• Albert Camus e i parassiti della Rive gauche

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    di GianCarlo Zanon

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    «Devo scrivere come devo nuotare: è il mio corpo che lo esige»

    Albert Camus – Appunti per Una morte felice

     

    Devo dire che la Nemesi storica – che come scrive Camus in Esilio di Elena non è “vendetta” ma “equilibrio” – spesso fa giustizia mostrando la vera fisionomia di realtà umane molto spesso mistificate da sordidi storiografi.

     

    La biografia di Virgil Tanase, Albert Camus – Una vita per la verità, tra le altre cose, è una revanche della verità che ripercorre passo dopo passo l’esistenza dello scrittore algerino ricostruendo l’immagine della sua realtà umana ancora dilaniata dalla storiografia ufficiale che si nutre abitualmente del proprio vomito.

    È normale durante alcuni convegni trovare dei relatori che parlano di Sartre e di Camus come fossero “gemelli monocoriali esistenzialisti”. E questo nonostante che lo stesso Sartre, in un raro momento di onestà intellettuale, avesse detto chiaramente «Camus non è un esistenzialista. Benché faccia riferimento a Kinkegaard, a Jaspers e a Heidegger, i suoi veri maestri sono i moralisti francesi del XVII secolo. È un classico, un mediterraneo».

     

    Giusta osservazione questa dell’intellectuel engagé parigino, perché Camus si distingue nettamente, per la sua diffidenza nei confronti del razionalismo, da quella corrente filosofica. «Ciò è evidente – scrive Roger Grenier, nella sua introduzione alle Œuvres complètes  soprattutto nell’Uomo in rivolta, in cui mostra come l’eccesso di logica abbia fatto deviare i pensieri più generosi per giungere a sistemi politici mostruosi, a quello che egli chiama nichilismo». Il suo rifiuto «organico» per la ragione e le sue logiche che reificano la realtà umana è ben presente anche nelle sue due opere drammaturgiche I giusti e Il malinteso. Vedi anche il mio saggio Camus, ‘l’assurda’ joie de vivre, in cui tento di decifrare il tema dell’assurdo presente nella sua opera.

    Albert Camus

    Come dicevo poc’anzi queste interpretazioni deliranti, molto presenti nella Storia della letteratura, hanno fatto sì che l’immagine di Albert Camus venisse alterata fino a mutarlo in un filosofo di quart’ordine, allievo di Sartre. Niente di più falso. E la biografia di Tanase fa giustizia salvando Camus da una vulgata molto seguita, soprattutto in Francia.

     

    Lo aveva già fatto parzialmente anche Mario Vargas Llosa nel suo libro Tra Sartre e Camus. In quel libro lo scrittore peruviano narra della propria iniziale cecità ideologica nei confronti dello scrittore algerino e anche della tardiva apertura d’occhi che gli ha consentito di vedere le due realtà umane e letterarie dei due scrittori ben distinte. Dopo questa dolorosa presa di coscienza, Llosa eleva Camus al giusto valore storico mentre Sartre, lentamente ma inesorabilmente, viene da lui relegato nel nulla ontologico, suo vero elemento. Lo scrittore peruviano in quel suo libro ricorda una frase di Malraux: «Mentre io mi battevo contro i nazisti, Sartre faceva rappresentare le sue opere a Parigi approvate dalla censura tedesca».

     

    Leggendo il libro di Tanase, molto documentato e molto puntuale nelle sue note, ci si rende conto che anche Camus, come molti altri grandi intellettuali, è stato allo stesso tempo negato ed usato da squallidi personaggi che come parassiti si sono nutriti per decenni del loro genio.

     

    Pensiamo ad esempio al disastroso sodalizio tra Marx e Engels; pensiamo anche dove, forse, sarebbe potuto giungere il pensiero dell’autore del Capitale sull’alienazione religiosa, se Engels non gli avesse chiuso gli occhi su Feuerbach. Basti pensare che in una lettera di metà ottobre del 1846 il serpente Engels scrive a Marx che gli chiedeva notizie sull’ultima opera di Feuerbach, L’essenza della religione: «Finalmente, dopo lungo esitare, mi sono deciso di leggere quella schifezza di Feuerbach, e trovo che nella nostra critica (stanno raccogliendo materiale per L’ideologia tedesca N.d.R.) non possiamo occuparcene. Perché? lo vedrai quando te ne avrò comunicato il contenuto».

