• Albert Camus – Gli articoli di Combat: “Né vittime né carnefici – Il socialismo mistificato”

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    Nel 1946 la collaborazione di Camus a Combat è rappresentata solo da questi otto articoli dal titolo Né vittime né carnefici che da oggi pubblicheremo sul nostro Diario polifonico.

    Questi articoli vennero scritti dallo scrittore francese per rispondere a due problemi che lo premevano. La prima risposta, di ordine pratico, fu quella di dare una mano al giornale Combat che stava rischiando la chiusura; la seconda, nobile, fu per lanciare un grido di allarme e di protesta contro il dominio del terrore che si stava instaurando nel mondo e contro la legittimazione dell’omicidio che lo sottendeva. Né vittime né carnefici disegna le inquietudini di Albert Camus in quel periodo storico in cui le speranze di pace e di un rinnovamento radicale della società dell’immediato dopoguerra si andavano via via appannando.

    Questa serie di  articoli, oltre ad essere assolutamente attuali, rivelano la fonte della crisi sistemica che stiamo vivendo.

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    Il socialismo mistificato

     

    Se ammettiamo che lo stato di terrore, dichiarato o meno, in cui viviamo da dieci anni non è ancora cessato, e che esso è la causa più grave del disagio in cui versano gli uomini  e le nazioni, dobbiamo considerare che cosa sia possibile opporre al terrore. Il che pone il problema del socialismo occidentale. Poiché il terrore si legittima solo se si ammette il principio: “Il fine giustifica i mezzi”. E tale principio è ammissibile solo se si pone l’efficacia di un’azione quale fine assoluto, come avviene nelle ideologie nichiliste (tutto è permesso, ciò che conta è riuscire), (1). o nelle filosofie che fanno della storia un fattore assoluto (Hegel, poi Marx: poiché il fine è la società senza classi, qualunque mezzo porta alla sua realizzazione è consentito) .

     

    Ed ecco il problema che affligge, ad esempio i socialisti francesi, assaliti oggi da una quantità di scrupoli. Perché hanno visto all’opera quella violenza e quell’oppressione di cui finora avevano avuto fin qui un’idea alquanto astratta. E si sono chiesti se sia il caso, come vorrebbe la loro filosofia, di accettare in prima persona l’esercizio della violenza, seppure provvisorio e per un obiettivo comunque diverso. Un recente prefatore di Saint-Just (2), parlando di uomini che avevano nutrito simili scrupoli, scrive, accentuando tutto il proprio disprezzo: «Hanno fatto marcia indietro di fronte all’orrore». Non c’è niente di più vero. E comportandosi in questo modo hanno avuto il merito di acquisire lo sdegno di spiriti abbastanza forti e superiori per convivere senza batter ciglio nell’orrore. Ma hanno anche dato voce a quell’appello angosciato che si leva da gente modesta come noi – gente che si conta a milioni – che fa comunque la materia stessa della storia, e di cui bisognerà un giorno tener conto, malgrado tutte le manifestazioni di disdegno.

     

    Piuttosto, ci sembra più serio cercare di comprendere la contraddizione e la confusione nelle quali si sono trovati i socialisti francesi. Da questo punto di vista, evidentemente non si è riflettuto abbastanza sulla crisi di coscienza del nostro socialismo, così com’essa si è manifestata in un recente congresso. È del tutto evidente che i nostri socialisti, sotto l’influenza di Léon Blum, e più ancora sotto la minaccia degli eventi, hanno posto in cima alle loro preoccupazioni alcuni problemi morali (il fine non giustifica tutti i mezzi) sui quali finora non si erano soffermati.

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    Il loro legittimo desiderio è stato quello di fare riferimento ad alcuni principi che apparissero superiori a quello dell’omicidio. Risulta comunque evidente che questi medesimi socialisti intendono mantenere in vita la dottrina marxista; gli uni perché pensano che non si possa essere rivoluzionari senza essere marxisti; gli altri, per una rispettabile fedeltà alla storia del partito, che li induce a pensare a come non sia più possibile essere socialisti senza essere marxisti. L’ultimo Congresso del partito ha messo in evidenza le due tendenze e il suo compito principale è stato quello di cercare di conciliarle. Sennonché non si può conciliare l’inconciliabile.

