• Vermeer e il silenzio … quella strana forma del tempo

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    Una lettera di Giovanni Callini

    «L’unica cosa che non esiste è l’oblio. E tutto il resto esiste, tutto il resto è rappresentabile. La vita fugge, tu l’attraversi e fugge. La morte fugge, ti afferra e fugge. Le città fuggono, tu le attraversi e fuggono. E anche tu fuggi, non puoi raccontarti, perché fuggi. E invece la mano corre sulla carta, guida il pennino o il pennello, la vita è fuggita, ma vi resta la sua immagine. La musica è suonata, le note sono svanite nell’aria. Ma resta lo spartito. È qui davanti a voi.(…) Suonatelo. Ognuno con i suoi strumenti. (…) Eseguitelo con la vostra musica, tornando a casa, anche se siete stonati, fatelo, per gli intimi doni che non elenco, per la musica, misteriosa forma del tempo. Il giorno entra nella notte. Non se n’è andato.»

     

    Queste bellissime ed enigmatiche frasi sono il commiato al mondo che Antonio Tabucchi volle lasciare fra le pagine  del  suo ultimo libro.  Sembrano scritte in quella rêverie che egli tanto amava e con la quale avvolgeva alcuni dei suoi personaggi – come ad esempio Pereira – sempre in bilico tra la certezza della veglia e l’incertezza sulla realtà umana.

     

    Queste frasi di Tabucchi, e soprattutto quel suo parlare della musica come « misteriosa forma del tempo» mi sono tornante alla mente dopo la visita alla mostra diVermeer alle Scuderie del Quirinale di Roma.

     

    Alla mostra Bruno, un amico esperto di tecnica della restaurazione di opere antiche, mentre mi spiegava storia e tecniche del maestro della luce olandese mi ha sbalordito con una frase ‘surreale’ buttata lì con nonchalance: “Vermeer  in alcuni suoi dipinti sa creare il silenzio”.

     

     

    Con la stessa nonchalance,  mi sono messo, ‘assurdamente’  in ascolto per ‘udire’ quel silenzio e dopo pochissimo, osservando un  quadro di Vermeer, quel silenzio l’ho ‘sentito’ sempre più distintamente. Il lettore dirà “ Va beh, ma che avevi bevuto” ; in effetti, anche se non avevo bevuto, c’era un elemento di ‘disturbo’ in grado di deformare le mie percezioni: mentre si guardava le opere de Vermeer e dei suoi coevi ci sfioravamo di continuo attratti come pianeti che cercano un momentaneo equilibrio : lei si appoggiava a me ed io la inseguivo nei corridoi della mostra in uno evidente stato di possessione erotica che solo il luogo affollato riusciva a mitigare.

     

    Sta di fatto che per la prima volta ho ‘sentito il silenzio’. Quel silenzio che con le sue momentanee assenze dal suono crea  “quella strana forma del tempo” che è la musica.

     

    Ormai in piena estasi, alla santa Teresa d’Avila di Bernini, ho cominciato a pensare che quella “cosa” che Vermeer crea nei suoi quadri non è solo, come si è sempre detto, un fissare il tempo in un’immagine, una sospensione del tempo, ma anche “creare il silenzio contenuto in quel tempo sospeso”. Ho pensato alla natura morta di Caravaggio ed ad altre opere d’arte ma non trovavo quel silenzio assoluto contenuto nelle tele di Vermeer … c’era sempre qualche suono che interrompeva quel silenzio … a volte anche un baccano infernale.

     

    Ora non so se saper creare quel silenzio è una delle caratteristiche dell’arte in generale o se è la cifra artistica di Vermeer … cerco risposte.

     

     

    Comunque sia è stata una bella esperienza … non solo intellettuale … vi consiglio di andare a vedere le opere del maestro olandese … magari  accompagnati … magari ad Amsterdam …

     

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