• Cuore di Tenebra di Joseph Conrad – testo – seconda parte

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    Era uscito un momento, disse, “a prendere una boccata d’aria fresca.” L’espressione mi parve singolarmente sorprendente, perché lasciava intravvedere una vita sedentaria in un ufficio. Non vi avrei nemmeno parlato di costui, ma è dalle sue labbra che per la prima volta è uscito il nome di quell’uomo che è indissolubilmente legato ai ricordi di quel periodo. E in più sentivo del rispetto per quel tale. Sì, del rispetto per i suoi colletti, i suoi ampi polsini, i suoi capelli ben pettinati. Il suo aspetto non era diverso da quello di un manichino, ma nel generale sfacelo di quella terra, lui rispettava le apparenze. Questo significa avere spina dorsale. I suoi colletti inamidati, i rigidi sparati erano prove di carattere. Era lì da quasi tre anni e, più tardi, non potei fare a meno di chiedergli come riuscisse a far sfoggio di una simile biancheria. Arrossì impercettibilmente e con modestia disse: “Ho istruito una delle indigene della stazione. È stato molto difficile. Aveva un’avversione per il lavoro.” Così quell’uomo aveva realmente realizzato qualcosa. E si dedicava anche ai suoi libri, che erano tenuti in modo esemplare. «Nella stazione tutto il resto era solo confusione: nelle teste, nelle cose, negli edifici. File di neri impolverati e con i piedi piatti che arrivavano e ripartivano; un profluvio di manufatti, tessuti di cotone di scarto, perline e grani di vetro, filo di ottone, spedito nel cuore delle tenebre, da dove, in cambio, sgorgava un prezioso rivolo d’avorio. «Dovetti aspettare dieci giorni in quella stazione: un’eternità. Alloggiavo in una capanna nel cortile, ma per sfuggire al caos, qualche volta, andavo a rifugiarmi dal contabile. Il suo ufficio era costruito con assi orizzontali, così sconnesse che, stando chino sul suo alto scrittoio, era zebrato dalla testa ai piedi da sottili strisce di sole. Non c’era bisogno di aprire la grande imposta per vederci. E che caldo là dentro! Delle grosse mosche facevano un ronzio infernale e non pungevano: trafiggevano. Generalmente mi sedevo per terra, mentre lui, appollaiato su un alto sgabello, impeccabile (e anche leggermente profumato), scriveva e scriveva. Ogni tanto si alzava per sgranchirsi. Quando portarono lì dentro una branda con un ammalato -un agente dell’interno che veniva rimpatriato -manifestò, educatamente, una certa insofferenza. “I gemiti del malato”, disse, “potrebbero distrarre la mia attenzione. E senza attenzione, con questo clima, è già molto difficile evitare gli errori materiali.” «Un giorno, senza alzare il capo, osservò: “Nell’interno incontrerà certamente il signor Kurtz.” Siccome gli chiesi chi era il signor Kurtz disse che era un agente di prima classe e, percependo lamia delusione alla sua risposta, aggiunse lentamente, posando la penna: “È una persona veramente notevole.” Incalzato da altre domande, aggiunse che il signor Kurtz attualmente dirigeva un posto commerciale, un posto importantissimo, nel vero paese dell’avorio, “al limite estremo. Ci manda più avorio lui di tutti gli altri messi insieme…” Ricominciò a scrivere. Il malato stava troppo male per lamentarsi. Le mosche ronzavano in una gran quiete. «All’improvviso si udì un crescente mormorio di voci e un forte scalpitio di piedi.

     

    Era arrivata una carovana. Un violento cicaleccio di suoni rozzi e sconosciuti scoppiò dall’altra parte delle assi. I portatori parlavano tutti assieme, e in mezzo al clamore si udì la voce lamentosa dell’agente capo che, per l’ennesima volta nella giornata, dichiarava in tono piagnucoloso che lui “ci rinunciava, non ce la faceva più”… Il contabile si alzò lentamente. “Che chiasso spaventoso”, esclamò. Attraversò piano la stanza, diede un’occhiata al malato,e tornando verso di me, disse: “Lui non sente.” “Come! È morto?”, chiesi trasalendo. “No, non ancora”, rispose tranquillamente. Poi, alludendo con un cenno del capo al tumulto nel cortile: “Quando si è tenuti a riportare i numeri in modo corretto, si finisce con odiare questi selvaggi, odiarli a morte.” Rimase un attimo soprappensiero. “Quando vedrà il signor Kurtz”, continuò, “gli dica da parte mia che qui” – lanciò un’occhiata al suo scrittoio – “va tutto benissimo. Non mi piace scrivergli. Con i messaggeri che abbiamo, non si sa in che mani potrebbe finire una lettera, in quella Stazione Centrale.” Mi fissò per un istante coi suoi placidi occhi sporgenti. “Oh, andrà lontano, molto lontano”, riprese. “In poco tempo diventerà qualcuno nell’Amministrazione. Loro, quelli del Consiglio lassù, in Europa, capisce, hanno questo in mente.” «Si rimise al lavoro. All’esterno, il rumore era cessato. Prima di varcare la soglia per uscire, mi fermai. Nell’incessante ronzio delle mosche, l’agente malato in attesa del rimpatrio giaceva inerte e congestionato; l’altro, chino sui suoi libri, riportava correttamente le voci relative a transazioni perfettamente corrette; e a una quindicina di metri più in basso del gradino della porta si ergevano immobili le cime del boschetto della morte. «Il giorno seguente, lasciai finalmente la stazione, con una carovana di sessanta uomini, per una marcia di trecento chilometri.

     

    «Inutile che vi racconti tutti i dettagli. Piste, piste dappertutto; una rete di piste battute che si stendeva su un paese vuoto, attraverso l’erba alta, l’erba bruciata, i rovi, su e giù per fredde gole, giù e su per petrose colline arroventate; e solitudine, solitudine: nessuno, neanche una capanna. La popolazione se n’era andata da tanto tempo. Che volete, se una banda di neri misteriosi, muniti di ogni specie di armi spaventose, si mettesse tutt’a un tratto a percorrere la strada che da Deal porta a Gravesend, acciuffando i contadini a destra e a manca per caricarli di pesi enormi, credo che le fattorie e le cascine di quei paraggi si vuoterebbero tutte in un baleno. Solo che laggiù erano sparite anche le case. Però attraversai anche dei villaggi abbandonati. C’è qualcosa di pateticamente infantile nei muri d’erba in rovina. Giorno dopo giorno, con dietro il calpestio e lo strascicamento di sessanta paia di piedi nudi, ciascun paio sotto un peso di una trentina di chili. Accamparsi, cucinare, dormire, levare il campo, marciare. Ogni tanto un portatore morto sotto il peso, steso tra l’erba alta presso la pista, con accanto la sua zucca per l’acqua, vuota, e il suo lungo bastone. Un gran silenzio attorno e sopra di noi; tutt’al più, in certe notti tranquille, il tremolio di tamburi lontani, un tremolio fievole e vasto, che s’attutiva e si gonfiava; un suono misterioso, supplichevole, suggestivo, e selvaggio, il cui significato forse era altrettanto profondo del suono delle campane in terra cristiana. Un giorno, un bianco, l’uniforme sbottonata, accampato sulla pista, con una scorta armata di allampanati zanzibaresi, molto ospitale e allegro, per non dire ubriaco. Badava alla manutenzione della strada, dichiarò. Non posso dire di aver visto né strada né manutenzione, a meno di non dover considerare una perenne miglioria il corpo di un nero di mezza età, con un foro di pallottola in fronte, nel quale sono letteralmente inciampato a un cinque chilometri da lì.

