• Medea l’emigrante, la straniera, la diversa…

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    di Gian Carlo Zanon

    «Lui mi ha sottratto i miei beni. Il mio sorriso, la mia tenerezza, la mia capacità di gioire, di compatire, di aiutare, la mia animalità, la mia radiosità, lui ha calpestato ogni singolo manifestarsi di tutto questo, finché non  si è più manifestato. Ma perché uno agisca così, questo non lo capisco…»

    Ingeborg Bachmann, Il caso Franza

    Prima che il logos con la sua logica anaffettiva depravasse la fantasia degli esseri umani, i miti raccontavano di innumerevoli metamorfosi, ovvero delle mutazione di dei e mortali. Il mito rappresentava il “luogo” in cui tra natura animale e umana, se non addirittura tra natura vegetale e umana, vi era solo una piccola linea di confine facilmente valicabile: Dafne che per sfuggire ad Apollo si trasforma in alloro; Zeus trasforma Licaone in lupo per punirlo della sua ferocia; Io viene tramutata in giumenta per sfuggire alla rabbia di Era pazza di gelosia… in quel tempo, in quell’“età dell’oro”, poeti e aedi, per raccontare ogni tipo di sentimento, ogni moto psichico come l’amore, l’odio, le passioni erotiche, utilizzavano il mito ritagliandolo ogni volta secondo la necessità del momento e in modo funzionale alla società in cui veniva narrato. La narrazione mitologica, anche se può sembrare assurdo, era un modo per mostrare gli infiniti fenomeni immateriali che si svolgevano all’interno della realtà umana… attraverso al realtà umana del narratore.

    In quel tempo parzialmente perduto, per accedere al reale e nominarlo, era necessario donargli un contenuto e quindi un senso. Solo dopo aver dato un senso alla realtà la si  nominava dandole un nome: «Demetra : Questi mortali sono proprio divertenti. (…) Senza di loro mi chiedo che cosa sarebbero i giorni. Che cosa saremmo noi Olimpici: ci chiamano con le loro vocette, e ci danno dei nomi. (…) Hanno un modo di nominare se stessi e le cose e noialtri che arricchisce la vita. (…) Chi direbbe che nella loro miseria hanno tanta ricchezza? Per loro io sono monte selvoso e feroce, sono nuvola e grotta, sono signora dei leoni, delle biade e dei tori, delle rocche murate, la culla e la tomba, la madre di Core. Tutto devo a loro».

    Oggi è difficile avvicinarsi al mito, difficile farlo con la leggerezza di Cesare Pavese che nel passo sopracitato dei Dialoghi con Leucò, invade questo mondo leggendario intuendo la portata poetico-conoscitiva del mito: pavese aveva compreso che dalla notte dei tempi gli esseri umani hanno fatto esperienza del reale nominando l’esistente in forma mitopoietica; difficile farlo con la passione civile di Valeria Parrella che ricrea il mito di Antigone in cui l’eroina, rinata oggi, chiede la sepoltura del fratello che giace da mesi in un letto legato ad una macchina che lo fa respirare ma in assenza di quella linea ricurva che segnala la presenza del pensiero; quasi impossibile raggiungere la pienezza di una visione mitica, come quella di Christa Wolf, capace, attingendo da fonti filologiche accertate, di riportare il senso del mito nei giusti binari, dando nuovo respiro a protagoniste come Cassandra e Medea.

    Se il « (…) mito è, nello stesso tempo, qualcosa di necessario e di impossibile. Necessario perché è la sostanza stessa della nostra vita, che non è mai vita naturale e immediata ma sempre implica un investimento di senso …» come scrisse Sergio Givone nell’introduzione a Dialoghi con Leucò, la scrittrice tedesca rende possibile il necessario, ridando senso a ciò che nel tempo lo aveva perduto: «La scrittrice – scrive Anna Chiarloni nella sua post fazione al romanzo di Christa Wolf – parte infatti dal presupposto che dal matriarcato non possono discendere pulsioni distruttive» e infatti la Wolf scrive a sua volta «Nel corso dei millenni la figura di Medea è stata ribaltata nel suo opposto da un bisogno patriarcale di denigrare  lo specifico femminile. Ma qualcosa non mi tornava:  Medea non poteva essere un’infanticida perché una donna proveniente da una cultura matriarcale non avrebbe mai ucciso i suoi figli. (la legge sulla consanguineità matrilineare impediva ai consanguinei di linea materna di uccidersi tra loro, era un tabù invalicabile – vedi L’Orestea di Eschilo – N.d.R)  In seguito rintracciai – con la collaborazione di altre studiose – le fonti antecedenti a Euripide che confermavano il mio assunto di fondo. Fu un momento straordinario».

