• Enciclopedia del crimine – Storia della Mafia – IV

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    dalla Redazione

     

     Storia della Mafia – quarta parte

     

    Guerra a Palermo

     

    Subito dopo la morte di Luciano (1962), scoppia a Palermo una guerra sanguinosa e senza esclusione di colpi: da una parte, troviamo i fratelli La Barbera, dall’altra i fratelli Greco. Le due famiglie non vogliono più dividersi il potere e la ricchezza.

    Ognuna li vuole per sé e per sé sola. Sono i La Barbera che danno inizio alle ostilità, assassinando un importante mafioso del clan avversario. Immediatamente, i Greco rispondono organizzando un attentato contro l’auto di uno dei La Barbera. Costui riesce a cavarsela per miracolo. Da allora, a Palermo, le notti echeggiano di spari: i picciotti delle due fazioni sono ormai in guerra, e i regolamenti di conti si succedono a ritmo serrato. Braccato da vicino, Angelo La Barbera va a nascondersi a Milano.

     

    Processo di Viterbo: La Barbera a sinistra

     

    Un killer inviato dai Greco riesce a scovarlo. Angelo riceve cinque pallottole in corpo, ma sopravvive.

    La nuova mafia attacca anche le forze dell’ordine. Il 30 giugno 1963, un passante segnala ai carabinieri un’auto sospetta abbandonata davanti alla casa dei Greco. I carabinieri si recano sul posto i aprono il tettuccio. L’auto esplode: otto morti.

    Nell’apprendere la notizia, l’opinione pubblica reagisce con violenza e reclama  insistentemente l’intervento del governo. Il governo ormai non può più sottrarsi.

    La prima commissione antimafia sarà in breve formata, proprio come conseguenza a questo dramma sanguinoso.

     

    Il processo di Catanzaro: in catene per la prima volta il boss di Alcamo Vincenzo Rimi seguito dal suo più acerrimo nemico, Angelo La Barbera, anche lui in manette.

     

    Genovese assume il potere

     

    Vito GenoveseAnche, negli Stati Uniti si assiste alla crescita della nuova generazione. Per mantenere  la propria autorità, Genovese si vede costretto a rispondere con severità

    Egli lo fa non attaccando Frank Costello in persona, ma la “famiglia” di quest’ultimo, molto più irrequieta e pericolosa del suo capo. Il 4 ottobre 1951, il primo luogotenente di Costello, William Moretti, viene ucciso con due Pallottole. Moretti era un amico d’infanzia di Costello. Entrambi erano nati a East Harlem nello stesso isolato. Tuttavia, Costello non reagisce, forse attende il suo turno. Ma non accade nulla. Forse, Luciano ha dato ordine che C’ostello venga risparmiato. In ogni caso, Genovese se ne sta, da allora, tranquillo. Non sappiamo ciò che lo spingerà se anni dopo a riaprire l’offensiva. Una sera di maggio, mentre Costello sta tornando a casa un uomo sbuca all’improvviso davanti a lui e gli spara contro. Costello rimane solo leggermente ferito alla testa. Si tratta forse. di un semplice avvertimento? A cominciare da quell’istante, Genovese Io lascia in pace. È vero, però, che Costello ormai quasi ritiratosi non rischia più di gettare ombra sul suo rivale. È vero anche che Genovese deve far fronte ad un improvviso nemico molto più pericoloso, il miglior amico di Frank Costello, Albert Anastasia, soprannominato il “pazzo furioso”.

    Anastasia reagisce molto male alle pretese di Genovese e si rifiuta di riconoscerlo come capo. E non è il solo.

    Genovese finisce con l’aver paura. Non esce più di casa se non circondato da una quindicina di uomini armati fino ai denti.

    Un giorno viene a sapere che Costello, nonostante suoi ordini, ha incontrato Anastasia in segreto. È troppo. Deve sbarazzarsi di Anastasia al più presto. Vi riesce. Anastasia viene fatto fuori in una bottega di barbiere mentre, con il volto coperto da salviette calde, sta per farsi rasare.

     

    Albert Anastasia assassinato

     

    L’omicidio di Anastasia e l’uscita di Costello dalla scena creano seri disordini tra le famiglie di Cosa Nostra.