     

    Avevo anche un compagno bianco, non un cattivo soggetto, ma troppo in carne, e con l’esasperante abitudine di svenire sui pendii infuocati, a chilometri di distanza dalla minima traccia d’ombra e di acqua. Snervante, credetemi, tenere la propria giacca a mo’ di parasole sopra la testa di un uomo aspettando che rinvenga. Non potei trattenermi dal chiedergli, una volta, cosa fosse venuto a fare in quel paese. “Che domanda! A far soldi”, rispose un po’ sdegnato. Poi si ammalò e bisognò portarlo dentro a un’amaca sospesa a un palo. Siccome pesava più di un quintale, fu una brutta gatta da pelare con i portatori. Si tiravano indietro, prendevano il largo, scappavano di notte furtivamente col loro carico: un vero ammutinamento. Allora una sera tenni un discorso in inglese, accompagnandomi con gesti di cui neanche uno sfuggì alle sessanta paia d’occhi che mi stavano di fronte; il mattino seguente feci partire l’amaca in testa, in perfetta regola. Un’ora dopo trovai che tutto era naufragato dentro a un cespuglio: l’uomo, l’amaca, i gemiti, le coperte, l’orrore. Il pesante palo aveva scorticato il suo povero naso e lui voleva a tutti i costi che io ammazzassi qualcuno, ma non c’era neanche l’ombra di un portatore nelle vicinanze. Mi ricordai del vecchio dottore: “Per la scienza sarebbe di grande interesse osservare sul posto le modificazioni mentali degli individui.” Sentii che cominciavo a diventare scientificamente interessante. Comunque tutto questo non ha importanza. Il quindicesimo giorno mi ritrovai in vista del grande fiume ed entrai, zoppicando, nella Stazione Centrale.

     

     

    Si trovava in una insenatura d’acqua stagnante, circondata dalla sterpaglia e dalla foresta, con un bel margine di fango puzzolente da un lato, e recinta sugli altri tre da una cadente staccionata di giunchi. Un varco informe era l’unica via d’accesso, e bastava un’occhiata per capire che lì il demone flaccido regnava sovrano. Degli uomini bianchi, con dei lunghi bastoni in mano, fecero una languida apparizione fra gli edifici, si avvicinarono, ciondolanti, per guardarmi, e poi scomparvero non so dove. Uno di loro, un tipo robusto e frenetico, con i baffi neri, appena saputo chi ero, mi informò con abbondanza di particolari e molte digressioni che il mio battello giaceva in fondo al fiume. Rimasi fulminato. Cos’era successo, come, perché? Oh, “niente di grave”. Il “direttore in persona” aveva assistito. Si era svolto tutto regolarmente. “E tutti si erano comportati magnificamente, magnificamente!” “Lei deve andare subito”, proseguì agitatissimo, “dal direttore generale.

     

    La sta aspettando.” «Non afferrai subito il significato di quel naufragio. Credo di capirlo adesso, ma non ne sono affatto sicuro. Quel che è certo è che la storia era troppo stupida, a pensarci bene, per essere del tutto naturale. Ma d’altra parte… comunque sia, in quel momento mi si presentò semplicemente come una maledetta seccatura. Il battello era affondato. Erano partiti due giorni prima, presi da una fretta improvvisa, per risalire il fiume, con il direttore a bordo e la guida improvvisata di un capitano che si era offerto volontario. Non erano ancora trascorse tre ore che già avevano lacerato lo scafo sulle rocce ed erano andati ad affondare presso la riva sud. Mi chiesi cosa ci restavo a fare là, adesso che la mia barca era perduta. In effetti, ebbi molto da fare per ripescare dal fiume la mia posizione di comandante. Dovetti mettermici subito, dal giorno successivo.

     

    Quell’operazione e le riparazioni, una volta portati i pezzi alla stazione, mi presero alcuni mesi. «Il mio primo colloquio con il direttore fu bizzarro. Malgrado quella mattina avessi trenta chilometri nelle gambe, non mi offrì neanche una sedia. Era un uomo ordinario nell’aspetto, nei lineamenti, nei modi, anche nella voce. Di statura media e costituzione normale. Gli occhi, di un azzurro comune, erano freddi, forse in maniera singolare, e certamente sapeva far cadere su di voi uno sguardo tagliente e pesante come un’accetta.

     

    Ma anche in quei momenti il resto della sua persona sembrava smentirne l’intenzione. Altrimenti c’era solo un’indefinibile, sfuggente espressione nelle sue labbra, qualcosa di furtivo -un sorriso? no, non un sorriso -me lo ricordo, ma non so spiegarlo. Era inconscio, quel sorriso, anche se, subito dopo aver detto qualcosa, si accentuava per un momento. Giungeva alla fine dei suoi discorsi come un sigillo posto sulle parole, per rendere enigmatico il significato della frase più banale. Era un comune commerciante, impiegato in quei paraggi fin dalla giovinezza: niente di più. Si faceva ubbidire, anche se non ispirava né amore né paura, nemmeno rispetto. Suscitava disagio. Ecco! Disagio. Non una diffidenza vera e propria -solo disagio -nientedi più. Non avete idea di quanto efficace tale… tale… facoltà possa essere. Non aveva nessuno spirito di iniziativa, nessuna attitudine per l’organizzazione, neanche per la disciplina. Il che risultava evidente, per esempio, dallo stato deplorevole in cui giaceva la stazione. Non aveva cultura, né intelligenza. Occupava quella posizione… perché? Forse perché non si era mai ammalato… Erano già tre periodi di tre anni che era in servizio laggiù… Perché nella generale disfatta delle costituzioni, una salute trionfante è di per sé una forza. Quando tornava a casa, in licenza, gozzovigliava su grande scala, fastosamente. Il marinaio a terra…, con qualche differenza solo apparente. Lo si indovinava da quello che lasciava cadere nella conversazione. Da lui non nasceva nulla, sapeva far andare avanti l’ordinaria amministrazione, tutto qui. Però era grande. Era grande per la semplice ragione che era impossibile capire che cosa facesse presa su quell’uomo. Non svelò mai il suo segreto. Forse non c’era niente dentro di lui. Ma un tal sospetto dava da pensare, perché laggiù non esistevano controlli esterni. Una volta, quando quasi tutti gli ‘agenti’ della stazione erano stati colpiti dalle varie malattie tropicali, lo si intese dire: “Gli uomini che vengono qui non dovrebbero avere visceri.” Sigillò la dichiarazione con quel suo sorriso, come se avesse socchiuso la porta della tenebra di cui lui aveva la custodia. Vi sembrava di aver visto qualcosa, ma il sigillo era già stato messo.

