• Lucio Magri e l’angelo della morte

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    di Giulia De Baudi

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    … tre giorni fa un uomo che aveva una tipografia a Pomezia, un centro industriale alle porte di Roma, si è tolto la vita impiccandosi all’interno della sua azienda ormai chiusa da mesi. Ha lasciato un biglietto di accuse verso chi, non onorando i debiti, lo aveva costretto al fallimento. «Sono stanco di elemosinare in giro ciò che mi spetta», avrebbe scritto il suicida. L’imprenditore nel dicembre del 2011 era stato costretto a chiudere l’attività e a licenziare i dipendenti a causa dei problemi economici. Aveva dei crediti da riscuotere per alcuni lavori che non gli venivano pagati.

    Questo ennesimo suicidio di un uomo a cui è stato tolto anche il nome, un “tipografo”  lo definiscono i giornali, mi ha fatto ricordare il suicidio di Lucio Magri avvenuto l’anno scorso, a novembre.

    Nato a Ferrara nel 1932, Lucio Magri era stato sempre critico con la sinistra del nostro Paese. Ex appartenente alla gioventù democristiana, ex dirigente Pci, nel ‘69, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, si scontra con la dirigenza staliniana del Pci, e fonda con Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Valentino Parlato, Eliseo Milani, Luciana Castellina, Massimo Caprara e altri la rivista “il Manifesto”, da lui diretta.

    Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Magri

    Nel 1971 partecipa alla trasformazione della rivista nel quotidiano che ormai sta per chiudere definitivamente. Nel 1974 fonda il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo. Successivamente confluisce, come il figliol prodigo, con tutto il suo partito nel Pci ma, dopo la svolta della Bolognina, che porterà allo scioglimento del Partito Comunista Italiano, decide, di aderire al Partito della Rifondazione Comunista, fondando una propria corrente interna. Dopo una breve apparizione tra le forze fondatrici dei Democratici di Sinistra, Magri lascia la politica e torna a scrivere per Il Manifesto.

    Rossana Rossanda, che lo accompagnò al suicidio, assumendo il ruolo dell’angelo della morte, dopo un ventina di giorni dalla morte di Magri, scrisse un articolo sul Nouvel Observateur in cui parlò di quella ‘scelta’ tragica: «Lucio ha deciso di porre termine alla sua vita, – descrivendola comeun gesto di coerenza e di libertà».

    Nell’articolo la sua compagna di tante lotte politiche tentò di dare un senso al suicidio dell’amico: «Lucio Magri ha vissuto il naufragio del comunismo non come uno scacco personale ma come la fine di un´epoca. Niente gli era più estraneo del minimalismo attuale, dell´acquiescenza esibita, della riduzione di tutte le sciagure a una depressione nervosa. – inoltre – La perdita crudele di una moglie molto amata ha accresciuto la sua disperazione, una disperazione fredda e razionale.»

    La Rossanda non fu la sola a parlare di disperazione dovuta al fallimento esistenziale di Magri. Su giornali e blog per giorni vi fu un dibattito acceso su questa presunta libertà a suicidarsi di un depresso. Questo perché molti quotidiani scrissero che Lucio magri era affetto da una forte depressione. Depressione che gli aveva reso il vivere intollerabile. Come intollerabile era stato anche il fallimento del progetto politico del partito comunista, al quale, come dice il suo angelo della morte, aveva dedicato tutta la vita.

    Il depresso grave, e Magri a sentire queste cronache giornalistiche lo era, soffre di quello che chiamano “male oscuro” forse a ricordo della parola melanconia che rapisce i poeti, composta da mèlas, nero e cholè  bile. Come molti depressi Lucio Magri aveva una vicinanza intima con la poesia. Nel suo ultimo libro aveva assunto come titolo una poesia di Bertold Brecht, Il sarto di Ulm. Probabilmente il richiamo a questa poesia è stato il suo modo di comunicare al mondo il suo malessere e la profonda delusione per il fallimento della propria visione politica.