    Ma nel mezzo della tempesta, Genovese riesce tener bene il timone. per riprendere in mano. tutto il suo piccolo mondo, convoca i principali capi ad Appalachin, nella casa di campagna di un vecchio amico castellamarese, Joseph Barbera. Nel giorno stabilito, il 14 novembre, tutta questa gente salta in auto e si reca alla riunione. La riunione promette di essere agitata. Alcuni capi hanno preso molto male il tentativo di omicidio di Costello. Invece, la scomparsa di Anastasia lascia tutti completamente indifferenti.

    La sua indole sanguinaria non era fatta certo per attirargli le simpatie.

    Tuttavia, nonostante le accuse che gli saranno mosse, Genovese è sicuro di sé. I1 suo curriculum è buono. D’altronde, non ha nessuna intenzione di difendersi, ma solo di spiegare il suo comportamento.

    Cosa Nostra riunisce circa una trentina di famiglie sparse un po’ dappertutto sull’intero territorio degli Stati Uniti. Esse hanno inviato, nessuna esclusa, un rappresentante ad Appalachin. E i capi non vi si sono recati da soli. Nella maggior palte dei casi, si sono fatti accompagnare dai principali luogotenenti. In tutto, un gran numero di persone, e il sergente Edgar D. Crosswell, di servizio quel giorno, non può non notare su quella piccola strada di campagna, in genere poco frequentata, questo continuo passaggio di limousines che vanno tutte nella stessa direzione. Incuriosito, poi diffidente, finisce con f istituire un posto di blocco e si mette a controllare l’identità dei passeggeri. Subito, tutta questa gente si fa prendere dal panico. Alcuni scappano e corrono attraverso la campagna come tanti leprotti. Ma i più anziani, che sono anche i più numerosi, vengono beccati.

    Circa 60 sono i mafiosi arrestati quel giorno. Perquisendoli, si scopre addosso a loro più di 300 000 dollari. Un po’ troppo denaro, per un week-end in campagna.

    Ma, infine, nulla viene trovato contro di loro, e la polizia è costretta a rilasciarli.

     

     

    Si trattava di uno schiaffo per Cosa Nostra in generale. e di un serio avvertimento per Genovese in particolare. Senza dubbio, Genovese non ne tenne troppo conto. Un anno dopo, veniva arrestato per traffico di stupefacenti e condannato a 15 anni di reclusione.

     

    L’arresto del capo di tutti i capi segna l’inizio di alcuni anni neri nella storia di Cosa Nostra.. Ben presto, uno .dei suoi membri rompe per la prima volta l’omertà.

    Le rivelazioni di Valachi fanno scoprire di fronte all’opinione pubblica stupefatta, e a volte scettica, i segreti e i metodi della più potente organizzazione segreta che sia mai esistita.

     

    Valachi parla

     

    Joseph Valachi

     

    Una mattina del giugno 1962, in un cortile della prigione federale di Atlanta, un detenuto di nome Joseph Valachi uccide a colpi di tubo di ferro un altro detenuto, un certo John Saupp. Valachi era stato condannato per traffico di eroina. Si tratta di un piccolo gangster di poco conto, la cui fedina penale è parecchio sporca. Valachi, dopo l’omicidio di Saupp, rifiuta di motivare il suo gesto. In seguito, quando gli rivelano l’identità della vittima, confessa di essersi sbagliato, che non voleva uccidere Saupp, ma un certo Joseph di Palermo.

    I due uomini si somigliavano moltissimo ecco perché lui ha sbagliato. Saup ha pagato per un altro. Nulla più esce dalla bocca di Valachi.

    Per qualche giorno, Valachi continua a star zitto. Poi, all’improvviso, comincia a cantare. Ciò che racconta è straordinario, tanto che l’intera polizia degli Stati Uniti sussulta, e lo stesso ministro della Giustizia, Robert Kennedy, se ne interessa.

     

    Valachi è un “soldato” di Cosa Nostra e, per la prima volta, in un secolo di esistenza, un membro dell’organizzazione criminale più celebre ma anche meno conosciuta rivela in che modo essa funzioni.

     

    Valachi non fa altro che raccontare la propria vita, dalla nascita a East Harlem, nel 1904, fino all’omicidio di Saupp. Ma quanto dice è così nuovo, solleva tanti veli, è così ricco di informazioni, che la polizia fa fatica, in un primo momento, a credervi.