     

    Infastidito dalle continue discussioni sorte fra i bianchi per questioni di precedenza durante l’ora dei pasti, un giorno fece costruire un’immensa tavola rotonda, per la quale fu fabbricato un apposito edificio, che poi divenne la mensa della stazione. Dove si sedeva lui, era il posto d’onore, il resto non esisteva. Si capiva che di questo era assolutamente convinto. Non era né cortese né scortese. Stava zitto. Permetteva che il suo ‘servitore’, un giovane nero della costa, supernutrito, trattasse i bianchi, anche sotto i suoi occhi, con provocante arroganza. «Incominciò a parlare non appena mi vide. Avevo impiegato molto ad arrivare. Non aveva più potuto aspettarmi. Aveva dovuto andarsene senza di me.

     

    Doveva soccorrere le stazioni a monte del fiume. C’erano stati già così tanti rinvii che non sapeva chi era vivo e chi era morto, né come se la cavavano, ecc., ecc. Non prestò alcuna attenzione alle mie spiegazioni e, giocando con un bastoncino di ceralacca, ripeté parecchie volte che la situazione era “molto grave, gravissima”. Correvano voci che un’importantissima stazione fosse in pericolo, e chi ne aveva il comando, il signor Kurtz, fosse ammalato. Sperava che non fosse vero. Il signor Kurtz era… Mi sentivo stanco e irritabile. Kurtz… che vada al diavolo!, pensai. Lo interruppi per dire che avevo sentito parlare del signor Kurtz sulla costa. “Ah! Così parlano di lui laggiù”, mormorò fra sé. Poi ricominciò per dirmi che il signor Kurtz era il suo miglior agente, un uomo eccezionale, della massima importanza per la Compagnia; potevo quindi capire la sua ansia. Era, disse, “molto, molto inquieto”. Di fatti continuava ad agitarsi sulla sedia e all’improvviso, mentre esclamava “Ah, il signor Kurtz!”, il bastoncino di ceralacca gli si spezzò in mano e lui ammutolì stupito. Dopo di che volle sapere “quanto tempo avrei impiegato per…” Lo interruppi di nuovo. Con la fame che avevo, capite, costretto anche a stare in piedi, stavo diventando rabbioso. “Come faccio a saperlo?”, dissi. “Non ho ancora visto il relitto; qualche mese, senza dubbio.” Tutte quelle chiacchiere mi sembravano talmente inutili.

     

    “Qualche mese”, ripeté. “Beh, diciamo tre mesi, prima che sia possibile ripartire. Sì. Dovrebbero bastare per la faccenda.” Mi precipitai fuori dalla capanna (viveva da solo in una capanna d’argilla con una specie di veranda) borbottando fra i denti l’opinione che mi ero fatta di lui. Era un idiota d’un chiacchierone. In seguito dovetti ricredermi, quando fui colpito dall’estrema precisione con cui aveva valutato il tempo necessario per quella ‘faccenda’. «Il giorno dopo mi misi al lavoro, voltando, per così dire, le spalle alla stazione.

     

    Solo in quel modo, mi sembrava, potevo mantenere un contatto con le realtà redentrici della vita. Di tanto in tanto, però, bisogna pur guardarsi intorno, e allora vedevo la stazione con quegli uomini che girovagavano senza meta nel sole del cortile. E qualche volta mi chiedevo che senso avesse tutto ciò. Vagavano di qua e di là con in mano i loro assurdi lunghi bastoni, come un gruppo di pellegrini senza fede, stregati dentro un recinto putrescente. La parola ‘avorio’ risuonava nell’aria, sussurrata, sospirata. Si sarebbe detto che le rivolgessero delle preghiere. Aleggiava lì sopra un odore infetto di rapacità imbecille, come il fetore di un cadavere. Per Giove! Non ho mai visto niente di tanto irreale nella mia vita. E intorno, la silenziosa landa selvaggia che circondava quel pezzetto diboscato di terra, mi colpiva come qualcosa di grande e d’invincibile, come il male o la verità, in paziente attesa della fine di quella fantastica invasione. «Ah, quei mesi! Ma lasciamo perdere. Accaddero varie cose. Una sera una capanna d’erba, piena di calicò, di cotoni stampati, di conterie e non so cos’altro, prese fuoco così improvvisamente da far pensare che un fuoco vendicatore fosse sgorgato dalla terra aperta per distruggere tutta quella paccottiglia. Io fumavo tranquillamente la pipa vicino al mio battello in disarmo, e li vedevo da lontano far le capriole fra i bagliori, con le braccia in aria, quando, a rotta di collo, arrivò al fiume l’uomo robusto dai baffi neri, con un secchio di latta in mano. Dopo avermi assicurato che “tutti si comportavano magnificamente, magnificamente”, attinse un paio di litri d’acqua e ripartì correndo. Notai che nel fondo del secchio c’era un buco.

    «Andai lì con calma. Non c’era fretta, capite: quella cosa aveva preso fuoco come una scatola di fiammiferi. Fin dal primo momento non c’era stato niente da fare. La fiamma era balzata altissima, respingendo tutti, illuminando tutto, e poi si era abbassata. La capanna non era che un ammasso di braci ardenti. Non lontano da lì, stavano bastonando un nero. Dicevano che in un modo o nell’altro, era stato lui a provocare l’incendio; fosse vero o no, urlava come un ossesso. Poi, per parecchi giorni, lo vidi seduto in un angolo all’ombra, con un’aria molto sofferente, mentre stava cercando di riprendersi; finalmente si alzò e se ne andò, e la silenziosa landa selvaggia se lo riprese in grembo. «Mentre mi avvicinavo al bagliore provenendo dall’oscurità, mi trovai alle spalle di due uomini che stavano discorrendo. Sentii pronunciare il nome di Kurtz, poi le parole, “approfittare di questo incidente disgraziato”. Uno dei due era il direttore. Gli augurai la buona sera. “Ha mai visto una cosa simile, eh? È incredibile”, disse e si allontanò. L’altro rimase. Era un agente di prima classe, giovane, distinto, un po’ riservato, con una barbetta a due punte e il naso adunco. Teneva a distanza gli altri agenti che, da parte loro, dicevano che lui era la spia del direttore. Prima di allora non gli avevo quasi mai rivolto la parola. Ci mettemmo a conversare e, poco a poco, ci allontanammo dalle rovine sfrigolanti. Mi invitò allora nella sua stanza, che era nell’edificio principale della stazione. Accese un fiammifero, e notai che quel giovane aristocratico non solo possedeva un necessaire da toeletta con la montatura d’argento, ma anche una candela tutta per sé. A quel tempo era previsto che solo il direttore avesse diritto alle candele. Le pareti di argilla erano coperte da stuoie indigene: vi era appesa, come un trofeo, una collezione di lance, zagaglie, scudi, coltelli. L’incarico affidato a questo tale, mi era stato detto, era di fabbricare mattoni; ma nella stazione non c’era traccia di mattoni, neanche un frammento, ed era già più di un anno che era lì: ad aspettare. A quanto pare, per fare i mattoni, gli mancava qualcosa, non so cosa esattamente, della paglia, forse. In ogni modo lì non la si poteva trovare, e siccome era improbabile che la spedissero dall’Europa, non mi era chiaro che cosa stesse aspettando. Un atto di creazione spontanea, forse. Comunque tutti, tutti quei sedici o venti pellegrini che erano, stavano aspettando qualcosa e, parola mia, non sembrava un’occupazione che non gli andasse a genio, dal modo in cui la prendevano. Però, a quanto mi fu dato di vedere, la malattia fu l’unica cosa che mai gli sia arrivata. Ammazzavano il tempo sparlando e tramando gli uni contro gli altri nella maniera più insensata. Sulla stazione soffiava un’aria di complotto, che naturalmente non approdava a niente. Era irreale come tutto il resto: il pretesto filantropico dell’impresa, i loro discorsi, la loro amministrazione, l’esibizione del lavoro.