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    La poesia narra del sarto di Ulm che voleva volare, «Vescovo, so volare,/il sarto disse al vescovo./Guarda come si fa», ma che si schiantava miseramente al suolo con grande soddisfazione del Vescovo. Non si può rappresentare meglio una ribellione suicida che contiene in sé il germe del fallimento.

    Ed è proprio il dolore per lo stridio tra ciò che il depresso sente e ciò che ‘vede’, cioè tra le proprie istanze vitali irrazionali, che si vorrebbero realizzare, e il muro della ragione che ne impedisce la realizzazione, che rende al depresso la vita insopportabile.

    La sua utopia del volo, cioè la sua volontà di cambiare il mondo palesata con la ribellione del ‘69 al Partito Comunista, era fallita. Il tentativo di uccidere il padre-Pci despota non era riuscito, ed egli ha visto man mano gli ideali del “sol dell’avvenire” andare squallidamente in fumo.

    Anche se si continua a parlare del suo male oscuro, dovuto alla scomparsa della moglie, dietro il suo suicidio, – perché di suicidio si parla e non certamente di eutanasia –  c’è il fallimento della propria identità politica e forse umana.

    Forse per troppe volte era stato deluso, come quando, nel ‘69, anche il suo mentore Pietro Ingrao aveva votato per la sua espulsione dal Pci. Poi, lentamente ma inesorabilmente, nel corso degli anni che vanno dalla sua rivolta al Pci a oggi, qualcosa deve essere franato dentro di lui intorbidendone l’immagine.

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    Poi in questi ultimi anni, come tutti coloro che sono dotati di onestà intellettuale, ha visto ciò che rimane della sinistra radicale italiana: uomini di partito che non riescono a mostrare una faccia credibile, (Prc), o altri che hanno perso anche il senso della questione morale e che quindi fanno accordi poco chiari con i soliti Don Verzé di turno: Vendola.

    Tutto ciò dev’essere stato sconfortante per un uomo come Magri che aveva avuto il coraggio di contrapporsi alla struttura monolitica del Partito Comunista. E dev’essere stato altrettanto sconfortante aprire gli occhi sulla vera realtà umana dei personaggi da lui posti erroneamente «sulla mensola degli argenti – come scriveva Emily Dickinson, e poi caduti  – … tanto in basso – nella mia considerazione/ che (li) udii battere a terra -/e andare in pezzi sulle pietre/in fondo alla mia mente».

    Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir

    Era stato anche ‘tradito’ dai suoi riferimenti culturali generati dal ‘68, e, forse, aprendo finalmente gli occhi ha visto i suoi ‘compagni’ di un tempo non solo svuotati di vera significanza storica, ma anche altamente tossici: Althusser pazzo e omicida; Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Michel Foucault,  leggittimatori della pedofilia; Jack Lang e Frédéric Mitterrand, entrambi ministri francesi, dediti, come scrissero tutti i giornali d’oltralpe, al consumo della prostituzione minorile in paesi del terzo mondo.

    Anche i suoi compagni di strada italiani lo debbono aver deluso, vedi il truogolo nel quale sguazzava pochi giorni prima del suicidio di Magri un signore che è stato segretario di un partito che voleva “rifondare il comunismo’” e in quei giorni tragici, come il peggior berluscones comprato per quattro soldi nelle ultime ore di regime, lottava a spada tratta per mantenere i propri privilegi di Casta.

    Che delusione. Povero Magris. Ma purtroppo Lucio Magri con questi individui ci si era in qualche modo identificato. Questi individui e le loro idee formavano, buona parte della sua dimensione umana, e le conseguenze della frattura in mille frammenti delle loro immagini, dentro di sé, sono state devastanti. Come per tutti i depressi non si poteva perdonare di «… aver tenuto oggetti placcati/ sulla mensola degli argenti».

    Chi lo ha visto negli ultimi giorni lo descrive come un uomo che nella sua disperazione è rimasto “lucido e razionale fino alla fine”. La sua scelta l’aveva fatta da tempo, non era la prima volta che ci provava, l’aveva già fatto almeno una volta, forse due. Poi però non aveva fermato la sua vita, dalla Svizzera era tornato a casa: non era ancora sicuro di voler morire. Solo la sua cara amica Rossanda è riuscita a tornare a casa sola dalla Svizzera.

