• Camus: ‘l’assurda’ joie de vivre

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    Picasso, La joie de vivre – 1946

     di Gian Carlo Zanon

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    «Ho sempre avuto l’impressione di vivere in alto mare, minacciato, nel cuore di una felicità da re» L’Etè – Il mare da più vicino

    Albert Camus

    Ci si trova, a volte, di fronte a opere d’arte apparentemente incomprensibili di cui si rimane affascinati in un oscuro vincolo, un legame che dura nel tempo. Pensiamo ad alcuni film di Antonioni; pensiamo a Deserto rosso. Opere d’arte, come questa citata, nascondono un mistero, un segreto, forse sconosciuto allo stesso autore, che si svela lentamente, avec le temps.

    In opere artistiche come queste, l’autore, più o meno consapevolmente, non cerca una comunicazione immediata con l’altro da sé, cerca di realizzare le proprie immagini interne e, rendendole percepibili, chiede una  profonda dialettica. In questa libera espressione l’artista esprime soprattutto il proprio pensiero inconscio, esprime quel sé stesso invisibile. In questi rari casi l’opera d’arte diviene linguaggio universale. Una di queste opere è Lo straniero di Albert Camus. In questo testo ogni pagina, ogni frase rivelano ben di più del significato letterale che esse propongono; all’interno del linguaggio vi è il pensiero dell’autore, il proprio ritmo, il proprio suono, le proprie domande.

    Quest’anno si celebra, troppo silenziosamente, il cinquantenario della scomparsa di Albert Camus. La nemesis storica, lentamente, sta riparando agli inganni culturali che hanno sfregiato la sua immagine. La crescente fortuna delle sue opere continuamente ristampate in decine di lingue diverse, in ogni parte del mondo, gli ridanno ciò che non gli è stato riconosciuto in vita, soprattutto dalla cultura francese tutta presa a glorificare intellettuali come Marcuse, Foucault o un Sartre, collaborazionista dei nazisti durante l’occupazione, ma pronto a saltare sul carro dei vincitori quando i francesi, nell’agosto del ’44 liberano Parigi. Ma si sa, il tempo è galantuomo e immerge nell’oblio questi grigi personaggi. L’opera di Camus ha ben altro respiro. Essa è legata al suo modo di essere: Camus non faceva mai la differenza tra l’opera, la vita, e la persona.

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    La sua storia é la storia di una lotta continua; la sua biografia è costellata da continue ribellioni, partendo da quando lascia il partito comunista al quale aveva aderito solo tre anni prima “con molte riserve e poca fede”. Nel 1937 il Partito Comunista Francese, i cui ideali avrebbero dovuto essere quelli dell’uguaglianza proclamata durante la Rivoluzione francese, espulsero, quelli che, secondo loro, non erano uguali. I comunisti francesi delle colonie, sobillati da Stalin, si erano trasformati in colonialisti, e quindi in razzisti, ed avevano cacciato gli Arabi iscritti al partito. Certamente a Camus, sin dalle elementari, nelle scuole dei colonialisti francesi, gli avranno insegnato che gli Arabi non erano esattamente esseri umani come loro.

     

    Al piccolo Albert insegnavano che loro, i Francesi, li avevano colonizzati per esportare quell’eguaglianza che avevano avuto in eredità dai padri della rivoluzione che ha cambiato il volto dell’Europa occidentale. Ma forse quell’immagine di rivoluzione era solo una maschera vuota. Certamente, al piccolo Albert, avranno insegnato gli ideali della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fratellanza, ma, sicuramente, gli avranno anche detto che per essere liberi, uguali e fratelli si deve appartenere alla razza bianca, meglio se francese. Probabilmente Camus, sin da piccolo, per non essere travolto da questa tremenda credenza, da questa negazione mortale che distorce l’immagine dell’altro, aveva salvato qualcosa di sé. Qualcosa di molto profondo e prezioso.

     

    Eppure quest’uomo che nell’immediato dopoguerra era un semidio per i parigini che leggevano i suoi articoli, le sue opere letterarie e andavano a teatro a vedere le sue opere, interpretati da grandi attori come Maria Casarés, Gérard Philipe, Pierre Brasseur, Marcel Marceau, aveva iniziato la sua esistenza in modo miserabile. «Fui posto a metà strada tra la miseria e il sole» scrive nel Rovescio e il diritto. Per il sole, le coste mediterranee algerine; per la povertà, un padre ucciso nelle Ardenne all’inizio della prima guerra mondiale, e una madre spagnola, catalana delle Baleari, analfabeta e quasi completamente sorda. Miserabile tra i miserabili, egli non pensò mai di essere padrone di nessuno come invece credettero gli altri pies-noires nella sua stessa condizione.