     

    Ci sono molti altri casi esemplari di parassitismo. Quello che coinvolse Gramsci e Togliatti è sicuramente gravissimo soprattutto perché coperto da decenni di silenzio da chi, i gestori dell’Istituto Gramsci, avrebbero dovuto raccontare la verità e non surrettiziamente depauperare l’immagine del politico sardo. Come potete leggere nell’articolo di Giampiero Minasi La doppia morte di Antonio Gramsci in cui recensisce il libro di Mauro Canali  Il tradimento: Gramsci , Togliatti e la verità negata – il primo segretario del Pc del dopoguerra fu il responsabile morale non solo della morte di Gramsci ma anche della mistificazione delle sue idee. Idee che però in parte utilizzò, deformandole, per i propri scopi.

     

    La storia che racconta di serpenti e di colombe si ripete. Anche Albert Camus ha avuto chi per anni ha negato, pur nutrendosene, la sua identità di intellettuale. Due nomi tra i tanti: Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir.

    Sartre De Beauvoir Cafe de Flore  

     È Sartre, con la sua banda della Rive gauche, dove la promiscuità sessuale è d’obbligo, che spinge gli intellettuali engagé parigini a denigrare Camus. Sartre, che all’uscita del suo primo romanzo Lo straniero, attacca lo scrittore algerino con «un tono acido» cercando di smontarne la coesione letteraria, viene giustamente descritto da Virgil Tanase come un arrivista sempre pronto «a mettersi in evidenza» che non ha fatto altro che prendere le opere di Husserl e Heidegger e banalizzarle. Sartre, dice l’autore della biografia, non è altro che un «divulgatore» impegnato a fabbricare «prodotti di consumo corrente». Scrive Tanase che Camus non si farà irretire, come succederà invece a due generazioni di francesi ed europei,  dal “fascino” dell’intellectuel engagé autore de La nausea: «Nonostante le apparenze – scrive Camus già nel 1943 a Jean Grenier  non sento di aver molto in comune con l’opera e neanche con l’uomo». E il disprezzo mediterraneo di Albert era difficilmente dissimulabile.   

    «Così è stato per il rifiuto di Camus della Rivoluzione comunista, un no poetico, irrazionale, onesto, di grande coraggio e dignità che ha pagato con un’emarginazione feroce di Sartre e degli intellettuali engagé.» Gianfranco De Simone – Left n. 27-2015 ( postato il 18 luglio 2015)

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    Quando, nel 1951, uscirà L’uomo in rivolta, che fu un chiaro atto d’accusa a tutti i totalitarismi, compreso quello staliniano, Sartre si scopre per quello che è trattando Camus come «un allievo ritardato» un fanfarone salito in cattedra che però non ha «lezioni da dare ma piuttosto da ricevere». Il suo amico Francis Jeanson, un energumeno marxista pronto ad avvallare qualsiasi atrocità staliniana in nome del conseguimento del “sogno comunista” , aizzato dal suo maître à penser , dalle stesse pagine di Les Tempe Moderne in cui scrive Sartre, insulta pubblicamente Camus: «sbirro e meschino» rimproverandogli il suo «orgoglio» senza misura.

     

    Lo scrittore, che finalmente si rende conto con chi ha a che fare, scriverà a Francine: «Di sicuro pago caro questo sventurato libro (…) gli somiglio troppo» e sui Taccuini ricorderà che «Parigi è una giungla e le belve sono misere».

     

    de-beauvoir

     

    Dopo qualche anno dovrà vedersela con la belva più feroce: Simone de Beauvoir, la “fedele compagna” di Sartre, che era stata allontanata dall’insegnamento per il vizio di sedurre le alunne. La bella Simone che pochi anni prima aveva cercato di portarsi a letto Camus, proposta rifiutata «con molto garbo», nel 1954 vince il premio Goncourt con il romanzo I mandarini.  Scrive Tanase: «Inutile fare l’inventario dei segni che (nel romanzo N.d.R.) orientano inequivocabilmente il lettore verso Camus». Il romanzo della de Beauvoir non è altro che un pamphlet calunnioso nei confronti di Albert Camus, che disgustato scrive nei Carnet: «Sembra che ne sono l’eroe. In effetti, l’autore in questione (direttore di un giornale nato dalla Resistenza) e tutto il resto è falso, i pensieri, i sentimenti e gli atti. Meglio: gli atti discutibili della vita di Sartre mi vengono generosamente incollati addosso. Spazzatura, a parte questo.» Sollecitato a rispondere pubblicamente alle calunnie, risponderà con sdegno e vigore «Non si discute con le fogne».

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