    Cosa Nostra non è dello stesso avviso. Non esita infatti a promettere centomila dollari a colui che chiuderà la bocca al traditore…

     

    Grazie a Peter Maas, che ha potuto intervistarlo a lungo, conosciamo quasi integralmente la confessione di Valachi. Costui non ha mai fatto molta strada nella gerarchia di Cosa Nostra, ma per più di trent’anni egli è stato legato alla potente organizzazione mafiosa. Grazie a lui, conosciamo meglio i retroscena della terribile guerra dei castellammaresi. Durante la sua carriera, frequentò Masseria, Maranzano, Luciano, e fece parte della famiglia di Genovese. Su ognuno di questi grandi capi, egli fornisce indicazioni preziose che, il più delle volte, completano le informazioni già in mano alla polizia. Soprattutto egli rivela le strutture di Cosa Nostra, la sua organizzazione interna, come funzionano le famiglie, il linguaggio, i metodi, le ramificazioni nel mondo.

     

    Se Valachi ha deciso di rompere l’omertà, è perché ha un conto da regolare con il suo capo Genovese. Sa che quest’ultimo vuole sbarazzarsi di lui. Genovese lo ha anche avvertito: una sera in cui i due dividono la stessa cella, Genovese gli dice: Sai bene, quando si compera una cassetta di mele, capita che dentro ce ne sia una marcia… Ebbene, questa mela bisogna buttarla via, altrimenti guasterà anche le altre.

    Da allora, Valachi sa di essere condannato.

     

    Non importa affatto che sia rinchiuso in prigione, circondato da alte mura e da guardiani, egli si sente continuamente minacciato. Tutti i detenuti sono per lui individui sospetti. Ognuno può essere un uomo di Genovese che aspetta il momento opportuno per portare a termine il suo “contratto”. Anche il cibo del carcere gli fa paura.

     

    Non appena vengono conosciute dal grande pubblico, le rivelazioni di Valachi suscitano una vasta eco negli Stati Uniti.

    Sono in molti a non crederle vere. Alcuni giornali accusano la polizia di voler influenzare propagandisticamente l’opinione pubblica. Cosa Nostra sarebbe solo un racconto nero per adulti. Nonostante il grande prestigio, Robert Kennedy fatica a farsi credere quando afferma solennemente che il crimine organizzato riguarda tutti e “mette a repentaglio oggi la vita della maggior parte” degli americani.

     

    1988 Palermo letiziabattaglia

     

    Le commissioni antimafia

     

    Certo, non è la prima volta che si puntano i proiettori sulla mafia, né che si tenta di eliminarla. Già all’epoca del proibizionismo, la lotta era stata dura, e i successi dei celebri ”incorruttibili” sono segnati sull’albo d’onore della polizia americana.

    Più tardi, nel 1952, una commissione senatoriale, presieduta dal senatore Kefauver, riceve l’incarico di redigere un rapporto sul “sindacato del crimine”. I risultati dell’inchiesta, pubblicati alcuni anni più tardi, sono pessimisti, nei riguardi della possibilità di aver ragione rapidamente e facilmente del male.

     

    In Italia si finisce per turbarsi a causa del disordine e dei crimini che continuano a sconvolgere la Sicilia da oltre 15 anni dopo la fine della guerra.

    Come abbiamo già detto, in seguito al sanguinoso incidente dell’auto esplosa, che aveva causato la morte di otto carabinieri, l’opinione pubblica reagisce violentemente ed esige dal governo che esso faccia qualcosa.

    Finalmente, il governo chiede al Parlamento di istituire una commissione d’inchiesta.

     

    La commissione viene istituita verso la fine del 1962. Essa è presieduta da un ex alto magistrato, il senatore Pafundi, ed è incaricata di studiare il “fenomeno mafioso” e di proporre qualche soluzione.

    La commissione Pafundi, che prende subito il nome di commissione antimafia, è composta da una trentina di parlamentari, deputati e senatori appartenenti a tutto l’arco dei partiti. Sostenuta dall’opinione pubblica, che chiede rapidi risultati, essa si mette subito al lavoro con energia e determinazione.

    Comincia con l’esaminare tutti gli archivi della polizia e dei tribunali siciliani, studia accuratamente ogni fascicolo e chiede che i casi più sospetti vengano riaperti.