     

    Camus ha esercitato per anni, con la ‘complicità’ di questa madre silenziosa, il linguaggio muto delle sensazioni e degli sguardi che dicevano dell’esistente e del suo senso. Quel linguaggio del silenzio poi diverrà pensiero verbale intenso e certo come le sue decisioni politiche; poi diverrà parole che non possono mentire perché nascono già gravide di senso: «Ho cercato in particolare di rispettare le parole che scrivevo, giacché, per mezzo di esse, rispettavo coloro che le potevano leggere e che non volevo ingannare. (…) Dai miei primi articoli fino al mio ultimo libro io ho tanto, e forse troppo scritto, solo perché non posso fare a meno di partecipare alla vita di tutti i giorni e di schierarmi dalla parte di coloro chiunque essi siano, che vengono umiliati e offesi. (…) mi pare che non si possa sopportare quest’idea, e colui che non può sopportarla non può neppure addormentarsi in una torre. Non per virtù, ma per una sorte di intolleranza quasi organica, che si prova o non si prova. Da parte mia ne vedo molti che non la provano, ma non posso invidiare il loro sonno. » Quindi, secondo Camus si deve:«…parlare, secondo i nostri mezzi, per coloro che non possono farlo.» La difesa di chi è ‘muto’, perché non ha la possibilità di giungere al pensiero verbale della ribellione e di farsi ascoltare, diviene per Camus un imperativo categorico. Di questo suo modo di essere e di pensare egli era ben cosciente. Camus per sua natura, per l’onore, come egli chiamava la propria immagine interna, ha sempre ‘dovuto’ stare, fuori dalla torre d’avorio ideologica che parla con il gergo diaccio della ragione per annullare la realtà umana dell’altro da sé. E tutto questo egli lo faceva per vivere la realtà vera e quindi politica, per affermare l’io altrui non come oggetto ma come altro soggetto da sé con il quale fare una dialettica.

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    Alle radici dell’assurdo

    Quando Camus parla di questa «sorte di intolleranza quasi organica, che si prova o non si prova.» dice anche della solitudine scelta per l’impossibilità di aderire a qualcosa che gli ripugna e che fa nascere dentro di sé la ribellione. Una ribellione che non scaturisce da una reazione puramente mentale ma da ‘qualcosa di organico’. Egli,  nel suo L’uomo in rivolta,  intuendo il “no” inscritto nel rifiuto, scrive: «cos’è un ribelle? Un uomo che dice no». Camus, senza pronunciarlo, accenna al rifiuto, che lo fa allontanare dagli altri , da coloro che sono stati amati sino ad un momento prima. Parole che trascinano alla mente la Teoria della nascita di Massimo Fagioli, lo psichiatra che, avendo scoperto la pulsione di annullamento, che fa il vuoto e l’anaffettività, ha dato anche un volto al rifiuto. Massimo Fagioli, La marionetta e il burattino, Premessa alla quinta edizione:«Quell’allontanarsi strano che faceva perdere l’amore degli altri e il proprio amore per gli altri, faceva perdere la speranza della soddisfazione del desiderio. L’allontanarsi pericoloso che nel rifiuto informe e ignorante poteva mettere il veleno dell’indifferenza che mi avrebbe fatto morire.»

