• Cesare Pavese – Il mistero – da “I dialoghi con Leucò” – (testo)

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     Introduzione – La mitopoiesi  di Pavese

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    Prima che il logos devastasse la fantasia degli esseri umani, i miti raccontavano di innumerevoli metamorfosi, ovvero delle mutazione di dei e mortali. Il mito rappresentava un mondo dove tra natura animale e umana, se non addirittura tra natura vegetale e umana, vi era solo una piccola linea di confine facilmente valicabile: Dafne che per sfuggire ad Apollo si trasforma in alloro; Licaone viene trasformato da Zeus in lupo per punirlo della sua ferocia; Io tramutata in giumenta per sfuggire alla rabbia di Era pazza di gelosia e altre centinaia di favole simili.

    In quel tempo, in quell’“età dell’oro”, poeti e aedi, per raccontare l’amore, l’odio, le passioni, utilizzavano il mito. Ma la narrazione mitologica, anche se può sembrare assurdo, era un modo per decifrare la realtà, era “scienza”, o quasi.

    Quindi i letterati, per accedere al reale, dovevano, prima, donargli un contenuto e quindi un senso. Contrariamente al sistema filosofico cristiano,  solo dopo aver dato un senso alla realtà la si  nominava dandole un nome: «Demetra : Questi mortali sono proprio divertenti. (…) Senza di loro mi chiedo che cosa sarebbero i giorni. Che cosa saremmo noi Olimpici: ci chiamano con le loro vocette, e ci danno dei nomi. (…) Hanno un modo di nominare se stessi e le cose e noialtri che arricchisce la vita. (…) Chi direbbe che nella loro miseria hanno tanta ricchezza? Per loro io sono monte selvoso e feroce, sono nuvola e grotta, sono signora dei leoni, delle biade e dei tori, delle rocche murate, la culla e la tomba, la madre di Core. Tutto devo a loro». (Dialogo tra Dioniso e Demetra).

    Difficile avvicinarsi al mito, difficile farlo con la leggerezza di Pavese che in questo passo dei Dialoghi con Leucò, invade questo mondo leggendario intuendo la portata poetico-conoscitiva della mitologia: dalla notte dei tempi gli esseri umani hanno fatto esperienza del reale nominando l’esistente in forma mitopoietica.

    Nel mito l’esistente veniva ammantato di senso che arricchiva il reale. I più fortunati di noi continuano a farlo più o meno inconsapevolmente. Se così non fosse le antiche rocche achee sarebbero “percepite” solo come un ammasso ordinato di pietre; le grotte come fori nella montagna, e la culla, ovvero ciò che rappresenta il primo anno di vita, perderebbe quell’alone affettivo che diamo alle cose amate.

    Il « (…) mito è, nello stesso tempo, qualcosa di necessario e di impossibile. Necessario perché è la sostanza stessa della nostra vita, che non è mai vita naturale e immediata ma sempre implica un investimento di senso …»

    Sergio Givone (introduzione a Dialoghi con Leucò – Einaudi Editore 2004)

    Con l’avvento della ragione, l’antico pensiero mitopoietico, dove oggetto e sguardo umano si fondevano  sincreticamente, viene, lentamente ma inesorabilmente, annullato. I filosofi – iniziando da Parmenide che inventando l’articolo determinativo rese esangui i fonemi  –  per affrancarsi dal mito, crearono il logos, cioè un metodo di percezione della realtà che utilizza unicamente il dato empirico  espresso verbalmente. In questo modo la sensazione, che partecipa alla percezione arricchendola, veniva annullata per il primato dei cinque sensi.

    Quel superbo mondo, popolato da dei, scompare dalla cultura “alta” e ufficiale e dominante, rimanendo, sotterraneo, indicibile. Quel sentire che invadeva l’oggetto percepito e vi abitava, pur esistendo divenne invisibile, e, non appartenendo al logos, silente. Quell’innominato sentire, ignorato dalla filosofia della natura, divenne preda delle religioni monoteistiche che ricodificarono affetti, passioni, desideri. Quel sentire umano che “sente” e “sa” dell’invisibile, e che veniva rappresentato mitopoieticamente, divenne la banale anima contesa tra il sommo bene divino e il luciferino male.

