• Cronaca di un’assenza: una storia, cento storie, mille storie, mille e mille storie …

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    «(…) Separarsi (…) costringe ciascuno ad essere se stesso, a realizzare la propria identità, senza confusioni. A rischiare, a cercare sempre qualcosa di nuovo. Da soli. Senza protezioni.»

    Massimo Fagioli

    È passato un mese …


    Cos’erano i nostri incontri? Qual era la loro essenza? Dopo la telefonata di questa mattina con V., i pensieri, quelli che fan parole che fan domande, si accalcano nella mente.

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    So solo che di Lei, ora, si può parlare al passato prossimo che è già remoto. Di Lei, che per sua natura è stata sempre indefinita, si può parlare evocando “immagini ricordo” … ma perché io scrivo … perché si scrive? Questo domandava a noi seduti ieri sera  la professoressa Roncada –  in una vera “lectio magistralis” sulla poetica di Bufalino a Castiglione delle Stiviere – E rispondeva: per non perdere memoria di ciò che si è vissuto.

    Poi ha parlato di ricucire i ricordi  … io avrei usato quell’altro verbo che ha quel suono che fa: ritessere, ma forse è meglio tessere?

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    La memoria – lo ha detto mille volte in mille modi lo psichiatra dell’Analisi collettiva –  non è ricordo, è ricreazione del ricordo. È tessere “ex novo” nella mente il proprio già vissuto, ciò che accadde e che è accaduto. Tessere o ritessere il vissuto, dopo aver rimesso in campo i fili spaiati di ciò fu ricordo, è la sfida, l’agone tra “fantasia ricordo” e “pulsione di annullamento”? La memoria assomiglia più al sogno che alla cronaca ricordata così com’era. Così diceva Massimo, se ben ricordo. Ma io domando.

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    Il mio voler dire di un’assenza, di ciò che non c’è più, è “solo” tessere? Forse si: è intrecciare nel telaio del tempo i fili del mio pensiero con quelle linee nere che fanno le parole. Creare con parole la memoria del mio esser stato per anni e anni un filo dell’ordito di quella storia. Lui era la trama che tutto sosteneva? Ma era solo quella?

    I punti di domanda son d’obbligo, la narrazione potrebbe esser un “falso”, un moneta matta che sul selciato fa un cattivo suono. Almeno così io sento adesso.

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    Ciò che so è che non siam più “noi”. Siamo “io e tu”. “Noi” lo siamo stati, non lo siamo più. Quel “noi” era un rapporto. Un “rapporto tra” che non c’è più. Cosa rimane ora di quel rapporto, dei nostri incontri?

    Ricordi da ritessere con quel fil di seta venuto col vento dall’oriente? Si … forse …

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    Noi siamo … no, non siamo, sono.

    Io sono i fili del mio solitario ordito che tende all’infinito cercando di incontrare la trama che … che dia al tempo che rimane un senso?

    La trama è ciò che rubai lì dentro, lì in quel rapporto immenso? E che farò di Lei che senza Lui non c’è?

    “decidilo tu” … già decido io… ma un momento … un momento …

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    Se uno degli amanti va, si assenta, tutto scompare all’istante insieme a chi è andato via, e Lei era “null’altro” che quel rapporto.

    E, lo ripeto, che non c’è più.

    Rimangono solo immagini e suoni di Lei, di quello spazio che la sua voce empiva, “quell’incavo d’aria in mezzo a noi, a pochi  metri dalle mie braccia” direbbe Bufalino. L’immagine che rimane … Lei è cosa privata. E condividerla … ora?… non so.

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    Gian Carlo Zanon – Dalle pagine del suo diario del 13 marzo 2017

    • Caro Giancarlo
      sei un grande per aver trovato parole
      che narrano il senso di ciò che
      dolorosamente sento
      Grazie per aver evocato un suono
      così intenso
      così profondamente caro…

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