• Sviluppo economico cieco … che fare? – I

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     di Gian Carlo Zanon

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    Questa serie di quattro articoli “Sviluppo economico cieco … che fare?” sono già stati pubblicati su Dazebao New nel 2010. Era l’inizio di una ricerca che si è rivelata fruttuosa e preveggente…

    Visto la loro attualità abbiamo deciso di ripubblicarli lasciandoli inalterati.

     

    1ª parte – Crisi, opportunità, pericolo

     

    L’intervista di Nadia Angelucci a Vandana Shiva, apparsa su Dazebao News il 15 novembre 2010, merita di essere studiata approfonditamente, magari legandola alla crisi del mondo occidentale per poter osservare il fenomeno “crisi” nella sua totalità.

     

    «In realtà è la crescita economica, cieca ai bisogni ecologici e sociali, che conduce alla regressione della società, non al progresso.»  In questo modo rispondeva nell’intervista Vandana Shiva alla domanda dell’Angelucci che le chiedeva se la crescita economica è portatrice o meno di progresso, aprendo, di fatto, la porta a domande inevase sul senso profondo della crisi economica che attraversa il modo occidentale e mettendo, finalmente, fine al falso sillogismo crescita-progresso = benessere per tutti.

     

    Cercare di capire bene il problema della crescita e dello sviluppo economico, senza demonizzarli né lasciarli sull’Olimpo come un assunto dogmatico, significa andare nel cuore della tenebra del mondo economico o meglio nel “cuore di tenebra” di coloro che gestiscono in modo oligarchico e senza regole l’economia mondiale.

    Certamente non si può né tentare un approccio psichiatrico con questi signori dell’economia, ne tantomeno tentarne una cura psicoterapica, però si può partire dall’assunto, apparentemente banale, che non è  quell’entità metafisica chiamata “la mano invisibile dell’economia” che guida il mondo, ma sono pochi esseri umani in carne, ossa  e mente spesso disturbata, che fanno la storia di miliardi di individui che permettono loro di guidare la loro storia umana.

     

    Pochi, relativamente alla moltitudine, esseri umani, stanno guidando una macchina lanciata folle velocità verso la distruzione dell’umanità, non solo nel senso di distruzione materiale del genere umano, ma anche nel senso di privare di umanità l’essere umano. Viene alla mente l’ultimo quadro di Pieter Bruegel il vecchio, I ciechi, che porta un implicito sottotitolo Così va il mondo: ciechi che guidano ciechi, il primo finisce nel fiume e gli altri lo seguono.

    A questo punto, aperti gli occhi, il sillogismo dovrebbe cambiare in crescita-progresso = malessere psicofisico per tutti i dominati, e malessere psichico per coloro che, facendo parte dell’oligarchia dominante, non vogliono vedere il baratro nel quale stanno precipitando miliardi di esseri umani compreso se stessi.

    Chi sono questi “esseri umani” che seduti nella stanza dei bottoni decidono della sorte dell’umanità? Montale direbbe «gli uomini che non si voltano».  Kafka scriverebbe “coloro che ormai sono entrati nel processo”, e che incarnano ciò che chiamiamo “poteri forti”. Ma, senza disturbare i poeti, si potrebbe dire che sono coloro che non solo non vogliono capire la crisi per cercare di risolverla, ma la vogliono utilizzare per aumentare la propria ricchezza: il caso Fiat guidata da Marchionne prova questa affermazione, in quanto egli, nascondendosi dietro la crisi, delocalizza a piacimento i propri stabilimenti, assumendo per dogma quella cieca crescita di capitale, anche se questo mette alla fame migliaia di esseri umani i quali, con le loro tasse, fino a pochissimo tempo fa, hanno sostenuto quell’industria parassita. La battuta di Corrado Guzzanti: «Gli Italiani sono gli unici che pagano le automobili Fiat e poi non vanno a ritirarle» è emblematica, anche se non deve divenire catartica.

    E tutto questo con il bene placido della politica, tutta, quasi nessuno escluso, che non fa una gesto per difendere l’occupazione dai “signori dell’economia”. Tutto questo per un motivo ben preciso, che si palesa nella persona che oggi governa da dominus il paese Italia: sono le “tribù dominanti”, che detengono il potere ed il controllo dell’economia, coloro che governano i paesi occidentali, ma anche quelli orientali, e non i politici i quali sono meri esecutori di ordini. Ordini palesi e ordini latenti.

    La politica che, con i principi etici di Solone e Clistene, eunomia e isonomia,  era nata, almeno sulla carta, per equilibrare la società civile, oggi è finita ad essere schiava del potere economico che detta la sua agenda senza farsi troppi problemi sulle sorti del genere umano. L’aforisma di Karl Marx, «il più violento domina il meno violento», è, purtroppo, più che mai valido in questo momento storico.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Cercare di superare la crisi che, ora, è occidentale, ma non tarderà a divenire mondiale, significa innanzitutto comprenderla, definirla, conoscere il suo “cuore di tenebra” e poi affrontarla nelle sue sfaccettate realtà tra microcosmo e macrocosmo per avere sempre una visione olistica e non parziale del reale, riportando al centro della civiltà un essere umano che non faccia di homo homini lupus il suo precetto di esistenza.

