• Omaggio a Beppe Fenoglio

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    La memoria della Resistenza: una questione personale

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    di Susanne Portmann

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    La memoria della Resistenza sino ad oggi è sempre stata una questione personale, di studio e di impegno civile, proprio perché le memorie ufficiali assai poco di valido avevano e hanno da offrire in materia di verità al riguardo.

     

    Nella Prefazione del ‘64 alla seconda edizione de Il sentiero dei nidi di ragno, (1)Italo Calvino scrive dell’esperienza partigiana da cui scaturì questo suo primo romanzo, uscito nel 1947, e parla poi anche, alla fine, dell’ultimo romanzo scritto da Beppe Fenoglio, Una questione privata, pubblicato a poche settimane dalla morte del grande di Alba: (2) “il romanzo”, dice Calvino, “che tutti avevamo sognato.” (3)

     

    La Prefazione del ‘64 è un testo densissimo. Racchiude i propositi e un bilancio della letteratura italiana dal 1945 ai primi anni Sessanta nella testimonianza personale di uno dei maggiori scrittori del periodo. Sono tornata spesso su queste pagine, anche perché da svizzera nata negli anni Sessanta, quando si parla della Resistenza e della seconda guerra mondiale “che non aveva risparmiato nessuno” e che stabiliva “un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico”, (4) io mi ritrovo nella condizione storico-culturale di ‘nessuno’: il mio paese è stato risparmiato, non ha conosciuto la distruzione, i morti e le tragedie che segnano le storie familiari, le memorie collettive, la storia, i paesaggi e le città di ogni nazione circostante; non per i soliti motivi, che ci furono propagandati a scuola, della mitica neutralità elvetica e dell’efficiente esercito che avrebbe opposto ferma resistenza in caso di attacco tedesco, ma anche per i motivi ufficialmente riconosciuti nel 2002 nel “Rapporto Bergier”, (5) che arriva alla conclusione che “la politica delle autorità svizzere durante la Seconda guerra mondiale ha contribuito al sostegno del regime nazista”. (6) Questo rapporto ha accertato molte cose, come le condotte bancarie favorevoli al “Terzo Reich” e all’esproprio dei beni degli ebrei nella Germania nazista e nei territori occupati o lo sfruttamento di prigionieri di guerra come operai da parte di industrie svizzere con sedi in Germania; ma ha accertato anche, che le autorità elvetiche assecondarono le politiche razziste della Germania con il respingimento attivo dei profughi alle frontiere o con l’apposizione di una ‘J’ sui passaporti degli ebrei entrati nel paese. Fanno parte di queste pratiche le politiche svizzere nei riguardi dei rom, sinti e Jenisch, sottoposti all’aberrante pratica di ‘educazione’ alla stanzialità con la sottrazione dei figli alle madri e l’internamento in istituti religiosi, ‘correttivi’ o psichiatrici, il tutto per mano della potente organizzazione ‘umanitaria’ Pro Juventute, che beneficiava del sostegno finanziario dello Stato e godeva dell’appoggio di personalità di alto rango politico, industriale e militare. La cosa più singolare della politica elvetica persecutoria nei riguardi dei rom, è che essa precorre la politica razzista dei nazisti, avendo adottato le proprie azioni ‘correttive’ sin dal 1926 e cosa ancora più scioccante, è che tale politica fu sospesa soltanto nel 1973!

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    Nell’elaborazione critica del passato della Svizzera, c’è un’altra faccenda, che non trova espressione nel Rapporto Bergier, ma che ha attinenza con la storia della Resistenza in Italia: la riabilitazione degli svizzeri partiti partigiani per la Spagna, la Francia e l’Italia e che al loro rientro in patria furono processati per avere agito senza il permesso del governo e per avere quindi indebolito la forza difensiva del paese; in pratica furono condannati per diserzione. Tentata sin dagli anni Cinquanta, la riabilitazione è stata accordata dal Consiglio federale nel 2009 ai soli combattenti nelle brigate internazionali in Spagna, negandola ancora ai partigiani della Résistance francese e conseguentemente anche a quelli della Resistenza italiana. (7) La dichiarazione ufficiale che, ex-post esprime gratitudine a tutte le persone che si sono opposte al nazismo mettendo a rischio la propria vita e che al contempo “non può tollerare il libero arbitrio” del singolo svizzero che lo ha fatto, risulta quantomeno dissociato. Considerata la posizione ufficiale di reiterata condanna elvetica dei propri partigiani, non può allora non sorprendere l’attenzione che la Commissione italo-tedesca degli storici, istituita nel 2009 dai rispettivi Governi, dedica ai “partigiani tedeschi” (di origine austriaca) disertori della Wehrmacht, che si unirono ai partigiani italiani, fino a parlare addirittura di un loro “ruolo” e vedendo in loro un “capitolo della storia delle esperienze”.