     

     

     

    L’unico sentimento autentico era il desiderio di venire assegnati a un centro in cui passasse l’avorio, per poter guadagnare delle buone percentuali. È solo per questo che complottavano, si calunniavano e si odiavano, ma quanto ad alzare effettivamente un dito, ah, no. Sant’Iddio! Non è poi così irragionevole che a un uomo il mondo lasci rubare un cavallo, mentre a un altro non permetta neanche di guardare la cavezza. Rubare un cavallo con decisione. Benissimo. L’ha fatto. Forse è anche capace di cavalcare. Ma c’è un modo di guardare la cavezza che farebbe menar le mani anche a un santo. «Non mi sapevo spiegare la sua improvvisa socievolezza ma, mentre chiacchieravamo là dentro, mi resi conto tutt’a un tratto che quel tale stava mirando a qualche cosa, cercava, infatti, di farmi parlare. Faceva continue allusioni all’Europa, alle persone che si immaginava io conoscessi lì, ponendomi delle domande tendenziose sulle mie relazioni nella città sepolcrale e così di seguito. I suoi occhietti brillavano di curiosità come dischi di mica, benché cercasse di mantenere un’apparenza di distaccata alterigia. In principio ero stupefatto, ma presto divenni curiosissimo di scoprire cosa volesse tirarmi fuori. Non riuscivo proprio a immaginare che cosa ci potesse essere in me da meritare tutta quella fatica. Era un piacere vedere quanto si ingannasse, perché in realtà in corpo non avevo che brividi e in testa nient’altro se non quella disgraziatissima storia del battello. Era evidente che mi considerava uno spudorato mistificatore. Alla fine perse la pazienza e per nascondere un moto di esasperazione furiosa, sbadigliò. Mi alzai. Notai allora un piccolo schizzo a olio, su tavola, che rappresentava una donna con la veste drappeggiata, gli occhi bendati, e una fiaccola accesa in mano. Lo sfondo era tetro, quasi nero. Il movimento della donna era statuario e l’effetto della fiaccola, sul viso, era sinistro. «Mi ero fermato davanti al quadro e lui era rimasto vicino a me, educatamente, reggendo una mezza bottiglia di champagne vuota (forse un ricostituente), con la candela incastrata dentro. Alla mia domanda rispose che era stato il signor Kurtz a dipingerlo -proprio in quella stazione, più di un anno prima -mentre aspettava il mezzo per raggiungere il suo posto commerciale. “Se non le dispiace”, chiesi, “mi può dire chi è questo signor Kurtz?” «”Il capo della Stazione Interna”, rispose secco, con lo sguardo altrove. “Grazie tante”, dissi ridendo. “E lei è il mattonaio della Stazione Centrale. Questo lo sanno tutti.” Stette zitto per un po’. “È un prodigio”, disse alla fine. “È l’emissario della pietà, della scienza, del progresso e il diavolo sa di quante altre cose.” E improvvisamente incominciò a declamare: “Per dirigere a buon fine la causa che ci è stata affidata, per così dire, dall’Europa, noi abbiamo bisogno di intelligenze superiori, di vaste simpatie, di unità di intenti.” “Chi è che lo dice?” chiesi. “Sono in molti a dirlo”, rispose. “Ci sono anche quelli che lo scrivono; ed ecco che arriva lui, un essere eccezionale, come lei dovrebbe sapere.” “Perché lo dovrei sapere?”, intervenni sorpresissimo, ma non mi badò. “Sì. Oggi è a capo della stazione più importante, il prossimo anno sarà vicedirettore, fra due anni sarà… ma immagino che lei sappia cosa sarà fra due anni. Non fa parte anche lei della nuova congrega, la congrega della virtù? Le persone che l’hannomandato qui in missione speciale, sono le stesse che hanno raccomandato lei. Oh, non dica di no. Io mi fido dei miei occhi.” Finalmente avevo capito: le conoscenze influenti della mia cara zia stavano sortendo un effetto inaspettato su quel giovanotto. Per poco non scoppiai a ridere. “Lei legge la corrispondenza riservata della Compagnia?”, chiesi. Non aprì bocca. Era proprio buffo. “Quando il signor Kurtz sarà Direttore Generale”, continuai in tono severo, “lei non potrà più permetterselo.” «Spense improvvisamente la candela, e uscimmo. Era sorta la luna. Delle ombre nere si aggiravano apatiche, versando l’acqua sulle braci da cui proveniva un suono sibilante. Il vapore saliva nel chiaro di luna, il nero picchiato gemeva da qualche parte. “Che baccano fa quell’animale!”, disse l’infaticabile uomo con i baffi comparendo tutt’a un tratto. “Gli sta bene. Trasgressione: punizione…Bang! Senza pietà, senza pietà. È l’unico modo, e questo impedirà ogni incendio in futuro.