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    Camus è sempre stato definito, troppo frettolosamente, “il filosofo dell’assurdo”. Definizione che non dice assolutamente nulla. Egli, negli anni ‘30, giornalista di cronaca, aveva frequentato i tribunali penali. Forse è in quei luoghi di tragedia, dove ‘l’assurdo’ si manifesta assumendo corpo e immagine, che inizia a chiedersi i motivi che possono spingere un essere umano ad uccidere un suo simile. Certamente comprende che in quei delitti, così efferati, c’è qualcosa di strano, qualcosa di invisibile che chiamerà ‘assurdo’. Per Camus l’assurdo ha la propria matrice nel nichilismo, nel ‘fare il nulla’, vale a dire la pulsione di annullamento, che determina, in modo delirante, la non esistenza dell’altro facendo perdere, a chi la agisce, il rapporto profondo con la realtà umana. È la pulsione di annullamento, che è, essere per la sparizione dell’altro, che fa diventare gli esseri umani ‘assurdi’, cioè anaffettivi. Certamente Camus comprende che per uccidere un essere umano bisogna prima averlo ‘ucciso’ psichicamente ma anche, simultaneamente, aver ‘ucciso’ l’umano dentro di sé; essere morti dentro. Nelle Lettere ad un amico tedesco, scritte tra il ’43 e il ’44, ad un immaginario amico tedesco, diventato nemico per aver perduto la propria essenza umana, Camus afferma l’esistenza della morte psichica nei nazisti, ma, anche, l’esistenza di immagini interne capaci di non far perdere, a chi ancora le possiede, un’umanità originaria non perversa: «Così, in mezzo ai clamori e alla violenza tentavamo di conservare nel cuore il ricordo di un mare placido, di una collina indimenticabile,, il sorriso di un volto caro. Era, infatti, la nostra arma migliore, quella che mai riporremo. Perché se un giorno la perdessimo, allora saremmo morti come voi».

     

    La sua domanda, gridata nel deserto, sull’assurdo esistere senza essere realmente umani, Camus, la esprimerà nei suoi saggi e la rappresenterà nelle opere letterarie e teatrali. Questo suo pensare alla realtà umana che ha serbato: «… nel cuore il ricordo di un mare placido»  e a ciò che viene perduto, uccidendone la memoria, ha dato vita a tutta la sua opera.

    Camus, lo scrive Jean Daniel, ha sempre fatto una lotta accanita contro «il nichilismo matrice dell’assurdo». Ma cos’è ‘l’assurdo’ , ciò che per Camus era «… un male dello spirito allo stato puro?» Che senso ha per lui questa parola che come primaria accezione significa dissonanza, stonatura, discordanza? Ne Il mito di Sisifo, dove egli affronta questa « … sensibilità assurda che possiamo trovar diffusa nel secolo … »   egli  afferma:«… in un universo subitamente spogliato di illusioni  e di luci, l’uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio,  perché privo di ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa».

    Egli scrive nelle pagine de L’homme revolté: «Si notre temps admet aisément que le meurtre ait ses justifications, c’est à cause de cette indifférence à la vie qui est la marque du nihilisme.» «Se il nostro tempo ammette l’omicidio e le sue giustificazioni, è a causa di questa indifferenza per la vita che è il marchio del nichilismo.» e indifférence per la vita umana che porta al nichilismo” non può che essere tradotto dalla parola “anaffettività”. Anaffettività che porta alla dissociazione.

    E se per Camus ‘l’assurdo’ significasse dissociazione? Dissociazione che si manifesta nell’anaffettività perché l’uomo viene ‘spogliato dai ricordi e dalle speranze’? Quella dissociazione che egli vedeva scaturire dal razionalismo di cui è sempre stato diffidente? Sono domande che non avranno mai risposte certe, ma si può dire che egli avesse per lo meno intuito come la ragione, escludendo l’irrazionale dalla realtà umana, potesse far deragliare le idee apparentemente ‘logiche’ in deliri tragici come l’influenza dell’esistenzialismo di Heidegger sul nazismo e il materialismo di Marx nello stalinismo. Scrive Roger Granier nella sua introduzione alle Opere: «Camus non ha tuttavia, come sostiene Sartre “una ragione secca e contemplativa alla francese”.

    Egli si distingue, invece, per la diffidenza nei confronti del razionalismo. Ciò è evidente soprattutto nell’Uomo in rivolta, in cui egli mostra come l’eccesso di logica abbia fatto deviare i pensieri più generosi per giungere a sistemi politici mostruosi, a quello che egli chiama nichilismo.»