     

    “Strettamente collegato alla lotta armata della Resistenza contro la Wehrmacht e le WaffenSS è un altro capitolo della storia delle esperienze della guerra tedesca in Italia. A nord come a sud del Brennero il tema era scomodo. Nella Germania Ovest, parlarne era addirittura tabù; in Italia, nonostante alcuni comandanti della Resistenza non avessero dimenticato i disertori che si erano trovati sotto il loro comando e Roberto Battaglia, uno dei fondatori della ricerca sulla Resistenza, avesse fin da subito sottolineato il ruolo dei «partigiani tedeschi», il ricordo dei disertori con l’uniforme della Wehrmacht si perse spesso dietro cliché comunemente accettati. Anche se non furono molto numerosi, i partigiani tedeschi costituiscono un filone estremamente interessante dal punto di vista della storia delle esperienze, in quanto avvicinano due mondi altrimenti estranei l’uno all’altro ed offrono una visione diversa della guerra tedesca in Italia.“ (8) (Corsivi miei)

     

    La Commissione storica italo-tedescasi trova dinanzi al difficile compito di restituire memoria e giustizia storica ufficiale a tre categorie di vittime della ferocia nazista tedesca, alleata con i fascisti italiani nella fase ultima della guerra mondiale combattuta in Italia tra il ’43-45, che essa individua parlando di tre conflitti militari sovrapposti:

     

    “E’ senza dubbio più corretto affermare che si trattò della sovrapposizione di tre conflitti militari a dare alla guerra sulla penisola italiana la sua impronta particolare:

     

    innanzitutto la guerra delle forze armate tedesche contro gli eserciti degli Alleati, che, casi eccezionali a parte, fu condotta in conformità al diritto internazionale vigente;

     

    in secondo luogo la guerra contro i partigiani, condotta da unità della Wehrmacht, delle Waffen-SS e della polizia d’ordinanza – non di rado affiancate dalle milizie fasciste – con particolare durezza e scarso rispetto del diritto internazionale;

     

    in terzo luogo il conflitto fra le truppe tedesche d’occupazione e la popolazione civile, che in momenti e regioni determinate degenerò in una vera e propria guerra contro la popolazione civile, condotta con mezzi criminali.” (9) (Corsivi miei)

     

    Vittime del nazifascismo furono poi anche i cosiddetti “volontari”, (10) cioè italiani che rifiutarono di arruolarsi nell’esercito di Salò e furono tradotti nei campi di concentramento tedeschi, calcolati in quasi 800.000. (11)

     

    La Commissione parte da una base di memorie ufficiali italo-tedesche reciproche, che si configurano praticamente come due blocchi impenetrabili senza alcuna prospettiva comune:

     

    “Tanto più la storia italiana e quella tedesca si intrecciarono l’una con l’altra durante la seconda guerra mondiale, quanto più divergente è stato il successivo sviluppo delle rispettive memorie storiche. Si potrebbe quasi credere che in Italia e in Germania ci si ricordi di due passati completamente diversi.“ (12)

     

    “Tuttavia, come emerge da un’analisi in chiave della storia delle esperienze, gli incontri della maggioranza della popolazione italiana con le forze d’occupazione tedesche furono più differenziati e ambivalenti rispetto a quanto la narrazione antifascista prevalente nel dopoguerra non abbia sostenuto. Ciò dipese, non da ultimo, dal fatto – negato per lungo tempo dalle forze antifasciste – che il conflitto aveva assunto anche le forme di una guerra civile, dal momento che la popolazione italiana si trovò obbligata a prendere posizione pro o contro il nuovo regime di Mussolini, e la Resistenza armata combatteva non solo contro gli occupanti tedeschi, ma anche contro i fascisti di Salò e i loro corpi armati.” (13) (Corsivi miei)

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    La “prevalente narrazione antifascista” sta a significare la narrazione italiana di una Resistenza che si sarebbe battuta esclusivamente contro un nemico esterno: il tedesco-nazista, eludendo sulla lotta della Resistenza diretta con pari forza contro i fascisti italiani alleati dei nazisti. A portare su questa strada narrativa sono state anzitutto le amnistie a favore dei criminali di guerra promosse dai governi italiani del dopoguerra, prima quella del 22 giugno 1946, varata su decreto dell’allora ministro della giustizia nonché segretario del Pci Palmiro Togliatti. (14)  La Resistenza e la lotta partigiana, di cruciale importanza per la credibilità politica democratica dei partiti italiani nei confronti degli alleati già nel 1944-45, fu poi strumentalizzata a fini governativi dai governi democristiani nell’immediato dopoguerra. Nella Germania occidentale invece, l’abolizione nel 1951 delle legislazioni di denazificazione introdotte dalle forze alleate occupanti fece sì che il processo contro il generale Kesselring, comandante delle truppe tedesche in Italia, tenutosi davanti ad un tribunale militare britannico nel 1947 si risolse, non con una sua condanna a morte, bensì con la sua liberazione:

     

    “in tal modo, ciò che rimase nella memoria dell’opinione pubblica tedesca non fu l’accusa per la fucilazione di ostaggi o per gli ordini disumani impartiti nella lotta alla Resistenza, bensì la strategia difensiva di Kesselring davanti al tribunale, che riuscì a far apparire cavalleresca la guerra in Italia e il comandante in capo un ‘gentleman’.” (15)

     

    L’obiettivo comune dei governi italiani e della Germania occidentale del dopoguerra di entrare a far parte degli stati Nato, ebbe la conseguenza, nella Germania dell’Ovest, di promuovere un’immagine della Wehrmacht ripulita dal ricordo della guerra criminale condotta in Italia, rimuovendo totalmente il ricordo della guerra tedesca in Italia tra il 1943-45, mentre in Italia la promozione di una immagine della Resistenza esclusivamente antinazista ai fini della legittimazione della democrazia (cristiana) italiana postbellica, ebbe la conseguenza di rimuovere il ricordo della guerra civile e con essa il passato fascista, la guerra d’occupazione italiana e l’alleanza nazifascista. (16)  Il Pci infine, in questo contesto ufficiale, promosse la memoria della Resistenza incentrata sulla figura positiva del partigiano eroe, lottatore di classe e tradito dai governi del dopoguerra.

