certezze vacillano di fronte al fuoco di fila dell’informazione mediatica che, senza nemmeno andare a vedere ciò che dice la controparte , vuole a tutti i costi una santificatio praecox  di coloro che, secondo quanto affermato anche da  Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, hanno ucciso, per errore, Valentine Jalstine e Ajesh Binki, ovvero due pescatori indiani inermi.

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    Si è deciso di tenere duro ancora un po’ aspettando qualche notizia che confermasse quanto da noi pubblicato  … nel frattempo le armate mediatiche informavano i cittadini che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, rischiavano di essere assurdamente processati per “terrorismo”, omettendo però che quella legge in cui sono incappati parla anche di “pirateria”, ed essi erano lì per contrastare la pirateria … appunto. Dire tutta la verità sarebbe stato un atto di alto tradimento????

     Sembrerebbe di sì visto oggi il già ex ministro della Difesa Mario Mauro ha definito i due Marò degli «innocenti, (che) stanno affrontando con grande senso del dovere e dignità impareggiabile una vicenda, sulla cui risoluzione ….».

    Finalmente tre giorni fa Il Fatto Quotidiano pubblica un articolo (lo trovate di seguito al nostro) di Maurizio Chierici, che attingendo alle stesse nostre fonti, non può che scrivere le stesse cose da noi pubblicate, insaporendole con un po’ di sarcasmo che in questi casi non fa mai male, anzi.

    Peccato che anche il giornalista de Il Fatto Chierici si dimentichi di nominare i due uomini assurdamente uccisi da proiettili che contro ogni ordine naturale “rimbalzarono sull’acqua”. D’altronde Il Fatto non ha mai brillato per umanità … che chiamano “buonismo” e che rifuggono come il diavolo l’acqua santa..

     

    Giulia De Baudi – 22 febbraio 2014

    REUTERS PICTURES OF THE DECADE. An Indian woman mourns the death of her relative (L) who was killed in a tsunami on Sunday in Cuddalore, some 180 kilometres (112 miles) south of the southern Indian city of Madras December 28, 2004. REUTERS/Arko Datta (INDIA)

    Cesare Aiméni

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    Tutti i partiti italiani, compreso il M5s, in una sorta di endemica captatio benevolentiæ , sono saliti sul carrozzone dei marò che in India  sono in attesa del processo per l’assassinio di due pescatori del Kerala, Valentine Jalstine e Ajesh Binki. Inutile dire che nessuno è salito sul mesto naviglio della pietas, o su quello della giustizia, né tantomeno sulla zattera della verità considerata dalla Casta politica un inutile orpello etico.

     

    Le pagine dei giornali e i post della rete, ben sapendo quanto piace alla maggioranza rumorosa del bel paese l’italianità e il tifo nazional-calcistico, chiedono a gran voce il ritorno in Italia di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone accusati di omicidio. Chiedono inoltre uno “Stato forte”, affermando che il nostro Governo non ha né forza di volontà, né determinazione e tantomeno prestigio internazionale tale da, udite, udite; farsi “trattare neppure con un paese come l’India”.(sic)

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    Queste affermazioni di una gravità inaudita (lo vedete dalle immagini) in cui si mescolano razzismo, vetero sciovinismo, misoxenia, disonestà intellettuale, disprezzo per gli altri popoli e le loro nazioni sovrane, non appartengono solo alla destra da cui ci si può aspettare queste sparate lombrosiane, ma anche alla cosiddetta sinistra.  Oggi, 1 febbraio 2014,   Giorgio Napolitano, “senza dubbio male informato” sulla vicenda, si è dichiarato “sconcertato”.

    La dignità di una grande nazione come l’India, e soprattutto quella delle famiglie dei due pescatori indiani assassinati  vengono sacrificate sull’altare della patria di quel «popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori.» glorificata con queste parole da Mussolini quando dovette difendere “l’onor di patria” dalle Nazioni Unite che “in modo sconsiderato” avevano condannato la vile aggressione all’Abissinia.

     

    Io mi domando se non sarebbe più onesto invocare giustizia, sia per gli uccisi, sia per chi ha posto fine alla loro vita.  Mi chiederei se e come i due militari hanno sbagliato, come ha affermato Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, che il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo». Mi chiederei anche se sono i soli colpevoli o se stati obbligati a sparare da ordini o da assurde regole d’ingaggio; nel caso chiederei di processare chi ha dato gli ordini o scritto le regole d’ingaggio. Mi domanderei anche cosa sarebbe successo se due soldati indiani avessero ucciso lungo le nostre coste due pescatori italiani.

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     In tutto questo fascistoide mostrar di muscoli, pochi cercano di sapere come siano andate veramente le cose, pochissimi scendono nel dettaglio. E i dettagli, per chi ha saputo conservare dentro di sé  un briciolo di onestà intellettuale, sono importanti. Cerco di sottolinearne alcuni.

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    Dettagli…

     

    A)Il 15 febbraio 2012 la petroliera italiana Enrica Lexie al momento dell’incidente viaggiava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta nella «zona contigua». Questo lo stabiliscono le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, che sono impossibili da falsificare.  Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

     

    B) Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio. Questa posizione è stata ribadita più volte dalla Corte suprema di New Delhi: «The incident of firing from the Italian vessel on the Indian shipping vessel having occurred within the Contiguous Zone, the Union of India is entitled to prosecute the two Italian marines under the criminal justice system prevalent in the country.»

     

    C) Gli esami balistici confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.

