• Le nuove frontiere della “purezza” religiosa e nichilista: terrorismo suicida e anoressia

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    di Gian Carlo Zanon

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    Per cercar di capire cosa spinga un essere umano a uccidersi mentalmente e/o fisicamente, riparto dal “fantasma della purezza”, evocato sulle pagine di Repubblica da Marco Belpoliti (leggi qui) nel suo articolo Il sorriso dei ragazzi, killer nel nome dell’Is. In quell’articolo lo scrittore cercava le ragioni del massacro di Dhaka da parte di giovani che, per legittimare la strage hanno chiamato in ballo la divinità islamica,  il suo profeta e il Corano. Non vi è dubbio che tra i molti deliri che sostanziano gli assassinii degli “impuri”, quello della “purezza” abbia un ruolo decisivo.
    Quando non è il difetto di pensiero che include anche la purezza della razza, come nel caso di molti casi di Mass shootings che accadono in America, è il delirio della purezza dottrinaria e/o ideologica che arma la mano sia del mass shooter cristiano che del terrorista islamico.

     

    C’è da chiedersi cosa significhino espressioni verbali come “puro” e “purezza”, o meglio che senso danno a queste parole individui come Anders Breivik il boia norvegese dell’isola di Utøya, che si appellava alle “devastazioni del multiculturalismo” e della “islamizzazione” che, secondo la sua mente malata, intorbidivano la purezza occidentale e cristiana.

     

    Per quasi 1500anni cristiani e mussulmani si sono additati vicendevolmente con l’appellativo di infedele. Termine verbale che racchiude in sé l’idea balsana che imprime un marchio minoritario all’altro credente che pur credendo nello stessa divinità, non aderisce però all’identico sistema dottrinario: il mussulmano, per i cristiani,  non può essere puro perché non crede nell’incarnazione di un fantomatico figlio di dio. Il cristiano, per i mussulmani non è puro perché non si sottomette (islam significa sottomissione) al dio della narrazione maomettana.

     

    Ora vai a spiegare al credente ebreo, cristiano e mussulmano che le loro credenze altro non sono se non elucubrazioni teo-filosofiche funzionali al potere politico e che il meticciato, sia sociale che culturale, non porta con sé nessuna pericolosa “impurità” ma al contrario è portatore di ricchezza sia dal punto di vista culturale che genetica. Impossibile.  Il credente, lo dice la parola stessa, crede. Il credente ha un pensiero cristallizzato che gli impedisce di pensare liberamente: è prigioniero del suo delirio religioso reso congruo dall’ambiente culturale in cui è immerso fin dalla nascita.

     

    E allora non mi rimane altro che marcare il territorio del pensiero e quello della credenza. Per non credere alla favoletta di Adamo ed Eva, o a quella di donne vergini che partoriscono figli di divinità, non mi rimane altro che innalzare delle frontiere certe tra verità epistemologica e narrazione magico religiosa. Frontiere utili per essere in grado di capire qual è la verità e quindi di rifiutare ogni pensiero intorbidito dalla credenza religiosa.

    Ma non basta bisogna anche studiare, cercare, capire dove e come nasca nell’essere umano l’alienazione religiosa, (leggi qui) nelle sue innumerevoli codificazioni culturali (1). Bisognerebbe anche saper vedere, attraverso i fenomeni sociali, culturali, psicologici, comportamentali, l’invisibile insinuarsi dell’alienazione religiosa nella storia del pensiero.

     

    Un fenomeno da studiare a fondo è proprio quello della “purezza” perché questo concetto è generatore di tragedie. Il genocidio di mussulmani, nativi d’America, armeni, ebrei, tutsi, bosniaci, desaparecidos del Corno Sur, ecc. è solo il risultato evidente di un’idea malata che delira sulla “purezza” razziale, genetica, ideologica e religiosa”.

    Prima di giungere all’atto materiale della distruzione fisica si deve passare attraverso la tragedia esistenziale di chi avendo perduto l’umanità rivolge il proprio odio verso un bersaglio che spesso viene indicato culturalmente. È inutile qui rammentare il nesso fatto nei giorni scorsi da Michela Murgia la quale ha ben spiegato come l’insulto che ha generato l’assassinio del giovane Emmanuel Chidi Namdi, avesse piena legittimazione politica nelle parole che il leghista Calderoli ha rivolto al ministro Cécile Kyenge. Sia l’insulto di Calderoli – mondato dai colleghi della casta politica di ogni colore e sigla – sia quello dell’omicida di Chidi Namdi presuppongono un’idea di superiorità razziale dovuta ad una maggior grado “purezza cromatica e geografica”: se l’insultato viene considerato una scimmia significa che per l’insultante non è un essere umano “puro”. Anche Aristotele considera il genere femminile “un’anomalia della specie” che serve solo da incubatrice per la nascita di altri esseri umani.