     

    Se la Commissione degli storici si trova di fronte ad un quadro di memorie nazionali completamente sorde l’una nei confronti dell’altra, ciò fondamentalmente è dovuto al fatto che le memorie ufficiali, agite per decenni, hanno ostacolato “la realistica valutazione storica della Resistenza” italiana:   

     

    “Di fronte a una violenza nazionalsocialista di tali dimensioni, non sorprende che anche in Italia, come in tutti gli Stati europei occupati dai tedeschi, minoranze politicamente impegnate abbiano intrapreso la strada delle resistenza armata, che elementi militari alla macchia avevano incominciato a battere subito dopo l’armistizio. Più ampio inoltre fu il numero di coloro che reagirono all’occupazione tedesca con azioni propagandistiche o politiche, ostruzionismo, sabotaggi, rifiuto di collaborare con le forze di occupazione. Dopo la guerra, le esperienze e la percezione della resistenza armata e dello scontro con le forze di occupazione naziste e il fascismo di Salò si trasferirono nel discorso pubblico in modo molto più profondo di tutte le altre forme di contatto avute con gli occupanti, anche per l’elevato significato politico che la Resistenza ebbe per la legittimazione della democrazia italiana postbellica, con l’effetto collaterale, fra l’altro, di sottolinearne quasi esclusivamente i caratteri di lotta di liberazione nazionale, a scapito di quelli di guerra civile e di lotta di classe. Nell’opinione pubblica tedesca, invece, a questa resistenza, ammesso che venisse percepita, venne per lo più negato ogni valore politico e morale. Questo portò a deficit percettivi reciproci che hanno a lungo ostacolato una realistica valutazione storica della Resistenza. (17) (Corsivo mio)

     

    Il problema degli storici della Commissione italo-tedesca al fondo è proprio questo: per restituire giustizia e memoria ai quasi 800.000 “volontari” italiani tradotti in Germania, alla popolazione “di certe regioni” e “retrovie” contro la quale i tedeschi combatterono una vera e propria guerra criminale e ai partigiani trattati con “scarso rispetto del diritto internazionale” (formulazione quest’ultima eufemistica),occorrerebbe che i governi committenti del Rapporto riconoscessero che queste vittime in larga misura facevano parte della Resistenza italiana antinazifascista. E il problema maggiore si cela forse proprio nella formulazione “ammessa che fosse percepita”, perché se l’Italia ufficiale ha favorito la tradizione di una immagine distorta della Resistenza, la Germania occidentale forse non ha mai neanche voluto prendere in considerazione l’esistenza di essa.

     

    Ed ecco allora il Rapporto parlare diffusamente della Resistenza italiana e dei partigiani, (18) insistendo più volte affinché non ci si dimentichi del “gruppo dei disertori della Wehrmacht – un numero limitato di uomini era di madrelingua tedesca; il gruppo più numeroso di disertori proveniva dall’Unione Sovietica”, (19) del “gruppo dei disertori tedeschi e di origine austriaca – non di rado passati poi dalla parte dei partigiani, con i quali combatterono lealmente – che, sebbene numericamente piuttosto modesto, è per la storia delle esperienze di importanza non marginale;” (20) come se la riabilitazione di questi pochi disertori (perché di riabilitazione di fatto si tratterebbe) potesse aprire il varco al riconoscimento ufficiale delle centinaia di migliaia di persone che hanno fatto la Resistenza italiana e dei partigiani e al riconoscimento delle vittime. Come se per la Commissione i partigiani-tedeschi rappresentassero un modo per fare breccia nella considerazione dei partiti italiani di estrema destra del dopoguerra (con 2/3 dei parlamentari eletti amnistiati) per i quali i partigiani sono stati sempre i soli responsabili delle stragi nazifasciste e nella considerazione della destra “benpensante” democristiana tedesca, che ha sempre preferito tacere sui partigiani e laddove non poteva farne a meno, o ha tirato in ballo l’inconsistenza dell’apporto alla Liberazione dovuta esclusivamente agli eserciti alleati o ha insinuato l’irregolarità dell’esercito partigiano, perché senza divisa, bandiera e tutto il resto. Queste opinioni storico-politiche hanno avuto un peso notevole nella formazione delle rispettive memorie ufficiali perché dal dopoguerra sempre notevole è stato il peso politico-governativo dei partiti di destra di cui sono espressione anche i committenti della Commissione storica italo-tedesca (il governo Merkel e il governo Berlusconi), tanto che il Rapporto esplicitamente asserisce:

     

    Sebbene il movimento di resistenza non sia stato militarmente in grado di prendere il sopravvento sulle forze d’occupazione tedesche, esso ebbe comunque un’importanza storica fondamentale dal punto di vista sia morale che politico.” (21)

     

    La Commissione sostiene che la Resistenza italiana aveva valori politici e morali. Infatti proprio quei valori sono stati sfruttati dai governi democristiani italiani e dal Pci, che esercitò un ruolo egemone nel campo della cultura italiana del dopoguerra. Quei valori sono stati più che evidenti a tutti i partiti italiani impegnati tra il 1944-45 nelle trattative con gli alleati: che nel Nord Italia i partigiani combattessero era di cruciale importanza per i capi partiti che, al sud, contrattavano il futuro politico con gli alleati, ma come questa lotta fu portata concretamente avanti giorno per giorno dai partigiani, alla fine aveva meno importanza, così come poca importanza in fondo aveva il perché effettivamente ciascuno di loro combattesse.