     

    Stavo appunto dicendo al direttore…” Riconoscendo il mio compagno, abbassò immediatamente la cresta. “Non ancora a letto”, disse con una specie di servile cordialità.”È naturale d’altronde… il pericolo, l’agitazione.” Si eclissò. Proseguii in direzione del fiume con l’altro dietro. Gli udii mormorare con disprezzo: “Massa di idioti, andate all’inferno.” Si vedevano qua e là gruppi di pellegrini che gesticolavano, discutevano, parecchi con il bastone ancora in mano. Credo proprio che se lo portassero a letto, quell’arnese. Oltre la staccionata la foresta si ergeva spettrale al chiaro di luna, e attraverso il fermento indistinto, attraverso i flebili suoni di quel cortile tristo, il silenzio della terra si faceva strada fin dentro al cuore, col suo mistero, la sua grandezza, la sorprendente realtà della sua vita nascosta. Il nero bastonato si lamentava debolmente da qualche parte vicino a noi, e poi trasse un sospiro profondo che mi fece affrettare il passo per allontanarmi da lì. Sentii una mano infilarsi sotto al braccio. “Mio caro signore”, disse, “non voglio essere frainteso, e tanto meno da lei, che incontrerà il signor Kurtz molto prima che io abbia questo piacere. Non vorrei che si facesse un’idea sbagliata delle mie intenzioni…” «Lasciai che proseguisse, quel Mefistofele di cartapesta. Mi sembrava che se ci avessi provato, sarei riuscito a passarlo da parte a parte con un dito e che dentro non avrei trovato niente, forse solo un po’ di sporcizia sparsa. Quel tale, vedete, aveva progettato di diventare di lì a poco il vice dell’attuale direttore, ed era chiaro che la venuta di quel Kurtz aveva disturbato non poco i piani di entrambi. Parlava con precipitazione e non cercai di fermarlo. Tenevo le spalle appoggiate al relitto del mio battello, issato a riva sul pendio della sponda come la carcassa di un grosso animale fluviale. L’odore del fango, del fango primordiale, per Giove, riempiva le mie narici; la vasta immobilità della foresta vergine era davanti ai miei occhi; c’erano macchie luccicanti sull’acqua nera dell’insenatura. La luna aveva steso su ogni cosa un sottile strato d’argento: sull’erba folta, sul fango, sulla muraglia di vegetazione intricata che si ergeva più alta delle mura di un tempio, sul grande fiume che, attraverso una breccia scura, vedevo scintillare, scintillare, mentre scorreva nel suo ampio letto senza un mormorio. Tutto era imponente, vigile, silenzioso, mentre quell’uomo si diffondeva in chiacchiere su di sé. E io mi domandavo se quella quiete sul volto dell’immensità che ci guardava fosse una supplica o una minaccia. Che cos’eravamo noi che eravamo andati a sperderci laggiù? Potevamo dominare quella cosa muta o ci avrebbe dominato lei? Sentivo la grandezza, la smisurata grandezza di quella cosa che non poteva parlare, e forse nemmeno udire. Che cosa conteneva? Vedevo uscirne un po’ di avorio, e avevo sentito dire che lì dentro c’era il signor Kurtz. Dio sa se me l’ero sentito dire! Eppure non riuscivo a immaginarmelo, non più che se mi avessero detto che lì dentro c’era un angelo o un demonio. Ci credevo come qualcuno di voi potrebbe credere che Marte è abitato. Una volta ho conosciuto un velaio scozzese che era sicuro, anzi sicurissimo, che su Marte ci fossero degli uomini. Se gli si chiedeva che aspetto avessero o come si comportassero, diventava elusivo e mormorava qualcosa tipo “camminano a quattro zampe”. Ma se si osava anche solo sorridere, vi proponeva subito, benché fosse un uomo di sessant’anni, di fare a pugni.

     

    Non sarei arrivato al punto di fare a pugni per Kurtz, ma per lui sono andato molto vicino alla menzogna. Voi sapete che io odio, detesto, non tollero la menzogna; non perché io sia più retto degli altri, ma solo perché mi sgomenta. Nella menzogna c’è un odore di morte, di corruzione della carne, che mi ricorda ciò che mi fa più orrore al mondo e che cerco di dimenticare. Mi fa star male, mi dà la nausea come se avessi in bocca qualcosa di marcio.

     