     

    È chiaro, infatti, che se il marxismo è vero, e se esiste una logica della storia, il realismo politico diventa legittimo. Ma è altrettanto chiaro che se i valori etici preconizzati dal partito socialista si fondano sul diritto, allora il marxismo è assolutamente falso, proprio perché pretende di essere assolutamente vero.

     

    Da questo punto di vista, il famoso superamento del marxismo in senso idealistico e umanitario non è altro che una presa in giro e un sogno senza esisto. Marx non può essere superato, essendosi spinto fino all’esito in sé. I comunisti hanno fondate ragioni per utilizzare la menzogna e la violenza che i socialisti rifiutano, e trovano le proprie ragioni in quegli stessi princìpi e in quella stessa irrefutabile dialettica che i socialisti intendono comunque conservare. Nessuna meraviglia se il Congresso socialista ha chiuso con la semplice giustapposizione di due posizioni contraddittorie, la cui sterilità ha avuto una sanzione nelle ultime elezioni.

     

    Per cui la confusione continua. Occorreva scegliere e i socialisti non hanno voluto o non hanno potuto farlo.

     

    Non ho scelto questo esempio per sparare sui socialisti, ma per chiarire in quali paradossi si dibattono. Per sparare sui socialisti bisognerebbe essere superiore a loro. E non è ancora il nostro caso. Anzi, mi pare che la contraddizione sia comune a tutti coloro di cui ho parlato, tutti desiderosi di una società che possa essere nello stesso tempo felice e degna, di un’umanità  libera di vivere in una condizione finalmente giusta, e tuttavia esitanti fra una libertà in cui sanno bene che la giustizia finisce per essere intrappolata e  una giustizia nella quale vedono bene che la libertà è negata fin dal principio. Quest’ angoscia intollerabile è in genere oggetto di derisione  da parte di chi sa che cosa bisogna credere o fare. Io penso che, anziché irriderla, sia il caso di farne oggetto di ragionamento e di discussione, di vedere che cosa essa significhi, di trovare il motivo della condanna quasi totale che essa getta su un mondo che è il primo ad alimentarla e di cogliere  la fragile speranza che la sottende.

     

    E la speranza sta appunto in questa contraddizione, perché essa costringe o costringerà i socialisti alla scelta. O essi ammetteranno che il fine compensa i mezzi, e che dunque l’omicidio può essere legittimato, oppure rinunceranno al marxismo come filosofia assoluta, limitandosi tener conto della sua corrente critica, tuttora valida. Se optano per il primo corno del dilemma, la crisi della società avrà fine e le situazioni si chiariranno chiarite. Se optano per il secondo, dimostreranno che è giunto il tempo della fine delle ideologie, ovvero delle utopie assolute le quali, nel processo storico distruggono se stesse con il prezzo altissimo che finiscono per pagare. Occorrerà scegliere un’altra utopia, più modesta e meno rovinosa. O comunque  il rifiuto di legittimare l’omicidio obbliga a porre la questione.

     

    Sì, la questione va posta, e nessuno, credo, oserà dare una risposta superficiale.

    21 novembre 1946

     

    Albert Camus

     

    (1) Nel suo dramma I giusti , Camus opera una rivisitazione de I demoni di Dostoiyevski, rappresentando il ribelle nichilista che ha perduto ogni barlume di umanità, e che, in nome della Rivoluzione e dell’Organizzazione, è pronto ad uccidere anche dei bambini:«Stepan. Non ho il cuore abbastanza tenero per queste sciocchezze. Il giorno che ci decideremo a dimenticare i bambini, allora sì che saremo padroni del mondo e che la rivoluzione trionferà ».

     

    (2) Louis Antoine Léon de Richebourg de Saint-Just, più noto come Louis Antoine de Saint-Just (Decize, 25 agosto 1767 – Parigi, 28 luglio 1794), è stato un rivoluzionario e politico francese. Fu tra i principali artefici del Terrore durante la Rivoluzione francese. È considerato uno dei padri del socialismo.

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