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    La ‘crisi’

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    Ecco, forse , si potrebbe partire, prima, dal significato che la parola “crisi” ha avuto ed ha nella nostra e nella cultura orientale, per poi cercare di comprenderne i contenuti decifratori di senso. Il verbo greco krinò, significa “io scelgo, distinguo, separo, giudico”. È interessante sapere che è questo verbo che da origine alla parola krisis, tradotta in italiano dal fonema “crisi”. Krisis, era, nella Grecia arcaica,  l’immagine di un’invisibile forza distintiva. Era chiaro, per quella cultura e in quel contesto storico, che la crisi sopravveniva di fronte ad un nuovo che turbava l’equilibrio precedente. Di fronte al perturbante, che scaturiva imprevisto, si doveva scegliere: negarlo, oppure, attraverso la nemesis, separarsi dalle immagini note e pacificatrici e integrare nella propria conoscenza e nel proprio vissuto psichico il nuovo, il non conosciuto prima.

    Ancora più interessante è come viene rappresentato il concetto di crisi nella lingua mandarino/cinese; l’immagine-idea della “crisi” viene evocata da due fonemi, agglutinati nella pronuncia: wei-chi, opportunità-pericolo. Questo aiuta a comprendere l’immagine nascosta della crisi: opportunità di integrare il nuovo per una maggiore realizzazione di sé; pericolo in quanto il non conosciuto scompone il cosmos, vale a dire “l’ordine” vale a dire l’equilibrio consolidato.

     

    Detto questo si può cominciare a pensare a questa crisi incombente, non solo come portatrice di pericolo, ma anche come opportunità per iniziare a cambiare la società civile che sta smarrendo il senso dell’esistenza, delegando alle religioni la panacea di paradisi post mortem, o alla rete del web esistenze Second Life.

    Ma per far questo si deve trasformare il pensiero filosofico sulla realtà umana, occorre una rivoluzione antropologica che sappia rifiutare l’homo oeconomicus e i suoi paradigmi cristallizzati sulla crescita e il progresso; bisogna cominciare a dire chiaramente che l’homo oeconomicus è un asociale il quale cerca solo e unicamente il proprio massimo vantaggio personale e per farlo saccheggia l’altro da sé; bisogna iniziare a riformulare il senso della parola crescita magari parlando di “crescita della realizzazione dell’identità umana” in termini psichici e avvicinare alla parola progresso “della società umana” nel senso di mettere al centro l’idea/matrice non eludibile di un’eguaglianza primaria.

    Se non si parte dall’idea di trasformazione dell’umano nell’uomo, la parola “crisi” continuerà ad evocare solo immagini apocalittiche escludendo l’opportunità di trasformazione della società. Una società dove equità e giustizia sociale non siano solo parole che empiono di vento le orecchie dei credenti di “destino economico”, che sta minando la stessa sopravvivenza del genere umano. Tradurre invece la parola “crisi”, nella sua accezione antica di scelta, significa ridare all’individuo delle polis il diritto e la responsabilità di farsi la propria storia inserita nel rapporto con l’altro da sé che non è nemico da sopraffare ed eliminare, per la propria sopravvivenza, ma ricchezza e possibilità di crescita … umana.

    La crisi che stiamo vivendo dà l’opportunità di affrontare il nuovo che si annuncia indecifrabile per coloro che chiudono gli occhi di fronte a ciò che perturba i loro elementari schemi mentali; la sfida è quella di affrontare quel nuovo che si affaccia alla storia senza negarlo né annullarlo perché troppo eccessivo. La storia ha insegnato che “risolvere” la crisi arretrando di fronte al nuovo perturbante, – ad esempio a idee come la decrescita pilotata – porta gli esseri umani a dibattersi nella coazione a ripetere che distrugge le risorse del pianeta e l’identità umana.

     

    La “crisi” vista come opportunità di cambiamento radicale della società può far nascere il pensiero che pensi alla possibilità di togliersi l’involucro distruttivo dell’homo oeconomicus per trovare all’interno di sé stessi l’homo humanus.

    Tutto ciò in termini economici si può tradurre in ricerca di “un’altra economia”, di un’altra società “diversamente ricca”, direbbe il socialista della prima ora Riccardo Lombardi; una società fondata sull’eguaglianza primaria e sulla giustizia sociale, che non si traduce come “Comunismo” né stupidamente come: “per tutti la stessa giacchetta grigia”.

     

    Risolto questo “piccolo problema” verrà naturale difendere la Madre Terra, nominandola ognuno nel proprio linguaggio ancestrale e primario, Demetra, Cerere, Pacha Mama, ed avendo per lei l’immagine dello stesso amore dimentico di quel tempo in cui la nostra sopravvivenza dipendeva dalla madre/altro da sé, che ci scaldava e ci nutriva e ci salvava, ogni giorno, la vita.

     

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