    E Sartre: «Camus non è un esistenzialista. Benché faccia riferimento a Kinkegaard, a Jaspers e a Heidegger, i suoi veri maestri sono i moralisti francesi del XVII secolo. È un classico, un mediterraneo. (…) Non esiste per me un assurdo come lo intende Camus. Quello che io chiamo assurdo è qualcosa di molto diverso: è ciò che esiste di ingiustificabile, di dato, di sempre originario». Ed è a questa idea dell‘assurdo’, che Sartre definisce “di dato, di sempre originario”  cioè di, inscritto negli esseri umani come destino ineluttabile sin dalla nascita, che Camus si ribella. Nei suoi scritti si sente sempre il suono nostalgico dell’innocenza primaria; egli non pensa, lo si evince da tutta la sua opera, che l’uomo nasca con un qualche peccato originale, o “la malattia mortale” come credeva Kinkegaard, con qualcosa “di sempre originario” come credeva Sartre.

     

    Come è stato prima accennato, la parola assurdo ha la sua origine etimologica nel fonema absurdus, che significa dissonante, stonato, ma anche incongruo e, estensivamente, senza senso. L’assurdo per Camus, è qualcosa nell’essere umano di cui egli intuisce la presenza ma che non sa definire; qualcosa che, pur presente, a volte in modo palese in alcuni esseri umani, non è umano; quindi qualcosa di non dato, di non originario. Questo è l’assurdo, il disumano al quale egli non sa dare un nome, né sa da dove nasce, ma contro il quale si ribella con la sola possibilità che hanno avuto sempre gli artisti: l’arte della rappresentazione:«Io traggo dall’assurdo tre conseguenze: la mia rivolta, la mia libertà e la mia passione».

    Ciò che egli chiama assurdo occupa gran parte della sua riflessione filosofica;  ne Il mito di Sisifo egli cerca di definire l’assurdo confrontandosi e rifiutando l’esistenzialismo che, con Kinkegaard, parla della vita come ‘malattia mortale’ e della disperazione di non poter tornare al nulla, vale a dire del nichilismo. Camus ha sempre lottato contro il nichilismo, contro l’istinto di morte (4) contro questa volontà di ‘fare il nulla’, in termini psichiatrici contro la pulsione di annullamento, senza però arrivare a conoscerlo.  Cos’era in realtà ciò che egli chiamava assurdo, a volte in modo discordante, Camus non lo sapeva, sapeva solo rappresentarlo. È come se l’intuizione, mai giunta alla verbalizzazione, dell’esistenza nell’uomo, psichicamente malato, dell’assurdo ovvero del non essere che crea l’anaffettività, fosse per Camus una ‘ossessione’. Il personaggio di Stepan nel dramma I giusti, già prefigurava il ribellismo nichilista, ben presente nell’esistenzialismo, che molto influenzerà le ideologie imperanti del sessantotto e la sua appendice terroristica .

    Rappresentazione de I giusti

    Questi suoi pensieri sull’esistenzialismo, che avevano dato vita, con  Meursault, alla personificazione dell’assenza che nega la realtà psichica dell’altro da sé, è quindi presente anche nei suoi drammi scritti e rappresentati nei teatri di tutto il mondo. Nella sua tragedia Il malinteso mette in scena l’orrore dell’anaffettività del burattino ribelle. Scrive Guido Davico Bonino:« (nell’opera di Camus) il ribelle esistenziale,  esprime il suo rifiuto delle leggi della convivenza civile attraverso una serie quasi coatta di omicidi,  che si ostina a commettere in nome di una passione dominante, anzi ossessiva».Il problema che si pone, in modo delirante, la protagonista del dramma, è sul peso di colui che andrà a buttare nel fiume, e, che, tutto sommato: «Uccidere è molto faticoso». Nel suo dramma I giusti, Camus opera una rivisitazione de I demoni di Dostoiyevski, rappresentando il ribelle nichilista che ha perduto ogni barlume di umanità, e che, in nome della Rivoluzione e dell’Organizzazione, è pronto ad uccidere anche dei bambini:«Stepan. Non ho il cuore abbastanza tenero per queste sciocchezze. Il giorno che ci decideremo a dimenticare i bambini, allora sì che saremo padroni del mondo e che la rivoluzione trionferà ».