     

    Storicamente, la scelta partigiana risale all’8 settembre e ai successivi bandi di Graziani. (22) Quando la Commissione parla di 30.000 partigiani morti omette di dire che questi  30.000 erano per lo più diciottenni e ventenni e che presero le armi, non tanto per motivi politici o morali, quanto piuttosto per un motivo fondamentalmente umano: tanti giovani italiani allora rifiutarono di arruolarsi nell’esercito di Salò e di combattere con i nazifascisti, perché non vollero prendere parte alla guerra contro la popolazione italiana a fianco dei nazisti. La lotta partigiana si caratterizzava proprio per la giovane età dei partigiani, per cui la Resistenza italiana assunse il tratto specifico e distintivo di una ribellione generazionale antinazifascista. Non a caso, proprio quando a seguito del secondo bando di Graziani nel febbraio del ‘44 per i diciottenni le fila dei partigiani si andarono gonfiando, la violenza nazifascista già robusta sin dall’8 settembre, di fronte a quel fenomeno di ribellione di massa fece l’ulteriore salto di qualità della violenza nelle “regioni determinate”, con i grandi rastrellamenti di novembre-dicembre del 44’, che sono sfociati allora sì nella “vera e propria guerra criminale contro la popolazione”: è di fronte alla grande rivolta giovanile e popolare piuttosto che politico-morale che i nazifascisti hanno reagito con la violenza più disumana, delle rappresaglia e delle stragi dei civili (in assenza degli uomini rastrellati, erano anzitutto donne, bambini e anziani ad essere colpiti) e della caccia all’ultimo italiano non ancora deportato in Germania, infierendo sulla popolazione considerata “Ungeziefer” (insetti nocivi) tanto quanto sui partigiani.

     

    Restituire memoria alle vittime della guerra nazifascista in Italia non è possibile senza il riconoscimento del tratto umano insito nella Resistenza, perché dietro “i deficit percettivi reciproci” che hanno a lungo ostacolato “una realistica valutazione storica”, si cela la negazione del valore e del senso storico-umano più profondo di essa: il rifiuto umano di una generazione italiana della disumanità nazifascista, un fatto tanto più fastidioso da riconoscere giacché da sempre nelle masse popolari si preferisce vedere l’elemento ‘irrazionale’ distruttivo, piuttosto che quello di una fondamentale sanità umana come ha agito nella Resistenza popolare italiana.  (23)

     

    La “metodologia nuova” proposta dalla Commissione per trovare “almeno alcune prospettive” storiche italo-tedesche ufficiali comuni (e cioè di una “storia delle esperienze vissute in prima persona” per cui si tratterebbe di analizzare quanti più diari, lettere, appunti databili al dopoguerra o memorie, ma anche trascrizioni di interrogatori o dichiarazioni rilasciate dalle vittime alla polizia, come tante se ne trovano depositate in archivi e biblioteche o in possesso di privati”, che dovrebbero aiutare a rimuovere i pregiudizi storici contro la Resistenza e favorire il riconoscimento storico ufficiale delle vittime del nazifascismo in Italia), accende una memoria storico-letteraria precisa: quella della memorialistica dell’immediato dopoguerra italiano, che inseguì la produzione di testi con valore di documentario storico scritto in prima persona, piuttosto che la realizzazione di testi con valore letterario, fortemente sostenuta e promossa dall’estetica realsocialista del Pci e che si intreccia con la ‘questione del romanzo ’ o ‘querelle sul romanzo ’, in quanto proprio la politica estetica-antiletteraria esercitata per egemonia culturale dal Pci ne impedì a lungo la realizzazione e fece sì che lo scrittore Beppe Fenoglio si vide duramente attaccato dal Pci e intralciato nella pubblicazione delle sue opere.

     

    Per chi ha letto Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino e Il Partigiano Johnny di Fenoglio, la lettura del Rapporto della Commissione degli storici italo-tedeschi non aggiunge alcunché a ciò che già sa della lotta partigiana. Fenoglio infatti, nel Partigiano Johnny, aveva già spezzato una rara lancia anche a favore dei “volontari” per i quali si raccomanda la Commissione:

     

    “Be’, a parte mio fratello, io dico che dovremmo pensare un po’ di più a quelli di noi che son finiti in Germania. Ne hai mai sentito parlare una volta che è una? Mai uno che si ricordi di loro. Invece dovremmo, dico io, tenerli un po’ più presenti. Dovremmo schiacciare un po’ di più l’acceleratore per loro. Ti pare? Si deve stare tremendamente male dietro il reticolato, si deve fare una fame caína, e c’è da perdere la ragione. Anche un solo giorno può essere importante per loro, può essere decisivo. Se la facciamo durare un giorno di meno, qualcuno può non morire, qualcun altro può finire pazzo. Bisogna farli tornare presto. E poi ci racconteremo tutto, noi e loro, e sarà già triste per loro poter raccontare solo di passività e dover stare a sentir noi con la bocca piena di attività.” (24)

     

    E nel Partigiano Johnny più volte incontriamo anche i disertori e partigiani non italiani, slavi e russi, e poi anche quel singolare partigiano austriaco, Schimmel, disertore della Wehrmacht, una figura di “totale, immascherabile, propagantesi tristezza”:

     

