• Loretta Emiri: l’oro giallo dei bianchi e l’oro bianco dei sorrisi degli “altri”

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    MACUXI *

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    Loretta Emiri **

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    Appunti messi insieme in tutta fretta in portoghese, con errori ortografici, correzioni, parole troncate; otto pagine scritte a matita e in pessima grafia su carta riciclata. Tra un passaggio e l’altro sono incollati pezzi di un quaderno a righe e di fogli bianchi, con note in parte scomparse sotto decise cancellature blu. Ai ritagli sono appiccicate ulteriori strisce di carta con monconi di frasi. Nel lato che era già stato usato, i fogli riportano frammenti di un testo uscito difettoso dalla stampa al ciclostile; frammenti che, a loro volta, fanno riemergere il ricordo di altre situazioni. In otto anni, il fascicolo è saltato fuori spesso dall’archivio, sempre proponendomi di organizzare il suo caos, di trasformarlo in qualcos’altro. Essendo un’operazione complicata, ne ho rimandato nel tempo l’esecuzione.

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    L’intricato aspetto fisico degli appunti materializza l’atto creativo stesso, mediante il quale un grande numero di eventi, speranze e difficoltà debbono essere lungamente studiati e manipolati prima che la loro complessità si trasformi in tutt’altra materia. Al momento, l’idea del risultato finale mi influenza più del travaglio interiore richiesto per il suo raggiungimento. Non c’è ragione di rimandare ancora. Smetterò di lavorare solo quando avrò trasformato il fascicolo in racconto. Le annotazioni evocano ricordi, la memoria fa rivivere emozioni. Mescolandoli alla riflessione, i vari materiali assumeranno nuove proprietà ed esse faranno sì che più consapevolmente io  riviva le situazioni descritte. Ormai diluiti uno nell’altro, a racconto ultimato i singoli elementi avranno cessato di esistere. Uno spazio specifico sarà occupato dalla materia risultante che, avendo rimodellato il passato, saprà anche contaminare il futuro.

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    Avevamo partecipato insieme a così tante riunioni che la nostra amicizia si era fatta solida. Di etnia macuxi, a partire dal 1970 Inácio aveva cominciato a sostenere i tuxauas di Roraima e le loro rivendicazioni; era divenuto maestro nel 1973 e dirigeva la scuola indigena di Maturuca, nella quale stava avvenendo la più autentica ed originale esperienza di educazione bilingue dello stato. Era un piacere incontrarlo: un sorrisone sempre stampato in volto, curiosità nello sguardo, atteggiamenti da leader responsabile, parole brucianti che rivelavano con quanta passione svolgesse il suo ruolo.  Un giorno ricevetti la sua graditissima visita; ancor più gradito mi giunse l’invito ad aiutarlo a scrivere un documento attraverso cui chiedere al Segretariato dell’Educazione il sostegno necessario per visitare le sperdute scuole indigene della regione Serras. Alla base della richiesta c’era il desiderio di accompagnare e orientare i maestri, la maggior  parte  dei  quali  principianti; ex alunni  della  scuola  di  Maturuca, una volta tornati ai villaggi di origine avevano cominciato  ad  insegnare  come  volontari,  per  poi  caparbiamente abilitarsi all’esercizio della professione attraverso corsi impartiti in città nei periodi delle vacanze scolastiche. Troppo lungimirante, naturalmente la proposta del mio amico non venne presa in considerazione da chi di dovere; non per questo rinunciò a visitare i maestri, spostandosi a piedi, a cavallo, e addirittura comprandosi una moto.

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    A due anni dalla stesura di quel documento, io stessa lavoravo nel Segretariato dell’Educazione. Sempre pensando agli insegnanti della sua regione, Inácio mi stimolò a realizzare un seminario di studi. Credevo tanto nell’esperienza, e per me era così importante sostenere il mio amico nelle sue avvedute iniziative, che avevo cogitato di ricorrere all’autostop, o di pagare io stessa le spese di viaggio se non avessi ottenuto appoggio istituzionale. Avrei dovuto lasciare la città un lunedì mattina all’alba insieme ad Inácio. Essendo cronici i problemi di trasporto, la vettura del Segretariato apparve solo il martedì pomeriggio. Trascorsi ore interminabili sdraiata nell’amaca, non potendo far altro che aspettare l’arrivo, a qualsiasi momento, dell’automezzo. Ad ogni modo sfruttai l’attesa per approfondire i temi che avrei trattato, e preparandomi psicologicamente all’evento. Erano giorni di grande tensione. I macuxi erano riusciti a far interdire l’accesso dei cercatori d’oro nelle proprie terre e ciò aveva fatto lievitare l’odio che la popolazione bianca nutre nei confronti degli indios. Lungo il percorso ci fermammo a fare uno spuntino in una baracca miserabile che fungeva da posto di ristoro. Sopraggiunsero due bianchi in motocicletta. Li sentimmo dire che, per risolvere il problema, tutti gli indios avrebbero dovuto essere ammazzati.

