• Penteo alla Columbia University: le Metamorfosi di Ovidio messe all’indice nell’Università americana

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    di Gian Carlo Zanon

    Ascoltando gli echi delle cronache che giungono da occidente ci si rende conto che lo scontro millenario tra dionisiaco e apollineo non si è mai spento. Questa volta un ennesimo rigurgito puritano punta l’indice sui miti rivisitati da Ovidio nel suo capolavoro letterario: Metamorphoseon (Metamorfosi).

     

    In preda a un condivisibile sconforto Eva Cantarella sulle pagine del Corriere del 23 maggio scorso, in un articolo intitolato Giù le mani da Ovidio, scriveva: «Povero Ovidio, non bastava l’esilio nella desolata Toni, sul Mar Nero, dove lo spedì Augusto e dove finì i suoi giorni. (…) Adesso a fargli rischiare di essere messo al bando, questa volta non da Roma ma dalla cultura classica, sono le Metamorfosi. (…)» Tra i miti presenti nell’Opera ovidiana ci sono quelli che narrano le vicende di Dafne e di Proserpina, «per colpa dei quali – scrive Cantarella – sono finiti nell’elenco dei libri della cui potenziale pericolosità, in alcune università americane.(…) Leggerli potrebbe provocare un trauma, nella specie in chi, come Dafne e Proserpina, avesse subito una violenza sessuale.»

     

    Se lo stesso trattamento fosse riservato a Boccaccio, per non parlare di autori moderni come D. H. l’autore di Lady Chatterley’s Lover , ricomincerebbero i roghi pubblici, di hitleriana memoria, dei libri messi all’indice dai pruriginosi moralisti cristiani. In realtà come ci ricorda Simona Maggiorelli nell’articolo Chi ha paura di Ovidio? (Left 30 maggio 2015) «Sin dal Concilio di Nicea nel 325 passando dall’Index librorum prohibitorum del 1558 redatto dal Sant’Uffizio, la cultura la cultura ha sempre dovuto combattere per rimanere libera dalla censura imposta dalla dottrina cattolica in più di 2.000 anni di storia.»

     

    Fatto sta che i novelli Torquemada del comitato studentesco della Columbia University hanno chiesto di cancellare dal corso “Great Books” l’Opera di Ovidio, colpevole, secondo loro, di indurre, attraverso le narrazioni di stupri e violenze presenti nel libro, pericolosi turbamenti in coloro che hanno subito traumi di natura sessuale.

     

    La memoria va alla tragedia euripidea Baccanti in cui Penteo re di Tebe ostacola il culto dionisiaco per impedire che dilaghi tra gli abitanti di Tebe. Inoltre Penteo cerca di impedire al cugino Dióniso di diffondere la eudaimonia, cioè la naturale realizzazione della realtà umana che sorge dal rapporto sessuato con l’altro da sé.

    Naturalmente Penteo nasconde la prurigine del moralista: più tardi lo ritroveremo a spiare, nei panni di sordido voyeur nascosto tra i cespugli, le baccanti. L’orrenda morte di Penteo per mano della madre Agave, ci dice molto esplicitamente che chi si oppone alle metamorfosi, cioè al divenire naturale dell’identità sessuale, paga un prezzo molto alto in termini psichici. Infatti Penteo “perde” la testa.

    Sempre su Left sopra citato interviene la filologa Silvia Ronchey intervistata da S. Maggiorelli: «Dietro questa paura delle Metamorfosi c’è un irrigidimento. Una chiusura. Dietro al terrore del cambiamento ci sono questioni attuali: la paura del confronto con l’altro, di perdere la propria identità che si manifesta come contrapposizione.(…) La storia e il divenire – continua Ronchey – sono fatti di metamorfosi. Mi colpisce che si manifesti una fobia perfino nei riguardi della forma più poetica di metamorfosi che la mitologia e la mitografia antica abbiano mai espresso, tanto da essere vissuta come violenza e denunciata come stupro. Tutto questo farà parte anche di un progresso della cultura Usa, ma include un accecamento, è un sintomo di pazzia che va interpretato. (…) Il mito è talmente viso che chiede continue reinterpretazioni. Quando un testo è un classico ha una tale capacità di colpire che non possiamo certamente farne a meno. Se scappiamo vuol dire che ne abbiamo bisogno».

     

    Penteo, come gli zelanti studenti che puntano l’indice contro Ovidio, obbedisce alla legge della ragione ed onora solamente gli dei istituzionali in quanto validi e rassicuranti collaboratori nel mantenimento dell’ordine sociale. Come possiamo leggere nella cronaca di  tutti i giorni i falsi moralisti cercano di imporre il proprio precario stato psichico anche a coloro che, nonostante il puritanesimo dilagante, hanno saputo serbare la curiosità per ciò che è ancora nascosto tra le pieghe del mito.

    7 giugno 2015

    Leggi qui un articolo dell’ Washington Post

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