    Parlando della tematica che gli è cara, il rifiuto del terrorismo sempre e comunque, Camus scrive: «Si può uccidere un altro se non astraendo? Impossibile uccidere un uomo in carne e ossa … si uccide l’autocrate (il tiranno).» Tornano in mente le parole della terrorista Faranda, la quale dichiarò di essersi resa conto che i poliziotti, che doveva ammazzare, erano esseri umani, solo quando li vide mangiare un panino in un bar. Camus da Dostoiyevski, suo raro maestro, apprende la lezione della sacralità della vita umana e la supera, da ateo, andando ben al di là del comandamento biblico, ‘non uccidere’; ben oltre la maschera della  morale cristiana della quale aveva visto in volto deturpato venuto palesemente alla luce nella sua realtà più tragica: concordato con Mussolini nel ’29, concordato con Hitler nel ‘33, appoggio incondizionato a Franco nella guerra civile spagnola. Negli anni che precedono e seguono la tragedia della guerra, il rifiuto dell’assurdità del disumano diviene ribellione e quindi riflessione sulla mostruosità delle ideologie, divenendo, poi, rappresentazione artistica, letteraria e scenica.

     

    L’uccisione della sorella dell’usuraia in Delitto e castigo e la morte degli innocenti uccisi dalle bombe nichiliste dei terroristi nei Demoni, si riflettono nelle sue opere teatrali I giusti e Il malinteso, ma anche nel protagonista de Lo straniero che uccide un essere umano “perché abbagliato dal sole”. Ma per Camus, contrariamente a Dostoievski, non c’è né peccato, né castigo, né perdono, né redenzione; per lui c’è solo l’assurdità del non umano che porta alla soppressione di esseri umani in modo psicotico. E, per Camus, la morte di un essere umano è sempre un assurdo contro cui ribellarsi. Durante la guerra d’Algeria pur essendo contrario alla violenza colonialista,  rifiuta il terrorismo e non giustifica l’assassinio di civili innocenti compiuti dai ‘patrioti’ dell’FLM, anche se questo lo renderà inviso alla sinistra manichea francese guidata da Sartre il quale, con comode forzature ideologiche e senza dare peso e senso alla vita umana, plaudiva alle bombe dei terroristi che uccidevano centinaia di bambini, donne, uomini, colpevoli solo di trovarsi nel luogo delle esplosioni. Sartre, al contrario, legittimava le morti degli innocenti civili massacrati dalle bombe nelle città di Algeria durante il terrorismo; per lui, come per Stepan de I giusti, tutto era permesso: nell’ideologia, come nella ragion di stato, il fine giustifica i mezzi.

     

    camus2

     

    Ma è nel romanzo Lo straniero che Camus affronta, a suo modo, da artista, ‘l’assurdo’. Il protagonista, del suo romanzo, Meursault, è la rappresentazione dell’anaffettività che porta all’assenza di rapporto profondo con l’altro da sé. Per sua stessa affermazione i personaggi di Camus sono miti incarnati, sono immagini/pensieri che vengono rappresentati: Meursault non è dichiaratamente un esistenzialista, egli è la rappresentazione dell’esistenzialismo. Meursault, come Achab del Moby Dick non è un uomo reale, entrambi i personaggi sono la rappresentazione di qualcosa di invisibile e ‘assurdo’ che, a volte, si palesa, in alcuni esseri umani, e che gli artisti, e Camus si è sempre definito artista, hanno sempre inconsapevolmente evocato, forse, per cercare risposte a ciò che hanno ‘visto’, sentito, intuito, ma non decifrato: la pulsione di annullamento, cardine fondamentale della Teoria della nascita di Massimo Fagioli. Pulsione di annullamento che porta alla delirante sparizione dell’essenza umana e al delirio: “Moby Dick è il demonio” urla Achab. Camus dal suo rifiuto, “quasi organico”, all’esistenzialismo, crea un personaggio, Meursault, il quale, come direbbe Heidegger, ha un ‘progetto di esistenza’: essere per l’assenza. L’assassinio del ragazzo sulla spiaggia assolata, lo sparo, quel «rumore secco e insieme assordante» rompe un equilibrio precario: «Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno». Equilibrio che Meursault si era costruito pezzo per pezzo come una muraglia: ogni pulsione di annullamento è un brick in the wall, una ‘muraglia assurda’ ed invisibile che lo separava dagli altri donandogli quella parvenza di pace, quell’atarassia tanto agognata. Meursault, dopo il primo sparo, con rabbia scarica l’arma addosso ad un essere umano, colpevole di avergli fatto fallire il suo progetto di esistenza. Esistenza nel senso etimologico: ex-sisto, star fuori, essere straniero nel mondo.