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    Arrivando a Maturuca avemmo la piacevole sorpresa di costatare che i maestri erano giunti numerosi e che, riuniti fin dal giorno prima, non avevano aspettato il nostro arrivo per cominciare i lavori. Appesi l’amaca accanto a moto, taniche di combustibile e vettovaglie; Inácio aveva calcolato che nel suo magazzino avrei goduto di una discreta intimità. Consumavamo i pasti comunitariamente, sotto le fronde generose di un anacardo; carne e farina di manioca erano accompagnate da battute di spirito e risate. Al seminario di studi parteciparono anche gli alunni dell’ultimo anno e il Gruppo di Animazione della scuola di Maturuca; durante le pause di lavoro, con qualche gioco e molti canti i ragazzi ci aiutavano a rilassare. Nonostante vestissero all’occidentale, profumassero come piace ai brasiliani della regione e imitassero i bianchi in molti atteggiamenti,  i maestri risultarono essere più macuxi di quanto a prima vista sembrasse: da alcune domande che mi fecero capii che termini e concetti della società nazionale, apparentemente semplici, in realtà per loro erano ostici; mentre fluido restava il rapporto con la propria lingua e cultura.

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    Alla dichiarazione che l’incontro era concluso, i partecipanti si scatenarono. Percorsero il villaggio correndo, cantando, eseguendo passi di danza, drammatizzando scene mitologiche e di vita quotidiana. Tanta esuberanza mi coinvolse, così presi parte alla scorribanda. Raggruppati sulla soglia di casa, gli abitanti ci aspettavano per offrire cibo e bevande o unirsi a noi. Nella terra calpestata scaricammo la fatica accumulatasi nei densi giorni di studio. Un bagno tonificante nel vicino corso d’acqua predispose poi gli spiriti per la valutazione finale dell’incontro. Realizzata nella chiesetta del villaggio e contando con la partecipazione dell’intera comunità, la verifica si trasformò in un momento intenso e palpitante, in un grande dibattito. La maggior parte delle persone si espresse in macuxi.

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    Decise e agguerrite, molte donne presero la parola. Inácio usò toni lirici e convinti per esortare alla  collaborazione fra maestri e comunità, associando quest’ultima ai termini “cuore” e “radici”. Che fossi una bianca venuta da lontano per lottare con gli indios aveva impressionato molti di loro e mi fece bene sentirlo; ma veramente gratificante fu l’osservazione di un maestro secondo cui quello era stato l’incontro che più lo aveva fatto pensare. Dopo cena ci unimmo di nuovo alla comunità, che aveva organizzato una festa di commiato; dapprima vennero eseguiti canti e danze tradizionali cui tutti parteciparono, poi subentrarono ritmi brasiliani e solo i giovani continuarono a ballare. Il giorno dopo, alle prime luci dell’alba, mi ritrovai con i maestri sotto l’anacardo  per l’ultima colazione insieme, apporre firme nel documento finale dell’incontro, scattare foto di gruppo; poi li vidi sparpagliarsi e imboccare sentieri diversi.

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     Quando l’ultimo dei maestri sparì dalla vista, anch’io mi misi in cammino. Avevo accettato l’invito di Inácio a scalare la montagna che sovrasta e dà il nome al villaggio; nella lingua macuxi, la parola Maturuca deriva da una locuzione il cui verbo è traducibile come rimbombare, rintronare, e un mito spiega perché, al suo interno, la montagna rumoreggi. I miei accompagnatori facevano a gara nel fornirmi spiegazioni. Mi mostrarono le piante usate per prevenire la carie, quelle che arrestano la diarrea, altre che, mediante bagni, ai bambini fanno espellere il catarro. Mi indicarono con quali vegetali si confezionano scope. Ammirai a lungo uno sbalorditivo pesce stilizzato inciso nella pietra. Avvistammo numerosi frammenti di pentole di terracotta perché, mi spiegarono, in passato, in caso di invasioni, i macuxi si rifugiavano sulla montagna. Il corso d’acqua, che per un tratto costeggiammo, scorreva fra pietre scenografiche; ad esso mi avvicinai più volte per togliermi di dosso il sudore, che gli indios sembravano invece non secernere.  Da un terrazzo di roccia godemmo la vista del villaggio; dall’alto, e colto nella sua interezza, esso mi parve più seducente.

