• Stig Dagerman: Eros o Thanatos?

      2 commenti

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    Rendiamo pubblico il “dialogo socratico” tra Antonio e Gian Carlo sul “caso Dagerman”. Invitiamo quindi i lettori a leggere Qui l’articolo precedente.

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    Iniziamo però prima con due poesie del poeta svedese.

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    Solo una volta all’anno


    Perché non far credere
    una sola volta all’anno
    che la Morte sia annegata
    nel profondo mare blu
    che la vita di nessuno
    sia minacciata dalla paura,
    che nessuno spari
    al suo prossimo per denaro.

     
    Tempeste e inondazioni hanno preso una vacanza,
    e stanno riposando
    in qualche hotel di lusso.
    I carnefici sbadigliano
    ed aspettano l’ispirazione,
    i rubinetti del gas sono sigillati.
    Nessuno lancia bombe
    in luoghi affollati,
    nessun automobilista ubriaco
    si schianta contro un muro.

    Ovviamente non è così,
    non fare quell’espressione!
    Fingere è sognare, dopo tutto.

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    L’uomo che ama, (poesia postuma)


    L’uomo che ama trova una conchiglia sulla spiaggia. Quando la porta all’orecchio non sente né il mare né il vento né gli angeli, ma la sua stessa voce che canta: Ti amo. Non ha mai udito niente di così bello.
    Su un’altra spiaggia giacciono tutti gli uomini addormentati. Qualcuno cammina lentamente sulla spiaggia, li solleva uno per uno, se li porta all’orecchio e rimane in ascolto. In alcuni uomini-conchiglia sente un abbaiare di cani, in altri un lontano ruggire di tigri o colpi di martello, in altri ancora un pesante rombare di macchine. Ma in una conchiglia echeggia il grido di un pesce. È questo il suono dell’uomo che ama quando qualcuno se lo porta all’orecchio. Se i pianeti potessero amare uscirebbero dalle loro orbite e sarebbe il caos. La sopravvivenza dell’universo è garantita dal fatto che l’amore è impossibile. Anche l’uomo che ama ha il presentimento che l’amore sia fratello della morte. Ma questo non gli impedisce, lui prigioniero della sua orbita, di aprirsi una breccia fino alla cella del vicino, gridando di gioia: Sono libero.

    Dagerman - Copia

     

    Il commento di Antonio segue l’articolo Stig Dagerman, il poeta inconsolabile – Dialettica tra nichilismo e senso dell’esistere.

     

    “Chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà”

     

    le tue ” sagge considerazioni” confermano l’affermazione di dagerman.
    il tuo furore inquisitorio, quello si, di matrice religiosa, ti fa vedere pazzi e paranoici dappertutto. a leggere quello che scrivi ho l’impressione che tu abbia letto un altro testo. o forse sono i tuoi pregiudizi …
    lascio all’intelligenza e alla sensibilità dei lettori giudicare il testo di dagerman.
    ci sono i pochi libri in circolazione, per chi avesse voglia di leggerlo, a dimostrare il suo indiscutibile valore, come scrittore.
    probabilmente da uomo e da anarchico quale era … il giorno prima di morire, dagerman spedì la sua ultima poesia ad un giornale anarchico svedese, di cui per anni ne era stato il direttore… lui il nobel al contrario dei tanti che predicavano bene … e prezzolavano ancora meglio … lo avrebbe rispedito al mittente…

     

    forse giancarlo, senza scomodare la tua amata pischiatria , dagerman era un uomo la cui estrema dignità e sensibilità, lo rese : FELICE DI ANDARMENE DA UN MONDO DOVE L’AZIONE NON E’ SORELLA DEL SOGNO … come scrisse boudelaire.
    ciao antonio.
    ps
    non sono un consulente che vive ai margini dell’anarchia … ma un semplice ebanista che vive di pane, frutta( sono vegetariano ) e quando ne ho tempo e voglia…quasi sempre … anche di anarchia

    Dagerman

     

     Ciao Antonio. Devo dire che mi aspettavo una tua risposta incazzosa, non incazzata , incazzosa. Come puoi vedere da questa mia prima frase io uso le parole in modo soggettivo. Tutti, mi dirai, lo fanno, ma questo è vero a metà, perché io lo faccio scientemente, nel senso che uso l’espressione verbale per avvicinarmi il più possibile ai contenuti che voglio esprimere.

    Ti dico questo perché penso che la question che ci divide stia non tanto nei contenuti ma nel linguaggio che, ancora, inesorabilmente ci divide. Per trovare un linguaggio condivisibile da entrambi dovremmo rinunciare a una parte della nostra soggettività e a quanto ho capito non siamo tipi da “compromessi storici” né da “larghe intese”.

     

    Comincio dall’inizio dove citi (penso) : “chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà” . Se si intende questa frase storicamente, questa è una cazzata, visto che le masse vengono imprigionate ogni giorno da retori criminali che con le loro espressioni verbali riescono ad ingannare chi, pur avendo esigenze di libertà, non ha la possibilità di esprimere il proprio pensiero perché questi non ha gli strumenti culturali atti a  verbalizzare i propri contenuti semantici.

