• La malattia invisibile – Femminicidio – Intervista allo psichiatra Beniamino Gigli

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    scarperosse-duomo

     

    Venerdì 19 ottobre a Palermo si è compiuto l’ennesimo femminicidio da parte del solito ex violento dal quale la sorella della vittima si voleva separare.

     

    I media hanno già narrato i fatti. Vorrei  fare un approfondimento recuperando un articolo/intervista di qualche tempo fa nel quale si parla di queste patologie psichiatriche che portano a questi efferati omicidi. Anche in questo crimine di Palermo si tratta di pazzia lucida. Dico questo perché l’assassino è andato nella casa dell’ex per uccidere e in seguito si è cambiato la maglietta sporca di sangue.

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    Ma leggiamo il fatto di sangue trattato in questa intervista che, se ben diverso nelle dinamiche, che dimostra come questi assassini non uccidono per un ‘raptus’ ma già in precedenza hanno avuto modo di dare segni di squilibrio mentale: basta guardare le immagini che l’assassino di Palermo, postava si face book per rendersene conto.

     

     

    Gian Carlo Zanon

     

    31 gennaio 2011

     

    Nei più importanti giornali italiani ormai non esiste quasi più, la pagina della cronaca, come se i delitti contro le persone fossero estremamente rari, o perlomeno è questa la percezione del cittadino che trova, pubblicati nei media, pochissimi omicidi. Ma la realtà è ben diversa. Scorrendo quotidianamente i dispacci di agenzia ci si rende conto che gli omicidi, escludendo i delitti della criminalità organizzata, hanno una cadenza giornaliera sconcertante: dall’inizio dell’anno sono state uccise ben 41 persone(1,35 al giorno).

    Dalle percentuali di questo primo mese del 2011, si evince che: gli omicidi sono in grande maggioranza compiuti da uomini, 85%.  Il 45% di questi delitti sono sicuramente addebitabili a persone che soffrono di una patologia mentale, palese o che si palesa nel momento del delitto. Tutti questi dati sono impressionanti, soprattutto per quanto riguarda gli omicidi dove si evidenzia la presenza di una patologia.

    Pochi giorni fa, nel parmense, c’è stato un assassinio, che sembra corrispondere a questi requisiti: un operaio di 52 anni, il quale, stando agli inquirenti, aveva  “problemi di relazione con il prossimo”, e che viveva ancora con la madre, ha confessato di aver ucciso una ragazza, con la quale si era appartato per avere un rapporto mercenario, perché la vittima non voleva avere una relazione stabile con lui.

    Abbiamo intervistato il dottor Beniamino Gigli, medico psichiatra e psicoterapeuta  nonché dipendente ASL RMC  Servizio di Medicina Preventiva Età Evolutiva,  al quale abbiamo rivolto alcune domande sia su questo delitto di Parma, sia sulla cornice sociale, legislativa ed anche psichiatrica nella quale si svolgono questi efferati delitti dettati da una patologia mentale.

     

    L’’uomo che ha ucciso questa ragazza senza dubbio non poteva considerarsi ‘sano di mente’ visto che dopo una richiesta incongrua, e dopo il rifiuto della ragazza, l’ha assassinata in modo feroce e lucido –  anche se le agenzie hanno parlato di un ‘delitto d’impeto’ – e viste anche le modalità del delitto: la ragazza è stata prima tramortita stringendola alla gola, poi strangolata con la cintura dei pantaloni, e in seguito gettata in un fosso. Inoltre egli era considerato un tipo strano, dato che aveva ‘problemi di relazione con il prossimo’. Inoltre un uomo che a 52 vive ancora con la madre qualche problema ce lo deve pur avere. Lei che ne pensa?

    Il caso in questione  ha avuto risalto solo sulle  prime pagine dei giornali locali che si sono limitati a riportare quanto dichiarato dall’assassino, reo confesso, oltre  brevi testimonianze fornite  dalle amiche della vittima, e scarse notizie trapelate dai primi interrogatori in commissariato. Dell’aggressore sappiamo poco: età 52 anni, lavora come operaio macellaio presso un supermercato, da sempre convivente con  la madre, ora 92enne, e che nella piccola frazione dove vive, nei pressi di Fidenza, erano già note le sue  “difficoltà relazionali con il prossimo”.

