• Creatività … l’inquietante dono

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    di Giulia De Baudi

    «… raccontami o musa dell’uomo dal multiforme ingegno …». Questo è il famoso incipit dell’Odissea, dove immediatamente il cantore, negando, religiosamente, il suo essere artista, dichiara che il canto scaturito dalla sua bocca non gli appartiene, ma è la musa che parla attraversando la sua voce.


    Il timore di essere l’unico agente della creatività è da sempre presente nella storia degli artisti: l’autore non ha il coraggio di prendersi la responsabilità della propria fantasia interna, perché non sa da dove nasce, perché nasce, quando nasce. Inconsciamente, egli teme la propria creatività , perché egli “sa” di non poterla controllare con la ragione. Inoltre questo invisibile che si palesa in suoni verbali e musicali o in immagini … a volte c’è, a volte non c’è, e tutto questo è difficile da accettare per chi non ha ancora realizzato un’identità irrazionale, e tanto meno l’ha verbalizzata.
    La cultura teosofica ha sempre “insegnato” agli artisti che tutto ciò che viene creato “dal nulla” può essere solo opera degli dei, ed egli ci ha sempre creduto. E così tutto ciò che è stato creato all’interno della cultura occidentale, dall’Iliade al Don Quijote de la Mancha, dalle liriche di Archiloco a Il manoscritto trovato a Saragozza non è stato, dall’autore, definito come creazione nata dalla propria creatività irrazionale ma donata da qualcuno o da qualcosa di esterno a sé.


    Cervantes, pur di non prendersi la responsabilità di aver creato el Don Quijote, aveva inventato vari intermediari, i quali avevano partecipato alla creazione della sua opera: un sapiente storico arabo, Cide Hamete Benegali e un traduttore morisco. Lo scrittore  iberico scrisse nel prologo della sua opera maggiore: «Pero yo, aunque parezsco padre, soy padrastro de don Quijote …» : «Io anche se sembro padre, sono patrigno del don Quijote».

    Perché questa ritrosia dell’essere in Cervantes? Forse per timore di essere irreverente verso il supremo demiurgo? Forse per prendere astutamente le distanze da questo personaggio così irrazionale e ribelle ad ogni convenzione sociale e religiosa? In effetti i primi anni del seicento si vivevano tempi difficili. Qua e là si ergevano roghi per molto meno.
    Tutto questo negare la propria creatività, scivolando sempre nella credenza religiosa, naturalmente ha cambiato forma nello scorrere dei secoli, ma questa strana alchimia che sembra scaturire dal nulla, visibile anche oggi nelle canzoni ascoltate da milioni di esseri umani, continua ad essere vissuta in modo ambivalente e perturbante.

    L’artista ha sempre ‘sentito’ che per accedere alla creatività artistica si deve valicare la porta dell’invisibile, e Artur Rimbaud la cercò di varcare quella soglia imbottendosi di alcool e droga e scrisse Una stagione all’inferno e Le Bateau ivre dichiarando, tra le righe, il suo fallimento esistenziale. E così il poeta francese, che con la sua poesia aveva disarticolato il verso petrarchesco, a diciotto anni smette di scrivere e dopo quindici anni lo si troverà morente in Africa dove negli ultimi anni aveva commerciato in armi e forse anche in esseri umani.

    Milos Forman nel suo famoso film Amadeus rappresentò molto bene la questione della creatività nei due personaggi principali: Mozart e Salieri. Nella pellicola Salieri si chiede come era possibile che, Mozart, “un essere senza morale” che si lasciava dominare completamente dalle passioni, possedesse una creatività di gran lunga più grande della sua avuta per “un patto con Dio”, per il quale aveva dovuto rinunciare anche alla propria sessualità.

    Salieri prima se la prende con Dio, poi non ricevendo, ovviamente, risposta, decide di distruggere il suo nemico cercando e trovando il suo punto debole, perché egli sa che un artista ha quasi sempre una carenza psichica, un nemico interno che lo aspetta nell’ombra.
    Il problema è dare un nome a questo nemico interiore che dona la creatività ma spesso a costi troppo elevati. Rimbaud scrivendo Una stagione all’inferno sembra indicare qualcosa di luciferino nella creatività «… il demonio che mi incoronò di così amabili papaveri (…) Mio caro Satana (…) voi che amate nello scrittore l’assenza delle facoltà descrittive. » Sembra chiaro: lo scrittore che ha delle facoltà solo descrittive non è un poeta e quindi non è amato da Satana l’angelo più luminoso, Lucifero che si ribellò al demiurgo celeste, l’unico essere che può creare dal nulla. Essere poeti e artisti significa quindi ribellarsi a Dio.

    Giunti a questo punto si potrebbe dire che il problema dell’ambivalenza degli esseri umani di fronte alla creazione artistica va cercato nell’alienazione religiosa. Creare, essere artisti, per chi non ha superato l’alienazione religiosa significa ribellarsi con un falso movimento, sfidando il dio creato da se stessi per la propria schiavitù. L’artista maledetto e ribelle che aliena in un ente inesistente ma creduto esistente, dio o diavolo che sia, il proprio mondo interno e quindi anche la propria creatività, poi dovrà pagare un tributo con la propria malattia psichica, generata dall’alienazione religiosa. È un cane che compulsivamente si morde la coda.

     

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    Certo si potrebbe anche credere, come fa Vasco Rossi, alla psichiatria organicista, che, secondo lui, con un miscuglio di psicofarmaci e droghe, crea una “medicina” capace di dargli un equilibrio psichico e allo stesso tempo lasciare inalterata la sua creatività e magari anche la gioia di vivere. Con questi assunti dogmatici si potrebbe anche pensare che se è la chimica del corpo che fa la malattia che toglie creatività all’artista, deve essere giocoforza la chimica a produrre creatività. E chimica extracorporea significa droga, alcool, psicofarmaci, allucinogeni ecc. vale a dire tutto ciò che uccide il corpo e la mente più o meno lentamente, con la ‘promessa’ della creatività.


    Sicuramente c’è già qualche industria farmacologica che sta pensando di pubblicizzare la “pillola della creatività”; d’altronde lo hanno fatto con la “pillola del desiderio”, il Viagra, e con le “pillole della felicità” vale a dire con gli psicofarmaci. Perché la logica è logica! Sei depressa perché tuo marito ti umilia? Non c’è bisogno di separarti da quello stronzo, perché andare ad agire sulla causa del sintomo? Troppo faticoso, vero? Prendi il psicofarmaco “Belmaritin” e vedrai che, nonostante il coniuge psicotico, sarai sempre bella, euforica e pimpante.

    Forse, ancor oggi, le dediche degli autori stampate sulle prime pagine dei libri per ringraziare questo o quell’amico, questa o quell’amante, sono solo un pretesto per fare a metà di oneri e onori: i primi forse meno fastidiosi dei secondi. La gloria a volte può essere molto pericolosa visto che è causa di quell’infelicità che ha distrutto e continua a distruggere la vita di poeti e artisti… poeti e artisti che non hanno saputo tenere a bada nemici esterni e sconfiggere il “nemico interno”.


    20 gennaio 2012

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