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    Rifocillati e riposati, riprendemmo il cammino per raggiungere la vetta. Spero di non ridurre ad anguste parole ciò che vidi di  lassù. Il paesaggio maestoso e la percezione della nostra piccolezza ci ammutolirono. Con lo sguardo seguivo i profili delle montagne e al mio interno rumoreggiavano emozioni. Quando qualcuno ruppe il silenzio, dentro di me tutto era già stato detto. Con il dito puntato, Inácio indicò il fiume Ireng, chiamato Maú dai brasiliani, e spiegò che sull’altra sponda cominciava la Guyana; poi segnalò la direzione in cui erano localizzati i villaggi; infine abbassò l’indice verso un punto determinato della valle per mostrare lo scempio fatto dai  cercatori  d’oro. Guardando la terra dilaniata, occhi e voce gli si intristirono. Raccontò che nel 1985 uomini e macchinari passavano dentro Maturuca per aggiungere i garimpos;  arrivavano  con   bibite alcoliche, organizzavano feste e abusavano delle donne; poi  portarono con sé alcune prostitute, che misero a disposizione anche degli indigeni. Nel settembre del 1988 un cercatore d’oro uccise l’indio Donaldo. All’inizio del 1992 i macuxi cominciarono ad organizzarsi, denunciando l’invasione e le sue conseguenze; nell’agosto dello stesso anno crearono una barriera per impedire il transito, lasciando passare solo i camion che fossero andati a ritirare i macchinari. Quattro donne e un uomo bianco si ostinarono a permanere in territorio indigeno; nel mese di novembre, proprio quell’uomo sparò ad Inácio ferendolo ad una gamba; al ché giunse la polizia in aereo per ritirare gli intrusi. Pensierosi seguimmo il racconto di Inácio, poi ognuno di noi vi aggiunse qualcosa di personale; io raccontai d’aver saputo del ferimento leggendo il giornale, e d’essere rimasta particolarmente colpita proprio perché la notizia riguardava qualcuno che conoscevo e stimavo.

     

    Emiri

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    Per tornare al villaggio, gli indios decisero di seguire un percorso diverso. In prossimità di un buritizal avvistammo un cervo, cui Inácio si avvicinò mentre faceva capire alla comitiva di immobilizzarsi e tacere. Captando la presenza dell’uomo l’animale scappò, ma altrettanto fulmineamente il mio amico gli fu dietro. Nel costatare quanto Inácio corresse veloce, trasalii per la sorpresa e in me riecheggiò la frase: “…..e indio fuggiva così veloce come la cosa più veloce”.  Contenuta nell’autobiografia di Gabriel Viriato Raposo, un macuxi nato intorno al 1920, l’espressione descrive l’atteggiamento assunto dagli antenati di fronte all’esiziale contatto con l’uomo bianco. Questa e altre frasi mi sono rimaste dentro non solo per ciò che testimoniano, ma per la loro struggente forza espressiva. Pur usando il portoghese, Gabriel utilizza strutture linguistico-culturali macuxi che conferiscono una forma suggestiva e lirica al racconto e lo ascrivono alla letteratura etnologica.  Paravilhanas è l’auto-denominazione di un sottogruppo macuxi; il termine può essere tradotto come “uomini corridori”; di essi si dice che, correndo a piedi, riuscissero a superare i cervi. Quel giorno Inácio non prese il cervo con le  mani.