     

    Su questo retroterra si innesta la frequentazione delle prostitute che popolano la zona, una frequentazione  assidua e protratta nel tempo, che via via diviene sempre più  selettiva nei confronti della ventenne rumena di cui  l’uomo sembra essersi invaghito a tal punto da rivolgersi solo a lei per soddisfare i suoi ‘bisogni sessuali’. (vengono chiamati in questo modo perché questa è la mentalità comune suffragata dalle teorie freudiane di tensione e scarica N.d.R.).

     

    Tutto questo dovrebbe inficiare  la tesi sostenuta dai legali  che hanno parlato in prima battuta di  “delitto d’impeto”, espressione questa  indicativa di un  raptus a sfondo passionale. In realtà, in questo specifico caso, si potrebbe invece intravedere una strategia ben precisa, pianificata nel tempo, che poco ha a che fare con anonimi contatti occasionali e che ci consente invece di avvicinarci al profilo psichico dell’aggressore.

     

    L’uomo sceglie una ragazza di vent’anni  che per fragilità  e tipo di vita  piò essere facilmente manipolabile al fine di soddisfare il bisogno di una relazione simbiotica con cui riempire il vuoto della propria esistenza.

    Dunque, dietro il comportamento di soddisfare i propri ‘bisogni fisici’ si nasconde in realtà  qualcosa di più grave che emergerà in tutta la sua violenza  al momento del rifiuto che la ragazza opporrà alla richiesta di una relazione stabile (questa è la versione dell’omicida). La ragazza  non intende  impegnarsi in una relazione sentimentale, pone una distanza e questo è sufficiente per  mandare a pezzi l’assetto schizoide dell’uomo, che risponderà immediatamente con  la massima violenza: uccidere intenzionalmente la donna.

     

    La  gestione lucida  e fredda dell’evento delittuoso in cui mai sembra affacciarsi un momento di cedimento: – prima la colluttazione,  poi la procurata asfissia a mani nude e quindi in un tempo successivo, quando la ragazza era ormai priva  di sensi, l’ uso della cinta per strangolarla -, fa pensare ad  un status mentale  che lascia  pochi dubbi sulla diagnosi.

    Siamo in presenza di un malato mentale grave. Un’immagine che viene in mente è quella di Psycho, dove il fantasma della madre viene tenuto in vita  col sangue della giovane ragazza.

    Dopo l’interrogatorio, riferiscono gli inquirenti, l’omicida chiedeva di raggiungere la ”mamma” non rendendosi pienamente conto di quanto accaduto e della gravità della situazione in cui si trovava .

     

    zapados

     

    Una cosa che può far riflettere è che le amiche della ragazza, non vedendola tornare, hanno chiamato immediatamente la polizia, come se avessero intuito, o sapessero, che quest’uomo, che si appartava molto spesso con Cristina – questo era il nome posticcio della vittima – fosse quantomeno strano. Le vorrei fare però questa domanda: secondo lei, nel contesto sociale in cui viviamo possono essere ancora considerati psichicamente congrui rapporti mercenari? Un uomo che va, come si dice, a ‘sfogarsi’ con una prostituta, può essere considerato come una persona normale o nasconde una qualche patologia mentale? E perché, secondo lei, la nostra società, anche la sinistra, ritiene normale il rapporto mercenario?

     

    Certamente il mondo della prostituzione ben si interseca  con condotte criminali  di varia natura e non è difficile pensare allo stato di allarme  che si genera ogni qualvolta vi sia qualcosa di sospetto. E in questo caso motivi ce n’erano ed erano ben conosciuti.

    Relativamente alla domanda  dobbiamo subito precisare che nei rapporti mercenari non viene espressa alcuna sessualità. Le prostitute che vediamo sulle strade  sono  donne  provenienti sempre più spesso dall’estero, portate in Italia con l’inganno e la promessa di un lavoro onesto. Si ritrovano  invece segregate  e sottoposte a violenze continue da parte di organizzazioni criminali che per fare soldi  non esitano a  distruggere l’identità  della persona. Sono donne ridotte in stato di schiavitù, che vivono nel  terrore, e paradossalmente, per salvarsi evitano di chiedere aiuto.