    È così che don Genco Russo, il successore di don Calogero Vizzini, si vede d’improvviso accusato di frode fiscale ed è costretto a pagare un gran numero di ammende, per essere infine confinato a Lovere (in provincia di Bergamo), in attesa di processo, nel 1965.

     

    Ben presto, Pafundi è in grado di fare il punto pubblicamente. La sua analisi della mafia è lucida e pessimista.

     

    «La mafia è penetrata a fondo, nel seno stesso delle strutture più nascoste della società. Essa è soprattutto nella diffidenza atavica di fronte alla legge; non osservare la legge assume presso i siciliani un carattere di voluttà epidermica. Si tratta di una mentalità che dimora nei ricchi, nei contadini, nei magistrati, nelle autorità locali, nella polizia, dappertutto.»

     

    Frank Coppola

     

    La polizia, da parte sua, si occupa in particolare del traffico di droga. E non esita nemmeno più a entrare in stretta collaborazione con la polizia americana. I risultati non si fanno aspettare. Numerosi capi, tra i più importanti, come Magaddino o Frank Coppola, vengono arrestati. Sempre più sicura di se stessa, la polizia emette anche alcuni mandati di comparizione nei confronti dei più celebri boss americani, Joe Bananas e Bonventre.

     

    Joe Bananas

     

    Nel 1968, dopo le elezioni legislative, una nuova commissione antimafia succede alla prima. Essa è presieduta da un giovane deputato di Genova; pieno di zelo e di entusiasmo, Cattanei. Gli viene data carta bianca, ma a condizione che faccia in fretta. Cattanei promette di terminare il suo rapporto entro il 1971. Mantiene la parola. I risultati dell’inchiesta occupano un enorme volume. La parte più interessante concerne lo studio sui mercati all’ingrosso e sulla scuola, di cui abbiamo già parlato.

    Ma ciò che colpisce maggiormente l’opinione pubblica italiana, è la lettura della biografia dei dieci più grandi capi dell’Onorata Società, da don Genco Russo ai fratelli La Barbera, attraverso Luciano Liggio e il dottor Navarra.

     

    Luciano Liggio

     

    Oltre a questi racconti, nei quali si mescolano strettamente l’orrore e il pittoresco, il rapporto di Cattanei non manca di fare anche il processo ai poteri pubblici.

    Il deputato li accusa senza troppi riguardi di inerzia e di viltà. Li rimprovera di tolleranze sospette, di omissioni volontarie, di scandalose aperture di credito, di compromessi inscusabili eccetera. La magistratura e la polizia stesse non vengono risparmiate.

    Della prima, Cattanei denuncerà soprattutto la timidezza e la lentezza nella procedura.

    Per esempio, nel 1967, Liggio viene assolto per un omicidio accaduto nel 1945.

    Nei confronti della polizia, Cattanei è ancora più duro. Ritiene inammissibili i frequenti scontri con i carabinieri, e paragona i rapporti tra le due forze pubbliche a “due ruote dentate che non ingranano, perché ciascuna gira per conto propri”. È vero che la polizia e i carabinieri non dipendono dallo, stesso ministero. La prima riceve le direttive dal ministro dell’Interno, i secondi da quello della Difesa. Tuttavia, Cattanei ritiene che questo stato di competitività è pregiudizievole agli interessi reali dei cittadini e alla ricerca della verità.

     

    Nuovi crimini

     

    Omicidio Scaglione

     

    Eppure, nonostante i fulmini che vengono lanciati al suo indirizzo, l’Onorata Società continua per la sua strada come se niente fosse. Persino sotto il naso della commissione antimafia essa si permette di compiere un numero impressionante di nuovi crimini. Un colpo dietro l’altro, essa sequestra il giornalista Mauro de Mauro, di cui non si ritroverà mai più traccia; assassina, in ospedale, l’albergatore Candido Ciuni; sequestra un ricco industriale, Antonio Caruso e chiede alla famiglia un riscatto di 150 milioni di lire; infine, il 5 maggio 1971, assassina il procuratore generale di Palermo, Pietro Scaglione.

     

    Il procuratore Scaglione

     il procuratore generale di Palermo, Pietro Scaglione

     

    È la prima volta che la mafia prende di mira un alto magistrato, e tutti si chiedono che cosa abbia potuto spingerla a una tale azione estrema. Scaglione era molto conosciuto a Palermo, dove occupava la sua carica da parecchio tempo.