    Questione di temperamento, credo. Beh!, ci andai molto vicino, lasciando credere a quel giovane imbecille quel che più gli piaceva riguardo alle mie amicizie influenti in Europa. In un attimo divenni anch’io parte della finzione, come il resto dei pellegrini stregati. Lo feci semplicemente perché avevo la vaga sensazione che in questo modo sarei stato d’aiuto a quel Kurtz, che pure non riuscivo a figurarmi, capite. Era solo una parola per me. Non vedevo l’uomo dietro a quel nome, non più di quanto lo vediate voi. Voi lo vedete? E la storia la vedete? Vedete qualcosa? È come se stessi cercando di raccontarvi un sogno, e non ci riuscissi, perché non c’è resoconto di un sogno che possa rendere la sensazione del sogno, quel miscuglio di assurdità, di sorpresa e di sconcerto nello spasimo di un’affannata ribellione, quella sensazione di essere prigionieri dell’incredibile che è l’essenza stessa deisogni…» Restò un attimo in silenzio. «… No, è impossibile. È impossibile comunicare la sensazione della vita di un qualsiasi momento della propria esistenza, ciò che rende la sua verità, il suo significato, la sua essenza sottile e penetrante. È impossibile. Viviamo come sognamo: soli.» Tacque di nuovo come per riflettere, poi aggiunse: «Naturalmente voi, in questa storia, vedete più di quanto io potessi allora. Vedete me, me, che voi conoscete…»Si era fatto così buio che noi che ascoltavamo non riuscivamo quasi a vederci l’un l’altro, e già da tempo, lui, che era seduto un po’ in disparte, non era che una voce per noi. Nessuno parlò. Può darsi che gli altri si fossero addormentati, ma io ero sveglio e stavo ad ascoltare, ad ascoltare, aspettando vigile e impaziente la frase, la parola che mi desse la chiave del lieve disagio suscitato da quel racconto che sembrava formarsi da solo, senza labbra umane, nell’aria greve della notte sul fiume. «… Sì, ho lasciato che si sfogasse,» ricominciò Marlow, «e che pensasse quello che voleva dei poteri che c’erano dietro di me. Sì. E dietro di me non c’era niente. Niente se non quel miserabile, vecchio vapore sventrato contro cui mi appoggiavo, mentre lui parlava enfaticamente della “necessità che ogni uomo ha di farsi strada”. “E quando uno viene qui, non viene per guardare la luna, le pare?” Il signor Kurtz era un “genio universale”, ma anche un genio lavora meglio con “strumenti adeguati: degli uomini intelligenti”. Lui non fabbricava i mattoni -perché gli era materialmente impossibile -come io sicuramente dovevo sapere; e se faceva da segretario al direttore, era perché “nessun uomo di buon senso rifiuta senza motivo la confidenza e la fiducia dei suoi superiori”. Lo capivo? Sì lo capivo. Che cosa volevo di più? Buon Dio, quello che volevo io, erano dei ribattini. Sì ribattini. Per continuare il lavoro, per tappare la falla, mi servivano i ribattini. Ce n’erano casse intere là sulla costa: casse accatastate, traboccanti, sfasciate! A ogni passo, nel cortile di quella stazione sul fianco della collina, si inciampava su un ribattino smarrito. Dei ribattini erano rotolati persino nel boschetto della morte. Per riempirsi le tasche di ribattini, bastava far la fatica di chinarsi, mentre là dove ce n’era bisogno, non se ne trovava nemmeno uno. C’erano le lamiere che ci servivano, ma niente con cui fissarle. E ogni settimana, il messaggero della nostra stazione, un nero solitario, sacco postale in spalla e bastone in mano, partiva per la costa. E parecchie volte alla settimana, dalla costa arrivava una carovana con la sua mercanzia: dello spaventoso calicò lucido che dava i brividi solo a guardarlo, delle perline di vetro da una lira al chilo, degli orribili fazzoletti di cotone a pallini. Ma ribattini mai. Sarebbero bastati tre portatori per trasportare tutto quello che serviva per rimettere in acqua il battello. «Ormai aveva assunto un tono confidenziale, ma penso che la mia indifferenza lo avesse infine esasperato, perché ritenne necessario informarmi che non temeva né Dio né il diavolo, e tanto meno un semplice mortale, chiunque fosse. Gli dissi che non ne dubitavo, ma quel che desideravo io era una certa quantità di ribattini, che erano proprio quello che avrebbe desiderato anche il signor Kurtz, se solo l’avesse saputo. Poiché ogni settimana partivano delle lettere per la costa… “Mio caro signore,” esclamò, “io scrivo solo quello che mi si detta!” Io insistevo. Un uomo intelligente trova sempre il modo… Cambiò atteggiamento: divenne freddissimo e si mise improvvisamente a parlare di un ippopotamo. Si domandava se dormendo a bordo del battello (io restavo incollato alla mia ancora di salvezza giorno e notte) non venissi disturbato. C’era un vecchio ippopotamo che aveva la cattiva abitudine di uscire dal fiume sulla riva e di girovagare la notte nei paraggi della stazione. I pellegrini allora facevano una sortita in massa e gli scaricavano addosso tutte le carabine che erano riusciti a scovare. Ce n’erano di quelli che stavano su la notte, per aspettarlo. Tutta fatica sprecata, però: “Quella bestia è stregata, un incantesimo l’ha resa invulnerabile,” disse, “ma questo vale solo per le bestie, perché nessun uomo -mi capisce? -nessun uomo in questo paese è invulnerabile”. Restò lì un momento davanti a me, al chiaro di luna, col suo delicato naso aquilino un po’ storto, gli occhi di mica scintillanti senza un battito di palpebre; poi, con un asciutto “Buona notte” si allontanò speditamente. Vedevo che era turbato e molto sconcertato, il che mi rese fiducioso come da giorni non mi sentivo. Fu un grande sollievo passare da quel tizio alla mia amica influente, la mia bagnarola a vapore, tutta sfasciata, piegata, a pezzi. Mi arrampicai a bordo. Risuonava sotto i miei passi come una scatola di latta di biscotti Huntley & Palmer vuota, presa a calci in un rigagnolo. Era, anzi, molto meno solida di costituzione, e di forma meno elegante, ma le avevo prodigato una quantità di duro lavoro sufficiente per farmela amare. Non c’era amicizia influente che mi fosse più utile di lei. Mi aveva dato la possibilità di mettermi un po’ alla prova, di scoprire quello che sapevo fare. No, non è che io ami il lavoro. Preferisco stare senza far niente a pensare a tutte le belle cose che si potrebbero fare. Non mi piace lavorare, a nessuno piace, ma mi piace ciò che c’è nel lavoro: la possibilità di scoprire se stessi, la propria realtà, valida per noi, non per gli altri, quello che nessun altro potrà mai sapere. Gli altri possono vedere solo l’apparenza, senza mai poter dire che cosa significhi veramente.

     

     

     

    «Non fui sorpreso di trovare qualcuno seduto a poppa, sul ponte, con le gambe penzoloni sopra il fango. Vedete, io me la intendevo piuttosto bene con i pochi operai che c’erano in quella stazione, e che naturalmente gli altri pellegrini disprezzavano, per via delle loro maniere poco raffinate, suppongo. Quello era il caposquadra, calderaio di professione, gran lavoratore. Era uno spilungone tutto ossa, con la carnagione gialla e grandi occhi espressivi. Aveva l’aria angustiata e un cranio calvo come il palmo della mia mano, ma sembrava che i capelli, cadendo, si fossero aggrappati al mento e che nel nuovo terreno avessero prosperato, perché la barba gli scendeva fin quasi alla vita. Era vedovo, con sei bambini (che aveva lasciato alle cure di una sorella per venire là), e i piccioni viaggiatori erano la passione della sua vita. Era un entusiasta e un intenditore: delirava per i piccioni.

    Terminato il suo orario di lavoro, qualche volta lasciava la sua capanna per venire a parlare con me dei suoi bambini e dei suoi piccioni. Quando, al lavoro, doveva strisciare sotto il fondo del battello dentro al fango, avvolgeva la sua famosa barba in una specie di canovaccio bianco che si portava dietro a questo scopo. Era munito di due cappi da passare sopra le orecchie. La sera, lo si vedeva accovacciato sulla riva, intento a sciacquare con gran cura quel suo involucro nell’acqua dell’insenatura, per stenderlo poi solennemente ad asciugare su un cespuglio. «Gli diedi una manata sulla schiena e gridai: “Avremo i ribattini!” Balzò subito in piedi esclamando: “No! I ribattini!”, come se non potesse credere alle proprie orecchie. Poi a bassa voce, “Lei… eh?” Non so perché ci comportammo come due matti. Col dito davanti al naso, annuii in modo misterioso. “Bravo!”, esclamò e fece schioccare le dita sopra la testa, sollevando un piede. Accennai qualche passo di danza e ci mettemmo a saltare sul ponte di ferro.Dallo scafo smantellato uscì uno spaventoso rumore di ferraglia che la foresta vergine, dall’altro lato dell’insenatura, rimandò come un rombo di tuono sulla stazione addormentata. Dovevamo aver svegliato di soprassalto più di un pellegrino nel suo tugurio. Una sagoma nera oscurò il vano illuminato della porta della capanna del direttore, poi scomparve e dopo qualche secondo, scomparve anche il vano della porta. Avevamo smesso di ballare e il silenzio interrotto dal nostro calpestio rifluì dai recessi della terra. La grande muraglia di vegetazione, una massa esuberante e aggrovigliata di tronchi, rami, foglie, fronde e tralci, immobile, alla luce della luna, era come un’irruzione travolgente di vita silenziosa, una tumultuosa onda vegetale, alta, crestata, pronta a irrompere nella insenatura, e a spazzar via dalla nostra piccola esistenza, tutti noi, minuscoli uomini. E non si muoveva. Uno scroscio attutito di spruzzi e sbuffi possenti ci giunse di lontano, come se un ittiosauro stesse facendo un bagno di gala, di suoni e luci, nel grande fiume. “In fin dei conti”, disse il calderaio, pacatamente, “perché non dovremmo averli i ribattini?” Eh già, perché no? Non c’era nessuna ragione che ce lo impedisse. “Arriveranno fra tre settimane”, dissi fiducioso. «Ma non arrivarono. Invece dei ribattini ci fu un’invasione, un castigo, un flagello. Arrivò a scaglioni per tre settimane di seguito, con in testa a ogni scaglione un asino montato da un bianco vestito a nuovo e con le scarpe gialle, che da quell’altezza si chinava, a destra e a manca, per salutare i pellegrini ammirati. Una banda litigiosa di neri immusoniti e coi piedi doloranti tallonava l’asino; mucchi di tende, di seggiolini da campo, di scatole di latta, di casse bianche, di balle marrone venivano scaraventate nel cortile, e quell’aria di mistero che aleggiava sul gran disordine della stazione si infittì ancor di più. Ce ne furono cinque di questi arrivi a puntate, tutti con la stessa aria grottesca di fuga precipitosa, col bottino di innumerevoli magazzini e botteghe che, si sarebbe pensato, loro stavano trascinando nella landa selvaggia, dopo la razzia, per spartirselo equamente. Era un’inestricabile accozzaglia di cose rispettabili in sé, ma che la follia degli uomini aveva reso simili a prede di ladroni.

