• Riverberi – Lia Maselli : Morte di Pepe Hillo innamorato

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    toro

     di Lia Maselli

    Una siepe di pitosforo separava i nostri sogni dalla strada. A volte ci capitava di restare svegli, nei pomeriggi d’agosto, col sudore fermo, ad ascoltare il respiro della stanza. Che era un’eco del mare, in una risacca monotona di progetti e tattiche di sopravvivenza, in quelle estati, in quel paese. Mio fratello annodava con pazienza le ragioni e le aspirazioni, già forti. Io fondevo in rivoli di resina pura, i malcontenti e le ansie. In due avevamo sogni che traghettavamo con foga, verso l’istmo che avvistavamo miopi, scambiandolo per una grande isola incontaminata. Viaggiavamo a tariffa ridotta, in futuri dal sapore agrodolce: voli programmati sul copriletto anni settanta che nostra madre aveva rimboccato quando eravamo bambini, con uno sguardo, ogni sera. Ma era passato il tempo. Ci raccontavamo, fondendo in un nucleo di aspettative, gli amori e gli abbandoni, carpendo l’uno dell’altro le debolezze, per sviscerarne una possibile, comune radice. Che affondava inesorabilmente in spiagge battute da vento e salsedine. In una donna dagli occhi neri e un ragazzo, che non smise mai di esserlo, sguardo lungo Guzzi rossa, anni cinquanta, prima che il vento portasse via l’illusione.

     

    E ricordo: un cavallo inciso con la punta di una lama sul frigorifero di casa, e grandi scatole di cartone diventare teatrini di cortile, tutti carta lucida e ritagli di stoffa. E una bambina che piange in una culla di vimini, nostra sorella, sul salto di un decennio che vibra sulle corde di una chitarra elettrica.

     

    Ma quella sera l’infanzia era lontana. Ed io tornavo a casa, con un treno che sfrecciava nella notte senza di me. Dalla finestra la luce accesa pioveva gocce d’insonnia e si alzò un sipario sul mio rientro a casa. Col bagaglio intatto di nostalgie che avrei allontanato da me, se soltanto non avessi indugiato. Avrei voluto scivolare in silenzio e posare sul cuscino il mio viaggio mancato. Non avevo voglia di spiegare, ma lui mi chiamò piano, o forse lo immaginai soltanto, ed entrai nella stanza. Mi chiese di tenergli compagnia; tante volte eravamo rimasti a parlare, quando la giovinezza correva verso il mare con un treno di latta. Ma il suo, questa notte, è un monologo o un pianto, non so. «Sono partito per Madrid col silenzio di lei, compagno e scudo.»

     

    Ed intanto dipinge, pennellate indolenti come gatti sulla soglia di un pomeriggio assolato di una terra che non conosco, ma immagino bruciata dal vento. «Vorrei tornare indietro, a quel viaggio, per stendermi sulla collina ocra che abbiamo attraversato in treno, e ritrovare i suoi capelli di rame e i suoi sguardi felini. Lontano da lei che non mangia e non dorme, inghiottita da pagine di Dostoevskj e silenzi marini.»

    picasso minotauro

     

     La mano insegue il paesaggio sul destriero fulvo del tramonto. Sulla tela, il toro ha colpito il ragazzo e il pomeriggio geme sotto le lame della sera. Tela due metri per tre, montagne, o piuttosto dolci colline. Il pittore racconta una storia d’amore o soltanto i suoi sogni. Rimase fino alle quattro del mattino a dipingere la sua tela. Fuori contorni indefiniti, nell’ipotesi di un’alba. Altri quadri alle pareti, altre storie: tralicci di periferie lontane e pensieri molesti come insetti che allungano zampe sottili sul giorno, che sarà d’agosto, di vetro e afa. E non so, quanto vidi sulla tela, quanto sognai: Il picador fugge dal suo ultimo sguardo, riflesso negli occhi di chi non ha voluto ascoltare. Certamente è una fine o un inizio, come sempre fusi in un ritornello di personali solitudini, in un girotondo di egoismi inconfessabili, come solo l’amore.

     

    Forse spera che una donna e un pittore verranno un giorno a cercarlo, nell’entroterra madrileno, terra di Siena, blu cobalto per un cielo che viaggia sull’onda di un destino irrevocabile. Mi parla, ora, ed è un sussurro o una preghiera, non so: «Ritornerò nella città deserta. Confondendo me stesso studente e straniero, lontano da lei che strapperà le mie lettere in minuti frammenti che cadranno a terra come la neve di quelle sfere di vetro. Cambiando il paesaggio, il nostro fragile mondo resterà dov’è.»

     

    Lo guardo aspettando di capire dov’è ferito il picador. Se fugge o soltanto vagheggia una morte che si sciolga al sole, come i pensieri di questa notte d’agosto. Mi parla e non so se è la voce che conosco da quando ero bambina o del picador o, solo, di un uomo ferito. Certamente è una fine o un inizio. La notte scivola silenziosa alla soglia di un giorno, che ci troverà così, senza parole, di fronte al quadro che andremo a leggere in una stanza al primo piano di una casa dietro la ferrovia: col mare che arriva alla finestra, salsedine e infanzia. Mi guarda attraverso il silenzio. E’ una domanda o un battito di ciglia, non so. «Non dimenticherò quel viaggio.» Mentre la luce dell’alba entra nella stanza ed è la stessa luce che batte sulle colline, laggiù nell’entroterra, e nuvole mosse da vento: forse che l’Atlantico non possa arrivare fin qui?

     

    E sul volto di Pepe Hillo innamorato, corpo addormentato dietro le colline, sopracciglia folte palpebre bianche rughe sull’ultima espressione, bocca sospesa su sogni di arene deserte, collo piegato a sinistra, dove leggo incertezza. Tela due metri per tre e la siepe di pitosforo che non poteremo neppure quest’anno per non lasciar fuggire i sogni. Un’alba di carta vetrata sul mare indefinito delle aspettative. Mi dice: «Sentivo lei come la trama di una tela».

     

    Lo so, vorrei rispondergli, è sempre uguale l’amore. Arrivò il mattino sul mio treno mancato e sul suo addio. E ci addormentammo sulle parole inutilmente spese sul se. Se ognuno di noi ne tornò cambiato dai tanti viaggi intrapresi, improbabili o reali, chi può dirlo. In ogni caso non mi impedii di stringermi il cuore. Annodarlo a quello del Picador che ora lo so, moriva in un pomeriggio, un secolo o soltanto un giorno fa. E le parole sognate erano pennellate nella nebbia e sul mare. E l’amore, come sempre, senza sconti. Goya dipinse la morte di un picador in un’arena deserta. Diverse le supposizioni sul punto in cui Pepe Hillo fu colpito a morte. Puoi vederlo al Prado. Io lo seppi quella notte, che fu ferito al cuore.

    La_muerte_de_Pepe-Hillo

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