• Il film sulle donne di Budrus: un vagito di pace palestinese

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    di Gian Carlo Zanon

     

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    ROMA – il 14 febbraio verrà proiettato il pluripremiato documentario che mostra la resistenza non violenta di donne e uomini del villaggio palestinese di Budrus, in Cisgiordania.
    La regista Julia Bacha, scrittrice ed editrice di “Control Room” che va in onda sul canale news in arabo Al Jazeera, ha creato questo film-documento eccezionale utilizzando materiale tratto dal girato degli attivisti, dai resistenti nel pieno della battaglia, e dai giornalisti israeliani, i quali avevano maggior libertà di movimento, per raccontare la lotta non violenta portata avanti soprattutto dalle donne di Budrus, piccolo paese di confine tra Israele e la Cisgiordania. A Budrus le donne sono state e sono protagoniste della lotta pacifica per salvare i territori palestinesi dalle mani adunche del potere israeliano che non si fa alcun problema nello sradicare uliveti secolari, che non solo sono l’unico sostentamento economico per la popolazione, ma anche la loro storia e la loro identità di appartenenza.
    Il film documentario fa vedere al mondo intero come il popolo di Budrus ha lottato, pacificamente. Guidato da un team padre-figlia, ha unificato le fazioni politiche palestinesi in lotta, portato le donne palestinesi da dentro le loro case a manifestare per resistere alle ruspe e alle truppe armate e ha invitato gli attivisti israeliani che si sono poi uniti alla protesta a fianco dei palestinesi. E questa vola la ribellione, proprio per la sua caratteristica di pace portata avanti dalle donne, dopo 10 mesi di lavoro incessante e disciplinato si è trasformato in un successo insperato: i militari israeliani hanno deciso di modificare il tracciato della barriera intorno alle loro terre senza dividerle.

     

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    La loro vittoria pacifica divenuta un documentario che dal 2009 sta girando per il modo intero con successo di pubblico – il cinema Farnese era pieno ieri sera – e di critica, è divenuta un segnale di speranza che ha contaminato le popolazioni di altri villaggi della Cisgiordania i quali adottando la stesa prassi di lotta stanno avendo dei risultati sorprendenti. Il ‘caso’ Budrus, ha ispirato le lotte che sono seguite a Bil’in, Ni’ilin, Nebi Saleh e in altri villaggi dove oggi ci sono regolarmente marce pacifiche alle quali partecipa un meticciato culturale composto di donne , ragazzi, e uomini, palestinesi, israeliani, europei, asiatici, americani ecc..
    Purtroppo questa lotta pacifiche anziché placare la ferocia dei soldati israeliani l’ha aumentata. I politici al governo, come testimonia nel film l’ex agente di polizia di frontiera israeliana Yasmine Levy, tengono sotto pressione l’esercito perché imponga, con la forza delle armi, il suo volere. «La non violenza è pericolosa per la cultura dell’occupazione – ha detto in un’intervista Ali Abu Awwad, attivista non violenta palestinese – L’esercito usa la paura, e la non violenza toglie la paura».
    Nel film, il gendarme di frontiera Yasmina, è un invisibile filo di Arianna che tiene ancora legato il soldato robot all’umano. Con questo personaggio reale la regista portoghese, forse inconsapevolmente, mostra la complessità dell’essere umano che in quanto tale non può essere monolitico e quindi intrasformabile. Quando, ormai smessi i panni militari, si autodefinisce come colei che era stata un ‘robot’, mostra un’incrinatura della sua corazza caratteriale che l’aveva portata anni addietro a picchiare ragazzi, uomini e donne inermi. È l’immagine di una crisi che potrebbe portare ad una trasformazione interna, unica possibilità di vedere i palestinesi come esseri umani uguali a sé, e quindi di uscire da una percezione delirante che annulla l’umanità dell’altro.

     

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    Il popolo ebreo è stato vittima, con la shoah, della pulsione di annullamento dei suoi persecutori che li aveva culturalmente trasformati in ‘insetti immondi’ e poi schiacciati come ‘insetti immondi’. Sei milioni di esseri umani sono andati ai forni crematori quasi senza ribellarsi, e chi non si ribella si identifica. Come scrive Hanna Arendt le liste di chi doveva salire sui treni della morte venivano mano a mano compilati dai notabili ebrei. Tutto questo e il fatto di credere di essere l’unico popolo ad avere un patto con il dio monoteista pesa come un macigno sulla loro percezione della realtà umana di chi non è ebreo.
    Lo stato di Israele è un paese che sta implodendo a causa di leggi liberticide che fiaccano la vitalità psichica degli israeliani. Due anni fa il parlamento ha varato una legge che vieta persino di dichiarare pubblicamente opinioni che vadano contro gli interessi dello stato di Israele.
    La storia ci ha insegnato che gli stati che non hanno come valore supremo la libertà dell’essere umano, sono destinati a svanire. Ora il governo Israele per mantenere un’occupazione che perdura da 44 anni è intenzionato a punire i propri figli migliori, che sono coloro che credono nella pace e nella giustizia sociale. Senza di loro Israele è sulla strada per creare una società di robot, e quindi è destinato al fallimento.

     

    VENERDÌ 14 febbraio – ore 20.30

     

    Associazione Culturale Detour – Via Urbana 107 Roma www.cinedetour.it

     

    “PALESTINA PER PRINCIPIANTI” – SECONDA STAGIONE
    “Sappiamo bene come la nostra libertà sia incompleta senza la libertà dei palestinesi”  Nelson Mandela, 1997

     

    Ciclo di incontri e proiezioni in collaborazione 

    con Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

     

    ore 20.30 aperitivo per la Palestina e proiezioni nel foyer

     

    ore 21.00 introduzione a cura di Luisa Morgantini e

     

    proiezione del video  “La vera verità sulla Cisgiordania” 

     

    ore 21.30 proiezione del film “Budrus”  di Julia Bacha

     

     Budrus (Usa, Palestina, Israele 2010, 72′, arab/eng/heb sott. in italiano) – Il film segue un leader palestinese nel tentativo di unire Fatah, Hamas e alcuni attivisti israeliani in un movimento non-violento per protestare contro la costruzione della cosiddetta “barriera di sepazione israeliana” nella West Bank e salvare Budrus, il proprio villaggio, dalla distruzione. Il progetto è sul punto di fallire, fino al momento in cui la figlia quindicenne decide di prendere anche lei parte all’impresa… Premi e menzioni speciali al Tribeca e al Jerusalem Film Festival, tra gli altri.  Follows a Palestinian leader who unites Fatah, Hamas and Israelis in an unarmed movement to save his village from destruction. Success eludes them until his 15-year-old daughter jumps into the fray. 

     

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