• Bartolomé de Las Casas. La distruzione delle indie occidentali

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    ISTORIA

    ò Brevissima Relatione

    DELLA DISTRUTTIONE

    dell’Indie Occidentali

     

    Di Monsig. Reverendiss.

     Don Bartolomeo dalle Case, ò Casaus, Sivigliano dell’Ordine

     de’ Predicatori; & Vescovo di Chiapa.

     

    Conforme al suo vero Originale Spagnuolo già stampato in Siviglia.

     

    Tradotta in Italiano dall’Eccell. Sig. Giacomo Castellani,

     già sotto nome di Francesco Bersabita.

     

    Al Molt’Ill.re, & Ecc.mo Sig.re Sig.r mio Col.mo Il Sig.

    Nicolò Persico


     IN VENETIA Presso Marco Ginammi, M DC XLIII.

     

    Con Licenza de’ Superiori, & Privilegio

     

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    Molt’Ill.re, & Ecc.mo Sig.re Sig.r mio Col.mo

     

    Le lodi date da V. S Eccellentiss. all’Opera di Mons. Il Vescovo di Chiapa, m’obligano nella ristampa à publicare sotto al suo glorioso nome la  presente Relatione di questo celebratissimo Autore: Vengo anco in ciò necessitato da un debito, ch’io conservo nel cuore di far note al Mondo  con l’eternità dei caratteri le mie infinite obligationi. Sò, che al merito di V. S. Eccelentiss. Vi vorrebbero altre espressioni, ma non mi vengono dalla Fortuna permessi altri mezzi, che quelli  della mia professione. Aggradisca la sua benignità  questa mia humilissima dichiaratione, che  proviene da un’animo tutto ossequio, e tutto divotione. Doverei veramente (secondo il costume di  coloro, che dedicano) celebrare la Città di Belluno sua famosissima Patria, Madre feconda  d’huomini singolari nell’armi, e nelle lettere, della quale V. S. Eccellentiss. è al presente degnissimo Nuncio. Doverei encomiare la nobiltà del la sua nascita, la singolarità delle sue virtù,  mentre con commune applauso rappresentando la sua P atria si rende ammirabile nel Foro.

     

    Doverei inalzare le prerogative di Monsig. Illustriss. Abbate suo fratello vera Idea d’un’ottimo  prelato; ma non è di dovere, ch’io pregiudichi alle loro grandezze, co’l scemar loro i pregi con una  lode di gran lunga inferiore. Le cose Grandi s’esprimono, e si riveriscono maggiormente nel  silentio. Sappia solamente il Mondo, ch’io mi glori o della servitù contratta con la sua Nobilissima  casa, con che resto

     

    Di V. S. M.to Ill.re, & Eccell.ma Divotiss. & Obligatiss. Servitore.

     

    Marco Ginammi.

     

    Di Venetia. Il Primo del 1643

     

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    Dell’utilità

    Di questa Istoria

    * *

    ai lettori

     

    Non diede alle stampe Monsignor il Vescovo di Chiapa la presente Istoria per diletto; mà perché se ne cavasse utilità. Et io, che l’hò tradotta, non mi hò proposto, se non l’istesso fine. Egli  nel comporla hebbe mira alla semplice, e nuda verità de’ fatti senza curarsi di metodo, ò di eleganza  alcuna: & io nel tradurla hò voluto seguire la sua simplicità, non allontanandomi à pena dalle sue  parole. Questo sia per iscusa, e di lui, e di mè, se nell’originale, e nella traduttione non si vederà quell’ornamento di dire, che da’ curiosi pare, che  sommamente sia desiderato; anzi tal’hora si troveranno molte voci improprie, molte costruttioni barbare, & altri difetti assai. Chi dunque  leggerà quest’opera non si fermi à ponderar le parole; mà consideri attentamente l’importanza delle  cose. Questa è la più tragica e la più orribile Istoria, che da occhi, humani, nella grande scena del  Mondo, fosse veduta giamai. Ella commoverà per certo, in chi non haverà il core più duro, che di  macigno, ò per meglio dire, in chi non l’haverà cosi fatto, come l’hebbero i distruttori dell’Indie,  commiseratione, e terrore infinito; e da questi affetti potrà ciascuno ricevere singolar profitto.

