• Franz Kafka – Sciacalli e arabi

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    Dalla raccolta  Un medico di campagna – racconti brevi (1919)

     

    Eravamo accampati nell’oasi. I compagni dormivano. Un arabo, alto e bianco, mi passò davanti: aveva governato i cammelli e andava a dormire.

     

    Mi gettai supino sull’erba. Volevo dormire ma non potevo, uno sciacallo ululava lontano, mi alzai a sedere. Prima lontano, l’animale fu improvvisamente vicinissimo. Intorno a me, un brulichio di sciacalli; occhi d’oro matto che brillavano e si spegnevano; corpi snellii, che si muovevano con agilità e regolarità, come sotto una frusta.

     

    Uno sciacallo mi giunse alle spalle, mi passò sotto un braccio emi si strinse addosso, come se avesse bisogno del mio calore. Poi mi si mise davanti e disse, con gli occhi quasi nei miei occhi:

     

    “Io sono lo sciacallo più vecchio del Paese. Sono contento di poterti ancora salutare. Quasi non ci speravo più, è un’eternità che ti aspettiamo: già mia madre ti aspettava, e la madre di lei, e prima ancora tutte le loro madri, fino alla madre di tutti gli sciacalli, credimi!” “Questo mi stupisce”, dissi dimenticando di accendere la catasta di legna preparata per tenere lontani, col fumo, gli sciacalli,” sono molto stupito di sentire questo. Arrivo qui per caso dal lontano settentrione, compio un breve viaggio. Cosa volete, voi sciacalli?” Come incoraggiati da questo discorso forse troppo amichevole, quelli strinsero ancora di più il loro cerchio intorno a me, ansimando e soffiando.

     

    “Noi sappiamo”, cominciò lo sciacallo più anziano, “che tu vieni dal nord, e appunto su questo si fondano le nostre speranze. Lassù c’è la ragione, che tra gli arabi manca. Impossibile fare sprizzare, sai, una scintilla di comprensione dalla loro fredda superbia. Ammazzano gli animali per mangiarli e disprezzano le carogne”.

     

    “Non parlare così forte”, dissi, “gli arabi dormono qui vicino”.

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    “Si vede proprio che sei uno straniero”, disse lo sciacallo,” altrimenti sapresti che mai, da che mondo è mondo, uno sciacallo ha avuto paura di un arabo. Dovremmo anche temerli?

    Non basta la disgrazia di essere capitati tra un popolo simile?” “Può essere, può essere”, dissi, “non mi permetto di giudicare cose che conosco così poco. La contesa deve essere antichissima, forse è una questione di sangue e solo nel sangue, forse, potrà aver fine”.

     

    “Sei molto intelligente”, disse il vecchio sciacallo. Gli altri respiravano ancora più in fretta, coi polmoni affannati, sebbene stessero fermi, mentre dalle mascelle aperte esalava un alito amaro, che a volte si poteva sopportare solo a denti stretti. “Sei molto intelligente: quello che dici, corrisponde al nostro antico insegnamento. Li priveremo, dunque, del sangue e la contesa finirà”.

     

    “Oh”, dissi io più violentemente di quanto volessi, “si difenderanno, coi loro fucili vi abbatteranno a frotte”.

     

    “Tu ci fraintendi”, disse quello, “come tutti gli uomini, che sono sempre gli stessi anche nel lontano settentrione. Non li uccideremo. Il Nilo non avrebbe acqua sufficiente per purificarci.

     

    La sola vista dei loro corpi viventi basta a farci fuggire in un’aria più pura, nel deserto, che perciò è la nostra patria”.

     

    Tutti gli sciacalli intorno, ai quali, nel frattempo, se ne erano aggiunti molti altri, piegarono la testa tra le zampe anteriori e cominciarono a pulirsela: era come se cercassero di nascondere un’avversione così tremenda, che avrei voluto, con un salto, balzare oltre il loro cerchio, fuggire via.

     

    “Che cosa avete dunque intenzione di fare?” chiesi accingendomi ad alzarmi. Ma non potei, due giovani animali mi avevano addentato per la giacca e la camicia; dovetti restare seduto.

