• Chi ha paura di Majakovskij?

      2 commenti


    Majakovskij e Lili Brik

    «A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare … Non c’è soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Liilja, amami … Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici.» La lettera è di Majakovskij, la sua ultima lettera trovata accanto al suo corpo il giorno del suicidio

    Giuseppe Montesano

    Il suicidio di Majakovskij segna emblematicamente la morte della speranza e la fine del sogno rivoluzionario che si sta trasformando in incubo. 

     

    Da dove cominciare? Era un gigante sconsolato e tenero, combattivo e visionario, smembrato e vivo, un poeta che cantava mentre urlava, e che rideva e piangeva mentre cantava, e allora da dove cominciare? Da qui: «E sento che l’io per me è troppo piccolo. Qualcuno erompe da me, cocciuto. Allò! Chi parla? Mamma? Mamma! Vostro figlio è stupendamente malato. Mamma! Ha un incendio nel cuore. Dite alle mie sorelle, a Ljuda e Olja, che non sa più dove trovare scampo. Ogni parola che egli vomita dalla bocca in fiamme si lancia nel vuoto, come una prostituta nuda fuori da un postribolo che arde…»

    È lui, è Vladimir Majakovskij, e oggi possiamo riascoltare il poema La nuvola in calzoni nella bella e coraggiosa traduzione di Remo Faccani per Einaudi (pagine 116, euro 12,00). Ma Majakovskij è superato, così dicono gli snob asserviti al new-new che li distrugge. Davvero? Sentiamolo ancora, questo Baudelaire postmoderno: «La via trascinava in silenzio la sua pena. Un grido le svettava dalla strozza. Le s’impennavano, ficcati nella gola, tassì rigonfi e ossute carrozze. Il petto le calpestarono, ma la via s’accosciò e prese a berciare…», e sentiamolo quando, come in un cartoon ma in anticipo sui cartoon, personifica le sue nevrosi: «Mi accorgo che senza far rumore come un infermo giù dal letto è balzato a terra un nervo. Ed ecco, prima si muove appena appena, poi si mette a correre eccitato, ritmico. Ora lui e due nuovi sopraggiunti s’agitano in uno sfrenato tip-tap…»

    Come nessun altro poeta moderno, Majakovskij adopera le sequenze per immagini del cinema, le astuzie ottiche e gli illusionismi, le dissolvenze e i primi piani, e soprattutto l’animazione degli oggetti; prende la poesia dei simbolisti, la veste di stracci e la fa cantare come Mahler fa cantare contrabbassi e violini: strozzandoli e spingendoli al limite delle loro possibilità; usa metafore e analogie in modo così crudo da renderle volutamente grottesche, e fa franare i significati consueti. Majakosvskij non si fermò mai. Nel 1908 passa quasi un anno in carcere come sovversivo bolscevico; studia e scrive versi simbolisti che poi butta; diventa futurista e gira la Russia in spettacoli interrotti dalla polizia; è espulso dall’Istituto d’Arte per motivi politici; si innamora di Lilia Brik, e lei ha già un marito, che è amico di Majakovskij; nel 1917 si getta entusiasta nella Rivoluzione.

    Nel regime che segue Majakovskij continua a scrivere, inesauribile come i suoi amati motori diesel, sceneggiature, opere teatrali, poesie: sull’estrazione del petrolio, sul ponte di Brooklin, sul passaporto sovietico; come in un Signor Bonaventura cubofuturista, disegna fumetti per frustare il già vecchio e orribile filisteismo comunista in nome di un comunismo secondo lui vero; scrive un poema sulla Rivoluzione che disgusta Lenin, e scrive un poema per la morte di Lenin; è accusato di essere «troppo difficile» per gli operai, attacca i burocrati del Pcus ed è censurato, viaggia in America e si innamora di New York; rimprovera a Esenin di essersi suicidato, e tre anni dopo, nel 1930, si uccide per amore, lasciando scritto: «Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è infranta contro gli scogli della vita quotidiana. La vita e io siamo pari. Non serve enumerare offese, dolori, torti reciproci…»

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    Majakovskij era innamorato della vita al punto da perderla, ma la contraddizione non lo spaventava, e usò le proprie fratture come una nuova metrica. È superato? Oggi tutta la poesia è superata e sfregiata, incarcerata dalla nostra vita smarrita nel regno osceno dell’Economico impazzito.

    L’idea che Majakovskij aveva della poesia, un’espressione che ingoia tutto, è sempre più necessaria: non un arreso neo o post realismo, ma uno scontro perpetuo con la cosiddetta realtà. Majakovskij non può essere un Maestro perché lodò il comunismo? Può essere: ma allora cosa fare di Benn, Pound, Céline, Heidegger*?

    Tappezzare con le pagine di Essere e tempo o con quelle dell’antisemita cattolico Eliot i prossimi treni blindati? Meglio leggerle, quelle pagine, e attentamente. E se Majakovskij parlò troppo su tutto, cosa dire di chi tace su tutto e loda sempre il mondo come è, e chiama «efficienti» e «riformisti» i nuovi hitlerini che distruggono le vite degli uomini? In un poema in cui frullava insieme Cristo e Scienza, Majakovskij immaginò che nel futuro utopico ci sarebbe stato «il laboratorio delle resurrezioni umane», e che lui, a un chimico titubante su chi far risorgere per primo, avrebbe urlato: «Fammi resuscitare! Iniettami sangue nel cuore! Ficcami nel cranio idee!»

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    Non ho vissuto fino in fondo la mia vita terrena, sulla terra non ho avuto tutto il mio amore…»
L’urlo di Majakovskij non potrà finire finché l’uomo sarà un servo cieco della religione del vendere e comprare. Quell’urlo richiama alla vita non solo tutti i morti, ma tutti quelli che non vogliono essere morti in vita. Il canto di Majakovskij disturba chi si è arreso, ma fa respirare chi resiste. E oggi quale poesia ci serve, se non questa?

     

    Heidegger* Nota della redazione: Non ci risulta che Heidegger fosse un poeta né un scrittore. Ci risulta invece che fu il maggior responsabile di quella cultura razzista che influenzò il nazismo. Vedi la recensione Heidegger: il pensiero che fondò il nazismo sul libro di Emmanuel Faye tradotto in italiano.

     

    dal sito Vento Largo http://cedocsv.blogspot.it/

    Commenti

    Ma chi ha scritto sta roba?  Almeno documentarsi…eliot cattolico??? Purtroppo no!!! Anglicano piuttosto.  Poi quella dell’antisemitismo mi è nuova, magari un virgolettato aiuterebbe a non farci pensare male della buona fede dell’autore. Anche perchè Vladimir è meraviglioso, ma Eliot non è certo un raccomandato!
    E dire che bastava wikipedia…

    Gianni

    8 aprile 2013 alle 22:56

    Risposta Dalla redazione

    9 aprile 2013 alle 08:00

    Il nome dell’autore sta scritto all’inizio dell’articolo. Eliot si convertì all’anglicanesimo quando aveva 39 anni, con sospetti di opportunismo visto che che la “sofferta” conversione collimò con il suo trasferimento in Inghilterra dove la upper class non era certamente cattolica.

    Per la redazione Giulia De Baudi

    Ps. ma un po’ meno di arrogante acidità? Noooooo?

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