     

    «Raccontatemi tutto, ogni insulto, ogni catena, ogni frustrata, io sarò la vostra voce» cantava Neruda  (cito a memoria) esprimendo così la consapevolezza che il suo popolo non possedeva un pensiero verbale capace di contrapporsi al linguaggio scisso dal corpo dei costruttori di prigioni fisiche e metafisiche.

    Per quanto riguarda il testo di Dagerman, che anch’io lascio al giudizio dei lettori, rimango sulle mie posizioni. Anch’io penso, non lo nego nel mio articolo, che Dagerman fosse una persona sensibile, coraggiosa, degna, dotata di una grande onestà intellettuale – ho letto qualche suo articolo – ma nel mio articolo analizzo solo il testo pubblicato. E quel testo, a mio giudizio, è impregnato di religiosità. Parole e frasi come “consolazione”, “espiazione”, “viaggio pieno d’imprevisti tra luoghi inesistenti”, “non possiedo una filosofia in cui potermi muovere come l’uccello nell’aria e il pesce nell’acqua” e altre ancora denunciano una radicale alienazione religiosa. L’alienazione religiosa essendo inconscia, non è ascrivibile a determinate forme di religiosità, ma determina in chi ne è vittima ( il 99% della popolazione mondiale) una scissione che porta ad una visione irreale della propria e dell’altrui realtà umana.

     

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    Dagerman non si suicida perché e una persona degna e sensibile ma perché è disperato. Ed è disperato, lo dice lui e lo dice la sua biografia,(abbandono della madre, morte prematura dei nonni molto amati, separazioni devastanti)  perché non c’è nessuno che possa “consolare” la sua perdita di speranza, alias disperazione. Ecco perché continuo a lavorare sulle parole e sul linguaggio: ogni parola deve avere un senso. E purtroppo non è così nella cultura egemone: si parla di disperazione senza sapere di cosa si stia parlando, senza farsi un’immagine, senza cercare i contenuti e la genesi della disperazione. Quando scrivo che la “consolazione” è una stampella che impedisce la realizzazione delle proprie esigenze umane, intendo dire che se non si cerca di capire le cause della disperazione non si esce mai dalla coazione a ripetere disperazione- consolazione.

    E le cause della disperazione stanno nel fallimento del rapporto interumano: se nei primi mesi di vita la speranza-certezza dell’esistenza di un essere umano uguale a se stesso, che il neonato possiede come dote dalla nascita, viene delusa egli non potrà far altro che rifugiarsi in una delle religione prêt-àporter, che troverà già belle confezionate dall’ambiente in cui andrà ad abitare; oppure si rifugerà nell’astrazione culturale o ideologica. La speranza di trovare esseri umani simili a se stessi, con i quali fare una dialettica capace di realizzare le proprie esigenze umane, oltraggiata e derisa porterà inevitabilmente a scegliere le solite, sintetizzando, tre strade che hanno tutte come base la disperazione che, ripeto, è essenzialmente la perdita di speranza negli esseri umani.

     

    La prima strada e la consolazione religiosa in cui la speranza viene alienata in un altrove dopo la morte, che il potere teocratico codifica a proprio uso personale: i guerrieri vichinghi andavano nel Walhalla solo se morivano con la spada in mano, così i martiri mussulmani avranno venti vergini ecc.. Queste sono religioni funzionali al potere.

     

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    La seconda strada è quella dell’ideologia che ripete esattamente la prima solo che al posto degli dei ci sono i vari Hitler, Mao, Stalin, Castro, e al posto del paradiso c’è l’annullamento delle proprie esigenze individuali e della realizzazione di sé per il raggiungimento della “tirannia del proletariato” dove tutte le giacche sono grigie.

     

    La terza strada è quella che appartiene a persone come Dagerman, Pavese e altri che, avendo perduto la speranza nell’altro da sé ed essendo  troppo onesti e troppo sensibili per accettare dei compromessi con la loro coscienza, non trovano altro rimedio che – come sottolineituandarsene felicemente “ da un mondo dove l’azione non è sorella del sogno”… come dici scrisse Baudelaire … che invece di compromessi ne fece a bizzeffe e si consolò, fino alla morte per sifilide e non per suicidio, era troppo pavido, tra le braccia di mammina cara.

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    Potrei andare aventi all’infinito ma già ho esagerato come al solito.

     

    Continuo a pensare che questa dialettica con te, a me e al nostro Diario polifonico, faccia un gran bene.

     

    Solo una cosa Antonio: la dialettica tra un Dagerman e me è sempre quella in cui lui mi tira verso il non essere della morte e io lo tiro dalla parte di una vita umana degna di essere vissuta. Se vince lui soccombiamo entrambi, se vinco io continuiamo la nostra dialettica …

     Un abbraccio

     

    Gian Carlo

     22 ottobre 2013

     

    Ps. Visto che non mi ero spiegato bene quando ho scritto “consulente che vive ai margini dell’anarchia” ho fatto correggere mettendo  “consulente” tra parentesi così si capisce meglio che volevo solo fare dell’ironia.