    Per Camus Meursault è uno schermo dove le immagini, che si snodano nel racconto del protagonista, vanno man mano accampandosi mostrando tutta l’assurdità dell’esistere senza essere, senza identità umana, escludendo gli affetti, anche il senso dell’amore per una donna: «Un momento dopo (Maria) mi ha domandato se l’amavo. Le ho risposto che era una cosa che non significava nulla».  Il protagonista, narrando di sé, ci fa vedere ciò che accade intorno a lui, come su uno schermo piatto … staccato da sé stesso; in lui non c’è mai qualcosa di veramente autentico, mai un rifiuto, una scintilla di passione che riverberi un’essenza interna; ci sono solo accadimenti, proiettati sul nulla, come seguendo un copione già scritto, un teatro mundi personale che nega la possibilità di un rapporto profondo con gli esseri umani. L’interesse per gli esseri umani non è previsto dal regista.

    Solo nel finale Meursault esce dall’assenza, quando pone un rifiuto fermo al prete che vorrebbe salvargli l’anima; ma probabilmente è Camus, con la sua passione, che è voluto entrare per un attimo nel personaggio, forse per affermare l’impossibilità umana ad essere completamente anaffettivo e quindi pazzo. E, solo in quel momento, si vorrebbe stare accanto a lui e sbattere contro il  muro quel prete, scisso fino al manierismo – splendido il resoconto delle azioni innaturali del sacerdote – , e urlare no alle sue false verità. Ma in quel finale il  Meursault del romanzo non c’è quasi più.

     

    Ma oltre all’artista è vissuto anche un Camus giornalista di prima linea. In uno splendido libro, Resistere all’aria del tempo, uscito da qualche mese, Jean Daniel da l’immagine di un uomo, che «… lotta contro il proprio tempo, che è poi il tempo del colonialismo, dei totalitarismi e del terrore». Daniel, per molti anni amico e collaboratore di Camus, in questo suo libro racconta il coraggio dell’amico e la sua forte personalità. Egli narra, il proprio sconcerto nel vedere come Camus: «…  fosse stato capace, così giovane e con tanta facilità, di trovare la forza di opporsi a tutti, anche ai suoi amici, osando indignarsi, e con quale superbia, perché si arrivava a salutare l’esplosione della bomba di Hiroshima con entusiasmo incondizionato. (…) In cosa consistesse la solitudine di quel grido e il coraggio non comune di esprimerlo, allora, pubblicamente, richiede un’attenta considerazione.»  Qualche tempo dopo Daniel chiedeva a Camus le ragioni che lo avevano spinto a quel rifiuto che lo aveva allontanato anche da coloro che egli amava ed ammirava: «La mia domanda precipitò l’ex editorialista di Combat in un abisso di riflessione silenziosa: ricostruiva le condizioni della solitudine passata nel tempo dell’articolo di Hiroshima. E finì per rispondere con convinzione grave e al contempo esaltata. Mi disse che accade di sentir nascere, nel più profondo del cuore, un’evidenza che non è quella degli altri, insomma, un’evidenza contraria all’aria del tempo. Ma forse, aggiunse mentre sembrava trovare lentamente la propria verità, l’intellettuale deve essere innanzi tutto un uomo che sa resistere all’aria del tempo.»  Forse si può pensare a ciò che Camus definisce evidenza come ad un vago sentire del corpo che poi, con il pensiero verbale,  giunge alla certezza dell’essere.

    Daniel ci svela anche un Camus solare: «La grandezza di Camus consiste nell’aver unito un’inflessibile etica a un’esauribile capacità di felicità, di vivere a fondo la vita come un ballo popolare o una solare giornata marina, pur nella sua tragicità guardata in faccia, rifiutando ogni morale che reprima la gioia e il desiderio». Questa frase, di Jean Daniel, fa pensare ad un’opera di Picasso, La joie de vivre dipinta nel 1946. Questo baccanale au bord de la mer, è la più significativa e la più poetica fra tutte le opere realizzate dall’artista ad Antibes. È una memoria artistica che ricrea il rapporto di Pablo Picasso con Françoise ed è un omaggio all’immagine femminile, che nel ritratto è la figura centrale. L’opera esprime la memoria della gioia di vivere nel rapporto con la donna “senza zone d’ombra“ scrive nel catalogo della mostra di Venezia del 2007 Christine Vincendeau. Per Albert, come per Pablo, l’adesione alla joie de vivre è totale ed è questo rifiuto dell’assurdo, che lo redime totalmente dall’esistenzialismo.