    Ma come si dice “ciò che esce dalla porta, rientra dalla finestra” . Questa antico modo di intendere e conoscere la realtà visibile e invisibile è tuttora presente nella nostra cultura, anche se ancora considerato come cosa da bambini, come un oggetto superfluo, non riuscendo a comprendere che, una volta perduta la fantasia interna, la vita umana è un “non senso”,  un’inutile corsa verso la morte.

    G.C.Z.

    lunaaparos

    Il mistero

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    Che i misteri eleusini presentassero agli iniziati un divino modello dell’immortalità  nelle figure di Dioniso e Demetra (e Core e Plutone) piace a tutti sentirlo’ Quello che piace di meno è sentir ricordare che Demetra è la spiga è la spigà – il pane – e Dioniso l’uva – il vino. «Prendete e mangiate …»

    bacco2.

    Cesare Pavese

    Parlano Dioniso e Demetra

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    Dioniso –  Questi mortali sono proprio divertenti. Noi sappiamo le cose e loro le fanno. Senza di loro mi chiedo cosa sarebbero i giorni. Che cosa saremmo noi Olimpici.

    Ci chiamano con le loro vocette, e ci danno dei nomi

    Demetra –  Io fui prima di loro, e ti so dire che si stava soli. La terra era selva, serpenti, tartarughe. Eravamo la terra, l’aria, l’acqua. Chesi poteva fare? Fu allora che prendemmo l’abitudine di essere eterni.

    Dioniso –   Questo con gli uomini non succede.

    Demetra –   È vero. Tutto quello che toccano diventa tempo. Diventa azione. Attesa e speranza. Anche il loro morire è qualcosa.

    Dioniso –  Hanno un modo di nominare se stessi e le cose e noialtri che arricchisce la vita. Come i vigneti che hanno saputo piantare su queste colline. Quando ho portato il tralcio a Eleusi io non cedevo che di brutti pendii sassosi avrebbero fatto un così dolce paese. Cosi è del grano, così dei giardini. Dappertutto dove spendono fatiche e parole nasce un ritmo, un senso, un riposo.

    Demetra –  E le storie che sanno raccontare di noi? Mi chiedo alle volte se io sono davvero la Gaia, la Rea, la Cibele, la Madre Grande, che mi dicono. Sanno darci dei nomi che ci rivelano a noi stessi, Iacco, e ci strappano alla greve eternità del destino per colorirci nei giorni  e nei paesi dove siamo.

    Dioniso –  Per noi tu sei sempre Deò.

    Demetra –  Chi direbbe che nella loro miseria hanno tanta ricchezza? Per loro io sono un monte selvoso e feroce, sono nuvola e grotta, sono signora dei leoni, delle biade e dei tori, delle rocche murate, la culla e la tomba, la madre di Core. Tutto devo a loro.

    Dioniso –  Anche di me padano sempre.

    Demetra –  E non dovremmo, Iacco, aiutarli di più, compensarli in qualche modo, essere accanto a loro nella breve giornata che godono?

    Dioniso –  Tu gli hai dato le biade, io la vite, Deò. Lasciali fare. C’è bisogno d’altro?

    Demetra –   Io non so come, ma quel che ci esce dalle mani è sempre ambiguo. È una scure a due tagli. Il mio Trittòlemo per poco non si è fatto scannare dall’ospite scita cui recava il frumento. E anche tu, sento, ne fai scorrere di sangue innocente-

    Dioniso –  Non sarebbero uomini, se non fossero tristi. La loro vita deve pur morire. Tutta la loro ricchezza è la morte, che li costringe a industriarsi, a ricordar e prevedere. E poi non credere, Deò che il loro sangue valga più del frumento o del vino con cui lo nutriamo. Il sangue è vile, sporco, meschino.

    Demetra –  Tu sei giovane, Iacco, e non sai che è nel sangue che ci hanno trovato. Tu corri il mondo irrequieto, e la morte è  per te come vino che esalta. Ma non pensi che tutti i mortali han sofferto quel che raccontano di noi.

    Quante madri mortali han perduto la Core e non l’hanno trovata mai più. Oggi ancora l’omaggio più ricco che sanno farci è versare del sangue.

    Dioniso –  Ma è un omaggio, Deò? Tu sai meglio di me che uccidendo la vittima credevano un tempo di uccidere noi.