     

    Vederanno i Sommi Pontefici, come sotto il pretesto delle giuste concessioni, da’ loro predecessori fatte alli Rè di Castiglia, acciocché procurassero la conversione de gli Indiani alla fede di Christo, per riempire le sedie vacanti del Cielo, siano state precipitate migliaia, e millioni d’anime nel baratro dell’Inferno.

     

    Impareranno coloro, che persuadono i Prencipi à volere, con gli esserciti, e con l’armi, tirar  per forza i popoli alla religione Christiana, quanto sia perniciosa questa loro dottrina. Et che non i soldati, ma i predicatori devono essere destinati, per chiamare gli huomini alla fede.

     

    Conosceranno i Cattolici Rè di Spagna, in che modo sia stato acquistato alla corona loro quello, che vien chiamato il Mondo nuovo: E quanto ingiusta, e crudelmente fossero distrutti i Prencipi, & i popoli naturali di quel paese; cose, che da moderni Scrittori, ò vengono in gran parte taciute, ò molto diverse dal vero sono raccontate.

     

    Comprenderanno ancora facilmente questo secreto, e non creduto misterio, che le ricchezze dell’Indie sono state quelle, che, per giusto giuditio di Dio, hanno impoverita, e sempre più vanno impoverendo la Spagna: onde da quel tempo in quà la corona reale hà contratto tanti debiti, che avanzano forse quel gran numero di millioni, che in tanti anni hà ricevuto dalle flotte; e quello, ch’annualmente hora ne riceve, è speso sempre mai molto tempo prima, che giunga.

     

    Gli altri Prencipi tutti s’accorgeranno quanto sia cosa pericolosa il fidarsi troppo de’ loro ministri nel governo de i sudditi, ne’ paesi lontani. E quanto devono temere della distruttione de’ loro Stati, quando non faranno la debita diligenza, per sapere, & castigare ex offitio quei rappresentanti, od altri loro uffitiali, che arricchiscono delle rovine de i popoli; i quali, ò non  possono per la lontananza, ò non ardiscono per la paura far intendere i loro gravami. Et se alcuno  pur giunge a lamentarsi dell’ingiustitie, che gli sono fatte, conosceranno quanto importa il dargli  cortese audienza; e non far come quelli, che per so stentar la reputatione de i loro rappresentanti riprendono, e minacciano chi se ne querela. Guai à quei Prencipi, che non ascoltano patientemente  l’indoglienze de’ sudditi.

     

    Li signori, & gli uffitiali di Spagna, havendo innanzi gli occhi lo specchio de’ loro antepassati, abhomineranno certamente le loro inique operationi; e pregheranno la Maestà Divina, che los tenga de su mano, perché non abbiano ad imitarle.

     

    Quelli, ch’al governo de gli Spagnuoli si trovano sottoposti, ancorche fossero discontenti, si  consoleranno almeno, perche al sicuro non saranno mai cosi mal trattati, come furono gli infelici  Indiani. Et se bene ogni male è male, tuttavia pare, che il mediocre rispetto all’estremo habbia  qualche faccia di bene.

     

    Finalmente i sudditi d’ogn’altro Prencipe del Mondo riconosceranno quanto singolar gratia sia stata loro concessa dal Sig. Iddio, à non gli sottoporre à quelle genti, che si sono rese più celebri per la distruttione, che per la conquista dell’Indie.

     

    Pigli ciascuno da questa Istoria la parte, che gli tocca, e l’applichi à suo profitto. Chi non pensa a questo lasci stare di leggerla, perché non ne riceverà altro, che ramarico, e turbatione d’animo.

     

    Non sia alcuno, che si scandalizi per sentir ad ogni passo à dire; Gli scelerati Christiani ammazzano, distruggono, abbruggiano, rubbano, assassinano, ò cose tali, quasi che ciò sia detto in onta, e dispreggio della Christiana religione; perché l’auttore pijssimo, e religiosissimo non hebbe giamai tal pensiero; mà solamente di detestare le pessime operationi di quei tristi, solo di nome Christiani, che, contra tutte le leggi della Santa Christianità, distrussero quei paesi dell’Indie.