    “Chi è l’ufficialetto tedesco, che fa? – Austriaco. E’ il sottotenente Schimmel. Ha disertato circa un mese fa [agosto del ‘44]. I primi partigiani che incontrò non vollero credergli, lo legarono e interrogarono al loro stile, terrorizzandolo. Fortunatamente passava nei pressi il nostro aiutante maggiore… ma si è ripreso appena da poco. Nord lo volle subito al comando, ma al momento non sa che fargli fare precisamente, e, perché non s’avvilisca, gli facciamo tradurre bandi e circolari tedeschi di cui noi conosciamo la versione da mesi.“ (25)

     

    Perché gli storici della Commissione omettono qualsiasi riferimento al grande cinema italiano del dopoguerra, che molto ha raccontato di questa storia proprio dal punto di vista delle esperienze personali, perché non accennano mai a certe opere letterarie italiane che, se diffuse presso il pubblico tedesco, (26) potrebbero dare un contribuito alla creazione di una cultura comune della memoria della guerra in Italia? Perché molti di questi scrittori e registi sono stati partigiani e sono quindi in odore d’essere stati degli anarco – comunisti sovversivi, incapaci di fornire un racconto obbiettivo degli avvenimenti? Forse la risposta si cela in una difficoltà cui vanno incontro anche gli storici stessi:

     

    “Il fatto è che la cultura italiana non crede nei suoi narratori e perciò neanche gli storici ci credono, tanto che Una guerra civile [di Claudio Pavone] corre il rischio di usare gli scrittori, che pure sono citati ampiamente (con in testa Fenoglio), soprattutto come conferma di quanto trovato altrove, e non come i veri, intelligenti interpreti di una realtà solo parzialmente conoscibile in altro modo.”(27) (Corsivi miei)

     

    Come ci dice il critico letterario Roberto Bigazzi, il fatto potrebbe essere, che per gli storici – che poi escono dalle medesime facoltà universitarie dette in italiano di “Lettere” e dette nei paesi di lingua tedesca ‘geisteswissenschaftliche Fakultäten’, ‘facoltà di scienze della mente’ – un’opera letteraria non ha valore di documento storico neanche quando si riferisce a fatti storici vissuti in prima persona, perché gli storici non riconoscono agli scrittori la capacità di riflettere le vicende proprie e del proprio tempo in una chiave storica obbiettiva, di realizzare cioè la storiografia nella trasposizione letteraria. Eppure per il periodo della Resistenza si può verificare questo fatto singolare:

     

    “Il progetto originario [del Partigiano Johnny] ci restituisce un libro nuovo, che, a metà degli anni Cinquanta, riconsidera la guerra e la Resistenza in una chiave critica che persino gli storici useranno molto più tardi, anzi soltanto al tempo di Una guerra civile di Claudio Pavone, negli anni Novanta. Nel periodo in cui Fenoglio scrive, infatti, quegli eventi erano già stati raccontati dalla memorialistica, e avevano già trovato una loro prima sistemazione storiografica nel generoso libro di Roberto Battaglia sulla Storia della resistenza italiana. Ma Fenoglio rifiuta la memorialistica e quindi la tipica impostazione di chi rievoca la lotta per testimoniare gli ideali e gli eroismi, e rimpiangerne poi più o meno implicitamente il tradimento negli anni post-bellici. Al rifiuto della cronaca corrisponde l’assunzione di un particolarissimo punto di vista da “romanzo storico”, tanto vero che una buona parte del libro di Pavone potrebbe essere letto come un preciso commento (e una certificazione di storicità) di tutti i temi che compaiono nel romanzo di Fenoglio, che ha al suo centro proprio il nesso tra guerra civile e “moralità” – e tanto più se si legge il Partigiano in configurazione completa.” (28) (Corsivi miei)

     

    Gli storici, ignorando la letteratura, rischiano di perdere di vista l’impegno comune, di una memoria in cui le esperienze dei singoli acquisiscono il loro senso per essere restituite nella giusta luce storico-umana (oltre che scientifico-obbiettiva), che fa la verità storica, sia individuale che collettiva.

     

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    La memoria della Resistenza sino ad oggi è sempre stata una questione personale, di studio e di impegno civile, proprio perché le memorie ufficiali assai poco di valido avevano e hanno da offrire in materia di verità al riguardo. E del senso storico-umano della Resistenza, più di tanti libri di storia talvolta ci ha detto un film o un romanzo. Miniera di informazioni sulla generazione e sulla lotta partigiana nello specifico, i due romanzi Primavera di Bellezza e Il partigiano Johnny di Fenoglio, benché il secondo (che avrebbe dovuto costituire il prosieguo di Primavera), pubblicato postumo nel 1968 assemblando le due versioni italiane pervenuteci, nelle edizioni correnti rimane sempre monco dell’UrPartigiano scritto nel peculiare inglese dell’autore, nascosto nell’edizione critica delle opere di Fenoglio del 1978 e mai più riproposto ad un pubblico più vasto. (29)

     