     

    Un mese più tardi, tocca al figlio di un ricco imprenditore essere sequestrato. Il riscatto richiesto – almeno così si dice -si aggira attorno ai 300 milioni.

    Tutti questi crimini, e in particolare l’omicidio del procuratore Scaglione, provocano una vasta eco di indignazione, ampiamente sostenuta dalla stampa. La polizia è spinta ad agire, e arresta tutti i mafiosi sui quali riesce a mettere le mani. Un primo contingente viene inviato sull’isola di Linosa, un secondo su quella di Filicudi.

     

    Il giornalista Mauro de Mauro

     

     

    I mafiosi al loro arrivo a Filicudi

     

    Il suo zelo non si ferma qui: nei mesi seguenti, oltre 300 sono i mandati di comparizione.

    Ma almeno, I’Onorata Società trema? Sembra proprio di no. A Filicudi, benché stiano un po’ strettini, benché manchino di quelle comodità cui sono abituati, i capi non smettono di fare progetti.

     

    L’America reagisce

     

    Se l’Onorata Società fa parlare parecchio di sé, Cosa Nostra non è da meno, benché ciò avvenga, il più delle volte, contro i suoi desideri. L’opinione pubblica ignora sempre di meno il problema. Dopo il rapporto Kefauver, nel 1965 c’è quello di Mac Clellan. Tre anni dopo, salivano alla ribalta le rivelazioni sensazionali del “soldato” Valachi, con la pubblicazione del libro di Peter Maas La mela marcia. Da allora, Cosa Nostra, il cui nome per la prima volta veniva pronunciato in pubblico, divenne nemico numero uno degli Stati Uniti. Robert Kennedy si assumeva il comando di questa battaglia. Ricorrendo a tutti i mezzi in suo potere per combattere la piaga più orrenda che un ministro della Giustizia avesse mai incontrato sulla sua strada, Kennedy fece appello all’opinione pubblica perché lo sostenesse nella sua lotta. In un primo momento, l’opinione pubblica non lo seguì molto, poi, a poco a poco, cominciò a prendere coscienza di quanto il male fosse diffuso, male che ben presto si paragonò a un cancro, il vero cancro dell’America.

     


    Il 22 novembre 1962, il presidente John Kennedy veniva assassinato a Dallas. Da un giorno all’altro, tutta l’America subisce un trauma. Il delitto aveva colpito brutalmente, gli americani non erano pronti a sostenere un colpo così duro. Qualche anno più tardi, fu la volta di Robert Kennedy.

    Si parlò di fatalità. Ma tutti gli americani ebbero la sensazione che qualcosa andava storto. Il delitto si spingeva troppo in là: coinvolgeva l’America tutta dato che assumeva le proporzioni di una grande corruzione morale.

     Robert Kennedy morente

     

    Probabilmente non sapremo mai se Cosa Nostra abbia svolto un ruolo importante in questi due delitti e se sì quale sia stato questo ruolo.

    Gli assassinii dei fratelli Kennedy sono stati spiegati in modo non soddisfacente. Invano la polizia, vari scrittori e psichiatri hanno tentato di costruire il passato o di spiegare il gesto degli assassini. Essi somigliano piuttosto a semplici pedine di una scacchiera gigantesca.

     

    -letizia-battaglia-SERENAFoto di Letizia Battaglia

    … ma la storia continua

     

    Come don Vito Cascio Ferro, anche don Vito Genovese muore in prigione. Aveva appena compiuto 71 anni. Benché rinchiuso nel penitenziario di Springfield da parecchi anni, non era stato dimenticato. La sua morte è un avvenimento di cui tutta la stampa americana parla. L’ex capo della mafia ha diritto alle prime pagine dei giornali. La stampa non mansa di chiedersi chi sarà il suo successore.

    carlo-gambino

    Vengono fatti i nomi di diversi candidati: Mike Miranda, Carlo Gambino e Thomas Eboli. Il favorito è quest’ultimo. Si sa che egli appartiene alla “famiglia” del capo scomparso e che godeva la preferenza di Genovese. Ma le elezioni, all’interno di Cosa Nostra, rimangono segrete. Nonostante la sua curiosità, l’America non verrà a sapere il nome del nuovo re dei bassifondi, dovrà essere e sarà un segreto: “Cosa Nostra”!