     

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    Argomento del presente Compendio

     

    Tutte le cose, che sono successe nell’Indie fin dalsuo maraviglioso scoprimento, e dal principio, che gli Spagnuoli andarono ad esse, per fermarvisi qualche tempo; e dopo nel processo fino alli giorni presenti, sono state così maravigliose, e cosi incredibili per ogni rispetto à chi non le vide, che pare, c’habbiano oscurato, e posto silentio, e che siano bastanti à mandar in oblivione tutte quelle, per segnalate che fussero, che si videro, ò che s’udirono al mondo ne’ secoli passati

     

    2 Frà queste sono le uccisioni, e le stragi di popoli innocenti, e le distruttioni di Terre, di Provincie, e di Regni, che in esse si sono fatte; e tutte l’altre non di minore spavento. Le une, e l’altre raccontando à diverse persone, che non le sapevano, il Vescovo Don frà Bartolomeo dalle Case, o Casaus, la prima volta, ch’egli, dopo fatto si frate venne alla Corte, ad informare l’Imperator nostro Signore, come quegli, che ben l’havea viste tutte; e causando a gli ascoltanti, con la relatione di esse una specie d’estasi e di sospensione di animi; fu pregato, & importunato à scrivere  brevemente alcune di queste ultime.

     

    3 Egli lo fece. E vedendo alcuni anni dopo molti huomini insensati, i quali l’avaritia, & l’ambitione hà fatto degenerare dall’esser huomini, e le loro scelerate operationi gli hanno fatti  cadere in reprobo senso, che non contenti delli tra dimenti, & malvagità c’hanno commesso,  spopolando con istupende maniere di crudeltà quel mondo, importunavano il Re, per haver licenza, & auttorità di tornarle a commettere, & anco di farne di peggiori, se di peggiori ve ne possono essere: si risolse di presentar questo summario di quello, ch’attorno di ciò egli scrisse, al Prencipe nostro Signore: accioche S. A. operasse, che fusse loro negato, e stimò cosa conveniente lo stamparlo, perche S. A. lo leggesse con più facilità. E questa è la causa del seguente Compendio, ò brevissima Relatione.

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    Proemio del Vescovo D. fra Bartolameo dalle Case, ò Casaus.

     

    All’Altissimo, & Potentiss. Signore, il Principe delle Spagne,

     D. Filippo nostro Signore.

     

    Altissimo, & Potentiss. Sig.

     

    Havendo la providenza divina ordinato nel suo mondo, che per governo & commune utilità del lignaggio humano, se constituissero ne i Regni, e nelle Terre i Re, quasi padri, & pastori, come li chiama Homero: & per consequenza essendo essi i più nobili, e più generosi membri delle  Repubbliche; nissun dubbio s’hà, ò con giusta ragione si può havere, della rettitudine de’ loro animi  reali. Che se in esse alcuni diffetti, nocumenti, & mali si patiscono, altro non ne può esser causa, se non, che i Re non ne hanno notitia: che se fossero loro manifesti, con sommo studio, & vigilante  diligenza gli estirperebbero.

     

    2 Questo pare, che significasse la divina Scritturane’ Proverbi di Salomone, “Rex, qui sedet in solio iudicij, dissipat omne malum intuitu suo”: perche dell’innata, e propria virtù del Re si  suppone così; cioè, che la sola notitia del male del suo Regno è bastantissima à fare, ch’egli lo  distrugga; & che ne pur un momento, per quanto à lui s’aspetti, egli lo possa soffrire.

     

    3 Considerando io però (Potentissimo Signore) li mali, e li danni, la perdita, e le iatture; i quali, ò simili ai quali non si pensò mai, che potessero da huomini esser fatti; di quei tanti, e così grandi, e tali Regni, ò per dir meglio di quel vastissimo, e nuovo mondo dell’Indie, concesso, e raccomandato da Dio, e dalla sua Chiesa alli Re di Castiglia, acciocché lo reggessero, e governassero, lo convertissero, e prosperassero, temporale, e spiritualmente; come huomo, che per cinquanta, e più anni di esperienza, essendo presente in quei paesi, gli hò veduti à commettere.

     

    4 Et che essendo noto à vostra Altezza alcune loro particolari attioni, non potrebbe contenersi di non supplicar con importuna instanza à Sua Maestà, che non conceda, ne permetta quelle, che li tiranni inventarono, proseguirono, & hanno messe in essecutione, e chiamano Conquiste: nelle quali, se si tolerassero, si torneranno à fare; poiche da se stesse, fatte contra quelle genti Indiane, pacifiche, humili, & mansuete, che non offendono alcuno, sono inique, tiranniche, condennate, & maledette da ogni legge naturale, divina, & humana.