    Su Repubblica del 29 novembre scorso, Simonetta Fiori accennava alle modalità con le quali a Magri è stato permesso il suicidio: «Là (in Svizzera N.d.R) il suicidio assistito è una pratica lecita, anche se poi bisogna vedere nei dettagli, se ci sono proprio le condizioni».

    Questo, dal punto di vista sociale ed etico, in realtà è il punto critico della vicenda. Ciò che è successo in quella vicenda è assolutamente contro ogni deontologia medica. Il 23 marzo del 2009 lo psichiatra Massimo Fagioli, invitato a La7 nella trasmissione Omnibus Life per parlare di eutanasia e di morte assistita, fu molto chiaro: «… in caso di malattia psichiatrica non si può lasciare decidere al paziente, perché il paziente psichiatrico farà di tutto tranne che accettare la cura. Il paziente psichiatrico per caratteristica della malattia rifiuta ogni cura perché, secondo lui, è sano (…) non si può fare una legge sulla libera volontà, perché, in psichiatria, la libera volontà del paziente non c’è più».

    Su queste affermazioni si può anche discutere ma è chiaro che un malato di depressione, come pare fosse Magri, è una persona malata psichicamente, e per tanto non essendo in possesso delle proprie facoltà mentali non è in grado di intendere e di volere.

    La depressione non è un male, termine più adatto a fiction dell’orrore tipo L’esorcista o a strane liturgie religiose tuttora presenti nel terzo millennio, ma una malattia psichiatrica che può essere curata. Non si può percepire un depresso come un malato terminale perché non è quella la sua realtà umana. Monicelli, che si continua falsamente ad equiparare con Lucio Magri, come ha fatto anche la radicale Maria Antonietta Farina Coscioni, era un malato di cancro terminale, non era un depresso. La sua sofferenza era fisica e non psichica e quindi lui, che era in possesso delle sue facoltà mentali, andava aiutato ad aver una morte degna. Per paura che non gliela concedessero ha fatto tutto da solo. Ha avuto un gran coraggio, un coraggio invidiabile. Nulla da eccepire.

    Nel caso Magri non c’erano queste condizioni e il medico che lo ha aiutato ad uccidersi è andato contro il proprio codice deontologico che, come direbbe Antigone, non ha nulla a che vedere con le leggi degli stati moderni perché queste altre sono “leggi immutabili che non sono di ieri né di oggi, ma esistono da sempre”. Esistono da quando un essere umano decise di curare un altro essere umano.

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    Purtroppo la psichiatria cerca faticosamente la propria identità dovendo ancora passare tra Scilla e Cariddi. Scilla è la psichiatria organicista la quale ha decretato che la depressione è un fatto organico che va, non curato – perché per gli organicisti la depressione essendo organica è incurabile – ma tenuta a bada solo con i farmaci – con grande gioia delle industrie farmaceutiche.

    Cariddi è l’antipsichiatria e le ‘teorie basagliane’  che hanno decretato la non esistenza della malattia mentale e quindi, come fu per il famoso caso Ellen West,  il suo medico curante, lo psichiatra Ludwig Binswanger , in accordo con il marito, gli procurò il veleno per il suicidio. Questo seguendo la logica nazista di Heidegger “di essere per la morte” – meglio se è quella degli altri – per la quale la malattia mentale non è altro che «un modo di porsi dell’essere umano, una modalità del suo essere-nel-mondo, una peculiare disposizione soggettiva nei confronti della realtà interpersonale».

    Quindi se avete una figlia depressa che si vuole suicidare lasciatela libera di uccidersi perché quella, secondo Ludwig Binswanger che ha suicidato Ellen West e secondo il medico svizzero che ha ‘aiutato’ Magri a morire, non è altro che “una modalità del suo essere-nel-mondo”.

    2 giugno 2012

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