     

    Vi sono poi altre forme di “purezza”: quella dei mistici e dei metafisici; quella degli asceti e dei terroristi votati al martirio; quella dei santoni e delle sante anoressiche segnati da digiuni a volte mortali. È la ricerca di “purezza” venata dal nichilismo che esige l’annullamento di sé e che usando molti nomi, atarassia, nirvana, sottomissione, ecc. maschera la volontà di espellere le passioni avvertite dal proprio corpo e di sostituirle o con il vuoto interiore e/o con un nuovo ordine morale. Ce né per tutti i gusti: dall’assenza di rapporto con il genere umano magari mascherato da “animalismo” piuttosto che da un amore forsennato per la natura, all’ascetismo che privando il corpo dei bisogni elementari in realtà ambisce al controllo della mente.

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    Tutti questi progetti di annichilimento di sé si riverberano  attraversano la storia, il tempo e la geografia e informano di sé religioni e culture.

    Se gli esseri umani hanno da sempre, inconsapevolmente, alienato il proprio desiderio, i propri moti interiori e i propri affetti, in figure divine – per il desiderio Eros piuttosto che Afrodite o Ištar,  per il senso di colpa le Erinni, per la collera Lyssa ecc. – mi chiedo come abbiano pensato di rappresentare il vuoto interiore e mi rispondo “con una divinità avente le caratteristiche del vuoto, del nulla”. E il dio delle religioni monoteiste risponde bene a questa esigenza di “creare il nulla” purificandosi dai moti interiori per poter convivere con altri individui senza invadere la loro sfera identitaria e affettiva. Il comandamento “non desiderare la donna d’altri” esprime in forma grezza il concetto di rinuncia al desiderio perché questo è causa di conflitto e quindi di squilibrio sociale: pensiamo ad esempio all’Iliade che ha inizio con “l’ira funesta” di Achille nei confronti di Agamennone che gli sottrae Briseide.

     

    Questa legittimazione di una “purezza di intenti” in forma di diritto, nasce ovviamente da problemi reali che – a causa della realtà umana che comprende il naturale desiderio per l’altro da sé – si venivano a creare quotidianamente in seno alle comunità sulla strada di una sempre più importante e sofisticata aggregazione politica. (2)  Dal concetto di interiorizzazione di un “freno inibitore” che impedisca non solo l’atto, ma anche il moto interiore che porterebbe all’atto, alla volontà di “purezza” sempre più estrema – alimentata da un sotterraneo “istinto di morte” – il passo è abbastanza breve.

     

    Se l’individuo – così come è pensato dalla cultura egemonica – per vivere in società deva temperare i propri affetti e il proprio desiderio sino alla soglia della legalità, l’asceta fa dell’esercizio costante del controllo di sé, che lo pone ad un gradino sempre più elevato di purezza, la propria ragione di vita. Il santone buddista, il frate trappista e francescano, il mistico che si flagella, ma anche il martire suicida e l’anoressica, sono punte di iceberg di una idea di purezza che a volte, come nel catarismo, viene istituzionalizzata divenendo confessione religiosa.

     

    Il fenomeno religioso del càtarismo – da kataròs-puro –  (leggi qui) che si diffonde intorno all’inizio del primo millennio soprattutto nel meridione francese – in un territorio denominato Lengadòc in ragione della lingua usata in quella zona – è stato un movimento “ereticale” che affondava le proprie radici ideologiche nella estremizzazione manichea dell’opposizione tra materia e spirito.

    I càtari professavano un dualismo che contrapponeva dio alla realtà materiale (Rex mundi). Essi svilupparono una particolare teologia tesa all’eliminazione di ogni forma umana vivente. I càtari rifiutavano tutto ciò che poteva generare vita – compreso il coito inteso però solo se in funzione procreativa – perché la nascita era la rappresentazione del peccato.

    Il massimo della purezza, destinata però solo ai “perfetti”, stava nel liberare lo spirito dalla materia. La perfezione assoluta per il càtaro quindi si raggiungeva solo quando egli si lasciava morire di fame attraverso la pratica dell’endura.