     

    5 Deliberai, per non esser reo, nel tacere delle rovine d’anime, e di corpi infiniti, che quei tali cagionassero, darne alle stampe alcune, e ben poche, che li giorni passati io raccolsi di innumerabili, che con verità io potrei riferire, accioché V. A. con maggior facilità possa leggerle.

     

    6 E se bene l’arcivescovo di Toledo Maestro di Vostra Altezza, essendo Vescovo di Cartagena, me le richiese, e le presentò à Vostra Altezza, nondimeno per i lunghi viaggi di mare, e di terra, che V. A. hà fatto, e per le frequenti occupationi reali, c’hà havuto, può esser, che, ò Vostra Altezza non le habbia lette, ò di già se le sia scordate.

     

    7 E perché la cupidigia temeraria, & irragionevole di coloro, ch’anno per nulla lo spargere  indebitamente tanta immensa copia di sangue humano, e privar de i loro naturali habitanti, e  possessori quei grandissimi paesi, ammazzando milioni di genti, e rubbar thesori incomparabili, cresce ogni giorno più; importunando con varij mezi, e sotto varij finti pretesti, che siano loro concesso, ò permesse le dette Conquiste, le quali non si potrebbero concedere, senza violatione  della legge naturale, e divina, & per consequenza senza gravissimi peccati mortali, degni di terribili, & eterni supplicij, stimai conveniente il servire à Vostra Altezza con questo brevissimo  summario d’una lunghissima Istoria, che si potrebbe, e si dovrebbe componere delle stragi, e delle rovine, che sono successe.

     

    8 Supplico Vostra Altezza à riceverlo, e leggerlo, e con la clemenza, è con la reale benignità, che suole l’opera delli creati, e servitori suoi, i quali desiderano di servire solo per lo bene publico, e per la prosperità dello Stato.

     

    9 Il che visto, & intesa la deformità della ingiustitia, che viene fatta à quelle genti innocenti,  distruggendole, e lacerandole senza haver causa, né giusta ragione di farlo, mà per la sola avaritia,  & ambitione di coloro, che pretendono di fare così scelerate operationi, V. A. habbia per bene di supplicare, & persuadere efficacemente S. M. che de neghi à chi gliele ricercherà, così nocive, e  detestabili imprese; anzi metta perpetuo silentio à questa dimanda infernale, con tanto terrore, che  da qui avanti non sia alcuno così audace, che ardisca pure di nominargliele.

     

    10 Questa (Altissimo Signore) è cosa convenientissima, e necessaria, per far, che Iddio prosperi, confermi, e faccia beato spirituale, e temporalmente tutto lo Stato della corona reale di Castiglia. Amen.

     

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    Brevissima relatione della distruttione dell’Indie

     

    Furono discoperte le Indie l’anno mille quatrocento novantadue. L’anno seguente andarono ad habitarle Christiani Spagnuoli, di modo che sono quarantanove anni, che quantità di Spagnuoli  vi andarono: e la prima Terra nella quale entrarono per habitarvi, fù la grande e felicissima isola  Spagnuola, ch’à seicento leghe di circuito.

     

    2 Vi sono altre Isole infinite, e molto grandi all’intorno da tutte le parti, ch’erano tutte, e noi  l’habbiamo viste, le più habitate, e piene di popoli Indiani loro naturali, che possa esser terra  popolata nel mondo.

     

    3 La terra ferma, ch’è separata da quest’isola, perla parte più vicina poco più di duecento, e  cinquanta leghe, hà di costa maritima più di diecimila leghe discoperte, & ogni giorno se ne scoprono più, tutte piene di genti, come un alveari o d’api, in quello, che s’è discoperto fino all’anno del quarantauno; si che pare, che Idiio habbia posto in quei paesi tutta, ò la maggior parte di tutto il lignaggio humano.

     

    4 Tutte queste infinite genti creò Iddio del tutto le più semplici, senza malitie, nè dupplicità,  obedientissime, fedelissime à i loro Signori naturali, & alli Christiani, à i quali servono, le più  humili, più patienti, più pacifiche, & quiete, senza contese, nè tumulti; non rissose, non querule,  senza rumori, senza odio, senza desiderij di vendetta, di quante siano al mondo.