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    Camus sapeva, lo scrive soprattutto ne L’estate, di aver dentro di sé un patrimonio inestinguibile di umanità; umanità che per Camus si traduceva in realizzare la propria identità dando la possibilità ad altri, sconosciuti di realizzare la propria, e quindi: «… parlare, secondo i nostri mezzi, per coloro che non possono farlo.» vale a direuna continua riflessione sulla condizione umana, una continua ribellione contro l’ingiustizia. Camus possedeva un ‘sapere certo’, dato delle sensazioni del corpo delle quali egli aveva un’estrema fiducia e sulle quali basava anche la propria identità di uomo pubblico; egli sapeva che questo sua immagine interna andava custodita come una pietra preziosa. Da Ritorno a Tipasa: «… a Tipasa riscoprivo che bisognava conservare in sé intatte una freschezza, una sorgente di gioia, amare la luce che si sottrae all’ingiustizia, e con questa luce conquistata tornare a lottare (…) Imparavo finalmente, nel cuore dell’inverno, che c’era in me un’invincibile estate.»

     

    Camus gioca con delle amiche sulla spiaggia

     

    Una cosa che si può criticare a questo grande artista della parola è il suo pensiero/linguaggio della parte ‘filosofica’ della sua opera. Sia ne L’uomo in rivolta, che ne Il mito di Sisifo, la sua espressione linguistica, che nei ‘saggi’ solari de L’estate è piena di pathos  mediterraneo, a contatto con la filosofia, si intiepidisce, diviene troppo concettuale, a volte incomprensibile. Ma, forse, si può affermare, che è quasi impossibile, quasi, parlare di realtà umana e del suo farsi nel mondo, senza utilizzare il lessico della ragione; comunque sia, nei saggi filosofici, il suo splendido linguaggio, non esce indenne dalla concettualizzazione razionale.

     

    Può sembrare assurdo ma Camus per parlare di realtà umana, deve raccontare del suo sentire, utilizzando l’espressione poetica che gli è propria, come ne Il mare da più vicino:«Sono cresciuto sul mare e la povertà mi è stata fastosa, poi ho perduto il mare, tutti i lussi mi sono sembrati grigi, la miseria intollerabile. Da allora aspetto. Aspetto le navi del ritorno, la casa delle acque, il giorno limpido».

    Il 4 gennaio, del 1960, Camus muore in un incidente d’auto a un centinaio di chilometri da Parigi; su quell’automobile non doveva salire; nelle tasche aveva il biglietto del treno; al volante c’era Michel Gallimard, nipote del suo editore, che muore cinque giorno dopo all’ospedale.

    Albert Camus, ne Il mito di Sisifo, scriveva: «Giudico dunque che quella sul senso della vita è la più urgente di tutte le domande». E, a volte, ci si chiede cosa sarebbe accaduto se egli avesse incontrato qualcuno capace di rispondere pienamente alle sue cocenti domande sul senso dell’esistere e sulla realtà dell’identità umana. Camus diceva: «La rivolta consiste nell’amare un uomo che non esiste ancora». Forse sapeva, sperava, che prima o poi quell’uomo e quella donna sarebbero nati.

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    Lo sapeva perché nei suoi taccuini teneva nascosta un’immagine femminile inafferrabile che si affacciava al mondo degli uomini: «Avrei voluto fermarla nel tempo, a quel giorno già lontano delle Tuileries in cui essa mi veniva incontro, con la gonna nera e la camicia bianca con le maniche rimboccate sulle braccia dorate, i capelli sciolti, il piede snello e il viso nobile».

     aprile 2010

    Camus con Francine

     

    (1)  Leggi il suo discorso per l’accettazione del Nobel

    © Questo articolo è stato pubblicato nel mese di gennaio 2011 nel numero 3 della rivista Poeti e Poesia

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    • …molto bella e più che bella… affascinante questa “ricerca” su Camus ricca di citazioni, spunti e riflessioni.
      Senza la teoria della nascita di Massimo Fagioli e la scoperta della pulsione di annullamento (….confesso: …sono anaffettivo e/o ho paura di essere anaffettivo, ma forse chi o coloro che hanno “paura” di essere anaffettivi in fondo non lo sono!? …così!) che cosa sarebbe la letteratura (… anche quella di Camus) se non un tentativo fallito di superare e ribellarsi alla stessa pulsione di annullamento!?