    Ora c’è da chiedersi cosa significa andare con queste ragazze, usare il corpo di chi ha la mente distrutta e non ha alcun desiderio. Evidentemente dobbiamo pensare che anche i cosiddetti clienti,  per non vedere tutto questo,  debbono presentare una cecità psichica, una modalità fredda di rapporto,  dove attivamente si esprime quella che il prof. Massimo Fagioli nel noto libro “Istinto di morte e conoscenza” ha definito “Pulsione di annullamento”. Annullare  la mente altrui, renderla inesistente avendo reso inesistente la propria, realizza quella dimensione di  anaffettività che porta l’uomo a violentare  il corpo della donna con la freddezza di una corazza vuota. “L’uomo inesistente”  per dirla con Calvino.

    Quando la  mente umana perde   le dimensioni di fantasia e di affettività che  rendono la sessualità realtà di rapporto vero, e si annulla dietro un corpo che reclama sfoghi e masturbazione, possiamo pensare indubbiamente ad una mente malata.

    Come sottolineato  nella domanda, esiste in realtà un problema generale che riguarda la società  e, direi meglio la cultura,  per la quale fenomeni come i rapporti mercenari, possono essere  tollerati  e/o addirittura sostenuti  in quanto non in contraddizione con la visione della sessualità comunemente accettata, intesa  fondamentalmente come pratica per produrre piacere.

    Il punto è questo: parlare di sessualità significa affrontare il discorso sulla realtà umana, sull’identità umana, sulle dinamiche inconsce presenti nel rapporto uomo-donna. Qui si incontra il dramma e la bellezza  di quello che possiamo pensare come massimo cimento nel rapporto umano: il rapporto con il diverso da sé. Diversità da intendere,  come ben espresso dalla teoria  del Prof. Massimo Fagioli, come ricchezza interiore fatta di immagini e affetti la cui matrice possiamo rintracciare al momento della nascita, quando dalla realtà biologica emerge la capacità di immaginare,  realtà psichica che  alla pubertà in un armonica fusione con il corpo, trova espressione nel desiderio per l’altro, altro  assolutamente diverso, non solo per l’aspetto fisico, ma soprattutto per le qualità interne. L’uguaglianza alla nascita di tutti gli esseri umani, diviene diversità nel rapporto uomo donna.

    Se nel rapporto interumano il pensiero si ferma alla realtà materiale, al soddisfacimento dei bisogni, alla visione fisica dell’essere umano, esso è fondamentalmente un pensiero malato in quanto annulla proprio quelle dimensioni interne di rapporto che, originate alla nascita, definiscono l’identità dell’essere umano.

    Di questo la sinistra, che ha a cuore storicamente  il concetto di “ uguaglianza” degli esseri umani,  dovrebbe tener conto per poter andare oltre una visione dell’essere umano legata esclusivamente al  soddisfacimento dei bisogni materiali.

     

    Visto la gravità e la grande quantità di questi fenomeni di pazzia, che portano ad efferati omicidi, ci domandiamo, e le domandiamo, come è possibile che così tante persone con gravissime patologie mentali vaghino liberamente nelle nostre città? L’attuale legislatura che detta le linee guida degli psichiatri, la cosiddetta legge Basaglia, non sembra funzionare affatto, né sembra che ci potranno essere dei miglioramenti a breve, visto che lo stato riduce ogni giorno i contributi alla sanità pubblica e li storna con mille sotterfugi ai privati. Ci può dire qualcosa di più preciso su questo scottante argomento?

     

    In via preliminare occorre precisare che se si guardano le statistiche relative agli omicidi compiuti negli ultimi anni, la voce “follia” si aggira intorno al valore medio del  10% e presumibilmente al suo interno dovrebbe accogliere quei casi che notoriamente  hanno una storia psichiatrica. Un’altra voce interessante indica il “litigio” come movente dell’omicidio ed è posta al primo posto con percentuali medie del 25%.  Altri dati interessanti  si riferiscono al sesso dell’aggressore  nel 95,5% dei casi uomini e solo nel 4,5% donne, parimenti le vittime risultano essere 75% dei casi uomini e 25% donne, quest’ultimo dato in costante crescita.