    Calvino non sapeva dell’esistenza de Il partigiano Johnny quando scrisse la prefazione alla seconda edizione de I sentieri dei nidi di ragno nel 1964 pagando la sua ammenda a Fenoglio. Noi che conosciamo il Partigiano e siamo al corrente dell’esistenza dell’UrPartigiano, sappiamo che Una questione privata non fu frutto di un fortuito colpo di genio isolato di Fenoglio, bensì del lavoro di tutta la breve vita adulta spesa nella comprensione e rappresentazione della guerra partigiana e della gente delle Langhe. Alla luce del Rapporto della Commissione storica italo-tedesca, che chiede memoria e considerazione giusta per le popolazioni italiani delle retrovie della seconda guerra mondiale, possono infatti acquisire nuovo valore anche le opere a tematica langhiana di Fenoglio, che ci permettono di conoscere da vicino una di queste popolazioni, caratterizzata dalla sua secolare resistenza alla “malora”. E anche la Prefazione del ’64 di Calvino con la sua riflessione sulla memoria nella letteratura del periodo sciagurato del nazifascismo e della guerra civile italiana può dare nuovi spunti. L’esperienza partigiana, dice Calvino, gli era bastata che a scrivere il primo libro, mentre se custodita bene poteva servirgli a scrivere l’ultimo,(30)come a Fenoglio: lui la custodì, tornò a scriverne dalla metà degli anni Cinquanta sino alla morte, quando la Resistenza era superata per i più dalla fascinazione per il miracolo economico postbellico, della cui fallacità ci rendiamo forse conto a pieno soltanto per l’odierna crisi economico-politica europea, riportandoci a riflettere ancora sugli esiti della seconda guerra mondiale.

    17 febbraio 2015

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     NOTE

    (1)Italo Calvino, “Presentazione del ‘64” detta anche “Prefazione del ‘64” alla seconda edizione de “Il sentiero dei nidi di ragno” qui citata nell’edizione Mondatori, Milano, 2009, di seguito indicata come “Prefazione del ‘64”.

    (2)Beppe Fenoglio nacque il primo marzo del 1922 e morì la notte del 17 febbraio del 1963. “Una questione privata”, (qui consultato nell’edizione Einaudi, Torino, 2006), uscì la prima volta a fine aprile 1963.

    (3)Calvino, “Presentazione del ‘64”, op. cit., p. XXIII

    (4)Ibidem, p. VI

    (5)Il “Rapporto Bergier” è stato ufficialmente adottato dall’Assemblea federale il 22 marzo del 2002. Lo storico Jean-François Bergier fu presidente della commissione indipendente di esperti “Svizzera-Seconda guerra mondiale”, incaricata “di svolgere indagini di carattere storico e giuridico sulla sorte degli averi giunti in Svizzera durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale” a causa del danno recato all’immagine del paese per via dei patrimoni mai restituiti  e depositati sui conti bancari degli ebrei morti nei campi di sterminio. L’ammissione di un appoggio alla Germania nazista, produsse uno choc nella parte della popolazione, che per anni si è aggrappata all’idea del ‘Sonderfall’ (caso eccezionale), convinta di “essere stati risparmiati dalla Seconda guerra mondiale e di aver raggiunto un successo economico straordinario per solo sforzo proprio, al più con l’aiuto di dio.“ cit. in, http://www.ideesuisse.ch/6.0.html). Per il Rapporto integrale (25 volumi) si veda il sito della Commissione: http://www.uek.ch/it/index.htm

    (6)Cit. tratta da http://www.ideesuisse.ch/6.0.html

    (7)Concessa la riabilitazione ai combattenti di Spagna nel 2008, nel 2009 ci fu una nuova mozione, esclusivamente a favore dei combattenti della Résistance francese, che il Consiglio federale respinse ribadendo le motivazioni già espresse il 29 novembre del 1999 e che allora riguardava i partigiani svizzeri di Spagna, di Francia e d’Italia e per cui si veda: http://www.parlament.ch/f/suche/pages/geschaefte.aspx?gesch_id=19953407, dove si legge: “[…] 2. Le Conseil fédéral saisit cette occasion pour exprimer sa gratitude et des remerciements à toutes les personnes qui se sont opposées au nazisme et à ses terribles conséquences pendant la Deuxième Guerre mondiale, en prenant souvent de grands risques personnels. 3. Dans le même temps, le Conseil fédéral tient à préciser que les personnes qui ont combattu les troupes d’occupation allemandes dans les rangs de la Résistance française n’ont pas été condamnées par la justice militaire pour leur résistance, par ailleurs honorable, au nazisme, mais parce qu’elles ont accompli un service militaire étranger sans en avoir été autorisées par le Conseil fédéral. Ce comportement est punissable par la loi, puisque celui qui combat à l’étranger ne se trouve pas à la disposition de la défense de son propre pays. A cet égard, le libre arbitre de chacun ne doit et ne peut être toléré. 4. Réhabilitation signifie modification subséquente de l’effet d’un jugement pénal entré en force. Dans le cas présent, cette institution a perdu sa signification juridique après tant d’années. En outre, les personnes condamnées ne peuvent plus être admises à accomplir un service personnel en raison du temps écoulé et de leur âge, l’incapacité de remplir une fonction publique est limitée à dix ans au plus et n’a dès lors plus d’effet aujourd’hui. L’inscription au casier judiciaire est radiée depuis longtemps.” (Corsivi miei)  E’ difficile comprendere la ragione di stato che impedisce la riabilitazione degli svizzeri partigiani in Francia e in Italia rispetto a quelli di Spagna. Il fatto che la Spagna abbia conferito ai combattenti delle brigate internazionali la cittadinanza onoraria, può far sì che per loro si sia risolto il conflitto con la legge elvetica, che vieta penalmente ai propri cittadini di arruolarsi all’estero (ad eccezione che per il Vaticano), a meno che non si tratti di cittadini di doppia nazionalità che assolvono un regolare servizio di leva nel paese di seconda cittadinanza. Per tale legge, confluita nella Costituzione del 1848, bisogna tenere conto che essa si fonda anche sulla secolare tragedia dei mercenari svizzeri che, combattendo e decidendo le battaglie di tutti i re d’Europa, spessissimo hanno combattuto fratello contro fratello uccidendosi a vicenda.