    • grazie Gian Carlo..che rompi il silenzio. Avrò cura di questo tuo prezioso lavoro.
      Rosa

      • Grazie Rosa, è un lavoro a cui ho dedicato mesi e molti pensieri e di cui vado fiero. Finora nessuno, che io sappia, aveva cercato di capire il significato che Camus dava alla parola assurdo. Penso anche che senza la chiave interpretativa della teoria di Fagioli sarebbe stato vano cercarne il significato. Ora sto facendo un lavoro su una serie di otto suoi articoli raccolti sotto il titolo di “Né vittime né carnefici” in cui Camus tenta una strada nuova che passi tra la libertà individuale e l’uguaglianza tra esseri umani. Punto in cui sono naufragate le ideologie nate nell’ottocento. Anche qui Camus cercava, come ne L’homme Révolté la strada verso una società più umana in cui le esigenze dell’individuo non urtassero contro muri ideologici. Come ho cercato di spiegare nell’articolo Camus si trovava di fronte qualcosa per lui incomprensibile che scorgeva in alcuni esseri umani. Tutti ripetono, senza leggere, che Meursault, il protagonista de “Lo straniero”, spara quattro colpi contro il ragazzo algerino. Ma non è così. Meursault spara un colpo istintivamente per difendersi, poi, dopo aver infranto il velo che lo separava dal mondo degli umani, gli scarica addosso il caricatore della pistola. Lì in quel gesto assurdo dobbiamo affondare la ricerca sulla realtà umana, senza la quale ogni tentativo di creare una società giusta per tutti è impossibile.

        Scusa mi sono fatto trascinare … quello che hai scritto mi da … mi da molto, moltissimo. Grazie Rosa.

        Gian Carlo

    • leggerti mi da sempre qualcosa di buono..riprendere utilizzando nuove chiavi di lettura. chissà se mai troverò il tempo di approfondire e attenuare un po quel senso di ignoranza. e allora vengo qua e ci sono ogni volta che mi è possibile. un abbraccio al cuore e grazie ancora

      Rosa

    • Introduco arbitrariamente un commento di Ivana Cenci,
      studiosa e traduttrice di Albert Camus, che con questo suo commento, da lei postato su Tellusfolio http://www.tellusfolio.it/index.php?comandoindex=commento&valcommento=2&did=12243
      ringraziandola per la sua attenzione che ha arricchito il mio piccolo saggio.
      G.C.Zanon

      Ringrazio il Sig. Gian Carlo Zanon, per l’approfondimento offerto dall’articolo incluso nel suo blog e curiosamente intitolato “l’assurda joie de vivre”.
      La redazione mi ha fatto pervenire la sua notizia e, come può vedere, l’ho raccolta e continuerò a farlo.
      Che Camus abbia avuto sempre l’impressione di vivere in una dimensione al di sopra dell’ordinaria quotidianità in cui era immerso è quanto mai plausibile, poi che tutto in lui, e per lui, fin dalla nascita è stato fuori dell’ordinario, e in tal senso e modo ha condotto tutta la sua esistenza, percorrendo strade ed esperienze incredibili, in maniera unica e irripetibile, ascoltando quella voce interiore che, di fronte ai compromessi e alle miserie morali gli ha sempre fatto sentire, irrinunciabile, l’urgenza di denunciare e dire NO.
      Rimanendo solo di fronte alla verità, con la forza travolgente della passione che lo animava e la chiarezza e il senso di responsabilità con cui ha affrontato le questioni esistenziali, articolandole come pochissimi intellettuali, suoi contemporanei e non, hanno saputo fare. Quest’uomo, che ha iniziato un’esistenza visibilmente tanto miserabile, non solo ha saputo salvare qualcosa di sé molto profondo e prezioso, ma ha anche ha saputo parlare per coloro che non possono farlo, formulare pensieri, assumere posizioni e proporre soluzioni così eloquenti e intrise di umanità e consapevolezza, che nella società attuale, avvezza all’indifferenza e all’appiattimento morale, possono apparire perfino inverosimili. Credo che chi ha gli strumenti per farlo, sia bene raccolga l’urgenza di parlare e prendere posizione.

      Ivana Cenci

    • Complimenti per l’acutezza e l’eleganza dell’analisi.

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