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    Guidato dalle indicazioni inserite nella prefazione di Anna Chiarloni, sono andato a controllare le fonti citate sia nel libro dei Miti di Apollonio Rodio, sia nella ponderosa opera di Robert Graves: inutile dire che è bastata una ricerca filologica di un paio d’ore per vedere  confermata la manomissione del mito da parte di Euripide – non nuovo a questo disfacimento politico dei miti – sia l’intenzionalità del tragediografo greco: «Infatti – scrive A. Chiarloni – che Euripide avesse manipolato la vicenda per assolvere gli abitanti di Corinto – colpevoli di aver massacrato i figli di Medea – emerge anche dalla storiografia antica, onorario compreso: quindici talenti d’argento, ricorda Graves, sarebbero stati versati al drammaturgo per questa sorta di cosmesi di stato durante le feste di Dioniso. Gli elementi di questa mistificazione ai danni di Medea erano quindi noti agli specialisti. Il merito della Wolf sta nell’averli dissepolti».

    È chiaro quindi che prima di scrivere il romanzo, Christa Wolf  fece un lavoro filologico accurato  rielaborando «frammenti di un mito da fonti diverse, attestate soprattutto da Apollonio Rodio» e solo dopo aver conclusa la sua forsennata ricerca, nata da un’intuizione, compose la sua opera.

    Le intenzioni culturali di questo “miticidio” sono molte e molto intrecciate tra loro. In primo luogo la misoginia endemica che percorre almeno 3000anni  di storia; inoltre, come disse la scrittrice in un’intervista rilasciata al Buchjournal nel 1996, è «la tendenza, soprattutto nei momenti di crisi a cercare un capo espiatorio». Il perché della scelta di far di Medea il capo espiatorio per eccellenza ce lo dice una delle tante epigrafi poste dalla Wolf  in apertura di ogni capitolo: «Gli uomini vogliono convincersi che la loro sfortuna viene  da un unico responsabile, di cui ci si può sbarazzare facilmente» (René  Girard)… come non  pensare a coloro che indicano nel migrante il capro espiatorio di ogni tragedia e di ogni calamità che accade nel territorio italico. Non erano loro che diffondevano l’epidemia di Covid?

    Infatti il leitmotiv che accompagna la narrazione si impernia sulla alterità di Medea: lei è una straniera; lei ha comportamenti e modi ritenuti sconvenienti a Corinto: per esempio ride in pubblico; lei cammina con la testa alta contrariamente alle donne corinzie «(…) lo dicono i corinzi, per loro una donna è selvaggia quando fa di testa sua. Le donne dei corinzi mi sembrano animali addomesticati, resi con cura mansueti, e mi fissano come un’apparizione estranea»; lei invece pensa con la sua testa senza negare ciò che avverte col corpo; lei allontana «quella fede nata dalla paura» che la «disgusta»; «lei ritiene che le idee si siano sviluppate dai sensi e che non dovrebbero perdere quel legame»; lei, contrariamente a Leuco l’astronomo, non rende le sue «sensazioni prigioniere delle idee»; lei sa guarire anche “solo” con la sua presenza affettiva; infine Medea non ha nessuna intenzione di rinunciare alla sua realtà umana capace di vedere ciò che gli abitanti di Corinto non  vogliono vedere, perché lei sin da bambina ha «la seconda vista» ovvero quello spirito critico che deve essere sempre presente per vedere/immaginare la realtà immateriale, interpretarla e reagire a ciò che si è visto con gli occhi della mente che indaga l’animo umano: «Da quando sto a Corinto so cos’è la pompa, per la quale qui nessuno riesce a turbarsi, persino i poveri che vivono nei villaggi e ai margini della città fanno un’espressione rapita quando parlano delle grandi feste a palazzo, per le quali sono costretti a fornire bestiame e cereali, e senza che di quelle feste riescano a carpirne mai nemmeno il riflesso». Qui ritornano i temi della sua Cassandra che guardava per vedere la realtà e non per annullarla.