    (8)Cfr. “Rapporto della Commissione storica italo-tedesca insediata dai Ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale di Germania il 28 marzo 2009”, luglio 2012, pp. 69-70. Il Rapporto è disponibile su vari siti, p.e.: http://www.anpi.it/media/uploads/patria/2013/Rapporto_italo-tedesco_su_stragi_naziste_gen2013.pdf

    (9)Ibidem, pp. 54-55

    (10)Cfr. l’articolo di Erika Dellacasa sul libro dello studioso Luca Borzani che con la pubblicazione del diario del padre restituisce “voce ai militi italiani prigionieri nei campi di concentramento”: “La scelta dimenticata di «optanti» e «volontari»: “Salò oppure i lager”, Corriere della Sera, 2 settembre 2013, p. 28: “Quando, al termine della guerra, attraverso un lento iter che nessuno – neanche il governo italiano – aveva intenzione di accelerare tornarono a casa, trovarono ad accoglierli il silenzio, se non la diffidenza.”

    (11) “Nonostante la difficoltà di presentare dati certi, la ricerca scientifica è attualmente concorde nell’affermare che il numero di partigiani morti durante le azioni militari con le truppe tedesche e fasciste si aggira sui 30.000; circa lo stesso numero di italiani perse la vita dalla parte fascista. Si aggiungano, inoltre, circa 10.000-15.000 civili uccisi nei massacri e nelle esecuzioni di ostaggi, prevalentemente per mano di soldati tedeschi. Anche migliaia di soldati tedeschi – il loro numero preciso attende di essere stabilito – morirono nella lotta contro la Resistenza italiana. La guerra partigiana in Italia, in cui rimasero vittime fra le 70.000 e le 80.000 persone, può essere quindi considerata una delle più sanguinose dell’Europa occidentale, non da ultimo perché si sovrappose a una guerra civile interna all’Italia. Dopo l’8 settembre 1943 deposero le armi in totale 1.007.000 membri delle forze armate italiane. Il numero di soldati italiani che, in certi casi anche per breve tempo, furono prigionieri dei tedeschi si aggira intorno ai 725.000 secondo lo Stato Maggiore dell’esercito tedesco e intorno agli 810.000 secondo le stime, più affidabili, dello storico Gerhard Schreiber.” (“Rapporto”, op. cit., p.117)

    (12)Ibidem, p.12

    (13)Ibidem, p. 80

    (14)Cfr. l’intervista a Mimmo Franzinelli del Sole24ore, del 22 giugno 2006 di Gianluigi Torchiani, “I sessant’anni dell’amnistia Togliatti”: “D: Perché Togliatti decise di varare l’amnistia? R: I motivi sono essenzialmente due: prima di tutto per l’esistenza di un ampio fronte politico favorevole all’amnistia, che comprendeva monarchici, Dc, Uomo Qualunque. L’unico partito che si opponeva dichiaratamente al provvedimento era il Partito d’Azione, che però era uscito con le ossa rotte dal voto del 2 giugno. In secondo luogo perché Togliatti aveva un progetto politico: il Pci veniva da oltre 15 anni di clandestinità e voleva trasformarsi in partito di massa, e aveva la necessità di rompere il ghiaccio con quei settori della società italiana che avevano servito il regime. Ecco perché Togliatti, che in un primo momento era tutt’altro che entusiasta del provvedimento, si decise a varare l’amnistia. […] D: Quante persone beneficiarono dell’amnistia? Che fine hanno fatto negli anni successivi? R: Difficile quantificare il numero esatto delle persone.

    Diciamo che siamo nell’ordine delle diecimila unità. Le prime persone a beneficiare del provvedimento furono i gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per pagare i migliori avvocati e per oliare i meccanismi della macchina giudiziaria. Per quanto riguarda invece il dopo-amnistia, bisogna ricordare come negli anni seguenti i 2/3 della base parlamentare del Msi sarà costituito da parlamentari amnistiati. Questo perché in Italia, a differenza di altri paesi europei, l’amnistia non previde l’esclusione dalle cariche pubbliche per i collaborazionisti, come erano di fatto i gerarchi della Rsi. […] D: Gli effetti dell’amnistia andarono oltre quelli previsti da Togliatti. Come fu possibile? R: Il segretario comunista aveva varato un’amnistia “bipartisan”, che avrebbe dovuto comprendere anche i reati commessi dai partigiani ed escludere i reati peggiori, ma in realtà pochissimi uomini della resistenza beneficiarono del condono, mentre moltissimi criminali furono liberati. Il motivo? Togliatti, laureato in giurisprudenza, aveva scritto personalmente la legge, senza neanche farla correggere dagli specialisti. Questo errore di presunzione lasciò molto campo all’interpretazione estensiva della magistratura, perlopiù composta da uomini anziani e che avevano fatto carriera sotto il regime fascista. Grazie alla formula dell’amnistia che prevedeva l’esclusione “degli autori di sevizie particolarmente efferate”, i giudici poterono agevolmente interpretare il provvedimento in senso estensivo. Infatti la Corte di Cassazione di Roma amnistiarono persino chi aveva stretto nelle morse i genitali degli antifascisti perché la tortura non era durata particolarmente a lungo.”