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    Il sentiero che avrebbe dovuto ricondurci al villaggio sembrava non aver fine. Io ero esausta, camminavo sopra le forze, stringevo i denti. Ebbi l’impressione che Inácio stesse prendendosi gioco di me, che stesse mettendomi alla prova; tacqui per non dargli soddisfazione ma, almeno mentalmente, imprecai contro di lui. Con mia grande gioia, perché ne approfittai per riprendere fiato, gli indios armeggiarono a lungo nel non riuscito tentativo di stanare un armadillo. Arrivando in cima ad un dirupo, mi comunicarono che dovevamo per forza discenderlo; a causa delle vertigini procedetti camminando carponi e all’indietro,  aggrappandomi a sporgenze e cespugli; fu in quei momenti che forgiai per Inácio gli insulti più originali. Dell’ultimo tratto di strada mi è rimasto dentro il ricordo di grosse pietre sparse che dovevamo aggirare, mentre procedevamo in fila indiana e io strisciavo i piedi senza più riuscire a sollevarli. Quando ero sul punto di abbandonarmi ad una crisi piuttosto isterica, mi dissero che eravamo giunti nella fattoria di Inácio, per cui il villaggio era finalmente vicino. Raccontai di non aver mai montato un cavallo, spiegando che nel mio paese d’origine se lo può permettere solo chi ha una certa disponibilità economica. Prontamente Inácio sellò un animale, poi, avendogli chiesto di tenere lui le redini, mi fece fare un lento giro nei dintorni. Un sogno impossibile accarezzato nell’infanzia stava divenendo realtà; ero consapevole del fatto che, probabilmente, quella prima volta sarebbe stata anche l’ultima, quindi vissi l’esperienza con un’intensità tale che mi sentii una bambina a cavallo tra passato e futuro. Per quegli attimi di eternità regalatimi, perdonai ad Inácio di avermi giocato il tiro della scarpinata infinita.

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     La visita alla scuola faceva parte delle attività che avevamo previsto di svolgere durante il mio soggiorno a Maturuca. Nonostante l’ora mattutina, il sole picchiava già forte nel cortile sabbioso del centro scolastico. Mai avrei immaginato che l’accoglienza sarebbe stata così formale, spettacolare e, al tempo stesso, calorosa. Allineati per ordine crescente di altezza su due file in mezzo alle quali mi fecero passare, gli alunni esibivano pitture facciali, ornamenti variopinti di semi e penne, cesti, archi e frecce. Venne issata la bandiera del Brasile, eseguito l’inno nazionale, poi canti macuxi e danze. Il direttore e i rappresentanti di maestri e alunni mi dettero il benvenuto; quando fui io a dover parlare, l’emozione impresse il tono giusto alla mia voce. Visitai tutte le aule, assistetti alle lezioni, chiesi spiegazioni su contenuti e metodi, dialogai con i maestri, feci colazione con gli alunni. Molti aspetti positivi mi colpirono: il bilinguismo era esercitato in ogni classe e disciplina; era stata creata una materia chiamata “Tradizioni Indigene”; l’artigianato prodotto e le ricerche eseguite avevano dato vita ad un embrione di museo; grazie all’importanza attribuita alle attività artistiche, maestri e studenti erano autori di musiche, canzoni e drammatizzazioni che venivano presentate anche alla comunità; gli alunni erano stimolati a riflettere sul valore delle professioni che avrebbero svolto, con un’attenzione particolare a quella di educatore. Da casa avevo portato con me piccole agavi, che piantai nel vialetto d’accesso alla scuola; se le piantine han messo radici, certamente le mie foglie vibrano al passaggio di amici.

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    A una settimana dall’arrivo, avrebbe dovuto giungere la vettura del Segretariato per riportarmi in città; non vedendola arrivare, seppi di essere stata boicottata. Passarono altri tre giorni prima che un automezzo transitasse per Maturuca; si trattava del camioncino del Consiglio Indigeno di Roraima, i cui numerosi passeggeri si strinsero per far posto anche a me. Dovendo lasciare a destinazione uomini e merci, facemmo un lungo giro che mi permise di conoscere meglio l’impervia e affascinante regione; man mano che qualcuno scendeva altre persone salivano, così che l’automezzo restò carico durante tutto il percorso. Nonostante la tensione del momento, gli indios si mantenevano sereni; addirittura forgiavano battute di spirito, per cui erano simpaticissimi e gradevole la loro compagnia. In uno dei villaggi appendemmo le amache al riparo di una tettoia; per poter guardare le stelle, attaccai la mia nel punto più esterno. Prima di dormire, chiacchierammo a lungo per prepararci ad affrontare l’impatto con il posto di blocco della Polizia Militare, che l’indomani ci aspettava in località Ponte do Urucuri. All’andata nessun controllo era stato realizzato: la vettura su cui avevo viaggiato apparteneva al Governo dello Stato, per cui il logotipo verniciato sulla portiera aveva sortito l’effetto di un lasciapassare; essendo straniera e trovandomi in compagnia di indios, sapevo che al ritorno avrei avuto dei problemi. Il maestro con cui avevo lasciato Maturuca, un vecchio amico, vedendomi alquanto preoccupata cercò di tranquillizzarmi dicendo che, se ce ne fosse stato bisogno, avrebbe fronteggiato i militari per proteggere e difendere me; le sue parole non mi tolsero la paura di dosso ma, a distanza di anni, tenere, ancora mi echeggiano dentro.

