• Tempo fatale, Tempo opportuno, Tempo vissuto …

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    di Gian Carlo Zanon

    Ancora una volta la mia frequentazione e i miei “incontri” su face book hanno stimolato la mente al pensiero. Questi pensieri sul tempo, forse un po’ strampalati, sono la reazione ai sussurri e agli echi di un’amica sconosciuta ma molto, molto, intelligente, e con un grande senso estetico, che chiedeva, chiedeva, chiedeva … 

     

    C’è il tempo/cronos … il tempo voyeur … che spia  e conta i passi  lasciati dagli umani sul selciato dell’esistenza … parente stretto del rotear di stelle e di  pianeti che fanno il bel giorno o la cattiva notte, sta sempre lì a presentare il conto al nostro reo tempo/emar che intanto fugge. È il tempo che gli orologi scandiscono e che regola il lavoro, ci fa incontrare agli appuntamenti, e ricorda a chi sta fuori dal tempo d’avere un corpo. Si dice che sia socialmente utile e che aiuti la morte a farci morire quando è l’ora  e a vivere per un tot, e a nascere dopo nove mesi dal dolce peccato o dalla “the little death”  se siete inglesi o dalla petite mort se vostro padre ha copulato con una  Amélie Poulain, incontrata per caso a Montmartre.

     

    È il tempo dei riti ed elle ossessioni, dei ritardi agli appuntamenti e degli anticipi agli aeroporti. È il tempo che va riempito di veglia e occupazione, di sonno e di ozio. È il tempo della semina e del raccolto, della crescita delle messi, dell’estro animale e delle maree, di Ecate e di Elios condannati al non incontro. È il tempo scandito dal ruotare degli astri, un tempo poco umano, un tempo matematico frazionato in mille modi … per definire  … un tempo.

    Il tempo/Kairos è il tempo opportuno, la giusta misura , l’adeguatezza, l’obiettivo da raggiungere, il bersaglio.

    Un tempo pensato, saggio, temperato, soggettivo … giusto in sé, il tempo designato, il tempo cruciale.

     

     Il tempo/emar, (emar  nel greco arcaico di Omero essenzialmente significa giorno) è innanzitutto il tempo del vissuto giorno dopo giorno.  Quindi,  per ogni umano, ha un senso diverso: sarà, per il credente, momento per momento, disegno di predestinazione divina che si dipana; immagine interna che indefinita alla nascita si sviluppa e si realizza nel divenire per il pensante, ecc.. Comunque sia inteso il tempo/emar  si distingue dal tempo cronologico, legato alla rivoluzione astrale, in quanto è il vissuto personale, vita vissuta, tempo di vivere. Ma anche  Tyke con tutti i significati che nel corso del tempo si sono dati a questa parola:  caso, fato, sorte, fortuna, destino, volontà religiosa provvidenziale.

     

     Nella mitologia greca il tempo dell’esistenza è narrato  dalle tre Moire: Cloto , Lachesi e Atropo. Le Moire, assimilate anche alle Parche romane e alle Norne norrene, erano la personificazione del tempo dell’esistere in vita di ogni individuo. Il loro compito era tessere il filo del fato di ogni essere umano, svolgerlo ed infine reciderlo segnandone la morte.  Cloto, nome che in greco antico significava  “io filo”, filava il tempo della vita dei mortali. Lachesi, che era la rappresentazione del caso, del fato, del destino, lo avvolgeva sul fuso. Atropo, che significava “inevitabile”, con taglienti cesoie, prima o poi, inesorabile, lo recideva.

    William-Adolphe_Bouguereau_(1825-1905)_-_La_Nuit_(1883)« Notte poi partorì l’odioso Moros e Ker nera
    e Thanatos, generò il Sonno, generò la stirpe dei Sogni;
    non giacendo con alcuno li generò la dea Notte oscura;
    e le Esperidi che, al di là dell’inclito Oceano, dei pomi
    aurei e belli hanno cura e degli alberi che il frutto ne portano;
    e le Moire e le Kere generò spietate nel dar le pene:
    Cloto e Lachesi e Atropo, che ai mortali
    quando son nati danno da avere il bene e il male (…).»

     

    Teogonia di Esiodo, vv. 211-222

     

     Ma lasciamo la mitologia e il suo politeismo e torniamo al tempo interno: per i pensanti il tempo/emar è il vissuto di un individuo, dall’istante della nascita alla fine del pensiero. Non può essere certamente un tempo trascorso passivamente a meno che si lasci agli altri il compito di costruire la propria storia. Ma se “la storia siamo noi, e nessuno si senta offeso”,  il tempo /emar è, nel bene e nel male, fonte e causa dell’essere di ogni individuo, la sua vera origine, il suo daimon, la sua realtà interna presente originata dal suo vissuto passato. Passato inteso come un tempo trascorso in rapporto con altri esseri umani.

     

    Il tempo/emar interno di ogni essere umano sfugge al tempo/cronos in quanto questi appartiene alla natura non umana, all’immensità del cosmo,: «Vi sono dei momenti in cui gli uomini sono padroni del loro destino: caro Bruto il destino non è nelle stelle ma in noi stessi»

    Shakespeare, Giulio Cesare

     

     bacchante-1894Il tempo/emar è il nostro cammino, e le nostre orme sono i segni, indelebili o fugaci, del nostro attraversamento del tempo/cronos e del nostro mischiare il nostro tempo/emar  con il tempo interno dell’altro da sé.

     

    Dove son già fatte le strade, io smarrisco
    il cammino.
    Nell’oceano immenso, nel cielo azzurro
    non c’è traccia di sentiero.
    La via è nascosta dalle ali degli
    uccelli, dal fulgore delle stelle, dai fiori
    delle alterne stagioni.
    E io domando al cuore, se il suo sangue
    porti seco la conoscenza dell’invisibile via.

     

    Rabíndranáth Thákhur(Tagore)

    12 febbraio 2014

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