    La realtà umana di Medea – la maga che essendo nipote di Circe riesce ad irretire gli uomini – il suo essere la selvaggia che non si fa domare, la sua passionalità interpretata come follia, insomma tutte le sue qualità che generano disordine in un luogo in cui l’ordine si basa su occulti sacrifici umani, sono le vere motivazioni che portano al suo esilio, e che portano all’omicidio dei  portatori del suo “sangue malvagio”: i suoi figli da lei affidati alle sacerdotesse del tempio di Hera con la richiesta di proteggerli, vengono lapidati dalla folla.

    Ma in per uno stato malato di potere e per una società addomesticata che non vuole vedere la realtà vera, omicidio, menzogna, ribaltamento della realtà, mistificazione, creazione mediatica del mostro da sbattere in prima pagina come capro espiatorio, sono cardini infami ma irrinunciabili. E Euripide è il portavoce di quel pensiero filosofico violento «teso ad affermare la superiorità della ratio greca sul tenebroso mondo dei barbari» e di quella società di “non vedenti” per scelta.  Basterebbero due giudizi definitivi, presenti nel testo della Medea di Euripide, per comprendere sia l’atmosfera sociale da “banalità del male” in cui viene messo in scena il dramma euripideo, sia quale messaggio filosofico e politico il dramma stesso volle veicolare verso la cavea  gremita di ateniesi maschi: «Creonte: e se le donne non sono neanche capaci di bene, sono tuttavia maestre del Male» gli risponde Giasone colui che Medea aiuta a realizzare la sua fama divenendone amante, colui che è padre dei figli di Medea che  lascia lapidare dalla folla impazzita:  «Giasone: se fosse possibile generare facendo a meno delle donne, come sarebbe bella la vita». Questi sono i giudizi di Euripide sulle donne che fa digerire agli ateniesi già depravati da secoli di  misoginia, legittimando così il disprezzo coatto verso “l’altra metà del cielo”.

    Due sono i  punti fondamentali che riverberano il mito di Medea e la sua contemporaneità dell’opera di Christa Wolf:  a) Medea fugge, come accade tutt’oggi alle donne che fuggono da situazioni sociali divenute eticamente insostenibili, da una società in cui la cultura e l’umanità sta regredendo drammaticamente – come accade oggi in Afghanistan – b) la società in cui approda è l’opposto di ciò che credeva di raggiungere, perché la società che “la accoglie”  le chiede di rinunciare alla propria identità, alla propria realtà umana, alla propria dignità di essere umano, e in cambio le offre  un falso modo di vivere i rapporti umani in cui il politicamente corretto, in cui l’essere civili, nasconde il serpente velenoso dell’uniformità sociale, nasconde il terrore che genera odio per tutto ciò che non corrisponde a modelli sociali consolidati e che perturba la mente di chi ha rinunciato a rapporti umani veri e non mediati dalla ragione o peggio da chi ha rinunciato a rapporti interumani non insudiciati dalla volontà di dominio sull’altro da sé cosciente e/o inconscia.

    Non esiste la “sindrome di Medea” connaturata nel genere femminile, come ci hanno raccontato per millenni usando la tragedia euripidea come “prova scientifica”. Per aprire gli occhi è necessario anche conoscere il mito originale e il tentativo, riuscito, di taroccarlo; è importante vedere e riconoscere la reale realtà umana femminile per riportare il figlicidio nella sua reale dimensione che comprende la malattia mentale ed esclude una qualsiasi motivazione sentimentale e affettiva come la gelosia. La donna che uccide il propri figli non è una Medea tradita e gelosa, è una malata di mente.

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