     

    «Questa stimabile compagnia si faceva chiamare Spedizione Esplorativa Eldorado, e credo che i suoi membri fossero legati da un giuramento di segretezza. I loro discorsi, però, erano quelli di sordidi bucanieri: cinici, senza essere arditi, cupidi senza essere audaci, crudeli, ma senza coraggio; non c’era un briciolo di lungimiranza o di intenzione seria nell’intera masnada, e non sembravano nemmeno rendersi conto che queste sono cose necessarie per operare nel mondo. Strappare i tesori dalle viscere della terra era il loro unico desiderio, senza scrupoli morali, almeno non più di quanti ne abbiano dei rapinatori a sfondare una cassaforte. Chi pagasse le spese della nobile impresa, lo ignoro, ma lo zio del nostro direttore era il capo della banda. «D’aspetto assomigliava a un macellaio di un quartiere povero, e i suoi occhi avevano uno sguardo di furbizia sopita. Portava con ostentazione una grossa pancia su delle gambe corte e durante tutto il periodo in cui la sua truppa infestò la stazione non rivolse la parola a nessuno, se non a suo nipote. Li si vedeva passeggiare dalla mattina alla sera, le teste ravvicinate, in un inesauribile conciliabolo. «Avevo smesso di tormentarmi per i ribattini. La nostra capacità di preoccuparci per un tal genere di sciocchezze è più limitata di quanto si creda. Dissi, al diavolo, e lasciai correre. Avevo tutto il tempo per meditare e, ogni tanto, rivolgevo uno dei miei pensieri a Kurtz. Non che egli mi interessasse molto. No. Però ero curioso di vedere se quell’uomo, che era venuto là con un certo bagaglio di idee morali, sarebbe davvero arrivato in alto e in che modo avrebbe allora organizzato la sua opera. II «Una sera, mentre me ne stavo lungo disteso sul ponte del mio battello, sentii avvicinarsi delle voci: erano zio e nipote che venivano passeggiando lungo il fiume. Misi di nuovo giù la testa sul braccio e, già mezzo assopito, udii qualcuno dire, quasi dentro al mio orecchio: “Io non faccio del male a una mosca, però non mi piacciono le imposizioni. Sono o non sono il direttore? Mi hanno ordinato di mandarlo là.

     

     

     

    È incredibile…” Mi accorsi che quei due si erano fermati sulla riva, all’altezza della prora del battello, proprio sotto la mia testa. Non mi mossi. Non mi venne neanche in mente di muovermi: avevo sonno. “È spiacevole”, grugnì lo zio. “È lui che ha chiesto all’Amministrazione di essere mandato lì”, disse l’altro, “per far vedere quello che sa fare e io ho ricevuto le relative istruzioni. Vedi che razza di ascendente deve avere quell’uomo.

    Non è spaventoso?” Ne convennero entrambi, che era spaventoso; dopo di che all’orecchio mi giunsero delle espressioni bizzarre: “Fare il bello e il cattivo tempo… un uomo solo… il Consiglio… menare per il naso”, frammenti di frasi assurde che ebbero la meglio sul mio torpore, tant’è vero che ero quasi in pieno possesso delle mie facoltà mentali quando lo ziodisse: “Potrebbe aiutarti il clima a risolvere queste difficoltà. È da solo là?” “Sì”, rispose il direttore, “ha spedito il suo assistente giù per il fiume con un biglietto per me che diceva:

    ‘Allontani subito dal paese questo povero diavolo e non si disturbi a mandarmene altri dello stesso stampo. Preferisco star solo piuttosto che avere il genere di uomini che lei mi rifila.’ Questo avveniva più di un anno fa. Si può immaginare una maggiore impudenza?”

     