    “Ti reggono lo strascico”, disse serio il vecchio sciacallo, come spiegazione, “è un segno di stima”. “Voglio che mi lascino!” gridai rivolgendomi ora al vecchio, ora ai giovani. “Lo faranno naturalmente”, disse il vecchio, “se lo vuoi. Ma ci vorrà un po’ di tempo, perché secondo la loro abitudine, hanno affondato bene i denti e devono allentare la presa a poco a poco. Intanto, ascolta la nostra preghiera”. “Il vostro comportamento non mi ha molto ben disposto ad accettarla”, dissi. “Non farci pesare la nostra disgrazia”, disse quello, facendo sentire per la prima volta il tono lamentoso tipico della sua voce, “siamo dei poveri animali, abbiamo soltanto i denti: per tutto quello che vogliamo fare, il bene come il male, abbiamo soltanto i denti”. “Cosa vuoi, dunque?” chiesi non certo placato.

     

     

     

    “Signore!” egli gridò, e tutti gli sciacalli ulularono; da lontano, uno poteva credere di ascoltare una melodia.

     

    “Signore, tu devi mettere fine alla lotta che divide il mondo. Inostri antenati hanno descritto i tuoi tratti parlando dell’uomo che farà questo. Bisogna che gli arabi ci lascino in pace, che ci diano aria respirabile, un orizzonte libero dalla loro presenza, più nessun grido di montone sgozzato, tutte le bestie dovranno crepare in pace, essere succhiate e ripulite da noi fino all’osso.

     

    Vogliamo purezza, soltanto purezza!”; e tutti piangevano, singhiozzavano. “Come puoi resistere in questo mondo, col tuo nobile cuore e le tua carne tenera? Il loro bianco è sporco; il loro nero è sporco; la loro barba, un orrore; bisogna sputare alla vista degli angoli dei loro occhi; quando alzano un braccio, nel cavo dell’ascella si apre l’inferno. Perciò, signore, perciò, caro signore, con le tue mani che possono tutto, sgozzali con questa forbice!” A un cenno della testa, si avvicinò uno sciacallo che, a un dente canino, portava appesa una piccola forbice da ricamo, coperta di ruggine.

     

    “Ah, ecco la forbice, finalmente, facciamola dunque finita!” gridò l’arabo che guidava la nostra carovana, dopo essersi avvicinato di nascosto a noi, controvento; e agitò una grande frusta.

     

    Ci fu una fuga generale; ma gli animali si fermarono a una certa distanza, immobili, così stretti gli uni agli altri, da far pensare a un’esile palizzata, sulla quale alitassero fuochi fatui.

     

    “Così, signore, tu hai visto e ascoltato anche questo spettacolo”, disse l’arabo, ridendo con l’allegria che la riservatezza della sua stirpe gli consentiva. “Tu sai dunque quello che vogliono gli animali?” chiesi. “Naturalmente, signore, lo sanno tutti”, disse quello. “Da quando esistono arabi, questa forbice gira per il deserto e continuerà a girare con noi fino alla fine dei tempi. La offrono al primo europeo che incontrano, per la grande impresa; sono convinti, ogni volta, che quello è il predestinato. La loro speranza è assurda: sono dei pazzi, dei veri pazzi. Per questo li amiamo: sono i nostri cani, più belli dei vostri. Stanotte, vedi, è morto un cammello, l’ho fatto trasportare qui”.

     

    Quattro portatori vennero e buttarono davanti a noi la pesante carcassa. Subito gli sciacalli cominciarono a urlare. Come irresistibilmente trascinati da corde, cominciarono ad avanzare a scatti, strisciando sulla sabbia. Avevano dimenticato gli arabi, dimenticato l’odio, affascinati dalla presenza della carogna fetida, che cancellava ogni cosa. Uno si attaccò al collo e al primo morso trovò la carotide. Come una minuscola, frenetica pompa che vuole ad ogni costo estinguere un terribile incendio, pur non avendo speranza di successo, ogni muscolo di quel corpo si tendeva e fremeva. E tutti gli altri, ammucchiati sopra il cadavere, subito lo imitarono.

     

    Allora il capo-carovana fece sibilare la frusta su di loro.

     

    Inebriati dal gusto, quelli alzarono le teste e videro gli arabi davanti a loro; sentirono le scudisciate sui musi, balzarono indietro e si fermarono a una certa distanza. Ma il sangue del cammello era sparso in pozzanghere, fumante, il suo corpo era squarciato in diversi punti. Gli si avventarono sopra di nuovo e di nuovo il capo-carovana alzò la frusta: ma io lo trattenni per il braccio.

     

    “Hai ragione, signore”, disse, “lasciamoli al loro mestiere; del resto è tempo di partire. Tu li hai visti. Animali curiosi, non è vero? E come ci odiano!”

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