     

    5 Sono parimente le genti più delicate, deboli, e tenere di complessione, et che meno di ciascun’altra possono sopportar le fatiche, e più facilmente si muoiono di qual si voglia infermità; sì che ne anco i figliuoli de’ Prencipi, e de’ Signori frà noi altri, allevati in regali, et in vita delicata, no sono più delicati di loro; ben che siano di quelli, che frà di loro sono di razza di contadini. Sono anco genti poverissime, e che poco possedono, ò vogliono possedere di beni temporali: & perciò non superbe, non ambitiose, non avare.

     

    6 Il mangiar loro è tale; che non pare; che fosse più parco, nè manco dilettevole, & così povero quello de i Santi Padri nel deserto. Il vestir loro è l’andar communemente ignudi, coperte le vergogne; & al più si coprono con una coperta di bambagio, che sarà come una canna, & meza, ò due di tela in quadro. I loro letti sono in cima d’una stuora, & al più dormono in certe cose come reti pendenti, che nella lingua dell’isola Spagnuola chiamano Hamacas.

     

    7 Sono parimente di puri, non impediti, & vivaci intelletti, molto capaci, e docili in ogni buona dottrina, attissimi à ricever la nostra santa fede cattolica, & ad essere dotati di costumi virtuosi, & che hanno manco impedimenti à quello di quante creò Iddio nel mondo.

     

    8 E sono cosi importune, da che una volta cominciano ad havere notitia delle cose della fede, per saperle, e nel frequentar li sacramenti della Chiesa, & il culto divino, che io dico il vero, che li religiosi hanno bisogno per sopportarli d’esser dotati da Dio d’un dono di patienza molto segnalato: e finalmente hò inteso à dire da molti Spagnuoli secolari da molti anni in quà, & molte volte, non potendo negare la bontà, che in quelli vedono; certo queste genti erano le più beate del mondo, se solamente conoscessero Iddio.

     

    9 Frà queste mansuete pecorelle, dotate delle sopra dette qualità dal loro Fattor, & Creatore,  entrarono gli Spagnuoli subito, che le conobbero, come lupi, tigri, & leoni di molti giorni affamati.

     

    Et non hanno fatto altro da quaranta anni in quà; nè altro fanno al giorno presente; che lacerarle,  ammazzarle, affliggerle, tormentarle, e distruggerle, con le strane, e nuove, e diverse, e non mai più viste, nè intese, nè lette, maniere di crudeltà: delle quali alcune poche di sotto si diranno, che  essendovi nell’Isola Spagnuola più di tre milioni di anime, che noi vedessimo, hoggidì non vi sono,  dei popoli naturali di esse, ducento persone.

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    10 L’Isola di Cuba, è quasi tanto lunga, come da Vagliadolid à Roma: hora è quasi del tutto deserta. L’Isola di San Giovanni, e quella di Iamaca, Isole molto grandi, e molto felici, e gratiose,  ambedue sono desolate. L’isole de i Lucai, che sono vicine alla Spagnuola, & alla Cuba dalla parte di Settentrione, le quali sono più di sessanta, con quelle che chiamava delli Giganti, & altre Isole grandi, & picciole; la peggior delle quali è più fertile, e gratiosa, che il giardino del re di Siviglia, e la più sana Terra del mondo, nelle quali vi erano più di cinquecento mila anime, hoggidì non hanno  pur una sola creatura. Tutte l’uccisero conducendole, & per condurle all’Isola Spagnuola, da poiché  videro, che andavano mancando i popoli naturali di essa.

     

    11 Andando un navilio tre anni à cercar per esse la gente, che vi era rimasta, dopo ch’erano state vendemiate, essendosi mosso per pietà un buon Christiano, per convertire, e guadagnare à Cristo quelli, che si ritrovassero, non si trovarono, se non undeci persone, le quali io vidi.

     

    12 Più di trenta altre isole, che sono nel contorno dell’Isola di S. Giovanni, per la medesima  causa sono distrutte, e spopolate. Tutte queste Isole saranno più di duo mila leghe di terra, che sono affatto spopolate, e diserte.