    Di fronte a questi dati cosa possiamo dire? Intanto che la patologia mentale merita una grossa attenzione, e ciò chiama immediatamente in causa la responsabilità non solo delle strutture assistenziali, ma soprattutto di coloro che, ispirati da principi basagliani, continuano ad esercitare una prassi assistenziale e consolatoria accettando al più la nozione di disagio psichico con cui il malato dovrebbe pacificamente convivere.  Questo fondamentalmente era il pensiero di Basaglia, assertore della non esistenza della malattia mentale. Certamente i manicomi, in quanto luoghi violenti e disumani più simili a strutture carcerarie che a strutture sanitarie dovevano essere chiusi, ma questo di per sé non ha nulla a che vedere con l’affrontare la  malattia mentale. Dire che  il malato mentale  è una costruzione teorica della psichiatria e che dovremmo lasciare i folli liberi di vivere la loro vita in quanto espressione di uno dei tanti ”modi di essere” significa condannare per sempre un malato all’incurabilità, accettare che si suicidi o che uccida senza poter far nulla.

     

    Accettare insomma “l’essere per la morte” come autentica realizzazione della propria esistenza, filosofia ampiamente rappresentata nel pensiero di Basaglia, è per un medico francamente inaccettabile. Dunque credo che non sia questione di strutture insufficienti, cosa probabilmente vera, ma fondamentalmente assenza di ricerca e pensiero teorico sulla malattia mentale e  conseguentemente assenza di pensiero sulla cura.

     

     La foto di Franco Basaglia con una sua affermazione che sottolinea molto bene il suo pensiero sulla malattia mentale da lui di fatto negata

     

     

    Visto che la domanda  intende chiarire la dimensione sociale del fenomeno “malattia mentale” in relazione ai reati di omicidio, credo sia interessante prendere in considerazione la voce “litigio” sopra citata, al cui interno  è presumibile vengano contemplati tutti quei casi  che in assenza di una storia psichiatrica sono comunemente etichettati come raptus di persone fino a quel momento ritenute normali. L’omicidio di cui abbiamo parlato è stato in effetti definito “delitto d’impeto” determinatosi nel contesto di un litigio violento.

    Al di là delle sindromi conclamate che, prontamente riconosciute, portano direttamente alle strutture competenti le persone psichicamente malate, negli ultimi anni una grossa attenzione è stata rivolta verso questa tipologia di omicidi perpetrati da persone apparentemente normali, dove il movente è da ricercarsi in una dinamica  interna al rapporto.  Ciò ha suscitato un vivo dibattito sulla necessità di chiarire il limite tra delinquenza e malattia mentale, mettendo in discussione il criterio di imputabilità basato sulla  capacità di intendere e di volere. Ci riferiamo a omicidi commessi  in piena lucidità e consapevolezza di quanto si stava commettendo, eppure per la loro efferatezza difficilmente spiegabili se non come esito di una mente malata. Il punto è proprio questo: basarsi solo sull’osservazione del comportamento e dello stato di coscienza dell’individuo ci dice molto poco della sua realtà interna.

     

    Sappiamo invece come la malattia mentale  spesso  alberghi nei comportamenti più normali e corretti e per scorgerla bisogna andare oltre l’assetto logico e razionale del pensiero, avere attenzione clinica per piccoli segni apparentemente normali, cogliere piccole dissociazioni nel linguaggio e nel pensiero e soprattutto rivolgersi al mondo delle immagini, alla realtà onirica, alla realtà invisibile dell’essere umano. Qui possiamo trovare tutte quelle dimensioni di anaffettività, di odio e rabbia che possono portare  l’individuo ad uccidere o ad uccidersi.

     

    Nelle testimonianze dei vicini di casa si sente dire che prima di commettere il reato l’omicida sembrava una persona normale e affettuosa, ecco, frasi come questa, che tutti noi abbiamo spesso ascoltato a commento  dei fatti di cronaca, rispecchiano il limite mortale di una psichiatria attenta solo al comportamento e alla coscienza e la fallacia di una giurisprudenza che dovrebbe distinguere tra l’omicidio che toglie la vita ad una donna, dove non è la coscienza ad essere malata ma la realtà psichica non cosciente, dall’omicidio di una rapina in banca, ammesso che l’omicidio di per sé, in quanto violenza estrema di un essere umano su un suo simile possa in qualche modo essere giustificato.

     

    22 ottobre 2012

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