    D) Delegati inviati delle istituzioni italiane hanno cercato furbescamente di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa, coinvolgendo il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica e qundi, secondo i criteri dottrinari cristiani, appartenenti al genere umano . Il sottosegretario agli Esteri De Mistura ha parlato più volte con i gerarchi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di avvicinare i parenti dei due i due pescatori uccisi. L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata: il quotidiano Tehelka, ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», chiedendo loro smettere le pratiche  di mediazione.

     

    E) Il 24 aprile legali dei parenti delle vittime e il governo italiano, hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. Secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione» e di «un atto di generosità slegato dal processo». Dopo la “generosa donazione” alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, sono stati o verranno versati (non lo sappiamo con sicurezza) 10 milioni di rupie ciascuna, quasi 300mila euro. Di fatto, dopo questo accordo, entrambe le famiglie hanno ritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone. Il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato il tribunale del Kerala per aver di avallato l’accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

     

    Questi sono i dettagli.

    Se cliccate su questo link http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=10639 troverete tutta la storia narrata da Matteo Miavaldi che vive in Bengala ed è caporedattore per l’India del sito China Files, specializzato in notizie dal continente asiatico.

     

    15 gennaio 2014

     

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     Selestian Valentine

    Il caso marò


    Noi e loro
    Il caso marò: quello che l’Italia non dice


    di Maurizio Chierici

    MENO male che resta la Bonino, garanzia di efficienza per i nostri marò prigionieri in India. Speriamo di riaverli a casa malgrado i pasticci delle diplomazie anche se è esagerato considerarli “prigionieri”.

    Vita d’albergo, Tv con satellite. E poi passeggiate e studi. Salvatore Girone ha superato l’esame d’ammissione al corso serale dell’istituto tecnico Marconi di Bari. Media dell’8 via Skype. E la Farnesina si preoccupa della dieta. Menu mediterraneo che l’India paga senza battere ciglio: pizza, pane, cappuccino, eccetera.

    Girone è un secondo capo del battaglione San Marco; primo capo Massimiliano Latorre. Due anni fa hanno puntato i loro Berretta (dotazione Nato) sul barcone di pescatori confusi per pirati: due morti. Chi sopravvive avvisa la Guardia costiera che obbliga la petroliera italiana nel porto di Kochi.

     

    Pasticcio raccontato con protocolli disperatamente partigiani. Trascurano le registrazioni dei satelliti, le analisi dei proiettili. “Abbiamo sparato in acqua”, ed ecco il ricamo dei colpi sul barcone. Senza contare che la nostra nave non navigava in acque internazionali, 33 miglia dalla costa come giura il comandante. Latorre e Girone premono il grilletto a 24,5 miglia “zona contigua” che autorizza l’India a giudicare i colpevoli.

     

    Lo racconta Matteo Miavaldi nel libro I due Marò, edizioni Alegre. Vive in Bengala, caporedattore del giornale China Files. Se il buonsenso della Bonino rifiuta che la sventatezza dei marò diventi “terrorismo”, non è ragionevole trasformare l’incapacità in senso del dovere. L’ultimo saluto del Letta con valigia in mano li assicura con “sentimenti di vicinanza” mentre il Quirinale annuncia per il ritorno gli onori dovuti. Onori perché?

    Il pasticcio l’ha disegnato l’ex ministro La Russa: scorte armate in divisa ai mercantili che affrontano il mare dei pirati mentre ogni paese affida l’accompagnamento a contractors, mercenari privati.

    L’Italia di due governi fa si affida alla Marina Militare non sempre addestrata a dovere. Dalla roccaforte della petroliera gigante i marò sparano su un peschereccio lungo 12 metri, velocità lumaca. Da una parte sei rambo di professione più 24 marinai che immaginiamo un po’ armati. Sul barcone 16 pescatori, due folgorati, gli altri dormono. Indovinare chi è Golia. Il groviglio giudiziario indiano trasforma gli sbadati in capitani coraggiosi nella sfida a Sandokan immaginari.

     

    Un filo nero lega il La Russa alla perizia italiana affidata al finto ingegnere Luigi di Stefano, non solo vicepresidente della CasaPound che subito inonda Roma con manifesti da ultima spiaggia: “Riprendiamoci i nostri soldati”. A un atto di guerra si risponde con la guerra, cose così. Nel convegno a Montecitorio, Di Stefano ammette d’aver basato la perizia su informazioni di giornali e YouTube, subito sbugiardate dal satellite Maritime Rescue Center di Mumbai.

     

    Quando i prigionieri torneranno, immagino che la Procura militare avrà qualche domanda sulla loro professionalità. Evitiamo sbrodolamenti patriottardi, tipo medaglia d’oro, valor civile al contractor Fabrizio Quattrocchi, ucciso in Iraq. Medaglia che ancora rattrista la vedova Calipari e le famiglie dei carabinieri bruciati a Nassiriya. Per loro cortesie di routine. A Quattrocchi si è messa in bocca “vi faccio vedere come muore un italiano” quando la registrazione di Al Jazeera non esalta l’orgoglio di un idealista. Solo due parole: “Sono italiano”. Per fortuna all’Onu non sanno che Roma, Firenze e Trieste gli hanno dedicato una strada. Ma per i marò l’Italia ha coinvolto Ban ki-moon. Evitiamo il ridicolo internazionale sull’incapacità che diventa eroismo.

    il Fatto 18.2.14

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