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    Come mi ero prefissa, arrivando al posto di blocco riuscii ad esibire il più smagliante dei sorrisi, le più spiritose parole. Feci anche questione di dialogare perché mi premeva far passare considerazioni positive riguardanti gli indios, così raccontai con quanta serietà e creatività i maestri stavano portando avanti il loro lavoro. Poiché operavo attraverso un ente pubblico, con me i militari non potettero che essere educati, anche se ironici. Invece gli indios  vennero sfottuti, insultati, provocati, le loro cose buttate all’aria malamente per controllare se vi fossero nascoste armi; fu così che i coltelli usati durante il viaggio per tagliare la deliziosa carne-de-sol vennero sequestrati. Quando chiesero a me di mostrare il contenuto dei bagagli, lo feci nel modo più lento possibile, esibendo meticolosamente ogni oggetto, di ciascuno fornendo petulanti spiegazioni; non potendo fare altro, a modo mio presi in giro quegli uomini arroganti che avrebbero dovuto star lì, eventualmente, per aiutare gli indigeni a difendere le loro terre. Non ci risparmiarono nemmeno il trito ritornello, sempre in voga tra i nemici degli indios, secondo cui i macuxi erano comandati da un missionario straniero che fomentava in loro l’odio verso l’uomo bianco e li armava per la guerriglia. Come dire che gli indigeni non avevano ragioni e capacità sufficienti per organizzarsi e difendere il proprio diritto alla terra e alla vita. Quando finalmente si decisero a lasciarci  andare, nessuno di noi parlò più, intenti come eravamo a cercare di toglierci di dosso umiliazione e avvilimento. Durante il resto del viaggio pensai alle tante volte che avevo sentito indios dire di sé stessi, non senza un pizzico d’orgoglio, “siamo indigeni brasiliani”; mi tornò anche in mente l’Inno di Maturuca, in cui maestri e alunni avevano esaltato il proprio sentimento di appartenenza alla nazione e si erano definiti “la speranza del Brasile”.

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    Il fascicolo di appunti non esiste più. La stesura di questo brano ha richiesto molti giorni di lavoro. Dedico il testo a quei macuxi che mi rivolsero gesti o espressioni di affetto durante l’arco delle esperienze qui descritte. Ho sotto gli occhi un’originalissima mappa della regione Serras disegnata da due maestri; Maturuca vi è raffigurata al centro della pagina, in un circolo da cui partono frecce che indicano la direzione dei villaggi. In effetti la scuola di Maturuca è un centro d’irradiazione del sapere e dell’organizzazione indigena; radici poderose la vincolano  alla comunità locale e alla regione, subordinandola e impegnandola, allo stesso tempo, con le sorti e il futuro di tutto il popolo macuxi. Da Maturuca partono anche proposte educative per la nazione: quando si sentirà orgogliosa della propria diversificazione culturale, la società brasiliana avrà reso più democratico il suo paese.

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    Glossario

    Buritizal: palmeto di palme Mauritia vinifera.

    Carne-de-sol: carne leggermente salata fatta seccare al sole.

    Garimpo (plurale garimpos): giacimento d’oro o di diamanti.

    Tuxaua (plurale tuxauas): capo di villaggio.

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    Bibliografia

    Depoimento de Gabriel Viriato Raposo, Emiri Loretta (org.), Arquivo Indigenista, Diocese de Roraima, Boa Vista, 1985.

     

    * Il brano “Macuxi” è uno dei capitoli del libro Amazzone in tempo reale.

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    ** Loretta Emiri è nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il Dicionário Yãnomamè-Português, il libro etno-fotografico Yanomami para brasileiro ver, la raccolta poetica Mulher entre três culturas, i libri di racconti Amazzonia portatile, Amazzone in tempo reale (premio speciale della giuria per la Saggistica, del Premio Franz Kafka Italia 2013) e A passo di tartaruga – Storie di una latinoamericana per scelta, il romanzo breve Quando le amazzoni diventano nonne. È anche autrice dell’inedito Romanzo indigenista, mentre del libro Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più, anch’esso inedito, è la curatrice. Suoi testi appaiono in blogs e riviste on-line, tra cui Sagarana, AMAZZONIA – fratelli indios, La macchina sognante, Fili d’aquilone, El ghibli, I giorni e le notti, La bottega del Barbieri, Pressenza, Euterpe.

    Per acquisti: loretta.emiri@alice.it

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