     

    13 Della gran terra ferma siamo certi, che i nostri Spagnuoli, con le loro crudeltà, e nefande  operationi, hanno spopolati, e desolati; & che al presente sono desertati, benché fossero già pieni di gente, più di dieci Regni, maggiori di tutta la Spagna, benche vi si conti Aragona, & Portogallo; più  & più paese due volte che non è da Siviglia a Gierusalemme che sono più di duemila leghe.

     

    14 Daremo per conto certo, e reale, che ne i detti quaranta anni, per le tirannie, & operationi  infernali de li Christiani, sono morti ingiusta, e tirannicamente più di dodici milioni di persone,  huomini, e donne, e fanciulli: & io credo in verità, nè penso di ingannarmi, che siano più di  quindeci millioni.

     

    15 Due modi generali, & principali hanno tenuto quelli, che sono andati là, i quali si chiamano Christiani, nell’estirpare, e levar dalla faccia della terra quelle miserabili nationi. L’uno con ingiuste, crudeli, e tiranniche guerre. L’altro, dopo haver ammazzato tutti quelli, che potrebbero aspirare, ò sospirare, ò pensare alla libertà, ò ad uscir de i tormenti, che patiscono, come sono tutti li Signori naturali, e gli huomini fatti; perche communemente non lasciano vivi nelle guerre, se non li giovanetti e le donne; opprimendo questi con la più dura, horribile & aspra servitù, nella quale  possano mai esser posti huomini, ò bestie. A queste due maniere d’infernale tirannia si riducono, si  risolvono, ò si subalternano, come à generi, tutte l’altre molte, e diverse, di esterminar quelle genti,  che sono infinite.

     

    16 La causa, per la quale li Christiani hanno ucciso, e distrutto tante, e tali, e cosi infinito  numero, d’anime è stato solamente per haversi proposto per loro ultimo fine l’oro, & il colmarsi di ricchezze in brevissimi giorni; & sormontar à gradi molto alti, e sproporzionati alle persone loro; cioè; per l’insatiabile avaritia & ambitione c’hanno avuto: ch’è stata la maggiore, che potesse esser nel mondo, per esser quelle terre tanto felici, e tanto ricche, e le genti tanto humili, tanto patienti, & così facili da essere soggiogate: alle quali non hanno havuto più rispetto, nè fatto di loro più stima, nè più conto (io parlo con verità, per quello che so, & ho veduto tutto il tempo predetto) non dico che di bestie, perche piacesse à Dio, che come bestie l’haveressero stimate, e trattate, ma come, anzi meno, che lo sterco delle piazze.

     

    17. A questo modo hanno havuto cura delle vite, e dell’anime loro: & perciò tutti li numeri, & li milioni sopradetti sono morti senza fede e senza sacramenti. Et è verità molto notoria, e comprobata, e confessata da tutti, sino da gli stessi tiranni, & homicidiarij, che mai gli Indiani di  tutte l’Indie non fecero alcun male alli Christiani: anzi gli stimarono come venuti dal Cielo, finché prima molte volte essi, & i loro vicini non hebbero ricevuto dalli medesimi molti mali, ladrarie,  morti, violenze, & vessationi.

     

    Continua …

    Da Wikipedia

    Bartolomé de Las Casas (in alcuni testi italiani tradotto con Bartolomeo; Siviglia, 1484 – Madrid, 17 luglio 1566) è stato un vescovo cattolico spagnolo, impegnato nella difesa dei nativi americani. Viene altresì ricordato per aver inizialmente proposto a Carlo V l’importazione di “negri” africani per sostituire gli indigeni nei “laboriosi inferni delle miniere d’oro delle Antille”; tuttavia, ritrattò in seguito questa posizione, schierandosi al fianco degli africani schiavizzati nelle colonie. Fu anche il primo ecclesiastico a prendere gli ordini sacri nel Nuovo Mondo. I padri Domenicani della Curia Provinciale di Siviglia hanno aperto la causa della sua beatificazione nell’anno 2002, per cui la Chiesa cattolica gli ha assegnato il titolo di Servo di Dio.

    Su suo impulso, e grazie alla sua attività di denuncia del sistema di sfruttamento degli indios, vennero compilate le “Leggi nuove” ratificate da Carlo V, con le quali venivano abolite le encomiendas, strutture organizzative agricole fondate su un sistema schiavistico-feudale, principale causa dello sfruttamento dei nativi.

    Postato il 16 aprile 2014

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