     

    Il movimento dei càtari affonda le sue radici nel manicheismo dell’inizio dell’’era cristiana, che a sua volta è una commistione tra buddismo e  cristianesimo, che a loro volta ecc. ecc.. É impossibile stabilire quando questi pensieri abbiano preso forma verbale e chi fu il primo a farlo. Senza dubbio sono elaborazioni scaturite da centinaia di pensieri, impregnati di alienazione religiosa, che sposavano la tesi della negatività della realtà umana. Pensieri che poi, nel tempo, hanno assunto forme dottrinarie diverse. Sta di fatto che questi sistemi di pensiero religiosi – che intendono curare il corpo svuotandolo dagli “elementi patogeni”, vale a dire passioni, affetti desiderio, che impedirebbero al pensiero di librarsi verso il regno dei cieli, che rappresenta l’astrazione assoluta dalla materia – nascono migliaia di anni fa e percorrono la storia fino a raggiungere il pensiero contemporaneo.

     

    Schopenhauer, per esempio, è interessato alle esperienze ascetiche sviluppatesi in seno al cristianesimo e al buddismo che descrivono il cammino verso l’assoluto come un percorso nichilistico che porta al totale annullamento di sé, ed elabora il proprio sistema filosofico sulla scorta di mistici e asceti: «Buddha, Eckhart e io insegniamo, in sostanza, le stesse cose». (3).

     

    Quindi anche nella filosofia orientale incontriamo la volontà nichilista dell’annullamento di sé: La parola “nirvana” possiede il significato sia di “estinzione” che di “libertà dal desiderio”. Nell’Induismo il nirvana indica l’estinguersi dei desideri mondani, la realizzazione della liberazione e l’annichilimento dell’Io.

     

    Fare il vuoto dentro di sé, raggiungere il nirvana e l’atarassia, perseguire religiosamente la purezza dello spirito, estinguere il desiderio e le passioni che si riverberano nelle sensazioni corporee e che legano con mille vincoli al diverso da sé, eliminare le illusioni: tutto ciò è l’armamentario ideologico/religioso che accomuna Buddha e Eckhart, il nichilista anaffettivo narrato ne I demoni da Fëdor Dostoevskij e ne I giusti da Albert Camus, ed infine il terrorista “martire” e l’anoressica. L’unica differenza tra  il terrorista e l’anoressica e che il primo con i suoi atti trascina con sé altre vite umane mai conosciute, mentre l’anoressica, al più, distrugge psichicamente i propri rapporti umani più stretti ritenuti, più o meno consapevolmente, responsabili del proprio stato mentale.

     

    Purezza, nirvana, atarassia, imperturbabilità, serenità, pace interiore, sono parole/concetti che stringi stringi  significano una cosa sola: l’annullamento della propria realtà immateriale interiore quando questa viene avvertita come pericolosa per il proprio equilibrio psichico.  Un equilibrio psichico però fragile e quindi instabile – avvertito come inadeguato e quindi sommerso da invisibili sensi di colpa per l’inconsapevole perdita dell’unità primaria che determina la propria anaffettività e preda di ogni “certezza” dogmatica che si affaccia all’orizzonte. Queste sono le caratteristiche psicologiche dell’asceta nichilista che cerca bersagli, risposte e la “pace dell’anima”.

    La “cura” proposta dall’ambiente circostante per lenire l’angoscia del proprio vuoto interiore, è o quella di riempire il vuoto con il dogmatismo religioso e/o ideologico; oppure quella filosofica migrata dal misticismo e dalla filosofia all’esistenzialismo e da qui alla Daseinsanalyse di Ludwig Binswanger  e alla psichiatria esistenzialista di Franco Basaglia che impongono l’accettazione del proprio vuoto interiore perché quella sarebbe la vera condizione umana ovvero “l’autenticità dell’essere” per la morte propria e dell’altro di heideggeriana memoria. La terza, tragicomica, è quella di Giorgio Gaber cantata in  “Far finta di essere sani”. (ascolta qui)

     

    A guardar bene anche la fede e l’ideologia è “purificazione” ovvero rinuncia di sé. Essere religiosi significa rinunciare al proprio pensiero, alle proprie istanze, al proprio desidero, ai propri sogni, illusioni, idee. I dogmi e le leggi coartanti sono confezionati apposta per legittimare la “paura di volare” intesa nel senso di avere in sé, più o meno intatta, quell’unità primaria che ci impone di estendere all’infinito la nostra libertà di pensiero tenendo conto dell’imprescindibile rapporto interumano.

    13 luglio 2016

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    Note

     

    (1)«Non lessero mai il Marx che parlava di feticismo e non pensarono mai all’alienazione religiosa dell’essere umano che crede invece di pensare» Massimo FagioliLa vita nuova è coscienza di séLeft n. 28 – 2016

     

    (2)Per il concetto di interiorizzazione di giustizia sociale leggi Mario Vegetti, L’etica degli antichi – Ed. Laterza – 1989

     

    (3) A. Schopenhauer, O si pensa o si crede. Scritti sulla religione, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2000 (da Wikipedia)

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