     Carlo Gambino

    Beninteso, questi cambiamenti in profondità non avvengono senza che in superficie se ne risenta.

    La presa di potere si accompagna sempre allo spargimento di sangue.

    Tutto ha inizio con l’assassinio di Joe Colombo, avvenuto proprio sotto la statua di Cristoforo Colombo, alla presenza di un migliaio di persone, il 29 luglio 1970. Corre voce che sia stato Gambino ad armare la mano del killer, un negro. L’assassinio di Colombo scatena una nuova guerra, che suscita subito il ricordo di quella tra Masseria e Maranzano. Ben presto, il braccio destro di Colombo, Joe Gallo, viene ammazzato in un ristorante, il giorno in cui festeggiava il suo 43″ compleanno. Qualche tempo dopo, è la volta del candidato favorito, Eboli, l’ex capo-regime di Genovese.

    Ormai, Miranda e Gambino rimangono soli nella disputa. Dopo un po’, un outsider compare già all’orizzonte: Joe Bonanno. La lotta per il primo posto continua.

     

    Joe Bonanno

     

    Tutti questi spettacolari regolamenti di conti tengono fissa l’attenzione del pubblico sull’impero del crimine, al quale l’allora presidente Nixon ha dichiarato solennemente guerra. A sua volta, il procuratore di New York suscita sensazione nel dichiarare che i guadagni della mafia sono più alti di quelli delle prime dieci società del Paese: «Se volesse – dice, in parole povere – Cosa Nostra potrebbe acquistare la General Motors o la General Electric».

     

    Ma, dopo tutto, perché non potrebbe volerlo? Sappiamo come Mayer Lansky, coetaneo e amico di Luciano, residente a Miami, poi a Tel Aviv, per lungo tempo abbia svolto le funzioni di intermediario affinché i soldi guadagnati da Cosa Nostra raggiungessero le banche svizzere, dove venivano ‘lavati’.

    La quantità di dollari provenienti da attività criminali è talmente alta che il governo americano finisce col muoversi. Nel 1970, fa pressione presso il governo svizzero affinché sia messo fine al segreto bancario.

    In nome dell’interesse dei suoi clienti più onesti, e anche perché non vuole farsi scappare preziosi capitali, la Svizzera cede solo un poco: il segreto bancario non avrà valore “quando sarà provato che si tratta sicuramente di conti bancari legati al crimine organizzato”.

     

    L’America cerca allora di trovare un’intesa con la Turchia, affinché questo Paese riduca la produzione nazionale d’oppio, poi con la Birmania, perché diminuisca la coltivazione della canapa. Anche da questa parte, almeno per il momento, l’America non ottiene gran che.

    Il Narcotics Bureau si rivolge allora alle polizie italiana e francese affinché queste agiscano più energicamente nei confronti di coloro che sono legati al traffico della droga.. Si giunge a qualcosa: a Marsiglia e a Napoli, vengono chiusi alcuni laboratori clandestini.

     

    Ma tutti questi passi, queste operazioni avvengono lentamente, e la mafia ha tutto il tempo di guardarsi in giro per trovare qualche altro fornitore e qualche altra strada per far viaggiare la preziosa mercanzia.

    Abbandonando per un po’ l’Europa, il nuovo traffico percorre le strade ancora vergini dell’America Latina e del Messico.

    A casa sua, in America, la mafia sa chei rischi sono minimi. Essa controlla la maggior parte degli aeroporti. Inoltre, particolare non trascurabile, il numero dei drogati non accenna a diminuire. Il mercato è ben lungi dunque dall’essere esaurito.

    Tutto il problema sta in questo, finché ci saranno persone disposte a pagare per soddisfare il proprio vizio, Cosa Nostra rimarrà potente e florida. Di fronte a questa evidenza, siamo tutti impotenti. La mafia è solo un parassita, il parassita numero uno della nostra società. Per sradicarla definitivamente, bisognerebbe prima tagliare i legami che la uniscono ai poteri pubblici e politici, negli Stati Uniti, come in Italia.

     

     

    F i n e

     

    Leggi qui tutta la storia della mafia

    Storia della Mafia prima parte leggi qui

    Storia della Mafia seconda parte leggi qui

    Storia della Mafia terza parte leggi qui

     

    Tratto da Enciclopedia del crimine

    © Fratelli Fabbri Editori, 1974

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