    Demetra –  E puoi fargliene un torto? Per questo ti  dico che ci hanno trovati nel sangue. Se per loro la morte è la fine e il principio, dovevano ucciderci per vederci rinascere. Sono molto infelici, Iacco.

    Dioniso –   Tu credi? A me paiono balordi. O forse no. Visto che tanto son mortali, danno un senso alla vita uccidendosi. Loro le storie devono viverle e morirle. Prendi il fatto d’Icario…

    Demetra –   Quella povera Erigone …

    Dioniso –  Si ma Icario si è fatto ammazzare perché l’ha voluto. Forse ha pensato che il suo sangue fosse vino. Vendemmiava, pigiava e svinava come un folle. Era la prima volta che io su un’aia vedevano schiumare del mosto. Ne hanno spruzzato le siepi, i muri, le vanghe’. Anche Erigone c’immerse le le mani. Poi perché questo vecchio balordo va nei campi, dai pastori, a farli bere? Questi, ubriachi, avvelenati, inferociti, l’hanno sbranato sulla siepe come un capro e poi l’hanno sepolto perché fosse altro vino.

    Lui lo sapeva e l’ha voluto. Doveva stupirsi la figlia, che aveva gustato quel vino? Lo sapeva anche lei. Che altro poteva, per finire questa storia, che impiccarsi nel sole come un grappolo d’uva? Non c’è niente di triste. I mortali raccontano le storie col sangue.

    Demetra –  E ti pare che questo sia degno di noi? Ti sei pur chiesto che cosa saremmo senza di loro, sai che un giorno potranno stancarsi di noi dei. Vedi dunque che il sangue, questo sangue meschino, t’importa.

    Dioniso –   Ma che vuoi che gli diamo? Qualunque cosa ne faranno sempre sangue.

    Demetra –  C’è un solo modo, e tu lo sai.

    Dioniso –  Dì.

    Demetra –   Dare un senso a quel loro morire.

    Dioniso –   Come dici?

    Demetra –   Insegnargli la vita beata.

    Dioniso –  Ma è un tentare il destino, Deò. Sono mortali.

    Demetra –   Sta a sentire. Verrà il giorno che ci penseranno da soli. E lo faranno senza noi, con un racconto. Parleranno di uomini che hanno vinta la motte. Già qualcuno di loro l’han messo nel cielo, qualcuno scende nell’inferno ogni sei mesi. Uno di loro ha combattuto con la Morte e le ha strappato una creatura… Capiscimi, Iacco. Faranno da soli. E allora noi ritorneremo quel che fummo: aria, acqua, e terra.

    Dioniso –  Non vivranno più a lungo, per questo.

    Demetra –   Sciocco ragazzo, cosa credi? Ma morire avrà un senso. Moriranno per rinascere anche loro, e non avranno più bisogno di noialtri.

    Dioniso –  Che vuoi fare, Deò?

    Demetra –  Insegnargli che ci possono eguagliare di là dal dolore e dalla morte. Ma dirglielo noi. Come il grano e la vite discendono all’Ade per nascere, così insegnargli che la morte anche per loro è nuova vita. Dargli questo racconto. Condurli per questo racconto. Insegnargli un destino che s’intrecci col nostro.

    Dioniso –  Moriranno lo stesso.

    Demetra –  Moriranno e avran vinta la morte. Vedranno qualcosa oltre il sangue, vedranno noi due. Non temeranno più la morte e non avranno più bisogno di placarla versando altro sangue.

    Dioniso –  Si può farlo, Deò, si può farlo. Sarà il racconto della vita eterna. Quasi li invidio. Non sapranno il destino e saranno immortali. Ma non sperare che si stagni il sangue.

    Demetra –  A Penseranno soltanto all’eterno. Se mai, c’è il pericolo che trascurino queste ricche campagne.

    Dioniso –  Intanto. Ma una volta che il grano e la vigna avranno il senso della vita eterna, sai che cosa gli uomini vedranno nel pane e nel vino? Carne e sangue, come adesso, come sempre. E carne e sangue gronderanno, non più per placare la motte, ma per raggiungere l’eterno che li aspetta.

    Demetra –  Si direbbe che vedi il futuro. Come puoi dirlo?

    Dioniso –  Basta avere veduto il passato, Deo. Credi a me. Ma ti approvo. Sarà sempre un racconto.

     

    Cesare Pavese, poesie e Dialoghi con Leucò

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