    “E da allora più niente?”, chiese l’altro, con la voce roca. “Avorio”, scattò il nipote, “a mucchi e di prima qualità, mucchi di avorio, molto seccante, provenendo da lui.” “Dopo di che?”, domandò il greve brontolio. “La fattura”, fu la risposta, sparata a bruciapelo, come si suol dire. Poi silenzio. Era di Kurtz che stavano parlando. «Ormai ero completamente sveglio, ma rimanevo disteso, immobile nella mia comoda posizione, e non avevo nessuna intenzione di cambiarla. “Ma come ha fatto tutto quell’avorio ad arrivare fin qua?”, ringhiò il più anziano che sembrava molto irritato. L’altro spiegò che era giunto con una flottiglia di canoe guidata da un meticcio inglese, un impiegato di Kurtz; che Kurtz stesso aveva apparentemente progettato di rientrare, la sua stazione era ormai sfornita di provviste e mercanzie, ma dopo aver percorso trecento miglia, aveva improvvisamente deciso di tornare indietro; cosa che aveva fatto, da solo, in una piccola piroga, con quattro vogatori, lasciando che il meticcio continuasse il viaggio giù per il fiume con l’avorio. I due compari sembravano sbalorditi che qualcuno avesse tentato una cosa simile; e non riuscivano a immaginarne il motivo. Quanto a me, mi sembrò di vedere Kurtz per la prima volta. Ne ebbi una visione fugace ma chiara: la piroga, i quattro selvaggi che remavano, e l’uomo bianco solitario che volgeva subitaneo le spalle al quartier generale, a ogni forma di aiuto, a ogni idea di ritorno, chissà!, per dirigersi a viso fermo verso le profondità della selva selvaggia, verso la sua stazione vuota e desolata. Non ne conoscevo il motivo. Forse era solo un tipo in gamba attaccato al lavoro per amore del lavoro. Il suo nome, notate, non era mai stato pronunciato, neanche una volta. Era “quell’uomo”. Al meticcio che, da quanto potevo giudicare, aveva condotto quella spedizione difficile con grande prudenza e fegato, si alludeva invariabilmente come a “quella canaglia”. La “canaglia” aveva riferito che l'”uomo” era stato molto ammalato e che non si era rimesso del tutto… I due sotto di me si allontanarono di qualche passo, passeggiando avanti e indietro poco distanti. Udii: “Posto militare… dottore… duecento miglia… completamente solo adesso… ritardi inevitabili… nove mesi… nessuna notizia… strane voci.” Poi si riavvicinarono, proprio mentre il direttore diceva: “Nessuno, per quanto io sappia, tranne una specie di trafficante vagabondo, un individuo esiziale, che scippa l’avorio agli indigeni.” Di chi è che parlavano adesso? Mettendo assieme i pezzi capii che si trattava di un uomo che molto probabilmente stava nella zona di Kurtz, e che non godeva della simpatia del direttore. “Riusciremo a sbarazzarci della concorrenza sleale solo quando uno di questi individui verrà impiccato, per dare l’esempio”, disse. “Certamente”, grugnì l’altro, “fallo impiccare! Perché no? In questo paese si può fare di tutto, di tutto. Sai cosa ti dico? Qui, capisci, qui, nessuno può compromettere la tua posizione. E sai perché? Tu sopporti il clima: li seppellirai tutti. Il pericolo è in Europa, ma lì, prima di partire ho provveduto io a…” Si allontanarono bisbigliando; poi le loro voci si alzarono di nuovo. “Questa straordinaria serie di ritardi non è colpa mia. Io ho fatto il possibile.” Il grassone sospirò: “Che ci vuoi fare!” “E la pestilenziale assurdità dei suoi discorsi”, continuò l’altro. “Mi ha quasi asfissiato quand’era qua. ‘Ogni stazione dovrebbe essere come un faro sulla via del progresso, un centro per commerciare, certo, ma anche per umanizzare, migliorare, istruire.’ Ti rendi conto… quel coglione! E vuole diventare direttore! No, è…” A quel punto si soffocò in un accesso di indignazione e io alzai un pochino la testa. Fui sorpreso di vedere quanto fossero vicini, proprio sotto di me. Avrei potuto sputare sui loro cappelli. Guardavano per terra, assorti nei loro pensieri. Il direttore si frustava la gamba con una verga sottile; il suo sagace parente sollevò la crapa. “Sei stato bene da quando sei tornato qui, questa volta?”, chiese.

    L’altro trasalì. “Chi? Io? Oh! D’incanto, d’incanto. Ma gli altri, Dio santo! Tutti malati.

     

    Muoiono così in fretta poi, che non faccio neanche a tempo a mandarli via dal paese. È incredibile!” “Hem. Per l’appunto”, grugnì lo zio. “Ah! ragazzo mio, è proprio su questo che devi contare, ti dico, su questo.” Gli vidi stendere un braccetto, corto come una pinna, in un gesto che abbracciava la foresta, l’insenatura, il fango, il fiume, come se, con una mossa oltraggiosa alla faccia assolata del paese, rivolgesse un perfido invito alla morte in agguato, al male nascosto, alla profondità tenebrosa del cuore di quella terra. Era così stupefacente che balzai in piedi e mi voltai a guardare il ciglio della foresta, quasi mi aspettassi una qualche risposta a quel diabolico sfoggio di confidenza. Sapete che idee stravaganti ci vengono talvolta. L’immobilità assoluta, paziente e minacciosa, fronteggiava quelle due figure in attesa che sparisse la fantastica invasione. «Bestemmiarono tutti e due ad alta voce, per pura paura, credo, poi fingendo di ignorare che io esistessi, s’incamminarono verso la stazione. Il sole era basso e, piegati in avanti, fianco a fianco, sembravano trascinare faticosamente su per la salita le loro ridicole ombre di ineguale lunghezza, che strisciavano lentamente dietro di loro sull’erba alta senza piegarne un solo filo. «Di lì a pochi giorni la Spedizione Eldorado si inoltrò nella paziente landa selvaggia, che si richiuse su di lei come fa il mare sopra uno che si tuffa. Dopo molto tempo arrivò la notizia che erano morti tutti gli asini. Della sorte degli altri animali meno preziosi non so nulla.

    Trovarono, senza dubbio, come tutti noi, ciò che si meritavano. Non indagai. Allora ero troppo eccitato alla prospettiva che molto presto avrei incontrato Kurtz. Quando dico molto presto vuol dire per quanto fosse consentito laggiù, cioè in modo relativo. Da quando lasciammo l’insenatura, passarono giusto due mesi prima che toccassimo terra sotto la stazione di Kurtz. «Risalire quel fiume era come compiere un viaggio indietro nel tempo, ai primordi del mondo, quando la vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi alberi erano sovrani. Un corso d’acqua vuoto, un silenzio assoluto, una foresta impenetrabile; l’aria calda, spessa, greve, immota. Non c’era gioia nello splendore del sole.

     

    Deserte, le lunghe distese d’acqua si perdevano nell’oscurità di adombrate distanze. Sui banchi di sabbia argentati ippopotami e coccodrilli si crogiolavano al sole, fianco a fianco.

    Negli slarghi, le acque scorrevano in mezzo a una moltitudine di isole boscose; ci si perdeva in quel fiume, come in un deserto, e per tutto il giorno, si continuava a incappare nelle secche, alla ricerca del canale, fino a sentirsi stregati e tagliati fuori per sempre da quello che si era conosciuto un tempo, in qualche luogo, lontano da lì, in un’altra vita forse.

    C’erano momenti in cui il proprio passato riaffiorava, come capita talvolta quando non si ha un momento da dedicare a se stessi; ma veniva in forma di sogno inquieto e rumoroso, ricordato con stupore fra le prorompenti realtà di quello strano mondo di piante, di acqua e di silenzio. E questa immobilità di vita non assomigliava affatto alla pace. Era l’immobilità di una forza implacabile che covava un qualche insondabile disegno. Vi guardava con un’aria vendicativa, piena di risentimento. Alla lunga mi ci abituai: non la vedevo più. Non ne avevo il tempo. Dovevo continuamente scrutare il fiume per cercare di indovinare il passaggio; per discernere, più con l’intuito che con la vista, i segni di banchi nascosti; per spiare le rocce sommerse. Imparai a serrare prontamente i denti per impedire che il mio cuore balzasse via, quando schivavo, sfiorandolo, qualche infernale vecchio tronco sornione che avrebbe attentato alla vita della mia bagnarola, sventrandola, facendo annegare tutti i pellegrini. E dovevo tenere d’occhio ogni traccia di albero morto che avremmo tagliato durante la notte per assicurarci il vapore del giorno dopo. Quando si deve badare a questo genere di cose, ai meri accidenti di superficie, la realtà – la realtà, vi dico – impallidisce. La verità più riposta rimane nascosta, fortunatamente, fortunatamente.

     

    Continua …

                       

    Traduzione Francesco Persichelli (2007)

    pubblicato su www.booksandbooks.it Grafica

     

    Le foto sono tratte dal film Apocalypse Now ; un film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola, liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra,

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