    (15)“Rapporto”, op. cit., pp. 50-51

    (16 )Cfr. a proposito anche l’articolo del Corriere della Sera del 12 gennaio 2014, p. 25, di Franco Giustolisi, “Quei crimini rimasti impuniti commessi dai generali del Duce. Le pagine oscure della guerra d’occupazione italiana. Riemergono le carte della commissione istituita nel 1946. Abusi e atrocità dalla Grecia all’Albania, dalla Russia alla Jugoslavia: nessun responsabile fu giudicato.” Questo articolo conclude: “Manca, stranamente in questa relazione finale della «Commissione d’inchiesta per i crimini di guerra italiani secondo alcuni Stati esteri», ogni riferimento a quel che combinarono in Africa i marescialli Badoglio e Graziani. In particolare quest’ultimo, che poi aderirà a Salò. La conclusione, assai amara: in questo Paese è più facile, molto, molto più facile far riemergere la mastodontica Concordia, piuttosto che la storia, la memoria, la giustizia. Cioè, in una parola, la civiltà.”

    (17)“Rapporto”, op. cit., pp. 106-107

    (18)Cfr. in particolare ibidem, pp. 106-113

    (19)Ibidem, pp. 114-115

    (20)Cfr. ibidem, pp. 38-39: “La Commissione non ha svolto nessuna ricerca mirata né sui disertori, né sui prigionieri di guerra, ma concorda sulla necessità che vengano intraprese entrambe.”

    (21)Ibidem, p. 16

    (22)A partire dal  4 novembre, data di emissione del primo bando Graziani, ministro della Guerra della Rsi dalla sua costituzione al 1945, tutti gli italiani di età compresa tra i 33 e i 19 anni, si trovarono dinanzi alla scelta, 1) imboscarsi, 2) farsi deportare nei campi di concentramento in Germania (i “volontari”), 3) arruolarsi nell’esercito di Salò alleato di nazisti e “repubblichini”, 4) entrare a far parte dei reparti partigiani, che all’inizio furono costituiti da ufficiali, soldati o altri soggetti antifascisti del Regio esercito, di ogni colore politico, monarchici, liberali, socialisti, comunisti e anarchici nell’Italia occupata dai nazisti a nord della linea Gustav. A partire dal secondo bando di Graziani del febbraio 1944, che stabiliva la pena di morte per i renitenti, tale scelta venne allargata e imposta anche ai diciottenni, che andarono a costituire assieme agli altri “minorenni” quel grande gruppo di giovani che ebbero un peso non indifferente nella guerra partigiana e nella memoria storica di essa. La Commissione non menziona i bandi di Graziano nello specifico, vi allude laddove dice che “quasi nessuno fu in grado di sottrarsi alla conseguente polarizzazione della società fra amico e nemico” (ibidem, p. 16); menziona invece le “amnistie fasciste” del ’44: “Inoltre i confini fra movimento partigiano e sostenitori indecisi della Repubblica di Salò furono a lungo permeabili e permisero scambi in entrambe le direzioni. Le amnistie fasciste dell’anno 1944 cercarono volutamente di incrinare il fronte della Resistenza e di ricondurre una parte dei giovani che avevano raggiunto i partigiani alla Rsi.” (Ibidem, p. 108)

    (23)La cifra dei 30.000 partigiani italiani uccisi colpisce anche, perché è la stessa con cui si calcolano le vittime del regime nazifascista di Videla in Argentina, l’altra ‘meglio gioventù’ falciata venticinque anni dopo i ragazzi italiani.

    (24)Beppe Fenoglio, “Il partigiano Johnny”, Einaudi, Torino, 1994, p.126

    (25)Ibidem, p. 212-213

    (26)Fa piacere vedere un articolo di “Die Welt” su Fenoglio in occasione del cinquantenario della sua morte (“Wissen, wie das Böse in die Welt kommt” – “Sapere come il Male arriva nel mondo”, del 19 febbraio 2013). Significativamente esso non contiene riferimenti alle edizioni tedesche delle sue opere, perché se delle traduzioni sono apparse (sostanzialmente di “Una questione privata” edita da varie case editrici tra il 1968 e il 1998 e di pochi racconti scelti, p.e. “Das Geschäft mit der Seele” nel 1997 presso Wagenbach), queste sono reperibili solo nelle grandi biblioteche. “Il partigiano Johnny” non è mai stato tradotto in tedesco, la sua prima edizione in inglese è del 1995 (trad. Stuart Hood, Quarted Books, London, 1995) Anche Calvino o Primo Levi, in Germania sono poco conosciuti. Pasolini, Eco, la Tamara, Saviano e Camilleri sono pressappoco gli autori che oggi al vasto pubblico tedesco possono venire in mente a proposito di letteratura italiana del dopoguerra.

    (27)Roberto Bigazzi, “Fenoglio”, Salerno editrice Roma, 2011, p. 115

    (28)Ibidem, pp. 131-132

    (29) Significativamente, “L’UrPartigiano” non è stato ripubblicato neanche nell’edizione Einaudi, “Tutti i romanzi”, del 2012.

    (30) Calvino, “Prefazione del ‘64”, in op. cit., p. XXV

     

    (Questo testo è tratto da un approfondimento più esteso sulle opere a tema partigiano di Beppe Fenoglio)

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