• Joker, l’uomo fatuo che ride *

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    Recensione

    Molti sono i tópoi letterari e filmici a cui attinge Joker, il film del regista Todd Phillips. A nessuna di queste suggestioni la pellicola è così fedele come al romanzo di Victor Hugo pubblicato nell’aprile 1869, L’Homme qui rit (L’uomo che ride).

    Come nel romanzo di Hugo Arthur Fleck, il protagonista di Joker, è stato “deformato” da cause familiari: il protagonista del film da bambino, in famiglia, subisce feroci torture fisiche e mentali che lo minano mentalmente portandolo, secondo l’interpretazione del regista, a quelle forme psicopatologiche che lo psichiatra Domenico Fargnoli definisce stereotipia e l’ecoprassia della risata”.

    Gwynplaine, il protagonista del romanzo di Hugo, sempre in tenera età, era stato sfregiato permanentemente – gli aveva tagliato gli angoli della bocca in modo da apparire permanentemente ilare – per ordine del re acerrimo nemico del padre del bambino.

    Joker, scopre di essere figlio, di un ricco politico di Gotham City, così come Gwynplaine scopre di appartenere alla nobiltà inglese: è figlio legittimo di Lord Linnaeus Clancharlie, pari d’Inghilterra.

    Ma vi è una differenza sostanziale tra il romanzo di Hugo e il film di Phillips: nonostante i protagonisti abbiano entrambi subito inenarrabili violenze durante i primi mesi e anni della loro infanzia, hanno una realtà umana completamente diversa. Joker si ammala mentalmente divenendo un pericolosissimo schizofrenico, delirante, fatuo e manierato. Joker diviene una sorta di leader carismatico da imitare; diviene un pazzo assassino capace di catalizzare attorno a quella sua “ribellione schizofrenica” mal interpretata dai violenti che la considerano una sacrosanta rivolta contro i ricchi, una “rivolta popolare” che però è solo violenza vigliacca contro persone e vandalismo e distruzione contro i simboli di ingiustizia sociale come le forze dell’ordine.

    Gwynplaine al contrario mantiene l’umanità primaria della nascita: nonostante tutto ciò che ha subito, non appena gli vengono riconosciuti i propri diritti  si reca alla camera dei lord, a cui apparteneva per diritti dinastici e dopo aver preso la parola denuncia l’aristocrazia per la sua indifferenza nei confronti del popolo sofferente: «Io sono colui che viene dal profondo. Mylords, voi siete i grandi e i ricchi. Cosa pericolosa.»

    Due modi molto diversi di ribellarsi.

    Left questa settimana apre con una frase dello psichiatra Massimo Fagioli raccolta da un’intervista che gli fece Gigi Marzullo nel 2005: «La cosa grossa non è ribellarsi, è sapersi ribellare»

    E, come scrive la direttrice di Left Simona Maggiorelli nel suo editoriale, dal titolo “Il re è nudo, riprendiamoci le città” «La maschera del Joker, che fa capolino dietro agli incendi di negozi e hotel a Santiago evocando il caos e la pazzia distruttiva di Gotham City però non dice la verità di quel che sta succedendo. Vorrebbe indurci a pensare, con rassegnazione, che non ci può essere rivolta riuscita, ma solo distruzione e autodistruzione. Come la Bibbia “insegna” e il film del regista Todd Phillips ora ci ripete abilmente sul grande schermo. Ma non è così. Stanno crescendo nuove, forti, prese di posizione contro politiche di austerity, contro la mercificazione dei luoghi pubblici; da ogni parte spuntano movimenti che ci parlano di piena politicizzazione dello spazio urbano. Incursioni di Joker incendiari guadagnano la ribalta sui media ma i movimenti di protesta che si stanno riversando nelle strade di molte città del mondo contro l’ingiustizia sociale sono movimenti non violenti che lottano per una società più giusta, solidale e inclusiva.».

    La verità delle rivolte nelle città come Beirut, Santiago, Quito ecc., scrive Simona Maggiorelli, non è quella dalla narrazione mainstream che sceglie deliberatamente di mostrare solo e unicamente le scene di violenza e distruzione. In queste rivolte c’è una fortissima componente propositiva che viene però annullata dalla narrazione mediatica. Queste proposte parlano di «rigenerazione urbana, di radicale trasformazione del modello di sviluppo della città auspicata dai Fridays for future, raccontando di pratiche concrete come il baratto amministrativo e dando voce ai movimenti impegnati nella difesa dei beni comuni. (…) Da qui – dice Simona Maggiorelli – bisogna ripartire per costruire un futuro diverso.»

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    Il film

    Però, scrive sui social (*) Caterina Medici (medico in formazione specialistica in psichiatria) «Questo film va visto perché: racconta dell’evoluzione di una malattia mentale, che diventa grave fino all’omicidio, senza radici genetiche (questo film è prodotto negli USA, patria indiscussa dell’organicismo), unicamente frutto di relazioni malate e violente (madre adottiva delirante, padre adottivo violento e sadico), che trova conferme nell’ambiente circostante altrettanto violento, dove i pestaggi nei vicoli sono eventi quotidiani.

    Racconta di come gli ambienti degradati e svantaggiati possano fare da terreno fertile per la violenza di strada, ma l’intelligenza del film sta anche nel non risparmiare i ricchi da una spietata freddezza, talk show e media che ridicolizzano, banalizzano, spettacolarizzano la sofferenza umana.. tutto questo sullo sfondo di un classismo senza scrupoli (USA, patria di Trump).

    Non risparmia nemmeno i servizi sanitari e sociali, vergognosamente arretrati, inadeguati sulla formazione del personale (USA, patria delle assicurazioni sanitarie e delle scarse politiche sociali).

    Tema centrale, a mio avviso, è lo stigma della malattia mentale: da sempre male incomprensibile, scatena odio cieco e bestialità, impossibilità di fare cura e ricerca, solo annientamento.

    Se vogliamo fare i pignoli, possiamo anche dire che per quel che riguarda gli aspetti clinici della schizofrenia e psicopatia, il personaggio è in ogni caso ben riuscito (stiamo parlando di un’opera cinematografica ed è già piuttosto accurato vedere sul grande schermo manierismo, fatuità, dissociazione ideo-affettiva, disorganizzazione del comportamento, deliri e allucinazioni, rapporto con la madre schizofrenogena etc).»

    Gli fa eco lo psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli che scrive «Ho visto Joker: grandissima interpretazione di Phoenix che sottolinea magistralmente la gestualità manieristica del personaggio, la stereotipia e l’ecoprassia della risata. Concordo sul fatto che il film è molto bello. Ciò che non mi convince è l’idea un po’ semplicistica che la violenza omicida sia solamente una reazione all’abbandono e all’ingiustizia. Si rende facilmente comprensibile ciò che nello schizofrenico che uccide appare, di primo acchito assurdo e incomprensibile.»


    (*) I testi di Domenico Fargnoli e di Caterina Medici e altri interventi critici potete trovarli qui: https://www.facebook.com/notes/amore-senza-bugie/proposte-di-analisi-del-film-joker-di-todd-phillips/2545359552198090/

    Gian Carlo Zanon – Castiglione delle Stiviere, 4 novembre 2019

     

     

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