     

    Fai un lavoro che invidio molto e anche una dieta che invidio molto …  hasta siempre Antonio

    • giancarlo ho letto adesso la tua risposta. voglio dirti che personalmente non credo che un’infanzia per quanto infelice possa essere stata ,farà inevitabilmente di un uomo adulto, un disperato.conosco uomini e donne che hanno avuto ed hanno una vita, segnata da lutti e malattie e non sono certo dei disperati che vagano senza meta in qualche anfratto di una strada, aspettando l’occasione giusta per togliersi la vita.tra di loro ci sono individui che felicemente e consciamente vivono senza nessun rimorso,e nessuna incertezza, la propria alienazione fisica e mentale. altri sono ben coscienti di tentare non dico di vivere…….ma di sopravvivere, in una società alienata, disumana e orribile. per essi come cantava il buon ferrè…………la disperazione è una forma superiore di critica.
      e forse lo era per dagerman, ed il suo bisogno di consolazione,non era altro che il bisogno urgente di felicità, che abbiamo tutti ogni giorno , ben sapendo di vivere in un mondo infelice, e per giunta,contento di essere tale.
      ps
      tu costruisci un discorso e dai un senso alle parole,con la stessa destrezza con cui io scolpisco il legno con le mie sgorbie.
      per me scrivere ,e ogni volta un travaglio senza fine…………
      un caro saluto……………..antonio

      • Gian Carlo

        Antonio , anche per me scrivere è un travaglio senza fine; anche vivere, per i più fortunati, è un travaglio senza fine. Bella parola “travaglio” : in siciliano viene usato per indicare lavoro e fatica, in inglese per viaggio (travel) e in termini ostetrici è quel tempo che intercorre tra al rottura delle acque e la nascita. Tu, qui, lo usi alla siciliana e come si usa nel linguaggio comune; e questo mi piace. Mi piace perché senza travaglio inteso sia come spinta alla nascita sia come “fatica di vivere” non esisterebbero quegli istanti di felicità estrema in cui è racchiuso tutto il senso di un movimento interiore magari durato anni. Senza la ricerca continua e infinita sul senso dell’esistenza che appartiene al genere umano, non esisterebbero quelle nascite continue e ripetute nel tempo che ci portano a spogliarci di vecchi involucri quasi fossero delle pelli che il serpente lascia tra i rovi.

        Ma, e questo è il punto che duole: la nascita umana, intesa come identità, che sa dell’esistenza dell’umano fuori di sé, perché lo ha in sé, senza un rapporto interumano che confermi questa sua certezza, muore nella stessa culla in cui è nata.

        Questa identità è messa, da subito in pericolo: se chi accudisce materialmente il bambino – lo allatta, lo tiene al caldo ecc. – ha perduto nel travaglio della propria esistenza quella certezza primaria avuta in dote alla nascita, costringe il bambino a privarsi di quella certezza che gli aveva fatto scegliere la ricerca travagliata dell’umano e non la sicura banalità del vivere come mera sopravvivenza materiale, egli è perduto. E solo un incontro che gli permetta la ricreazione della nascita , allattamento e svezzamento potrà fargli ritrovare i passi perduti dell’umano.

        Non è la società ad essere “alienata, disumana ed orribile” sono alcuni , a volte tanti e troppi, che avendo perso tutta o parte della speranza nell’umano, passano il tempo a farla perdere agli altri, e non posso non pensare a Pasolini che violentava i ragazzini per un pacchetto di sigarette. Pensa un po’ come potevano stare quei ragazzi dopo che si erano venduti la propria identità umana per un pacchetto di sigarette o per una particina in un film di quel criminale.

        La disperazione non è una critica. La disperazione è perdita di speranza. Chi critica sceglie, chi è senza speranza non lo può più fare, può solo pensare di far finire quel dolore insopportabile provocato dalla stridio assordante tra il proprio sentire interno e la realtà esterna a sé che nega persino che esita un interiorità umana e che questa sia tutto per l’uomo.

        Lo so è un discorso difficile Antonio, io posso solo narrartene un pezzo, un piccolo pezzo … poi …
        Noi siamo il risultato dei rapporti interumani in divenire. Non nasciamo con peccati mortali da mondare con riti religiosi o con un narcisismo, che cerca di prevaricare l’altro, da tenere a bada con la ragione.

        Il nostro pensiero è la nostra realtà umana che da subito ha una dialettica, spesso feroce, con l’altro da sé; si forma non perché ci viene inculcato dalla cultura ma nell’incontro scontro con chi gestisce la cultura … e quindi amico mio, che mi sei caro, buon travaglio e scrivi che ti fai capire benissimo … anche se non usi per scelta le maiuscole … Saramago ha vinto il Nobel per la letteratura eliminando buona parte della punteggiatura …

        Gian Carlo

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